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Il traduttore si scusa per gli errori

 

 

 

 

Il trionfo di Chávez nelle elezioni

presidenziali influirà sulle regionali

 

 

17.10.2012  - Edilberto F. Méndez Amador www.granma.cu

 

 

Il trionfo del capo di Stato alle presidenziali influirà nelle elezioni regionali del prossimo 16 dicembre, riferisce l’Agenzia Venezuelana Hinterlaces.

 

Le consultazioni regionali hanno una dimensione più razionale delle altre, nelle quali i cittadini considerano aspetti relativi alla soluzione dei loro problemi, ha segnalato il presidente di Hinterlaces, Oscar Schemel.

 

In una conferenza stampa, alla presenza di riconosciuti analisti, Schemel ha presentato un’analisi dei risultati ottenuti lo scorso 7 ottobre.

 

Il direttore dell’agenzia ha spiegato che lo studio rivela che esistono delle sfide per i sostenitori del capo di Stato e per l’opposizione, pertanto per “i sostenitori di Chávez l’obiettivo è ampliare la base sociale di appoggio e passare da un’egemonia per polarizzazione ad un’egemonia per consenso”.

 

Nel caso dell’opposizione, ha dichiarato che la destra ha bisogno di ripensare al paese, infatti i suoi intellettuali riducono la Rivoluzione ad un problema di gestione, ad una relazione clientelare ed al presunto modo di avvantaggiarsi del Governo, e non comprendono il processo di cambiamento che vive il paese.

 

Allo stesso modo ha precisato che nessuna opzione è cresciuta o diminuita significativamente nei risultati, e si conserva la stessa correlazione storica di sei anni fa.

 

“Il paese non è diviso -ha aggiunto-, infatti l’immensa maggioranza appoggia il modello d’inclusione, fatto evidenziato anche nella campagna della destra, che ha messo al centro del suo messaggio elettorale rendere tale modello più efficiente”.

 

Infine Schemel ha considerato che “in vista delle prossime elezioni, la Rivoluzione deve dare segnali che il modello può essere più efficiente e schierare nella battaglia elettorale i suoi migliori esponenti”.

 

Venezuela sconfitta la Santa Alleanza del 21° secolo
 

 

12.10.2012 - Angel Guerra Cabrera http://lapupilainsomne.jovenclub.cu/

 

 

Coalizione internazionale è il nome dato da Hugo Chavez. Ed è questo che ha dovuto affrontare la Rivoluzione Bolivariana nelle elezioni presidenziali del 7 ottobre. Non un'alleanza di forze locali, anche se con molto potere finanziario, e un candidato che non arriva a Chavez intellettualmente neppure alle suole delle scarpe. Ma un potente gruppo di Stati imperialisti, oligarchie latino-americani e la destra transatlantica, che ha deciso di gettare tutta la carne al fuoco per rimuovere, una volta per tutte, lo scomodo presidente venezuelano. La posta in gioco erano epocali interessi economici e geopolitici. Chavez guida il popolo, che oltre ad avere le maggiori riserve di petrolio del pianeta e significative risorse finanziarie, costituisce il referente principale nella conquista della seconda indipendenza, l'unità e l'integrazione dell'America Latina e dei Caraibi, animatore dell'Alba, Petrocaribe , UNASUR e la CELAC. La sua leadership ha reso il Venezuela il polo mondiale nella lotta contro il capitalismo e la sua fase neoliberista, contro l'imperialismo e le guerre, per la democrazia partecipativa ed il socialismo. Insieme con altri progetti latinoamericani e dei Caraibi dimostra che è possibile un'alternativa alle brutali forme di sfruttamento neoliberista e di crescente oppressione politica dei popoli, ora estese agli Stati Uniti ed Europa.

La Santa Alleanza del 21 ° secolo guidata dal nord turbolento e brutale  avrebbe segnato la sua più grande vittoria politica dopo il crollo dell'Unione Sovietica e del cosiddetto socialismo reale, se fosse riuscito a sconfiggere Chavez nelle elezioni del 7 ottobre. Di questa dimensione è il significato del trionfo conseguito dal popolo venezuelano. Implica anche il maggior rovescio sofferto dalla controffensiva lanciata da Washington contro le forze popolari della nostra regione. Iniziato con l'attacco yankee - uribista in Ecuador, ha i suoi principali collegamenti nei colpi di stato in Honduras e Paraguay, il continuo freno, in Messico, all'ascesa per via elettorale di un'alternativa al neoliberalismo, il ristabilimento della IV Flotta e la proiezione del potere militare sino al sud del continente con nuove missioni e basi militari e presunti piani contro la criminalità organizzata il cui vero scopo è quello di seminare il  terrore e criminalizzare la protesta sociale.

La vittoria bolivariana era proprio ciò che era necessario in questo momento. Non solo vincere ma farlo con un margine di oltre 1,6 milioni di voti (11 punti percentuali), che ha reso impossibile la ricorrente e falsa accusa di frode della controrivoluzione ad un sistema elettorale esempio di trasparenza in tutto il mondo. Paralizzò i piani per provocare lo scontro e la violenza nelle strade e dare il pretesto per un intervento militare imperialista. La macchina mediatica dell'impero propalava, nelle ultime settimane, l'idea che il candidato dell'opposizione stava guadagnando terreno, mentre Chavez lo perdeva. Era a portata di mano il pareggio tecnico che si sarebbe verificato proprio nei giorni del divieto elettorale, sostenevano decine di cervellotici analisti politici. Se avessero vergogna non avrebbero il coraggio di farsi vedere in pubblico, ma no, continueremo a vedere ripetere le stesse bugie e calunnie agli sfacciati scribi e ai profeti frustrati di El País, CNN e i loro omologhi in America Latina.

Un altro punto da evidenziare del 7 ottobre è il concorso di oltre l'80% degli elettori, dimostrando definitivamente l'interesse politico dei venezuelani, la fiducia che il loro voto è contato - e conta - e il radicamento nella popolazione di una cultura politica che vede le urne come il mezzo per risolvere le divergenze di opinione. Si tratta di un importante risultato del chavismo a fronte del golpismo e il disprezzo per la gente di molti leader dell'opposizione. Che differenza con l'auto-proclamato paladino della democrazia che mai ha ottenuto più del 50% di partecipazione alle elezioni presidenziali su un registro elettore a cui molti né s'interessano né s'iscrivono.

Naturalmente in Venezuela ci sono problemi. Il presidente Chavez è stato molto critico nei confronti della gestione governativa prima e subito dopo le elezioni ed il chavismo dibatte il risultato elettorale in vista di combattere gli errori, approfondire l'orientamento socialista e trarre immediatamente insegnamenti per le elezioni legislative e dei governatori di dicembre, anch'esse molto importante.

