Fidel e la Rivoluzione

La profezia di Alto Cedro ed il destino di Cuba

Katiuska Blanco http://www.cubadebate.cu

Parole di Katiuska Blanco nel colloquio dedicato a Fidel, durante il primo giorno della Fiera Internazionale del Libro dell’Avana, 2017

fidel giganteUna volta Fidel ricordò che nella stazione di Alto Cedro, quando lui era già salito sul treno, dove si disponeva a viaggiare per recarsi al Colegio de Belen all’Avana, una ragazza si avvicinò e gli disse: “Mi faccia vedere le mani”. Lui le distese e lei guardò minuziosamente ogni linea poi, con una forte affermazione, gli assicurò: “Vivrai per poco”. Era una giovane magra e un pò esotica, sembrava una zingara, così la ricordava. Il treno si mise in marcia e lei scese in fretta. Fidel non poté accertare nulla più su quello sfortunato vaticinio e molto meno sulla enigmatica persona che gli aveva predetto la sorte.

Oggi sappiamo che la previsione fu assolutamente sbagliata. Fidel fisicamente avrebbe vissuto novanta anni e avrebbe realizzato tutti i sogni che sognasse. Nella storia avrebbe perdurato per sempre.

Durante la sua vita, Fidel meditò sulle superstizioni, credenze e quello che chiamano destino. Una volta l’ho sentito dire che era nato guerrigliero perché sua madre lo aveva dato alla luce alle due del mattino che, naturalmente, lo condizionava o predisponeva ad essere un guerrigliero. Altre volte si riferiva al caso, al ruolo che il caso aveva svolto per sopravvivere ai tanti pericoli, a tantissimi tentativi di assassinio.

Addirittura ricordava che una volta, sia a Cuba che in altri paesi, le persone gettavano una moneta in una bilancia che gli restituiva una scheda con una predizione del loro destino. Tutte le schedine parlavano di cose molto generiche e suggerivano di stare attenti con l’una o altra questione, facevano quasi sempre auspici favorevoli, ma anche mettevano in guardia su situazioni specifiche. Tuttavia, lui evocava le pagine di libri come ‘La storia dei Dodici Cesari’, o ‘La storia di Roma’, di Tito Livio. Così, Fidel ebbe la convinzione che, in epoche passate, gli esseri umani avevano lo sguardo vigile, allo stesso modo, su un uccello in volo, che alle piogge, gli oscuramenti o i fulmini, perché per loro i fenomeni della natura erano una forza che, invariabilmente, augurava qualcosa. Così, i popoli antichi vivevano attenti a premonizioni o malefici. Fidel ricordava le letture e si guardò intorno, con crescente interesse, per decifrare il segno dei tempi e della vita. Giunse a considerare che l’uomo, in una certa misura, era padrone della sua vita, ed in qualche misura, padrone anche dei giorni a venire … lui analizzava e si diceva che, sarebbe terribile che uomo giungesse alla conclusione che non era padrone degli eventi, poiché in questo modo sarebbe caduto, irrimediabilmente, in una tremendo fatalismo.

Fidel confidava nelle probabilità matematiche che determinavano gli avvenimenti … lei si potrebbe sottoporre al pericolo con meno probabilità di morire se prendeva precauzioni o faceva attenzione nel maneggiare delle armi, per esempio. La sua convinzione era che, per fortuna, l’uomo era padrone di una parte importante degli eventi che accadano. Non tutto ci si poteva aspettare dalla confluenza delle stelle. L’uomo aveva la capacità di costruire il suo futuro. Tale certezza ispirò la sua lotta e la sua determinazione ad edificare una nuova società dopo il trionfo rivoluzionario del 1 gennaio 1959.

Sulla strada di realizzare quanto anticipato come programma della Rivoluzione ne ‘La storia mi assolverà’, Fidel concedeva un valore straordinario alla fedeltà ai principi e alle idee, lo sviluppo delle idee.

