Vzla: manipolazione e logica mediatica nelle cifre sulla migrazione

Mision Verdad – www.lantidiplomatico.it

I grandi mezzi di comunicazione hanno riattivato la campagna mediatica sull'”esodo venezuelano” nello stesso momento in cui l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha pubblicato delle nuove cifre, del tutto scandalose, relative ai migranti e ai rifugiati.

Secondo queste agenzie, ci sarebbero oltre 4 milioni di venezuelani fuori dal paese, che lo identifica come un fenomeno migratorio eccezionale nella regione. Di questa quantità, 3,3 milioni sarebbero ripartiti in 16 paesi dell’America Latina e dei Caraibi. Colombia (1,3 milioni), Perù (768.000), Cile (288.000) ed Ecuador (263.000), sono i paesi con il maggior numero di migranti venezuelani.

Prima di queste cifre l’UNHCR aveva annunciato, a metà febbraio, che si trovavano fuori dal Venezuela 3,4 milioni di persone. Nel dicembre dello scorso anno, “proiettavano” che nel 2019 questo numero sarebbe stato pari a 5 milioni di migranti e rifugiati che avrebbero gravato sulle capacità istituzionali e finanziarie dei paesi ricettori.

Questo bilancio è stato fatto dopo il Processo di Quito, una riunione tra i paesi del Gruppo di Lima che si è svolta nel mese di settembre 2018 e che ha proposto un’azione in risposta alla “crisi migratoria” con il Piano di Risposta Regionale Umanitario per i Rifugiati e Migranti (RMRP, per il suo acronimo in inglese) rivolto a 2 milioni di venezuelani e 580 mila persone nelle comunità ospitanti in 16 paesi.

Partendo dal presupposto che questo flusso migratorio continuerà a prevalere, è stato stabilito che per soddisfare le esigenze dei venezuelani all’estero è necessario erogare la quantità di 737 milioni 611 mila dollari poi distribuiti a 95 organizzazioni partner, compresi i governi, le chiese e le organizzazioni civili. Più di 300 milioni di quei soldi dovrebbero essere destinati alla Colombia.

Il rapporto, che descrive nel dettaglio i problemi che stanno affrontando le nazioni latino-americane per rispondere alle esigenze dei migranti venezuelani, è un appello dell’inviato speciale di UNHCR e OIM Eduardo Stein ai paesi sviluppati e alle istituzioni finanziarie internazionali affinché aumentino la quantità di investimenti in “operazioni umanitarie”, dato che finora solo il 21% viene finanziato.

Individualmente, i paesi effettuano valutazioni preventive riguardo i fondi richiesti. La Colombia ha stabilito che deve destinare lo 0,5% del suo PIL per assistere i venezuelani, il che si traduce in 1 milione e 500 mila dollari l’anno. Da parte sua, l’Ecuador richiede 550 milioni di dollari per i suoi piani fino al 2021.

Proiezioni distorte per aumentare le scommesse sull’esodo

La stima che le Nazioni Unite fanno di 5 milioni di migranti venezuelani è in linea con quanto diffuso dagli attori internazionali per strumentalizzare politicamente il movimento migratorio nella regione.

La ricomparsa dell’ambasciatrice dell’UNHCR Angelina Jolie al confine colombiano-venezuelano, è un segno dell’approccio mediatico implementato. Gli sforzi sono volti a spostare l’attenzione sull’esodo di massa dei venezuelani che starebbe facendo collassare i paesi latino-americani, ragione sufficiente per poter ricevere risorse finanziarie straordinarie, come sono state già ricevute negli ultimi due anni, come ha denunciato il ministro degli Esteri venezuelano Jorge Arreaza.

All’inizio della matrice migratoria, il numero di venezuelani al di fuori del paese diffuso da diverse organizzazioni, risultava irregolare e contraddittorio. Nel 2017, sono state fatte stime scandalose pari a 2 milioni di migranti, mentre nel 2018 secondo le proiezioni l’anno sarebbe dovuto finire con 4 milioni di venezuelani all’estero.

Lo sforzo per sovradimensionare il fenomeno migratorio e influenzare il suo incremento è stato ordinato da UNHCR, che nel luglio dello scorso anno indicò 2 milioni 300 mila venezuelani che vivono all’estero. Da allora, questa quantità è aumentata in modo esponenziale fino ad arrivare nel giugno di quest’anno a 4 milioni 1 mila 917, una cifra che raddoppia il conteggio del 2018.