Twitter: @ aguerraguerra

 

Venezuela derrota a la Santa Alianza del siglo 21

Ángel Guerra Cabrera

Coalición internacional es el nombre que le dio Hugo Chávez. Y es que a eso se enfrentó la Revolución Bolivariana en las elecciones presidenciales del 7 de octubre. No a una alianza de fuerzas locales, eso sí con mucho poder financiero, y un candidato que no le llega a Chávez intelectualmente ni a la suela de los zapatos. Sino a una potente agrupación de Estados imperialistas, oligarquías latinoamericanas y la derecha trasatlántica, que decidió echar toda la carne al asador para de una vez quitar del medio al incómodo presidente venezolano. Estaban en juego trascendentales intereses económicos y geopolíticos. Chávez encabeza al pueblo, que además de poseer las más grandes reservas petroleras del planeta e importantes recursos financieros, constituye el referente principal en la conquista de la segunda independencia, la unidad e integración de América Latina y el Caribe, animador de la Alba, Petrocaribe, Unasur y la Celac. Su liderazgo ha hecho de Venezuela el principal polo mundial en la lucha contra el capitalismo y su fase neoliberal, contra el imperialismo y las guerras, por la democracia participativa y el socialismo. Junto a otros proyectos latinoamericanos y caribeños demuestra que es posible una alternativa a las brutales formas de explotación neoliberal y creciente opresión política de los pueblos, extendidas hoy a Estados Unidos y Europa.

La Santa Alianza del siglo 21 encabezada por el norte revuelto y brutal se habría anotado su mayor victoria política desde el desplome de la Unión Soviética y el llamado socialismo real si hubiera conseguido derrotar al chavismo en las elecciones del 7 de octubre. De este tamaño es el significado del triunfo conseguido por el pueblo venezolano. Implica también el mayor revés sufrido por la contraofensiva lanzada por Washington contra las fuerzas populares de nuestra región. Iniciada con el ataque yanqui-uribista a Ecuador, tiene sus eslabones principales en los golpes de Estado en Honduras y Paraguay, el continuado freno en México al ascenso por vía electoral de una alternativa al neoliberalismo, el restablecimiento de la IV Flota y la proyección de poder militar hasta el sur del continente mediante nuevas misiones y bases militares y planes supuestamente contra la delincuencia organizada cuyo verdadero fin es sembrar el terror y criminalizar la protesta social.

La victoria bolivariana ha sido justo la que se necesitaba en este momento. No sólo ganar sino hacerlo por un margen de más de un millón seiscientos mil votos(11 puntos porcentuales) que hizo imposible la recurrente y mentirosa acusación de fraude de la contrarrevolución a un sistema electoral ejemplo de trasparencia en el mundo. Paralizó los planes para provocar el enfrentamiento y la violencia en las calles y dar el pretexto a la intervención militar imperialista. La maquinaria mediática del imperio propalaba en las últimas semanas la noción de que el candidato opositor ganaba terreno mientras Chávez lo perdía. Ya estaba a la mano el empate técnico que se produciría precisamente en los días de la veda electoral, argumentaban decenas de sesudos analistas políticos. Si tuvieran vergüenza no se atreverían a asomarse más a la luz pública; pero no, seguiremos viendo repetir las mismas mentiras y calumnias a los caraduras escribas y profetas frustrados de El País, CNN y sus homólogos en Latinoamérica.

Otra cuestión a destacar del 7 de octubre es la concurrencia de más de 80 por ciento de votantes, que demuestra fehacientemente el interés en la política de los venezolanos, la confianza en que su voto es contado -y cuenta- y el arraigo en la población de una cultura política que ve las urnas como el medio para dirimir las diferencias de opinión. Esto es un importante logro del chavismo frente al golpismo y el desprecio al pueblo de numerosos líderes de oposición. Qué diferencia con el autoproclamado paladín de la democracia que nunca logra más de 50 por ciento de participación en elecciones presidenciales sobre un registro electoral en que muchos ni se interesan en inscribirse.

Claro que en Venezuela hay problemas. El presidente Chávez ha sido muy crítico de la gestión gubernamental antes e inmediatamente después de las elecciones y ya el chavismo debate el resultado electoral con vista a combatir errores, profundizar la orientación al socialismo y sacar lecciones de inmediato para las elecciones legislativas y de gobernadores de diciembre, también muy importantes.

Twitter: @aguerraguerra

 

La libertà negata ai venezuelani da Hugo Chavez: morire di fame

L’unica libertà negata al popolo venezuelano è quella di morire di fame al contrario di quanto avviene quotidianamente nei democratici Usa e in Europa

 

 

11 ottobre 2012 - di Fabrizio Verde, in esclusiva per Cubadebate

 

 

La nuova vittoria elettorale di Hugo Chavez e del suo Gran Polo Patriotico con alla testa il PSUV permetteranno al Venezuela di continuare a percorrere la strada intrapresa nel 1999 quando con l’ascesa al potere dell’ex colonnello prese corpo la “rivoluzione bolivariana” per edificare il “socialismo del XXI secolo”. Un’ancora di salvezza per una nazione sull’orlo del baratro, soffocata dalle folli politiche basate sul liberismo selvaggio imposte dal Fondo Monetario Internazionale e da chi sino ad allora era abituato a trattare l’America Latina con l’arroganza di chi la considera come il proprio “cortile di casa” secondo i dettami della dottrina Monroe e del corollario di Roosevelt. Con Chavez, però, schieratosi subito al fianco di Cuba – il Caimano Verde che da oltre mezzo secolo resiste fiero a un tiro di schioppo dall’arrogante impero nordamericano – è iniziato il risveglio del subcontinente americano per promuovere l’indipendenza dei popoli dallo sfruttamento neocoloniale statunitense.

 

Scontate per un lettore non superficiale dei fatti, le reazioni stizzite, piene di livore, condite dalle solite menzogne, che piombano sul Comandante Chavez da gran parte dei media italiani notoriamente molto sensibili, per non dire proni, ai dettami provenienti da Washington. Spiccano in merito l’ineffabile Omero Ciai di Repubblica, Gianni Riotta, Massimo Cavallini, tutti in maniera evidente orfani del Venezuela che fu: una semi-colonia i cui profitti derivanti dalle ingenti risorse nazionali non andavano a migliorare le condizioni materiali di vita delle classi meno abbienti, ma bensì nelle tasche dell’asservita borghesia e delle solite multinazionali. Le accuse abbiamo ormai imparato a conoscerle: il “dittatore” Chavez non rispetta i diritti umani, riduce al silenzio ogni opposizione, controlla gli organi d’informazione, nega le libertà fondamentali. Affermazioni maldestre, fasulle, che trovano adeguata risposta nelle parole pronunciate dall’ex presidente brasiliano Lula, amico e compagno di Hugo Chavez: «Se qualcuno vuole vedere come funziona una vera democrazia, che vada in Venezuela».