Spesso si semplificano gli accadimenti, la Legge di Riforma Agraria, per esempio, non si limitava alla ripartizione delle terre e all’applicazione della scienza e delle più moderne tecnologie nel settore agricolo, ma si trattava di un progetto di paese, di un motore per lo sviluppo industriale che a sua volta avrebbe aperto le possibilità di piena occupazione alla popolazione cubana e con esso una vita decorosa per tutti, che aprisse il percorso ad una società dove non esistessero quello che avrebbe definito, poco dopo, come pantani sociali, luoghi come la Palude di Zapata o numerosi villaggi persi nelle zone di montagna o zone remote della geografia nazionale, o quartieri indeboliti in maniera smisurata nella penombra delle stesse città. Non dimenticare la perplessità e la tristezza senza speranza di un posto come Las Yaguas. Mai più nel paesaggio della nazione è esistito un luogo tanto abbandonato e cupo.

E la Legge di Riforma Agraria sarebbe come la polena di tutte le leggi rivoluzionarie che sarebbero state approvate in seguito, nel tentativo di soddisfare le richieste di migliaia di contadini ed operai che gli avevano presentato le loro richieste. Non di sarebbe potuto decretare tutto allo stesso tempo, ma gradualmente. Sarebbe stato necessario avere la cooperazione di tutti e non impazientirsi. Fidel ripeteva allora: “Non si può attraversare il ponte prima di raggiungere il fiume”.

Per lui, la nuova patria doveva essere sostanzialmente diversa dalla vecchia patria; la nuova Cuba doveva essere Maceísta ( da Antonio Maceo) nell’idea e la perseveranza a riparare tutte le ingiustizie. Il Comandante affermava in quei tempi augurali: “Mentre vi sia un abuso nel nostro popolo, mentre ci sia un lavoratore che soffre di fame, mentre ci sia un uomo senza lavoro, mentre ci sia un malato senza assistenza, mentre vi sia un bambino analfabeta, mentre vi sia una famiglia che vive in una capanna immonda, mentre vi siano lavoratori maltrattati dai trust stranieri, mentre vi sia sfruttamento nella nostra patria si avrà ingiustizie e, di conseguenza, la Rivoluzione non si fermerà” e così, con tutta la veemenza del mondo, assicurava:” Tutto, andrà di pari passo: la lotta contro la miseria, la lotta contro la disoccupazione, la lotta contro il latifondismo, la lotta per lo sviluppo industriale, la lotta contro le malattie, la lotta contro l’analfabetismo, la lotta per la cultura, la lotta per la democrazia, il benessere e la salute del popolo”.

Senza proporselo Fidel stava raffigurando il passato e intuendo il futuro, avvicinandoci al mattino.

Questo detto ci permette di apprezzare la multidimensionalità dei suoi sforzi e la necessità di una articolazione costante della collaborazione di tutto il popolo nelle più diverse attività. Per anni, cucì amorosa, lucida e strettamente, il tessuto dell’unità dei cubani. L’ottenne a forza di andare all’avanguardia, in modo persistente, con il suo potente e leggendario esempio, una onestà a tutta prova e molto sacrificio. Quando scalava le montagne e sentiva che stava per svenire, si diceva che non poteva svenire perché se no sarebbe capitato anche agli altri, decideva non svenire, e non sveniva. Ricordo il racconto che fece, una volta, del metodo che seguiva per sopportare la sete nella guerriglia, consisteva nel non svuotare la borraccia; o non prendere brevi pause e mangiare poco durante il taglio della canna da zucchero che mobilitava tutto il popolo. O quando preferiva essere aggiornato dai giornali più che dalla radio o dalla TV, assicurava che poteva leggere le notizie dei giornali su un aereo, in auto, prima di addormentarsi, ad alzarsi, in qualsiasi angolo perché, aggiungeva “gli uomini quando hanno un lavoro permanente ed intenso, come quello che io ho, è molto difficile sedersi ad un’ora fissa per ascoltare un programma radio o TV”. Allo stesso tempo, riconosceva la sua ossessione di conoscere lo stato d’animo dell’opinione pubblica, perché nella filosofia politica dei rivoluzionari, questo era un fattore decisivo. Così segnalava che la sua costante preoccupazione ruotava intorno a questo. Diceva: “Per uomini di profonde convinzioni come le nostre, per uomini che hanno una fede così elevata nel loro popolo, che hanno un concetto così alto della dignità dell’uomo, l’opinione pubblica è tutto, l’opinione pubblica è il fattore più potente e decisivo della Rivoluzione”.

