Sanzioni e regime change in Venezuela: Trump raddoppia

di Mark Weisbrot – teleSUR

Il 3 novembre, il presidente del Venezuela Maduro ha proposto un incontro con i creditori, per il 13 novembre a Caracas, per discutere una ristrutturazione del debito pubblico venezuelano. L’8 novembre, l’amministrazione Trump ha reagito avvisando gli obbligazionisti degli Stati Uniti che partecipare a questa riunione avrebbe costituito una violazione delle sanzioni economiche statunitensi contro il Venezuela. Tale violazione può essere sanzionata con 30 anni di carcere e multe fino a 10 milioni di dollari per le imprese.

Poi, giovedì, l’amministrazione ha aggiunto altri 10 funzionari venezuelani all’elenco delle persone colpite da sanzioni statunitensi. I nuovi obiettivi includevano i funzionari elettorali e anche il capo del principale programma di distribuzione di cibo del governo.

Le sanzioni violano la carta dell’Organizzazione degli Stati americani (Capitolo 4, Articolo 19) e altri trattati internazionali firmati dagli Stati Uniti.

È importante comprendere sia il contesto che gli effetti previsti (oltre che probabili) delle azioni dell’amministrazione Trump. Con l’incoraggiamento del senatore della Florida Marco Rubio e di altri repubblicani, Trump ha cercato di aiutare a far cadere il governo eletto del Venezuela. Dopo quattro mesi di violente proteste di piazza non riuscendo a raggiungere questo obiettivo (e anche alienato gran parte della popolazione venezuelana), la maggior parte dell’opposizione venezuelana optò per partecipare alle elezioni governative del 15 ottobre.

Previsioni fallibili

Datanálisis, il principale e più affidabile sondaggista, aveva previsto una schiacciante vittoria dell’opposizione, con 18 governatori. Il risultato, tuttavia, è stato il contrario: il partito governativo PSUV (socialista) ha vinto 18 delle 23 contese.

Ci sono varie spiegazioni per il risultato a sorpresa, ma il più credibile e importante sembra ruotare attorno all’astensione dell’elettore dell’opposizione e all’affluenza più alta del previsto degli elettori filogovernativi. Una migliore distribuzione del cibo ha probabilmente aiutato il governo.

Una cosa che sembra aver danneggiato l’opposizione è stata il sostegno alle sanzioni di Trump. Secondo Datanálisis, i venezuelani erano contrari alle sanzioni con un margine dal 61,4 al 28,5%; tra gli elettori non allineati, oltre il 70% erano contrari. Inoltre, il 69% voleva che l’opposizione e il governo iniziassero i colloqui. La strategia di regime change aveva fallito.

Strategia sinistra

Ma l’amministrazione Trump ha deciso di raddoppiare sia il cambio di regime che le sanzioni. La strategia sembra essere quella di prevenire una ripresa economica e peggiorare la penuria (che include medicine essenziali e cibo) in modo che i venezuelani tornino nelle strade per rovesciare il governo.

Le sanzioni Trump proibiscono esplicitamente nuovi prestiti. Questo per garantire che il Venezuela non possa fare ciò che la maggior parte dei governi fa coni propri debiti, cioè “capovolgere” il capitale indebitandosi nuovamente per pagare quando matura un’obbligazione. Ad esempio, la scorsa settimana il governo ha dovuto fare i salti mortali per pagare 1,2 miliardi di dollari in capitale per le obbligazioni PDVSA, per evitare il default (anche se il Venezuela non può prendere a prestito sui mercati internazionali in questo momento, potrebbe prevedibilmente farlo nel prossimo futuro).

Le sanzioni rendono anche la ristrutturazione del debito molto più difficile, se non impossibile. In una ristrutturazione del debito, i pagamenti di interessi e capitale sono posticipati e i creditori ricevono nuove obbligazioni, che le sanzioni vietano esplicitamente. Ora l’amministrazione Trump sta anche minacciando i negoziati per una ristrutturazione, con il pretesto che il vicepresidente dei negoziatori principali Tareck El Aissami e il ministro dell’Economia Simon Zerpa sono stati sanzionati, rispettivamente, per presunto traffico di droga e corruzione. L’amministrazione Trump non ha presentato alcuna prova per queste accuse.

Cambio ad ogni costo

La dichiarazione del Tesoro degli Stati Uniti del 9 novembre prende di mira il comportamento dei funzionari elettorali a causa delle «numerose irregolarità che suggeriscono fortemente che le frodi hanno aiutato il partito al governo a conquistare inavvertitamente la maggioranza dei governatori». Questa è un’invenzione, e ricorda le elezioni presidenziali del Venezuela del 2013, quando Washington fu l’ultimo governo a riconoscere il risultato. In quella contesa, un’analisi statistica dell’audit delle elezioni ha mostrato che le probabilità di ottenere il risultato ufficiale, se il risultato reale fosse stato una vittoria dell’opposizione, erano inferiori a uno su 25.000 trilioni.

Ma questo è ciò su cui si basano tutti gli sforzi per cambiare il regime: la delegittimazione. Se i risultati delle elezioni non sono graditi, devono essere dichiarati fraudolenti – e poi strangolamento economico.

Certo, il governo venezuelano dovrà fare alcune serie riforme economiche – soprattutto l’unificazione del tasso di cambio e altre misure per abbattere un tasso di inflazione che supera il 1.000% annuo – se ci sarà una ripresa economica. Ma il prezzo del petrolio è cresciuto del 33% dal minimo raggiunto a giugno e, nonostante la diminuzione della produzione petrolifera, le esportazioni del Venezuela sono aumentate del 28% rispetto allo scorso anno (primi otto mesi, stima da Torino Capital).

Trump e i suoi alleati nell’Unione Europea e i governi di destra in Argentina e Brasile, così come il fanatico segretario generale dell’OSA, vogliono assicurarsi che una ripresa non avvenga mai. E nonostante tutto il loro blaterare sui diritti umani e la democrazia, non è una strategia pacifica che stanno promuovendo mentre prendono misure per aumentare la sofferenza dei venezuelani nella speranza di provocare la caduta del governo. Questa non è «promozione della democrazia». È un regime change, con ogni mezzo necessario – come Trump, nel suo solito modo spavaldo, ha chiarito quando ha minacciato un’azione militare contro il Venezuela.

(Traduzione dall’inglese per l’AntiDiplomatico di Fabrizio Verde)

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