 

A ben vedere, tra le righe di questi nuovi crociati della menzogna, un fondo di verità affiora: nella Repubblica Bolivariana del Venezuela non si è più liberi di morire di fame, come quotidianamente avviene nei democratici Stati Uniti d’America dove i poveri sono diventati 50 milioni o nel cuore della Vecchia Europa i cui popoli sono massacrati dalle ottuse e fasciste misure d’austerity sperimentate in Sudamerica e rigettate tanto che la destra neoliberale è costretta a mascherarsi dietro una mendace fraseologia di sinistra, come nel caso dell’ex golpista Capriles. Un aumento della fame nei paesi ricchi sanzionato finanche dal rapporto «The State of the Food Insecurity in the world 2012» presentato congiuntamente da tre agenzie delle Nazioni Unite, FAO (Organizzazione delle Nazione Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura), IFAD (Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo) e PAM (Programma Alimentare Mondiale). Come d’altronde avveniva nel democratico, liberale e liberista Venezuela quando a dettar legge erano i pasdaran del libero mercato del Fondo Monetario Internazionale, e la povertà toccava il 50% della popolazione.

 

Secondo i dati della Banca Mondiale – noto organo bolscevico per gli Omero Ciai e i Cavallini di turno – in dieci anni di chavismo il tasso di povertà si è ridotto del 22%, il miglior risultato dell’intero Sudamerica dietro l’Ecuador che segna un meno 26%. Le risorse derivanti dall’aumento del prezzo dell’oro nero per la prima volta vengono utilizzate per fornire assistenza medica gratuita a tutta la popolazione, aumentare il salario minimo, diminuire l’orario di lavoro, permettere ai giovani di studiare, fornire un alloggio dignitoso, adottare una politica fiscale di vantaggio per i ceti più deboli. Una politica redistributiva di transizione al socialismo che ha comportato un tangibile miglioramento delle condizioni di vita per il proletariato e la classe media. Tanto che il Venezuela bolivariano, nonostante le permanenti contraddizioni, grazie a una siffatta politica risulta essere il paese della regione con meno disuguaglianze come riconosciuto addirittura dalla destrorsa Fox News statunitense.

 

Alcuni dati vengono a conferma di tali affermazioni: l’estrema povertà è scesa all’8%, mentre il reddito pro capite è salito da 8500 a 12700 dollari. Aumenta l’occupazione con i dipendenti pubblici che passano da 1 milione a 2,5 milioni, una vera e propria bestemmia nell’Europa dominata dal liberismo selvaggio. Si vive mediamente più a lungo visto che nel 1998 l’aspettativa di vita che era di 72 anni, adesso è di 75 anni. Con una popolazione che aumenta sempre in un decennio di 3 milioni di unità.

 

Continuino pure a strepitare i cani da guardia dell’impero e del capitale finanziario mentre la Repubblica bolivariana, nazione libera e sovrana, seguendo l’esempio dell’eroica Cuba, continua sulla strada dell’edificazione del socialismo del XXI secolo. Esempio e speranza per il popoli del mondo intero.

 

 

Analisi sui mass media per Chávez e il Venezuela
 

 

10 ottobre 2012 - http://www.giannimina-latinoamerica.it

 

 

Il giorno stesso delle elezioni in Venezuela, la stampa main-stream (in questo caso La Repubblica di Roma e El País di Madrid) intonavano il de profundis per Hugo Chávez sul quale, in questi anni di governo, avevano gettato tutto il fango possibile e immaginabile. L’aspettativa era che il bel giovanotto Capriles, non gonfio di cortisone, non malato di cancro, non cantante di rancheras nè ballerino appassionato, sconfiggesse il “mico-mandante” (un gioco di parole fra il grado di comandante e la parola mico che vuol dire scimmia, alludendo al Presidente Chávez) e lo mandasse finalmente a casa, lontano da quel potere che esercita già da quattordici anni e che ha dato come frutti di “aumentare il salario minimo, alzare le pensioni, allungare le ferie [...] grazie al controllo su Pdvsa, la holding del greggio” (Ciai su Repubblica del 8.10). In altre parole, grazie al fatto che il suo governo è riuscito a sottrarre il petrolio venezuelano alle privatizzazioni e con il denaro che ne ricava ha aumentato le pensioni, il salario minimo, ecc. Una furbizia di Chávez e del suo gabinetto che così facendo si è guadagnato la simpatia di una gran parte della popolazione, un trucchetto astuto per farsi una clientela, ragionando col cervello dei nostri politici attuali.


Anche Marisa Bafile, una italo-venezuelana tenuta in gran conto dal ds dalemiano, interpellata da RadioTre Mondo, ha attribuito la vittoria di Chávez alla simpatia che si è conquistato negli strati più poveri grazie al suo carisma, ma - ha aggiunto la ex deputata DS all’Europarlamento in rappresentanza dei nostri concittadini dell’America del Sud - “c’è ancora tanto da fare…”, dichiarazione davvero sorprendente visto che stiamo parlando di un paese che alla fine del secolo scorso era in bancarotta e che è stato sempre uno dei più corrotti e violenti dell’emisfero. Ora che le cose vanno molto meglio, l’anti-chavista Bafile si accorge che in quel paese, che è anche il suo, c’è ancora tanto da fare.


El País, dopo una serrata campagna pro Capriles, stamattina (8.10) ha dovuto aprire il giornale telematico con la vittoria indiscutibile dell’ex-paracadutista golpista. Ma ancora ieri il suo corrispondente, Ibsen Martínez, raccontava del comizio di chiusura veramente impressionante per partecipazione, funestato da un’acquazzone tropicale, fornendo una versione davvero patetica di un uomo che finiva la sua carriera in maniera grottesca: “Vederlo affrontare a dura pena non solo il temporale, ma l’umiliante fuga dei suoi seguaci che lo abbandonavano sotto l’inclemente tormenta tropicale, ascoltarlo ripetere le sue consunte parole d’ordine mentre cercava di ballare sotto la pioggia, obeso e gonfio a causa dei farmaci, sollecitando sei improbabili anni ancora per compiere le sue non mantenute promesse di redenzione sociale, mi ha fatto ricordare con pietà il giovane ufficiale insorto che, arrendendosi gagliardamente davanti alle telecamere, aveva iniziato la sua vertiginosa carriera verso il ritorno e il fallimento (definitivo?) del populismo militarista in America Latina”. Scripta manent !


Nella stessa pagina del giornale viene poi pubblicata una serie di dati che dimostrano che Chávez molte delle sue promesse le ha mantenute.


Traduco questa tabella di El País per i nostri lettori:

 

 

Il Venezuela in cifre

 

La popolazione è passata da 23,2 milioni nel 1998 a 29 milioni di abitanti.


La speranza di vita nel 1998 era di 72,16 anni. Nel 2011 è di 74,30 (110° posto al mondo)


Il numero di abitazioni è aumentato di due milioni, fino a 8,2 milioni. Da un 6,6% di case inadeguate si è passati al 5,8%.