Così anche il nostro Comandante, descrisse il metodo della Rivoluzione cubana, quale fu? il rispetto assoluto della persona umana, della dignità umana, inalberato tale principio e difeso, forse, come in nessun altra profonda rivoluzione nel mondo. Tutta una tradizione di rispetto per gli avversari aveva prevalso nell’Esercito Ribelle, un atteggiamento che si rafforzò nel corso del tempo come una condizione ineludibile di una società che ha lottato, coraggiosamente, per conquistare tutta la giustizia per i cubani.

Fidel considerava che le idee rivoluzionarie non erano un chimera filosofica distante dal lavoro pratico quotidiano. La creatività, l’antidogmatismo, la tattiche e le strategie guerrigliere apprese per tutta la vita dovevano servire per le urgenze e le esigenze del giorno per giorno, perché la costruzione di una società socialista doveva risolvere gravi problemi pratici, tutte le volte che assunto il potere rivoluzionario, le possibilità di conseguirli erano certe.

Fidel affermava il proprio impegno e fiducia nell’uomo come essere capace di agire bene per ragioni morali, sentimenti di amore e di solidarietà con i simili, ciò che lo portò sempre a credere nel suo popolo da cui aspettava, e a sua volta ricevette, dimostrazioni altruistiche e amorevoli, di profondo significato, non solo per Cuba e l’America Latina, ma anche per il mondo, perché per il Comandante, la Rivoluzione cubana era, in sé, anche un contributo all’umanità.

In tempi duri come quelli in corso, considerava che l’unica cosa che salvava i piccoli popoli era la loro dignità. Questo fu dagli inizi… Nel 1960 si chiedeva “Perché abbiamo fede?” E rispondeva: “Abbiamo fiducia perché i buoni cubani sono la schiacciante maggioranza sui cattivi cubani”, ed aggiungeva che i coraggiosi, i virtuosi, i generosi, i cubani entusiasti costituivano la schiacciante maggioranza sugli egoisti, codardi o settimini, come Martí chiamava gli uomini che non avevano fede nel loro popolo.

Qualcosa che Fidel perennemente rivendicò fu il fatto che la ragione era dalla nostra parte; lottavamo per grandi e giuste aspirazioni, per obiettivi che ci permettano il pieno sviluppo come popolo libero, per la nostra sovranità, autodeterminazione, per il diritto di definire il futuro della nazione, quello di godere delle risorse del paese, il diritto di progredire moralmente e spiritualmente mell’ordine materiale, raggiungere la giustizia all’interno della stessa nazione ed, inoltre, non vivere sotto il dominio di altri. Fidel riassumeva la nostra ragione di lottare in una sola frase: “i popoli devono aspirare ad essere liberi fuori e liberi dentro”.

Tornando agli inizi di queste coordinate per avvicinarsi a Fidel dei tempi rivoluzionari, antimperialista e anticapitalista, è utile sapere che considerava la Rivoluzione cubana, non come un fenomeno provvidenziale, un miracolo politico e sociale divorziato dalle realtà della società moderna e dalle idee che si dibattevano nell’universo politico. Per lui, la Rivoluzione cubana era ed è il risultato di una azione cosciente e coerente aggiustata alle leggi della storia della società umana: “Gli uomini non fanno e non possono fare la storia a loro capriccio. Tali sembrerebbero gli eventi di Cuba se prescindiamo dalla interpretazione scientifica. Ma il corso rivoluzionario delle società umane neppure è indipendente dall’azione umana; ristagna, ritarda o avanza nella misura in cui le classi rivoluzionarie ed i loro dirigenti si accordano alle leggi che reggono i loro destini. Marx, allo scoprire le leggi scientifiche di tale sviluppo, elevò il fattore cosciente dei rivoluzionari ad un primo piano negli eventi storici”.

