Un nuovo internazionalismo nasce in Venezuela

Geraldina Colotti

Il Teatro Teresa Carreño risuona di canti e slogan provenienti dai cinque continenti. Siamo all’atto conclusivo dell’Assemblea internazionale dei popoli (AIP) che ha riunito 500 delegate e delegati di 90 paesi. Entra il presidente Nicolas Maduro accompagnato dalla Primera combatiente Cilia Flores. Sventolano le bandiere, quella del Venezuela è al centro. Maduro chiede che “gliela prestino” per tenerla al tavolo durante il discorso che infiammerà la platea. Con lui ci sono la vicepresidente Delcy Rodriguez, il viceministro di Comunicazione internazionale al ministero degli esteri, William Castillo, e portavoce internazionali come Joao Pedro Stedile, del Movimento Senza Terra.

“Non si è liberi, non si è rivoluzionari, non si è indipendenti senza pagare il prezzo del valore, della rivolta e del coraggio”, dice Maduro all’AIP. L’assemblea gli risponde con un canto africano, che unisce tutti e tutte nella lotta dei cimarrones e delle cimarronas, gli schiavi in fuga per costruire libertà. “Vogliamo un mondo senza schiavi né padroni” dice ancora il presidente. Un mondo in cui cessino le guerre di aggressione mascherate da intervento “umanitario”, il cui vero obiettivo è invece quello di impadronirsi delle risorse.

I numerosi rappresentanti haitiani, soprattutto donne, sono venute a portare una testimonianza di lotta e di resistenza. “Il popolo di Haiti – ci dice Edwine Décius, della Piattaforma Papda – è di nuovo in lotta per chiedere dignità, giustizia sociale e sovranità. L’ipocrisia imperialista usa la retorica degli aiuti umanitari per imporre nuove forme di colonialismo attraverso un esercito di Ong e l’imposizione della forza multinazionale, la Minustah. E’ il “modello” che i poteri forti a guida Usa vorrebbero imporre al Venezuela, usando il burattino Juan Guaidó, autoproclamatosi presidente a interim”.

I giorni dell’incontro internazionale sono stati anche quelli in cui più vicina è apparsa la minaccia di un’aggressione armata al socialismo bolivariano. Una minaccia proveniente dalla Colombia di Ivan Duque, in prima fila nell’attacco, portato avanti con il pretesto degli “aiuti umanitari”. La Colombia dei “falsi positivi” e del tradimento agli ideali di Simon Bolivar. Nel teatro, invece, sventolano le bandiere del Congreso de los Pueblos e delle organizzazioni popolari colombiane che, dall’assassinio di Eliécer Gaitán, scontano la guerra sporca delle oligarchie, al soldo degli interessi nordamericani.

Dal grande schermo allestito per l’incontro, sfilano le immagini del 23 febbraio, giorno in cui le destre venezuelane hanno predisposto il loro macabro spettacolo per far entrare con la forza “gli aiuti umanitari”. Una farsa a uso e consumo dei committenti esterni che presiedevano sfacciatamente le operazioni, volando come condor sulla frontiera colombo-venezuelana. I video smascherano le menzogne diffuse dai media maistream. Si vedono i mercenari prepararsi all’incursione, con la totale copertura del governo colombiano. Bruciano il camion con i presunti aiuti, per far cadere la colpa sulla Forza Armata Nazionale Bolivariana. Si vede poi che quel camion trasportava materiale da guerra, rifornimento per le nuove violenze delle destre. Appare evidente come, ancora una volta, sia stata la determinazione del popolo bolivariano a sconfiggere gli attacchi armati delle destre.

Romain Mingus, giornalista francese che fa parte della Rete europea in solidarietà alla rivoluzione bolivariana, ha partecipato alle giornate di AIP dopo essere testimone diretto degli avvenimenti alla frontiera. Così ci ha descritto quelle giornate: “Il 23 febbraio, sul ponte Simon Bolivar, dove transitano ogni giorno migliaia di persone, si è svolta una vera e propria battaglia durata 15 ore. La strategia delle destre era quella di creare un grosso incidente che giustificasse l’intervento armato. Dal lato colombiano, arrivavano persone che, ad uso e consumo dei media internazionali venivano a chiedere alla Fanb di lasciare entrare l’aiuto umanitario, di abbandonare ‘il regime di Maduro”, eccetera, e che fuori dai riflettori si trasformavano immediatamente in assalitori e minacciavano di bruciare vivi quei soldati. E poi attaccavano: con molotov, pietre e proiettili veri”.