La Piattaforma di coordinamento regionale inter-agenzia, istituita dall’Agenzia delle Nazioni Unite per le Migrazioni (OIM) che coordina il lavoro delle agenzie multilaterali per affrontare la situazione migratoria del Venezuela, indica sul suo sito web che la stima si basa sul “somma di migranti, rifugiati e richiedenti asilo registrati dai governi ospitanti”.

Questa urgenza segnalata dalle organizzazioni multilaterali, giustifica i grandi investimenti nei fondi degli aiuti internazionali. Gli Stati Uniti sono il principale benefattore di questi organismi che, apparentemente, starebbero gestendo la situazione nei paesi dell’America Latina, stanziando 61 milioni di dollari lo scorso aprile, come annunciato dal vicepresidente Mike Pence, un importo che corrisponde a altri 200 milioni già approvati dagli Stati Uniti.

L’Unione Europea e il Canada sono altri paesi che hanno stanziato fondi per il flusso migratorio.

Anche la Banca Mondiale (BM) e la Banca Interamericana di Sviluppo (BID), due istituti finanziari invitati dagli organizzatori del Protocollo di Quito, hanno utilizzato la cooperazione tecnica per accreditare risorse alla propria regione. Il Global Concessional Financing Facility ha contribuito alla donazione della Banca Mondiale con 31,5 milioni di dollari solo per lo Stato colombiano, essendo lo stato che ospita il maggior numero di migranti venezuelani.

La Banca Interamericana di Sviluppo ha proposto la creazione di un fondo di 1 miliardo di dollari per le città dell’America Latina che stanno ricevendo crescenti quantità di migranti transnazionali.

In linea generale, è noto che i fondi dei paesi e delle istituzioni multilaterali hanno lo scopo di finanziare progetti per infrastrutture, istruzione e sanità per migliorare lo status dei migranti venezuelani e ridurre l’impatto sui paesi di destinazione, tuttavia, non sono stati rivelati i dettagli di ciascun importo e il processo è stato gestito a livello amministrativo con molta discrezione.

Di certo, la volontà di investire risorse è uno stimolo per i paesi dell’America latina ad adottare facilitazioni legali per attrarre i movimenti migratori dei venezuelani. Da qui l’esempio del Perù, secondo paese con il maggior numero di venezuelani che, solo nel 2018 ha ricevuto 90 mila domande di asilo, dopo aver eliminato la necessità di un passaporto per entrare nel paese e aver applicato il Permesso Temporale di Soggiorno (Permiso Temporal de Permanencia-PTP).

Realtà venezuelana all’estero: perché distinguere tra “migranti” e “rifugiati”?

È opportuno ricordare che l’operazione propagandistica della “crisi migratoria” attuata da media corporativi non distingue tra migranti e rifugiati, questione fondamentale che modifica la realtà sulla migrazione venezuelana.

La migrazione è un fenomeno naturale dei territori globalizzati che si verifica per diversi motivi; al contrario, il numero di rifugiati indica uno spostamento forzato della popolazione e la sua vulnerabilità nei paesi di asilo. È falsa l’informazione che ci sarebbero 4 milioni di rifugiati che si trovano fuori dal paese.

Inchieste anteriori di questo portale, hanno evidenziato che la migrazione in primo luogo è stata mediatica e poi, nel 2017, ha iniziato ad aumentare al di fuori degli standard ordinari (a partire dalle sanzioni finanziarie applicate dagli Stati Uniti), per ragioni essenzialmente economiche.

La Banca Mondiale, in un documento elaborato per misurare l’impatto dei migranti venezuelani in Colombia, descrive il caso venezuelano come una migrazione mista, che comprende colombiani di ritorno, migranti regolari e irregolari e i migranti pendolari (persone che attraversano il confine quotidianamente e poi tornano). Spiega che questa classificazione viene utilizzata “poiché è composta da migranti economici, per lo più persone che ritornano nei loro paesi di origine e, in misura minore, richiedenti asilo”.

Allo stesso modo, in un’intervista, l’inviato dell’UNHCR Stein ha ammesso che uno dei motivi per cui il flusso di popolazione è aumentato nella prima metà del 2019 potrebbe essere dovuto al sabotaggio dei servizi elettrici avvenuto a marzo e all’intensificazione del blocco finanziario, che impedisce l’accesso ai medicinali e al cibo allo Stato venezuelano.

Gli organismi che riportano i dati sulle tendenze migratorie non hanno potuto mascherare tale evidenza e, per aggiungere validità alle loro richieste di finanziamento, richiedono che si ne parli distinguendo tra rifugiati e richiedenti asilo, condizioni che metterebbero il Venezuela nella stessa categoria dei paesi assediati da guerre come la Siria, lo Yemen e l’Iraq.