Fidel anche marcò il filo della nostra storia, della continuità delle eroiche lotte del popolo dei primi mambises del 1868, fino all’ultimo ribelle o combattente clandestino, o il primo e l’ultimo dei rivoluzionari fino ad oggi.

Fidel espresse che una rivoluzione è un sistema e definì la disuguaglianza come ciò che più odiava la gente. Lottò instancabilmente contro quest’ultima, a Cuba e in tutto il mondo. Una volta rivelò che a volte aveva conversato con i contadini e chiesto: “Cos’è che ti piace di più della Rivoluzione” Era una zona in cui si erano costruite scuole, ospedali, c’era occupazione ed in generale una prosperità materiale molto grande rispetto al passato. Fu sorpreso dalla risposta di molti: “E’ che ora siamo uguali”, gli confessarono. Fidel si soffermò, allora, i sentimenti di coloro che, per la prima volta, non si sentivano umiliati come in altri tempi, quando di fronte al latifondista erano niente e soffrivano. Dopo il trionfo rivoluzionario, le persone si sentivano qualcuno, sentivano di valere qualcosa; la Rivoluzione l’aveva ottenuto perché dava spiegazioni, coscientizzava, faceva sì che tutti pensassero, ragionassero ed agissero a proprio discernimento, in modo cosciente e in ciò radicava la meraviglia ed il fatto stesso che la Rivoluzione fosse vera. Per lui, le idee avevano una forza più grande della saggezza. Non dimentico mai quella frase ripetuta a grandi passi nel suo ufficio: “Le idee si sviluppano, Katiuska, le idee si sviluppano”. Andava da un capo all’altro pensando a come distribuire libri lì dove fossero meglio utilizzati, dove arrivassero molti lettori per conoscere ed i volumi non rimanessero dimenticati sotto la polvere in un armadio. Erano tempi precedenti le biblioteche famigliari che si stamparono e distribuirono per tutta Cuba ed altri confini della Nostra America e del mondo. Erano epoche prima di queste fiere del libro e folle.

Molte grazie.


Fidel y la Revolución. La profecía de Alto Cedro y el destino de Cuba

Por: Katiuska Blanco

Palabras de Katiuska Blanco en el coloquio dedicado a Fidel, durante el primer día de la Feria Internacional del Libro de La Habana, 2017

Una vez Fidel recordó que en la estación de Alto Cedro, cuando ya él había abordado el tren donde se disponía a viajar para el Colegio de Belén en la Habana, una muchacha se le acercó y le dijo: “Déjeme verle las manos”. Él se las extendió y ella miró minuciosamente cada línea, luego, en una afirmación contundente, le aseguró: “Va a vivir poco tiempo”. Era una joven delgadita y un poco exótica, parecía una gitana, así la recordaba él. El tren se puso en marcha y ella descendió apresuradamente. Fidel no pudo averiguar nada más sobre aquel infortunado vaticinio y mucho menos acerca de la enigmática persona que le había adivinado la suerte.

Hoy sabemos que la predicción fue absolutamente errada. Fidel, físicamente, viviría noventa años y vería cumplidos una y otra vez todos los sueños que soñara. En la Historia perduraría por siempre.

A lo largo de su vida, Fidel meditó sobre las supersticiones, creencias, y lo que llaman destino. Una vez le escuché decir que él había nacido guerrillero porque su madre le había dado a luz a las dos de la madrugada lo que, naturalmente, lo condicionaba o predisponía para ser guerrillero. Otras veces se refirió al azar, al papel que el azar había cumplido para sobrevivir a tantos peligros, a tantísimos intentos de asesinato.