Secondo il giornalista francese, il numero di feriti nel campo chavista supera i 300 di cui hanno parlato i media, “e di sicuro ce ne sono stati anche nel campo avversario. Ma se non ci sono stati morti è perché le FANB non hanno usato armi letali, e perché si è visto all’opera il chavismo organizzato, il popolo bolivariano che ha difeso la propria sovranità in perfetta unione civico-militare”. In questa gigantesca prova di guerra contro il Venezuela, in cui l’imperialismo cerca nuovi spazi per imporre la propria egemonia, sono cadute tutte le maschere. “Io – racconta Mingus – sono stato il giorno prima a Cucuta, dove radio e televisioni non facevano mistero del vero obiettivo, che non era quello del presunto aiuto umanitario, ma di ‘uccidere il tiranno e far cadere la dittatura’. Un episodio più di tutti indica quale fosse la posta in gioco. Insieme a Guaidó, c’erano alcuni presidenti latinoamericani come il cileno Sebastian Piñera. Avrebbero potuto riunirsi in un centro congressi o in un hotel a cinque stelle, più adeguato anche in termini di sicurezza. Invece hanno deciso di concentrarsi nella casa natale di Francisco Santander, il traditore di Bolivar. Un chiaro messaggio simbolico verso la rivoluzione bolivariana”.

Un’altra cosa interessante – racconta ancora il giornalista francese – è stata “la cattura di un mercenario, il quale ha detto di essere stato pagato 40 dollari. Il 25 febbraio, ho assistito a un incontro surreale tra il tenente colonnello Osorio della Guardia nazionale bolivariana e un gruppo di 100 guarimberos che chiedevano di tornare in Venezuela perché non erano stati pagati. Che strana dittatura, vero?”

I delegati AIP, molti dei quali non erano mai stati prima in Venezuela, hanno potuto constatare direttamente la distanza tra la realtà del Venezuela e quella raccontata dai grandi media. “In tanti pensavano di trovare un paese al collasso, una situazione simile a quella dello Yemen – dice Mingus – Toccando con mano una diversa realtà, hanno invece potuto avere una immagine reale della rivoluzione bolivariana, che ha il diritto di risolvere i suoi problemi senza ingerenze esterne. Si sono resi conto che il sistema mediatico internazionale è parte di una guerra psicologica che considera i cittadini del mondo come un bersaglio militare. Speriamo che dopo questo incontro, i partecipanti all’AIP tornino nel loro paese per spiegare gli effetti dell’infame blocco finanziario e commerciale sulla vita dei venezuelani. Speriamo che raccontino e moltiplichino la forza di questo grande movimento di resistenza che difende la propria sovranità e autodeterminazione, e che è una lezione per i popoli del mondo”.

Un’analisi condivisa anche dalla brasiliana Cassia Bechara. “Sono stati giorni incredibili, questi, per noi”, ci dice uscendo dal dibattito conclusivo dell’Assemblea Internazionale dei Popoli. Cassia fa parte della direzione nazionale del Movimento Senza Terra, ed è responsabile delle relazioni internazionali per il collettivo, grande promotore di questo primo incontro internazionale.

“In questa congiuntura politica – afferma – era prioritario mostrare l’importanza della rivoluzione bolivariana per i movimenti popolari del mondo, rafforzare la mistica dei popoli intorno alla difesa del processo bolivariano, alla sua sovranità, al suo legittimo presidente, e questo lo abbiamo ampiamente realizzato. Con questa articolazione internazionale ci siamo proposti due obiettivi: la formazione della Brigata giovanile Che Guevara, che è arrivata qui una settimana prima dell’incontro. Per capire dall’interno cosa significhi la rivoluzione bolivariana, 150 giovani provenienti da tutto il mondo hanno lavorato nelle comunità, visitato, discusso, condiviso. Il secondo obiettivo è stato realizzato attraverso la discussione e l’interscambio dell’Assemblea con l’esperienza rivoluzionaria bolivariana. Un’emozione indicibile, perché una cosa è la teoria, l’altra è toccare con mano il lavoro di costruzione quotidiano, che non riguarda solo il Venezuela, ma le speranze di tutte e tutti noi: una ispirazione concreta a lottare in altre parti del mondo per costruire rivoluzione, perché la migliore solidarietà che possiamo portare al Venezuela è quella di fare rivoluzione nel nostro paese, diffondere i contenuti internazionalisti nelle nostre organizzazioni e nelle nostre regioni”.