Nel 2001, in un 30,2% di famiglie c’era un’automobile. Dieci anni dopo la percentuale è scesa al 27,7%, ma si è duplicata la percentuale di motociclette dal 4% al 8,6%.


Nel 1998 c’era un 50,4% di poveri e un 20,3% di estrema povertà. Nel 2011 la cifra scende al 31,6% e al 8,5% rispettivamente.


Il Venezuela ha accolto 685.000 turisti nel 1998, 158.000 dei quali dagli Stati Uniti e 15.000 dalla Spagna.

 

Nel 2010 i turisti sono scesi a 510.000. La diminuzione di turisti statunitensi è significativa. Nel 2008 erano 87.000.Invece si è avuto un forte incremento di spagnoli: 67.000.

 

Istruzione


Il tasso di alfabetizzazione è passato dal 90,9% nel 1998 al 93,70% nel 2010.


La scolarizzazione nell’anno 2000-2001 alle elementari era del 90,7% e nelle medie del 53,6%. Nell’anno scolastico 2010-2011 le cifre sono salite al 93,2% e al 73,3% rispettivamente. L’incremento alle medie è significativo.


Nel 2000 c’erano quasi 900.000 universitari. Nel 2010 la cifra è aumentata fino a 2.300.000.

 

Economia

La produzione della compagnia statale del petrolio è scesa da 3,5 milioni di barili al giorno nel 1998 a 2,4 milioni nel 2012. E’ il 12° produttore mondiale. Nel 1998 si esportavano 3 milioni di barili e adesso 1,6 milioni. Eppure, la compagnia statale ha aumentato il suo organico da 32.000 lavoratori a 105.000.


La disoccupazione nel 1998 era del 16,6% ed è scesa al 7,9% nel 2011. Il 43% della popolazione attiva si trova nell’economia sommersa.


Il reddito pro capite nel 1998 era di 8.500 dollari (6.537 euro) e nel 2011 è stato di 12.700 dollari (9.768 euro). Il Venezuela occupa il 92° posto nella classifica mondiale.


Il Pib è passato da 91.339 milioni di dollari (70.255 euro) nel 1998 a 315.000 milioni (242.289 euro) nel 2011.


L’inflazione nel 1999 era il 20% ed è salita al 27,9% nel 2011.


Anche le importazioni sono aumentate. Nel 1998 erano di 16.755 milioni di dollari (12.887 euro) e nel 2012 si sono quasi duplicate fino a 29.930 milioni (23.021 euro). I dipendenti pubblici sono passati da 1 milione nel 1998 a 2,5 milioni nel 2012.

 

Elezioni venezuelane sono una lezione

di democrazia, dice UNASUR

 

 

09.10.12 - www.cubadebate.cu Prensa Latina traduzione di Ida Garberi

 

 

Il Venezuela ha dato una lezione straordinaria di democrazia al mondo con l’efficienza nei comizi presidenziali di questa domenica, ha affermato il capo della Missione di accompagnamento elettorale dell’Unione delle Nazioni Sud-Americane (UNASUR), Carlos Alvarez.

 

La trasparenza delle elezioni, nelle quali è risultato eletto nuovamente il presidente, Hugo Chavez, ha sconvolto i male intenzionati che mettevano essenzialmente in dubbio il processo elettorale venezuelano, per interessi politici, e la democrazia nella nazione sud-americana, ha affermato.

 

Questa è una lezione straordinaria per la comunità internazionale che permette fortificare la democrazia latinoamericana, ha risaltato l’ex vicepresidente argentino realizzando un bilancio della gestione della missione.

 

L’attuale segretario generale dell’Associazione Latinoamericana di Integrazione, ha messo in luce che in paesi dove il suffragio è obbligatorio, l’assistenza alle urne oscilla tra il 70 ed il 75%; mentre in Venezuela -che è facoltativo – è stato dell’ 81%.

 

“Questa è legittimità, la forza del sistema elettorale venezuelano”, ha osservato.

 

La Missione, ha detto, ha corroborato tre questioni essenziali: che eravamo davanti ad un sistema elettorale altamente fidato, di eccellenza tecnologica; il riconoscimento dei risultati dei comizi da parte delle parti contendenti, e lo spiegamento dei rappresentanti dell’UNASUR per tutto il paese.

 

Alvarez ha annunciato che partirà dal Venezuela dopo consegnare la relazione, il prossimo mercoledì, con la soddisfazione del dovere compiuto e l’allegria di essere stato testimone e protagonista di questa festa elettorale democratica e di questo momento che ha catalogato come storico, per l’impatto nazionale ed internazionale.

 

La prima missione dell’UNASUR, dopo aver creato il Consiglio Elettorale dell’organismo regionale, ha partecipato nei comizi venezuelani con 40 rappresentanti dei paesi membri, possessori di vasta esperienza in questo tema.

 

Questo accompagnamento è stato incorniciato nell’accordo firmato il passato 22 agosto tra l’UNASUR ed il Consiglio Nazionale Elettorale venezuelano, in base ai principi di imparzialità, obiettività, indipendenza, legalità, trasparenza e non ingerenza.

 

Alvarez ha risaltato il lavoro dei membri della missione, i cui risultati permetteranno di accumulare esperienze per fortificare la democrazia in America Latina.

 

Inoltre, ha ringraziato per la collaborazione dei distinti settori politici, economici, sociali, culturali, mediatici e religiosi venezuelani col lavoro della Missione.

 

 

America del Sud si congratula con Chavez per il suo trionfo e la lezione di democrazia

 

 

Storico, semplice esercizio democratico, di massa, trasparente, festa di popolo ed una vittoria dell’America latina, sono alcune frasi e qualificativi che emanano da tutto il continente per caratterizzare le elezioni in Venezuela, dove ha trionfato il presidente Hugo Chavez.

 

Allo stesso modo, i capi di Stato, diplomatici, leader indigeni, politologi, studenti ed un’infinità di attori della società latinoamericana esprimono la loro gioia per la vittoria di Chavez di fronte al rappresentante dell’opposizione Henrique Capriles.

 

“La tua vittoria è anche la nostra. Quella dell’America del Sud e dei Caraibi. Forza Hugo! Forza Venezuela! Forza MERCOSUR ed UNASUR”, ha scritto la mandataria argentina nel suo account personale della rete sociale Twitter.

 

Anche, il dignitario dell’Ecuador, Rafael Correa, ha esaltato la vittoria del candidato per il Partito Socialista Unito del Venezuela alle urne con il 54,85% dei voti validi, contate il 94% delle schede con più di sette milioni 444 mila a suo favore.

 

“Chavez ha vinto con 10 punti di differenza. Viva Venezuela, Evviva la Patria Grande, Evviva la Rivoluzione Bolivariana!”, ha scritto in Twitter il mandatario ecuadoriano.

 

“Con questo trionfo, ha assicurato Correa, nuovamente si distruggono le bugie dei soliti mercenari”, alludendo alle campagne mediatiche che hanno tentato di oscurare il processo di cambiamento che vivono i venezuelani.