Incluso rememoraba que en otro tiempo, tanto en Cuba como en otros países, las personas echaban una moneda en una pesa que les devolvía una tarjeta con una predicción de su suerte. Todas las tarjeticas hablaban de cosas muy genéricas y sugerían poner cuidado con tales o cuales asuntos, hacían casi siempre auspicios favorables, pero también ponían en guardia sobre situaciones específicas. Con todo, él evocaba las páginas de libros como La historia de los doce Césares, o La Historia de Roma, de Tito Livio. Así, Fidel tuvo la convicción de que, en épocas pasadas, los seres tenían la mirada atenta lo mismo a un pájaro que volaba, que a las lluvias, los oscureceres o los relámpagos, porque para ellos los fenómenos de la naturaleza eran una fuerza que invariablemente auguraba algo. Así, los pueblos antiguos vivían pendientes de premoniciones o maleficios. Fidel recordaba las lecturas y miraba a su alrededor cada vez con mayor interés de descifrar el signo de los tiempos y la vida. Llegó a considerar que el hombre, en cierta medida, era dueño de su vida, y en cierta medida, dueño también de los días por venir… él analizaba y se decía para sí que sería terrible que el hombre llegara a la conclusión de que no era dueño de los acontecimientos, porque de ese modo caería irremisiblemente en un fatalismo tremendo.

Fidel reparaba en las probabilidades matemáticas que determinaban los aconteceres… usted podría someterse al peligro con menores probabilidades de morir si tomaba precauciones o ponía cuidado en el manejo de las armas, por ejemplo. Su convicción era que, afortunadamente, el hombre era dueño de una parte importante de los acontecimientos por suceder. No todo podía esperarse de la confluencia de las estrellas. El hombre tenía la capacidad de construir su futuro. Esa certeza inspiró su lucha y su determinación de edificar una sociedad nueva tras el triunfo revolucionario del 1ro de enero de 1959.

En el camino de hacer realidad lo adelantado como programa de la Revolución en La Historia me Absolverá, Fidel concedía un valor extraordinario a la fidelidad a los principios, y a las ideas, al desarrollo de las ideas.

A menudo se simplifican los sucedidos, la Ley de Reforma Agraria, por ejemplo, no se reducía a la repartición de tierras y la aplicación de las ciencias y las más modernas tecnologías en la agricultura, sino que se trataba de un proyecto de país, de un motor para el desarrollo industrial que a su vez abriera las posibilidades de pleno empleo a la población cubana y con ello a una vida decorosa para todos, que abriera cauce a una sociedad donde no existieran lo que definiría poco después como pantanos sociales, lugares como la Ciénaga de Zapata o numerosos caseríos perdidos en las zonas montañosas o remotas de la geografía nacional, o barrios fragilizados hasta la desmesura en la penumbra de las mismas ciudades. No olvidar el desconcierto y la tristeza desesperanzada de un sitio como Las Yaguas. Nunca más en el paisaje de la nación ha existido un lugar tan desamparado y sombrío.

Y la Ley de Reforma Agraria sería como el mascarón de proa de todas las leyes revolucionarias que se aprobarían después, en el afán de atender las demandas de millares de campesinos y obreros que le habían presentado sus demandas. No podrían decretarse todas a una misma vez, sino poco a poco. Sería necesario contar con la cooperación de todos y no impacientarse. Fidel repetía entonces: “No se puede cruzar el puente antes de llegar al río”.

Para él, la patria nueva tenía que ser esencialmente distinta a la patria vieja; la Cuba nueva debía ser maceísta en la idea y la constancia por reparar todas las injusticias. El Comandante afirmaba en aquellos tiempos augurales: “Mientras haya un abuso en nuestro pueblo, mientras haya un obrero pasando hambre, mientras haya un hombre sin trabajo, mientras haya un enfermo sin asistencia, mientras haya un niño analfabeto, mientras haya una familia viviendo en un bohío inmundo, mientras haya obreros maltratados por los trusts extranjeros, mientras haya explotación en nuestra patria habrá injusticias y, por lo tanto, la Revolución no se detendrá” Y así, con toda la vehemencia del mundo aseguraba: “Todo irá parejo: la lucha contra la miseria, la lucha contra el desempleo, la lucha contra el latifundismo, la lucha por el desarrollo industrial, la lucha contra las enfermedades, la lucha contra el analfabetismo, la lucha por la cultura, la lucha por la democracia, el bienestar y la salud del pueblo.”

