La guerra mediatica e la postverità

Carlos Fazio http://www.cubadebate.cu

In momenti in cui dalla Casa Bianca fa capolino il volto del fascismo del XXI secolo come l’incarnazione della emergente dittatura della classe capitalista transnazionale, è dato supporre che i patrocinatori della guerra e del terrorismo mediatico contro Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador e gli altri paesi dell’ALBA intensificheranno, rinnovati, i loro aneliti d’ingerenza, destabilizzatori e golpisti come parte della politica imperiale di cambio di regime nei paesi considerati ostili dalla diplomazia di guerra di Washington.

Come dice Ignacio Ramonet, con il perfezionamento delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, senza che ci rendiamo conto, milioni di cittadini comuni sono osservati, spiati, controllati e indicizzati da Stati orwelliani che conducono una sorveglianza clandestina, di massa, in alleanza con apparati militari di sicurezza e le industrie giganti del web.

Di tale struttura panottica o specie di impero della sorveglianza dà conto la recente divulgazione, da parte di Wikileaks, di 8761 pagine web che dettagliano i metodi di spionaggio elettronico del Centro Cibernetico della Central Intelligence Agency, per estrarre messaggi di testo e audio da dispositivi come telefoni cellulari, computer, tablet e televisori intelligenti mediante malware, virus e strumenti che consentono a più di 5000 pirati informatici (gli hacker globali della CIA) sfruttare vulnerabilità di sicurezza per aggirare la criptografia delle applicazioni di messaggistica.

Ma in modo parallelo e complementare, quando si apre il passo l’era della cosiddetta postverità (o l’arte della palese menzogna), ha luogo un’altra guerra nello spazio simbolico, che è condotta dai cartelli dei media egemonici contro i popoli della Nostra America con l’obiettivo di imporre immaginari collettivi con i contenuti e sidnificati affini all’ideologia e cultura dominante che utilizza, inoltre, mezzi informatici, audiovisivi e grafici per manipolare e controllare le coscienze, in maniera massiva.

Il terrorismo mediatico è parte essenziale della guerra di quarta generazione, l’ultima fase della guerra nell’era della tecnologia; è consustanziale ai conflitti asimmetrici ed irregolari di oggi. Con la sua logica anti terrorista e contro-insurrezionale, i manuali della guerra non convenzionale del Pentagono attribuiscono grande importanza alla lotta ideologica nel campo dell’informazione ed al ruolo dei media come arma strategica e politica. Il potere multimediatico composto da cinque mega monopoli -con i loro esperti, i suoi intellettuali organici e suoi sicari mediatici- è parte integrale di una strategia e di un avanzato sistema di manipolazione e controllo politico e sociale. Ma i media convertiti in armi di guerra ideologica sono, inoltre, una delle principali fonti di ottenimento di super profitti.

In questo contesto, al di là di ciò che accade nella realtà, la narrazione dei media è fondamentale nella fabbricazione di determinata percezione della popolazione e dell’audience mondiale. Quindi, mentre sostengono una guerra a spettro completo, il Pentagono e la CIA intensificano le loro azioni, aperte e clandestine, contro governi costituzionali e legittimi.

A titolo di esempio va notato che nel continuo attacco contro il processo bolivariano in Venezuela, i copioni di colpo di stato, made in USA, esigono successive fasi di intossicazione (dis) informativa attraverso i media sotto il controllo monopolistico privato -in particolare gli elettronici- combinati con misure di coercizione psicologica, unilaterali ed extraterritoriali, e una vasto agire sedizioso articolati con reti digitali di grandi corporazioni nel web, partiti politici e leader della destra internazionale, poteri di fatto e gruppi economici transnazionali, fondazioni, ONG e l’ingerenza da parte di organismi come l’Organizzazione degli Stati americani (OSA), attraverso quel cadavere politico che è oggi il suo segretario generale, Luis Almagro.

Tutto questo è stato rafforzato, nella congiuntura, con l’attuazione di questo neologismo di toni orwelliani incoronato dal Oxford Dictionary come parola dell’anno: la postverità, un ibrido piuttosto ambiguo il cui significato indica circostanze in cui i fatti oggettivi hanno meno impatto, nella formazione dell’opinione pubblica, che gli appelli all’emozione e alle credenze personali. Secondo un editoriale de The Economist di Londra, Donald Trump “è il massimo esponente della politica “postverità'(…) una fiducia in affermazioni che si ‘sentono verità’, ma non si basano sulla realtà”. La sua vittoria elettorale sarebbe stata fondata su affermazioni che sembravano vere, ma che non avevano base fattuale; su mezze verità basate su emozioni e non su fatti.

Ciò che ci conduce all’arte della disinformazione. All’uso della propaganda come un tentativo di esercitare influenza sull’opinione e nella condotta della società, in modo che le persone adottino un parere e un comportamento predeterminato; si tratta di incitare o suscitare emozioni, positive o negative, in modo da formare la volontà della popolazione. In questo contesto, e davanti l’arrivo di Donald Trump all’Ufficio Ovale con il suo gabinetto di miliardari aziendali, militari imperialisti, espansionisti territoriali e fanatici deliranti, è prevedibile pensare che le guerre asimmetriche alimentate dalla plutocrazia transnazionale si approfondiranno sotto differenti modalità.

Il Messico già lo sta soffrendo: a colpi di Twitter ed ordini esecutivi, l’annunciata palestinizzazione del paese attraverso la prosecuzione del muro di confine, iniziato negli anni ’80, e il lancio di una caccia a milioni di immigrati senza documenti continua ad alimentare la teoria degli uomini cattivi come capri espiatori nel suggerito discorso neo-autoritario e con reminiscenze hitleriane e di nudo potere del nuovo inquilino della Casa Bianca.