 

Per il presidente della Bolivia, Evo Morales, questo successo significa il trionfo della democrazia.

 

A queste congratulazioni si è sommato il governo colombiano che ha augurato successi a Chavez, nel suo nuovo periodo di mandato ed ha scommesso sul rinvigorimento delle relazioni tra i due paesi.

 

Inoltre, secondo il cancelliere del Brasile, Antonio Patriota, che si è congratulato con Chavez ed il suo popolo, “i comizi in Venezuela sono stati un momento di celebrazione della democrazia”.

 

Da tutte parti del continente fluiscono lodi per il presidente nuovamente eletto ed il popolo venezuelano.

 

Tuttavia, il governo degli Stati Uniti, senza congratularsi con il trionfante candidato, gli ha fatto un appello a tenere in conto il parere di quelli che hanno votato contro di lui, benché si congratulasse con il popolo venezuelano per l’alta partecipazione alle urne; mentre il Canada ha preso nota della vittoria di Chavez, ma neanche lui lo ha congratulato.

 

In questi 14 anni del suo mandato, secondo lo stesso governante, è cresciuta la cultura civica in questa nazione sudamericana, una regione dove l’astensionismo è stato un elemento distintivo di molti processi elettorali.

 

Il governante nuovamente eletto, dal suo trionfo nel 1998, ha sottomesso all’opinione del suo paese qualunque cambiamento necessario nel contesto della Rivoluzione Bolivariana.

 

La sua prima prova l’ha vinta con il 56% dei voti di fronte al 40% di Henrique Salas Romer, il suo più vicino concorrente.

 

A partire da lì, una catena di trionfi, con crescente partecipazione cittadina l’asseconda ed ha vinto, in maniera vivace, 14 comizi, tra presidenziali, regionali, referendum, in soli 14 anni.

 

Unicamente, il referendum del 2007, per riformare la Costituzione ed approfondire il suo progetto socialista è stato respinto, ma per un margine molto stretto.

 

Tale approvazione popolare gli ha permesso di fare cambiamenti sociali, con riconosciuti risultati dentro e fuori del paese, in tutti i settori come educazione, salute, sport, energia, cultura o economia.

 

Dalla democrazia – come potremmo parafrasare lo scrittore britannico Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) – Chavez fa la sua rivoluzione in Venezuela, un processo che irradia verso tutta l’America Latina.

con informazioni di Prensa Latina.

 

PERCHE' HUGO CHAVEZ

 

VINCE ANCORA

 

 

8.10.2012 - Marzio Castagnedi

 

Per la quarta volta consecutiva il presidente venezuelano Hugo Chàvez vince le elezioni presidenziali.

 

Elezioni perfettamente regolari e democratiche - diciamolo subito - e alla presenza di osservatori internazionali, quindi nessuno può avanzare alcun "però" dubitativo. Chàvez ottiene la maggioranza dei voti sui suoi diversi sfidanti semplicemente perchè la sua politica va incontro alle necessità della maggioranza della popolazione venezuelana e agli interessi della nazione. Più precisamente, quello che si può oramai definire il trionfo di Chàvez nel tempo, è dovuto alla serie di decisioni e realizzazioni di misure di stato sociale che il suo governo ha offerto alla massa della cittadinanza.

 

Queste iniziative che in Venezuela si chiamano "missioni" (misiòn Robinson, misiòn Barrio adentro e tante altre) in pochi anni hanno ridotto della metà la povertà nel Paese e hanno portato notevoli benefici alle vaste masse popolari e proletarie che prima, da sempre,erano state abbandonate ai margini della società dai tanti governi di destra che fino al 1998 avevano dominato la nazione venezuelana. Poi chiamata anche Bolivariana, come Chavez volle aggiungere, in memoria dello storico "libertador" di due secoli fa, Simòn Bolìvar.

 

Sanità, alimentazione, alfabetizzazione, istruzione, scuola, case e abitazioni, cultura, sport sono i settori nei quali da oltre dieci anni il governo di Chàvez ha investito nel Paese spendendo energie e cifre molto alte.

 

Certo, il Venezuela è un forte produttore di petrolio da 2 milioni e 300mila barili di greggio al giorno, uno dei maggiori del mondo e il Venezuela estrae e vende petrolio sin dall'inzio del Novecento, ma in oltre un secolo solo il governo Chàvez è stato il primo e unico che ha usato una parte cospicua del reddito petrolifero direttamente in favore della popolazione e della sua ampia maggioranza povera.

 

Dunque campagne di vendita di prodotti alimentari a prezzi politici, sviluppo e grande ampliamento di servizi sanitari preventivi e curativi, diffusione di scuole primarie non solo per i bambini ma anche per sacche di adulti analfabeti, costruzioni di case nuove, manutenzioni di edifici fatiscenti, formazioni e corsi scolastici di ogni genere e livello, diffusione e iniziative culturali di massa e di nicchia (vedere la straordinaria esperienza del maestro italiano Claudio Abbado che ha lavorato in Venezuela per mesi con una serie di orchestre sinfoniche giovanili).

 

Promosso e sostenuto anche lo sport nel quale il Venezuela negli ultimi anni si è affacciato meglio di prima alla ribalta anche internazionale. In molti settori riformati, rinnovati e molto sviluppati ha avuto un ruolo importante la collaborazione di Cuba che ha inviato in Venezuela oltre diecimila tra maestri, professori e istruttori sportivi e ventimila tra medici e infermieri professionali specializzati.

 

Queste sono le realtà costruite dal governo del presidente Chàvez nel suo paese negli ultimi dodici anni, realtà che sono cresciute nel tempo e che gli hanno reso il voto favorevole della maggioranza dei cittadini, a volte anche di oltre il 65%.

 

Chàvez ha così vinto tutte le elezioni presidenziali, gran parte di quelle regionali e amministrative locali e anche tre referendum popolari (uno perduto nel 2007 ma poi vinto l'anno seguente). Nel 2005, addirittura, Hugo Chàvez si mise in gioco completamente e di sua spontanea volontà, per tacitare le polemiche e accuse continue dell'opposizione, con un referendum su se stesso dove il quesito diceva:"Chàvez deve restare o deve andarsene?" E il risultato fu un'altra brillante vittoria.

 

Dunque il discorso conclusivo è molto chiaro e netto. Hugo Chàvez e il suo governo hanno ricevuto e ricevono nel tempo la risposta favorevole dalla maggioranza dei venezuelani perchè le scelte, le decisioni politiche e le grandi realizzazioni concrete vanno nel segno degli interessi e bisogni della gente e della nazione.