Tantissime donne giovani come Cassia hanno animato i tavoli di discussione dell’AIP e le Brigate di solidarietà. “Ma il tema di genere non è stato visibilizzato a sufficienza – dice Cassia – mentre dovrebbe essere costantemente presente. Vediamo che, in Venezuela, l’80% delle comunas è composto da donne, ugualmente i CLAP, un protagonismo che è parte della pratica rivoluzionaria. Nell’articolazione internazionale dobbiamo impegnarci di più per una partecipazione effettiva delle donne”.

Da questo primo momento di incontro, si cercherà di costruire una piattaforma internazionale e unitaria delle forze popolari, a partire da un’agenda comune. L’esperienza delle Brigate di solidarietà, che già sono presenti a Cuba, Venezuela, Zambia e Haiti, può essere replicata, per permettere il lavoro concreto con le comunità e la condivisione di progetti e ideali. “L’Assemblea – dice Cassia – deve far parte della politica internazionalista delle organizzazioni presenti, i contenuti devono essere ampliati e replicati, sia intermini di formazione che di azione. Per questo, abbiamo proposto una serie di date, un’agenda comune di mobilitazione internazionale: l’8 marzo delle donne, il primo maggio dei lavoratori e delle lavoratrici, il 28 luglio una giornata internazionale per Haiti, una il 7 aprile per la liberazione di Lula… e molte altre, dettagliate in uno dei documenti conclusivi dell’AIP”.

In Brasile, la situazione è drammatica. “Il governo fascista di Bolsonaro sta mettendo in campo tutti gli strumenti giuridici per criminalizzare i movimenti di lotta, a partire dal MST. Si stanno militarizzando tutti gli spazi, in tutti gli organismi di governo, sia a livello statale che federale, per chiudere ogni più piccolo spiraglio sulla questione agraria e non solo. Dobbiamo attrezzarci per questa nuova fase, anche in termini di sicurezza delle nostre occupazioni, dei militanti e dei dirigenti. Ci stiamo preparando alla resistenza attiva.”

Il primo fronte, è quello dell’8 marzo. “Noi donne – dice Cassia – siamo state in prima fila durante le elezioni con la campagna Ele nao contro Bolsonaro. Ora stiamo subendo un attacco senza precedenti. E’ addirittura in cantiere un progetto di legge per criminalizzare l’uso degli anticoncezionali e le donne che ne fanno uso. Le mobilitazioni per l’8 marzo che stiamo preparando a partire dalla capitale, saranno un test importante per tutti i movimenti di lotta, sia sul piano concreto che simbolico”.

Dalla piattaforma internazionalista, sono stati diffusi vari documenti e pronunciamenti approvati dall’Assemblea (www.resumenlatinoamericano.org): per sostenere la rivoluzione bolivariana e il suo presidente legittimo, Nicolas Maduro, ma anche in difesa dell’autodeterminazione dei popoli: da quello palestinese a quello sahrawi, da quello haitiano a quello portoricano, cubano, ucraino, kurdo, basco, catalano, colombiano. E per appoggiare la resistenza delle popolazioni afrodiscendenti.

Il manifesto di solidarietà con il Venezuela inquadra l’attacco al socialismo bolivariano nel contesto della crisi strutturale storica del capitalismo e in quello della tendenza alla guerra imperialista. L’AIP chiede la fine del blocco criminale contro il Venezuela, invita “il mondo intero ad alzare levare la voce per costruire la pace e impedire la guerra”, e difende il socialismo bolivariano, in quanto “progetto che apporta elementi di futuro per tutta l’umanità”. Un appello che le organizzazioni popolari stanno già riprendendo in ogni regione per dire che “il Venezuela ci riguarda, che il socialismo bolivariano è la nostra trincea”.

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