Sin proponérselo Fidel estaba retratando el pasado e intuyendo el futuro, aproximándonos al mañana.

Lo anterior nos permite apreciar la multidimensionalidad de sus esfuerzos y la necesidad de una articulación constante de la colaboración de todo el pueblo en los más diversos empeños. Durante años, hilvanó amorosa, lúcida y apretadamente, el tejido de la unidad de los cubanos. Lo consiguió a fuerza de ir a la vanguardia persistentemente, con su poderoso y legendario ejemplo, una honestidad a toda prueba y mucho sacrificio. Cuando escalaba las montañas y sentía que iba a desfallecer, se decía que no podía desmayarse porque si no ocurriría también a los otros, decidía no desmayarse, y no se desmayaba. Recuerdo el recuento que hizo una vez del método que seguía para soportar la sed en la guerrilla, consistía en no vaciar su cantimplora; o no tomar breves descansos y comer poco cuando cortaba caña en las zafras azucareras que movilizaban a todo el pueblo. O cuando prefería actualizarse por los periódicos más que por la radio o la televisión, aseveraba que podía leer las noticias de los diarios en un avión, en un automóvil, antes de dormirse, al levantarse, en cualquier esquina porque, agregaba “a los hombres cuando tienen un trabajo permanente e intenso, como el que yo tengo, se les hace muy difícil sentarse a hora fija para escuchar un programa de radio o de televisión”. Al mismo tiempo reconocía su obsesión por conocer el estado de ánimo de la opinión pública, porque en la filosofía política de los revolucionarios, esta era un factor decisivo. Así señalaba que su preocupación constante giraba en torno a esta. Decía: “Para hombres de convicciones profundas como las nuestras, para hombres que tienen una fe tan elevada en su pueblo, que tienen un concepto tan alto de la dignidad del hombre, la opinión pública lo es todo, la opinión pública es el factor más poderoso y decisivo de la Revolución”.

Así también nuestro Comandante, describió el método de la Revolución Cubana, ¿cuál fue? El respeto absoluto a la persona humana, a la dignidad humana, enarbolado ese principio y defendido quizás como en ninguna otra revolución profunda en el mundo. Toda una tradición de respeto hacia los adversarios había prevalecido en el Ejército Rebelde, una actitud que se afianzó a lo largo del tiempo como condición ineludible de una sociedad que ha luchado denodadamente por conquistar toda la justicia para los cubanos.

Fidel consideraba que las ideas revolucionarias no eran una entelequia filosófica distanciada del trabajo práctico cotidiano. La creatividad, el antidogmatismo, la táctica y estrategias guerrilleras aprendidas para toda la vida debían servir a las urgencias y reclamos del día a día, porque la construcción de una sociedad socialista debía resolver problemas prácticos muy serios, toda vez que teniendo el poder revolucionario, las posibilidades para su consecución eran ciertas.

Fidel afirmaba su compromiso y confianza en el hombre como ser capaz de actuar bien por razones morales, sentimientos de amor y solidaridad con los semejantes, lo cual lo llevó siempre a creer en la gente, a creer en el pueblo del que esperaba y a su vez recibió muestras altruistas y amorosas, de entrañable significado, no solo para Cuba y Latinoamérica, sino también para el mundo, porque para el Comandante, la Revolución Cubana era en sí misma también una contribución a la humanidad.