La guerra mediática y la posverdad

Carlos Fazio

En momentos en que desde la Casa Blanca se asoma el rostro del fascismo del siglo XXI como la encarnación de la dictadura emergente de la clase capitalista trasnacional, es dado suponer que los patrocinadores de la guerra y el terrorismo mediáticos contra Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador y los demás países de la ALBA intensificarán, renovados, sus afanes injerencistas, desestabilizadores y golpistas como parte de la política imperial de cambio de régimen en los países considerados hostiles por la diplomacia de guerra de Washington.

Como dice Ignacio Ramonet, con el perfeccionamiento de las nuevas tecnologías de la información y la comunicación, sin que nos demos cuenta, millones de ciudadanos de a pie estamos siendo observados, espiados, controlados y fichados por Estados orwellianos que llevan a cabo una vigilancia clandestina masiva en alianza con aparatos militares de seguridad y las industrias gigantes de la web.

De esa estructura panóptica o especie de imperio de la vigilancia da cuenta la reciente divulgación por Wikileaks de 8 mil 761 páginas web que detallan los métodos de espionaje electrónico del Centro Cibernético de la Agencia Central de Inteligencia, para extraer mensajes de texto y audio de dispositivos como teléfonos móviles, computadoras, tablets y televisores inteligentes, mediante malware, virus y herramientas que permiten a más de 5 mil piratas informáticos (los hackers globales de la CIA) explotar vulnerabilidades de seguridad para burlar el cifrado de aplicaciones de mensajería.

Pero de manera paralela y complementaria, cuando se abre paso la era de la llamada posverdad (o el arte de la mentira flagrante), tiene lugar otra guerra en el espacio simbólico, que es librada por los medios hegemónicos cartelizados contra los pueblos de Nuestra América, con el objetivo de imponer imaginarios colectivos con los contenidos y sentidos afines a la ideología y la cultura dominantes, que utiliza además medios cibernéticos, audiovisuales y gráficos para manipular y controlar las conciencias de manera masiva.

El terrorismo mediático es parte esencial de la guerra de cuarta generación, la última fase de la guerra en la era de la tecnología; es consustancial a los conflictos asimétricos e irregulares de nuestros días. Con su lógica antiterrorista y contrainsurgente, los manuales de la guerra no convencional del Pentágono dan gran importancia a la lucha ideológica en el campo de la información y al papel de los medios de difusión masiva como arma estratégica y política. El poder multimediático conformado por cinco megamonopolios –con sus expertos, sus intelectuales orgánicos y sus sicarios mediáticos− es parte integral de una estrategia y un sistema avanzado de manipulación y control político y social. Pero los medios convertidos en armas de guerra ideológica son, además, una de las principales fuentes de obtención de superganancias.

En ese contexto, más allá de lo que ocurra en la realidad, la narrativa de los medios es clave en la fabricación de determinada percepción de la población y las audiencias mundiales. De allí que mientras impulsan una guerra de espectro completo, el Pentágono y la CIA intensifican sus acciones abiertas y clandestinas contra gobiernos constitucionales y legítimos.

A modo de ejemplo cabe consignar que en el ataque continuado contra el proceso bolivariano de Venezuela, los guiones del golpe de Estado de factura estadounidense exhiben sucesivas fases de intoxicación (des)informativa a través de los medios de difusión bajo control monopólico privado –en particular los electrónicos−, combinadas con medidas de coerción sicológica unilaterales y extraterritoriales y un vasto accionar sedicioso articulados con redes digitales de grandes corporaciones en la web, partidos políticos y dirigentes de la derecha internacional, poderes fácticos y grupos económicos trasnacionales, fundaciones, ONG y la injerencia de organismos como la Organización de Estados Americanos (OEA), a través de ese cadáver político que es hoy su secretario general, Luis Almagro.

Todo lo anterior ha sido reforzado en la coyuntura con la puesta en práctica de ese neologismo de resonancias orwellianas entronizado por el Diccionario Oxford como palabra del año: la posverdad, un híbrido bastante ambiguo cuyo significado denota circunstancias en que los hechos objetivos influyen menos en la formación de la opinión pública que los llamamientos a la emoción y a la creencia personal. Según un editorial de The Economist de Londres, Donald Trump “es el máximo exponente de la política ‘posverdad’ (…) una confianza en afirmaciones que se ‘sienten verdad’, pero no se apoyan en la realidad”. Su victoria electoral habría estado fundada en aseveraciones que sonaban ciertas, pero que no tenían base fáctica; en verdades a medias basadas en emociones y no en hechos.

Lo que nos conduce al arte de la desinformación. Al uso de la propaganda como una tentativa de ejercer influencia en la opinión y en la conducta de la sociedad, de manera que las personas adopten una opinión y una conducta predeterminadas; se trata de incitar o provocar emociones, positivas o negativas, para conformar la voluntad de la población. En ese contexto, y ante la llegada de Donald Trump a la Oficina Oval con su gabinete de megamillonarios corporativos, militares imperialistas, expansionistas territoriales y fanáticos delirantes, es previsible pensar que las guerras asimétricas impulsadas por la plutocracia trasnacional se profundizarán bajo diferentes modalidades.

México ya lo está padeciendo: a golpes de Twitter y órdenes ejecutivas, la anunciada palestinización del país a través de la continuación del muro fronterizo iniciado en los años 80 y el lanzamiento de una cacería de millones de indocumentados sigue alimentando la teoría de los bad hombres como chivos expiatorios en el socorrido discurso neoautoritario y con reminiscencias hitlerianas y de poder desnudo del nuevo inquilino de la Casa Blanca.

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