 

Naturalmente tutta questa mole di lavoro è stata costruita anche con difficoltà, difetti, resistenze, boicottaggi e campagne di ingiurie e maledizioni internazionali da parte degli Stati Uniti e dalle altre forze occidentali, in primis la massiva (dis)informazione giornalistica internazionale. Gli Usa dichiarano Chàvez avversario e nemico ? Ed ecco, magicamente, che alleati, vassalli e gregari dell'impero si allineano immediatamente alla linea! Ma la bontà e validità del grande progetto sociale del Venezuela Bolivariano non è stato battuto e invece si conferma nel tempo.

 

Hanno provato a distruggerlo con un colpo di Stato nell'aprile 2002 con Chàvez sequestrato e in pericolo di vita per 48 ore (vedere lo straordinario documentario girato in quel periodo da due registe irlandesi, "La revoluciòn no serà transmitida"), poi nel 2003 con una serrata di oltre 2 mesi delle Pdvsa, l'industria petrolifera nazionale allora ancora infestata da una cricca di dirigenti confindustriali, poi ancora con una serie di campagne di stampa diffamatorie e manovre provocatorie varie.

 

Niente da fare: Chàvez ha vinto ancora. E nonostante anche il tumore che lo ha minacciato dal 2011 e che, pare,forse, anch'esso sia stato sconfitto. Hugo Chàvez (una forza della natura che ha tenuto qualcosa come 300 "Alò Presidente",cioè trasmissioni radio-televisive in diretta per ore la domenica mattina), nel 2004 ha anche co-fondato con Cuba, Bolivia e Ecuador l'ALBA, Alternativa bolivariana per le Americhe, e nel 2005 ha inventato "PetroCaribe",un convegno industriale-sociale in cui il Venezuela vende a 17 paesi rivieraschi caraibici del centro America (Nicaragua, El Salvador, Guatemala, Honduras e altri) e alle isole del mar dei Caraibi (da Cuba a Santo Domingo, Giamaica, Trinidad, Grenada e altre) forniture di petrolio al semplice costo di produzione, cioè al 25 per cento del prezzo di mercato. La quota di produzione di petrolio greggio venezuelano destinata a questo speciale "commercio solidale"è del 10% del totale, cioè 230mila barili al giorno. Non è poi nemmeno tanto, ma un'idea così la poteva avere solo Hugo Chàvez che ebbe a dire (in diretta tv latinoamericana): "noi dei paesi del grande lago Caribe siamo popoli fratelli, stessa origine storica, stessa "mezcla " (mescolanza) etnica e quindi dobbiamo collaborare e condividere". E così il Venezuela vende a quei paesi al prezzo ridotto di costo parte del suo petrolio.

 

Infine, il Venezuela ha avuto ruolo importante anche nella fondazione del "Banco del Sur" e di "Telesur", emittente internazionale che si vede da Caracas all'Avana, da Rio de Janeiro a Città del Messico, da Buenos Aires a La Paz a Quito. Insomma, nonostante nemici e agguati, avversari e insulti, Chàvez e il Venezuela proseguono nel grande e ambizioso progetto della nuova America latina e nell'ideale del nuovo socialismo del XXI secolo.

 

Ebbi l'occasione di vedere il presidente Chàvez dal vivo nel novembre del 1999, quando all'Avana si tenne la "Cumbre Iberoamericana", in un pomeriggio in cui assieme a Fidel Castro, suo grande alleato e fraterno amico, inaugurò, nella splendida avenida de Los Presidentes una statua dedicata a Simon Bolivar. Il giorno dopo il presidente venezuelano tenne una "conferenza magistral" all'università de L'Avana, e il giorno seguente giocò una partita amichevole di base-ball come discreto lanciatore della squadra venezuelana contro una formazione cubana allenata da Fidel.(Quella partita, piena di sorprese, scherzi e risate, nel grande stadio Latinoamericano de L'Avana e in diretta tv, se la ricordano ancora davvero in tanti a Cuba).

 

Oggi Hugo Chàvez, 14 anni dopo, è ancora in sella alla guida del suo Paese e in primo piano nel panorama latinoamericano per volontà e volere del suo popolo.

 

Il trionfo di Chàvez nell’ombra di Bolivàr

 

 

8.10.2012 di Daniele Cardetta | da tribunodelpopolo.com

 

 

chavez vittoriaAlla fine Hugo Chavez, presidente in carica del Venezuela, si è aggiudicato le elezioni presidenziali battendo il suo rivale Henrique Capriles con il 54,2% dei voti contro il 45%. Si tratta del quarto mandato per il Presidente, che ora, come promesso, dovrà portare il Paese sudamericano verso il socialismo.

Alla fine Chàvez ha vinto, più forte del tumore che qualche mese fa sembrava averlo messo fuori dai giochi, più forte degli Stati Uniti che si sa, farebbero carte false per eliminarlo con un tratto di penna dalla storia recente del Sudamerica. Non era scontata questa volta la vittoria di Chàvez, nonostante i media del mainstream abbiano cominciato, come al solito, il bombardamento contro il suo governo. E’ guarito da un tumore Chàvez, facendosi a curare a Cuba, la Cuba di Fidel Castro, suo grandissimo amico, paese con il quale Caracas ha un legame privilegiato e particolare ispirato a una vicinanza politica e quasi a una simpatia naturale e istintiva.

 

Questa volta però l’avversario di Chàvez, Henrique Capriles, non era solamente una comparsa, Capriles a battere Chàvez ci ha provato per davvero, e magari poteva anche riuscirci. Capriles si è però dovuto arrendere di fronte alla popolarità del suo rivale, e si è dovuto accontentare di un lusinghiero 45%, equivalente a 6 milioni e 200.000 voti, tanti, ma non abbastanza. Chàvez ha preso circa un milione di voti in più del suo rivale, aggiudicandosi così una vittoria indiscutibile, e ora dovrà continuare il suo percorso verso il socialismo, nell’alveo della tradizione di Bolivàr, il liberatore, assurto a vero “padre della patria” non solo in Venezuela ma in tutta l’America Latina.

Negli ultimi sei anni il governo di Chàvez ha visto erodersi parecchio consenso, è vero, ma è altrettanto vero che a distanza di anni la maggioranza dei venezuelani continuano ad appoggiare il piano di riforme dell’ex militare bolivariano, che tanto ha fatto per legare a sè soprattutto i più poveri, che poi sono la maggioranza nel Paese. In pochi anni Chàvez ha aumentato il salario minimo, alzato le pensioni, allungato le ferie, tutte misure che i suoi avversari definiscono populiste, ma tutte misure che nella realtà hanno finalmente rappresentato un miglioramento nella vita di tutti i giorni di centinaia di migliaia di venezuelani. Populista, smaliziato, furbo, Chàvez è riuscito a fare breccia nel cuore del suo popolo e ora sarà chiamato ad affrontare la sua sfida più difficile, quello dell’accelerata verso il socialismo. Negli ultimi anni infatti il governo di Caracas ha aumentato il controllo su Pdvsa, la holding del greggio, e Chàvez ha indebolito volutamente il settore dell’industria privata per aumentare di converso il ruolo dello Stato nella società. Chàvez, in un mondo sempre più neoliberista, ha portato il suo paese verso il “Socialismo del XXI secolo”, con sempre più Stato e sempre meno mercato, con buonapace degli ultras neoliberisti che tanto vanno di moda in Europa.