En tiempos agrestes como los que corren, consideraba que lo único que salvaba a los pueblos pequeños era su dignidad. Así fue desde los comienzos… En 1960 se preguntaba “¿Por qué tenemos fe?” Y respondía: “Tenemos confianza porque los cubanos buenos son abrumadora mayoría sobre los cubanos malos” y agregaba que los valientes, los virtuosos, los generosos, los cubanos entusiastas constituían abrumadora mayoría sobre los egoístas, los cobardes o los sietemesinos, como llamaba Martí a los hombres que no tenían fe en su pueblo.

Algo que perennemente reivindicó Fidel fue el hecho de que la razón estaba de parte nuestra; luchábamos por grandes y justas aspiraciones, por objetivos que nos permitieran el pleno desenvolvimiento como pueblo libre, por nuestra soberanía, autodeterminación, por el derecho de definir el porvenir de la nación, el de disfrutar los recursos del país, el derecho a progresar moral y espiritualmente y en el orden material, alcanzar la justicia dentro de la misma nación y además, no vivir bajo el dominio de otros. Fidel resumía nuestra razón de luchar en una sola frase: “los pueblos deben aspirar a ser libres fuera y libres dentro”.

Volviendo a los inicios de estas coordenadas para aproximarnos al Fidel de los tiempos revolucionarios, antiimperialista y anticapitalista, resulta útil conocer que consideraba a la Revolución Cubana, no como un fenómeno providencial, un milagro político y social divorciado de las realidades de la sociedad moderna y de las ideas que se debatían en el universo político. Para él, la Revolución Cubana era y es el resultado de la acción consciente y consecuente ajustada a las leyes de la historia de la sociedad humana: “Los hombres no hacen ni pueden hacer la historia a su capricho. Tales parecerían los acontecimientos de Cuba si prescindimos de la interpretación científica. Pero el curso revolucionario de las sociedades humanas tampoco es independiente de la acción del hombre; se estanca, se atrasa o avanza en la medida en que las clases revolucionarias y sus dirigentes se ajustan a las leyes que rigen sus destinos. Marx, al descubrir las leyes científicas de ese desarrollo, elevó el factor consciente de los revolucionarios a un primer plano en los acontecimientos históricos”.

También Fidel marcó el hilo de nuestra historia, de la continuidad de las luchas heroicas del pueblo desde los primeros mambises del 68, hasta el último rebelde o combatiente clandestino, o el primero y el último de los revolucionarios hasta hoy.

Fidel expresó que una revolución es un sistema y definió la desigualdad como aquello que más odiaba la gente. Luchó incansablemente contra esta última, en Cuba y en todo el mundo. Una vez reveló que a veces había conversado con pobladores del campo y preguntado: “¿Qué es lo que más les gusta de la Revolución?” Era una zona donde se habían levantado escuelas, hospitales, había empleo y en general una prosperidad material muy grande en relación con el pasado. Él se sorprendió con la respuesta de muchos: “Es que ahora somos iguales”, le confesaron. Reparó Fidel entonces en los sentimientos de quienes por primera vez no se sentían humillados como en otra época, cuando frente al latifundista no eran más que nada y sufrían. Luego del triunfo revolucionario, las personas se sentían alguien, sentían que valían algo; la Revolución lo había logrado porque daba explicaciones, concientizaba, hacía que todos pensaran, razonaran y actuaran por propio discernimiento, de manera consciente y en eso radicaba la maravilla y el hecho mismo de que la Revolución fuera verdadera. Para él, las ideas tenían una fuerza mayor que la sabiduría. Nunca olvido aquella frase repetida a zancadas en su despacho: “Las ideas se desarrollan, Katiuska, las ideas se desarrollan”. Iba de uno a otro extremo pensando cómo distribuir libros allí donde fueran mejor utilizados, adonde llegaran muchos lectores para conocer y los volúmenes no quedaran olvidados bajo el polvo en un armario. Eran tiempos previos a las bibliotecas familiares que se imprimieron y distribuyeron por toda Cuba y otros confines de Nuestra América y el mundo. Eran tiempos previos a estas ferias de libros y muchedumbres.

Muchas Gracias

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