In tal senso, sembra che il coordinamento regionale stia optando per il ripristino della regolarizzazione della popolazione venezuelana per aumentare le domande di asilo e lo status di rifugiato. Delle 400.000 richieste gestite dall’UNHCR, il 60% sono stare introdotte l’anno scorso. I cinque paesi che hanno ricevuto il numero maggiore di richieste di asilo tra il 2014 e il 2018 sono Perù, con 167 mila 238 richieste, Brasile, con 83 mila 893 richieste, Stati Uniti, con 72 mila 722 richieste, Spagna, con 29 mila 603 richieste ed Ecuador, con 13 mila 535 richieste.

Nonostante questo, non mostrano le reali cifre dello status di rifugiato che i paesi ospitanti hanno accettato. L’ultima stima, fatta dall’OIM, era di 5.644 richiedenti asilo venezuelani in tutta la regione dell’America Latina. Diversi attori politici hanno sottolineato che la concessione di tale status è un aspetto importante per legittimare la versione che i venezuelani fuggono da un conflitto in Venezuela.

La pressione affinché le nazioni riconoscano il maggior numero possibile di rifugiati consentirebbe all’UNHCR e all’OIM di operare più ampiamente a livello internazionale per aumentare le quantità di fondi di assistenza richiesti.

Promesse negate ai migranti: casi in Colombia, Perù ed Ecuador

In Colombia, delle 396 mila persone che hanno confermato l’intenzione di rimanere nel paese, il 99% non è affiliato al sistema di previdenza sociale, motivo per cui gli viene negato l’accesso alla salute. Maryhen Jimenez Morales, ricercatrice del Venezuela presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l’Università di Oxford, dopo una visita nel paese, ha dichiarato in un’intervista a Al Navío che questo genera un problema, perché “non ci sono risorse in Colombia, nemmeno per assistere alla popolazione colombiana stessa”.

L’irregolarità legale dei venezuelani li rende anche facile preda della precarietà lavorativa, poiché non avendo permessi speciali di lavoro e trovandosi in un territorio in cui il traffico di droga è la principale fonte di reddito, si inseriscono nelle reti del traffico di esseri umani, della prostituzione e dello sfruttamento minorile.

Anche la disinformazione sui servizi legali per i venezuelani ha creato il problema che esistono bambini nati in Colombia ma senza nazionalità, perché le madri venezuelane si sono trasferite, credendo che alla nascita dei loro figli avrebbero ottenuto entrambi stato giuridico. Solo a Cartagena sono nati 600 bambini che non esistono come cittadini.

Anche l’Ecuador ha segnalato la tratta di esseri umani. Almeno il 17% dei venezuelani intervistati a Quito hanno assistito a una qualche forma di tratta, mentre il 30% ha dichiarato di essere vittima di delinquenza, truffe e intimidazioni durante il viaggio, per la maggior parte provenienti dalla Colombia.

Lo sfruttamento del lavoro in Perù si è accentuato da quando i venezuelani hanno accesso al PTP, un programma riconosciuto dalla comunità internazionale come “esempio di come gli Stati possono proteggere i rifugiati e i migranti offrendo la regolarizzazione della loro situazione”. Nonostante questo permesso di lavoro, i professionisti hanno ancora difficoltà a convalidare le loro credenziali e ad entrare nel mercato del lavoro formale in un paese in cui prevalgono posti di lavoro informali. Molti migranti venezuelani devono ricorrere a lavori in cui sono esposti allo sfruttamento e all’abuso lavorativo.

Anche quando i paesi del Gruppo Lima predicano la loro politica di apertura dei confini verso i venezuelani, garantendo protezione e soluzioni alle persone che decidono di emigrare, per attirare finanziamenti esteri, la precarietà delle condizioni che offrono sta diventando sempre più evidente. La situazione irregolare non assistita dalle istituzioni pubbliche è attribuita al sovraccarico delle capacità nazionali, facendo apparire che il denaro predisposto non è sufficiente.

Le risorse destinate a offrire assistenza nei settori della salute, dell’istruzione e della previdenza sociale ai flussi migratori, stimolate da azioni di deterioramento dell’economia venezuelana e dalla propaganda dei paesi di destinazione, non hanno migliorato le condizioni dei venezuelani all’estero.

Si conferma ancora una volta che, nonostante quella che stanno cercando di far passare come azione umanitaria volta a rispondere ad un “esodo di massa”, vengono omessi i passi concreti per raggiungere gli obiettivi dichiarati ed esiste un business lucrativo affinché alcuni attori regionali possano spremere altri benefici all’assedio coordinato contro il Venezuela.

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