Altro dato interessante è che a questa tornata elettorale hanno partecipato ben l’81% dei venezuelani, ovvero il 6% in più rispetto al 2006, segno che gli appelli al voto lanciati soprattutto dall’entourage del Presidente hanno convinto il popolo venezuelano. Dopo la vittoria comunque sono esplosi subito vibranti festeggiamenti in tutto il Paese, e Chàvez ha parlato al suo popolo da palazzo Miraflores, con sullo sfondo la spada del libertador, Simon Bolivàr. Il neoeletto presidente ha promesso di voler costruire un grande Venezuela, “un Venezuela potente ogni giorno più democratico, più libero e più giusto“. Ha avuto parole di apprezzamento anche per il suo rivale, Capriles, che riconoscendo la vittoria di Chàvez “non si sono piegati ai piani di destabilizzazione che alcuni stavano accarezzando“. L’allusione, sin troppo chiara, è al golpe subito da Chàvez a inizio XXI secolo, il golpe che de facto avrebbe inaugurato la sua ascesa inarrestabile. Chàvez poi, in un tripudio di fuochi d’artificio, ha lanciato il suo ultimo slogan: “Viva la patria, viva l’allegria, viva il socialismo, hasta la victoria siempre“. Insomma una lezione per tutti i suoi detrattori che lo chiamano dittatore, ma ignorano che ha vinto tutte le tornate elettorali degli ultimi tredici anni, svoltesi tutte nel rispetto delle regole democratiche. Il nuovo mandato del Presidente sarà di sei anni, sei anni che si aggiungeranno ai quattordici sin qui già passati, un ventennio di socialismo che dovrebbe portare il Venezuela verso il socialismo. Così, battuti e umiliati, i detrattori internazionali di Chàvez ora non possono che sperare nella sua malattia, l’unica cosa che sembra essere in grado di fermare il presidente bolivariano. I giornali del mainstream, da Repubblica fino al Fatto Quotidiano, parlano di Chàvez con sufficienza, dando di lui e del suo governo un’immagine distorta, deformata dalle lenti dell’avversario ideologico che quando sente parlare di socialismo,mette mano alla pistola. Personalmente ho parlato con diversi venezuelani presenti in Italia, ovviamente tutti detrattori del presidente, “del resto non troverai mai in Europa venezuelani pro-Chàvez“, ha ammesso candidamente uno di essi. Peccato che basta parlarci un attimo per sentirsi dire che alla fine Chàvez per i poveri in Venezuela ha fatto molto, a odiarlo sono semmai quelli che hanno visto i propri interessi privati essere messi in pericolo, ma questo ai pennivendoli del mainstream, non interessa. Meglio continuare a perorare un idillico ideale di libertà, e poco importa se tale ideale è morto proprio in Italia…

 

 
Il cattivo esempio di Hugo Chávez
 

 

 8.10.2012 - Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it
 

 

 

L’immagine che non troverete commentare sui nostri media è quella di Hugo Chávez, del dittatore trinariciuto Hugo Chávez, accompagnato al seggio dal premio Nobel per la Pace guatemalteco Rigoberta Menchú e da Piedad Córdoba, che da noi è meno conosciuta ma che è un gigante della difesa dei diritti umani violati nella vicina Colombia. È una scelta simbolica e sono figure talmente cristalline e inattaccabili, quelle di Rigoberta e Piedad, che il fiele antichavista, che si sparge a piene mani in queste ore per sminuire l’importanza della vittoria del presidente venezuelano nelle presidenziali di ieri, semplicemente le ignora.

 

Rigoberta Menchú e Piedad Córdoba che sostengono Chávez sono ingombranti per chi si dedica da anni a costruire l’immagine falsa di un violatore di diritti umani e quindi vanno cancellate. Sono donne latinoamericane, indigena una, nera l’altra. Sono state vittime e hanno combattuto il terrorismo di stato, sanno cosa sia il neoliberismo, sanno cosa sono le violazioni dei diritti umani e mai le avallerebbero, conoscono la storia del Continente e proprio per questo stanno con Hugo Chávez.

 

Mille commenti oggi si affannano a ragionare di percentuali e di erosione del consenso o mettono un cinico accento sulla salute del presidente che non avrebbe molto davanti. Eppure fino a ieri altrettanti commenti davano per sicura la sconfitta e sicuri i brogli (delle due l’una!), nonostante chiunque abbia toccato con mano, per esempio l’ex presidente statunitense Jimmy Carter, abbia definito esemplari le elezioni nel paese caraibico. Addirittura Mario Vargas Llosa dava così certa la vittoria di Capriles da prevedere l’assassinio di questo da parte del negraccio dell’Orinoco. Calunnie sfacciate. Ventiquattro ore dopo gli stessi editorialisti commentano il 55% di Chávez come una sconfitta del vincitore. Pace. Chi conosce la politica venezuelana sa come esistano geometrie variabili e storie di continue entrate e uscite sia da destra che da sinistra nell’appoggio al presidente che, fino a prova contraria - ne erano tutti sicurissimi - doveva essere bell’e morto di cancro per le elezioni di oggi. Invece non solo Chávez è vivo, e ne andrebbe elogiato il coraggio di fronte alla malattia, ma si è confermato presidente del Venezuela.

 

Chávez ha vinto, che vi piaccia o no, sia per quello che ha fatto che per quello che rappresenta. Chávez ha vinto perché per la prima volta ha investito la ricchezza del petrolio in beneficio delle classi popolari che in questi anni hanno visto migliorato ogni aspetto della loro vita (salute, educazione, casa, trasporti). Non c’è nulla di rivoluzionario in questo, nonostante la retorica usata spesso a piene mani: “è il riformismo, stupido” direbbe Bill Clinton. È quanto rappresenta, invece, che fa essere Chávez rivoluzionario: conquistare pane e salute non è una conseguenza di un’economia affluente nella quale chi sta sopra può permettersi di essere così magnanimo da lasciare qualche avanzo. È un diritto fondamentale che va conquistato con la continuazione delle due battaglie storiche per la giustizia sociale e la dignità: la lotta di classe, nella quale il merito di Chávez è portare sulle spalle il peso del conflitto e quella anticoloniale, nella quale l’integrazione del Continente è un passaggio chiave.

