Media: silenzio (di regime) sull’Honduras

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Provate a fare quest’esperimento con noi.

Scrivete la parola Honduras su Google e capirete il livello del regime d’informazione dove viviamo.

Ma, prima di scriverlo, una premessa doverosa su quello che sta capitando nel paese già vittima nel 2009 del colpo di Stato contro il presidente Zelaya ordito dall’amministrazione Obama.


In Honduras si è votato domenica scorsa. Entrambi i principali candidati hanno proclamato vittoria. Salvador Nasralla della sinistra progressista raggruppata nell’Alleanza di Opposizione contro la dittatura e referente di Zelaya aveva dichiarato lunedì: «Sono il presidente dell’Honduras». Secondo i primi dati parziali forniti si trovava al 44,35% contro il 40,5 del presidente uscente Juan Orlando Hernandez. Dati poi improvvisamente cambiati il giorno dopo con il rappresentante del regime figlio del colpo di Stato a stelle e strisce che incredibilmente passato in vantaggio dello 0,2%.

Nasralla sin da subito denuncia tentativi di brogli compiuti con la complicità del Tribunale Supremo Elettorale e invita i propri sostenitori a raggiungere la capitale honduregna Tegucigalpa per protestare contro l’operazione in atto mirante a decretare in maniera surrettizia la vittoria di Hernandez.

Infatti, dopo la comunicazione dei primi dati che davano Nasralla in vantaggio e con una tendenza ormai irreversibile a detta di numerosi esperti, il TSE blocca ogni comunicazione ufficiale. Gli osservatori internazionali vengono allontanati. E dopo ore di inspiegabile black-out arrivano nuovi risultati parziali con Hernandez di poco in testa.

Ma il Tribunale supremo non ha mai annunciato i dati e nel paese è scoppiata la rivolta contro il nuovo tentativo di golpe della destra filo statunitense. Il governo ha emanato un decreto dal chiaro sapore golpista dove stabilisce che «le Forze Armate, sosterranno in maniera congiunta o separatamente, quando la situazione lo richiederà, l’azione della Polizia Nazionale» per «attuare i piani necessari per mantenere l’ordine e la sicurezza della Repubblica e garantire la esercizio dei diritti democratici».

«Tutte le persone che saranno trovate fuori dell’orario di circolazione» saranno detenute e rimarranno «recluse». Questo è quanto stabilisce l’articolo 3 del governo.

Insomma, un chiaro scivolamento verso lo Stato di polizia. Il tutto nell’assordante silenzio della comunità internazionale.

Un silenzio voluto perché non stiamo parlando della spietata dittatura venezuelana, ma del ‘democratico Honduras’. La nazione centroamericana, adesso, rischia di sprofondare nel caos.

Intanto a Tegucigalpa il popolo scende in piazza e parte immediata la repressione governativa: si contano già 3 morti, tra cui un bambino di appena 11 anni, numerosi feriti e arresti.

Stride il silenzio del segretario dell’Organizzazione degli Stati Americani, Luis Almagro, di solito sempre pronto nel denunciare fantomatiche violazioni dei diritti umani o brogli mai avvenuti in Venezuela. Evidentemente da Washington, chi tira i fili dell’ex ministro degli Esteri uruguayano fortemente criticato finanche dal suo vecchio compagno di partito Jose ‘Pepe’ Mujica, ha deciso che l’Honduras deve rimanere sotto il controllo di fatto degli Stati Uniti, che nell’area settentrionale del Centroamerica mantengono una forte presenza militare giustificandola con la lotta al narcotraffico. La verità è che si vuole impedire un riavvicinamento dell’Honduras con i governi progressisti della regione come avvenne quando Zelaya decise di unirsi ai paesi dell’ALBA-TCP.

Ecco ora potete completare la seconda parte dell’esperimento. Cercate su Google Honduras…. e non troverete una riga dai liberi media sul golpe e i morti nelle strade. Per essere informati su quello che sta accadendo nel paese centro americano collegatevi a qualche bot russo.

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