 

In questo contesto la prima e più importante lezione del voto di ieri è che i venezuelani, e con loro buona parte del continente latinoamericano, non vogliono, ri-fiu-ta-no, la restaurazione liberale, la restaurazione dell’imperio del Fondo Monetario Internazionale, la restaurazione di un modello nel quale sono condannati a essere per l’eternità figli di un dio minore, mantenuti in una condizione di dipendenza semicoloniale dove le decisioni fondamentali sulla loro vita sono prese altrove. C’è un dato che a mio modo di vedere rappresenta ciò: in epoca chavista il Venezuela ha moltiplicato gli investimenti in ricerca scientifica di 23 volte (2.300%). Soldi buttati, si affrettano a dire i critici. Soldi investiti in un futuro nel quale i venezuelani non saranno inferiori a nessuno. I latinoamericani ragionano con la loro testa, hanno vissuto per decenni sulla loro pelle il modello economico che la Troika sta imponendo al sud dell’Europa e non vogliono che quell’incubo d’ingiustizia, fame, repressione e diritti negati ritorni. Il patto sociale in Venezuela non è stato rotto da Chávez ma fu rotto nell’89 quando Carlos Andrés Pérez (vicepresidente in carica dell’Internazionale Socialista) con il caracazo fece massacrare migliaia di persone per imporre i voleri dell’FMI.

 

Ancora oggi alcuni commenti irriducibilmente antichavisti (la summa per disinformazione è quello di Gianni Riotta su La Stampa di Torino) rappresentano il candidato delle destre sconfitto come un seguace del presidente latinoamericano Lula. Divide et impera. Erano i velinari di George Bush ad aver deciso di rappresentare l’America latina spaccata in due tra governi di sinistra responsabili e governi di sinistra irresponsabili. È straordinario come i Minculpop continuino a far girare ancora le stesse veline: l’immagine di Capriles progressista e vicino a Lula è stata costruita a tavolino dai grandi gruppi mediatici, a partire da quello spagnolo Prisa. Il curioso è che Lula rispose immediatamente “a brutto muso” di non tirarlo in ballo, perché lui con Capriles non ha nulla a che vedere e appoggia con tutto se stesso l’amico e compagno Hugo Chávez. Non importa: loro, i Riotta, facendo finta di niente, continuano imperterriti a definire Capriles come il Lula venezuelano. Allo stesso modo continuano a ripetere la balla sulla mancanza di libertà d’espressione in un paese dove ancora l’80% dei giornali fa capo all’opposizione. È un’invenzione, ma la disparità mediatica è tale che è impossibile farsi ascoltare in un contesto mediatico monopolistico. Non siamo ingenui: nella demonizzazione di Chávez c’è ben altro che l’analisi degli eventi di un continente lontano. C’è lo schierare un cordone sanitario alla benché minima possibilità che anche in Europa si possa ragionare su alternative all’imperio della Troika. Lo abbiamo visto con il trattamento riservato ad Aleksis Tsipras in Grecia e a Jean-Luc Mélenchon in Francia: non è permesso sgarrare.

 

Soffermarci su tale dettaglio ci svela una realtà fondamentale difficilmente comprensibile dall’Europa: è talmente impresentabile il neoliberismo che in America latina è oggi necessario nasconderlo sotto il tappeto e spacciare anche i candidati di destra come progressisti. Aveva un che di paradossale ascoltare in campagna elettorale Capriles giurare amore eterno agli indispensabili medici cubani elogiandone il ruolo storico. Come già il suo predecessore Rosales, sapeva che senza medici non ci sarebbe pace in un Venezuela che oggi conosce i propri diritti e non è disposto a rinunciarvi, altro merito storico di Chávez.

 

I Riotta di turno tergiversavano non solo sul riconoscimento dei meriti storici di Cuba nella solidarietà internazionale (o la riducono ad un mero scambio economico, salute per petrolio) ma negano anche l’informazione che era quello stesso Capriles, giovane dirigente politico dell’estrema destra venezuelana, che l’11 aprile 2002 diede l’assalto all’ambasciata cubana durante l’effimero golpe del quale fu complice. Che vittoria per i cubani se quello stesso Capriles fosse davvero stato sincero nel riconoscerne i meriti!

 

Questo è il segno del trionfo di Chávez: nelle classi medie e popolari venezuelane vige oggi un discorso contro-egemonico a quello liberale dell’imperio dell’economia sulla politica, della falsa retorica liberale per la quale tutti i diritti vanno garantiti a tutti ma a patto che siano messi su di uno scaffale ben in alto perché solo chi ci arriva con le proprie forze possa goderne. In Venezuela, in America latina, stanno spazzando via tutte le balle che racconta da decenni il Giavazzi di turno sul liberismo che sarebbe di sinistra. Chi lo ha provato, e nessuno come i latinoamericani lo ha provato davvero, sa bene di cosa si parla e non ci casca più. È un discorso quindi, quello chavista, che riporta in auge l’incancellabile ruolo della lotta di classe nella storia, la chiarezza della necessità della lotta anticoloniale, perché i “dannati della terra” continuano ad esistere e a risiedere nel Sud del mondo e non bastano 10 o 15 anni di governo popolare per sanare i guasti di 500 anni.

 

Eppure il Riotta di turno liquida ancora oggi come “inutili” i programmi sociali chavisti. Che ignoranza, malafede e disprezzo per il male di vivere di chi non ha avuto la sua fortuna. Milioni di venezuelani, che avevano come principale preoccupazione della vita l’alimentazione del giorno per giorno, la salute spiccia (banali cure per un mal di pancia, operazioni alla cateratta del nonno) che la privatizzazione della stessa nega a chi non può permettersela, l’educazione dei figli, la casa, passando da baracche a dignitose case popolari, oggi godono di un sistema sanitario pubblico che ha visto decuplicare i medici in servizio, di un sistema educativo pubblico che ha visto quintuplicare i maestri, di un sistema alimentare pubblico che permette a molti di mettere insieme il pranzo con la cena. “Inutili”, dice Riotta, con una volgarità razzista degna delle brioche di Maria Antonietta. Oggi queste persone, escluse fino a ieri, possono spingere il loro tetto di cristallo più in alto, respirare di più, desiderare di più, magari perfino leggere inefficienze e difetti del processo e avere preoccupazioni, quali la sicurezza, più simili alle classi medie che a quelle del sottoproletariato nel quale erano stati sommersi durante la IV Repubblica. Questo i Riotta non possono spiegarlo: è così inefficiente il chavismo che ha dimezzato i poveri che nella IV Repubblica erano arrivati al 70%.

 

Rispetto al nostro cammino già segnato, il fiscal compact, l’agenda Monti, il patto di stabilità, dogmi di fede che umiliano le democrazie europee, Chávez in questi anni ha cento volte errato perché cento volte ha fatto, provato, modificato ricette, ben riposto e mal riposto fiducia nelle persone e nei dirigenti in un paese terribilmente difficile come il Venezuela. È il caos creativo di un mondo, quello venezuelano e latinoamericano, che si è messo in moto in cerca della sua strada. Hanno chiamato questa strada socialismo, proprio per sfidare il pensiero unico che quel termine demonizzava. Anche se il cammino è tortuoso e ripido, è la più nobile delle vette.