Venezuela, a proposito di tortura e dintorni

di Geraldina Colotti

Verso le ore 11 del 28 gennaio 1982, le forze speciali di polizia fanno irruzione in un appartamento di via Pindemonte, 2 a Padova dov’è tenuto prigioniero il generale USA James L. Dozier. Il generale è stato sequestrato qualche tempo prima a Verona dalla guerriglia marxista delle Brigate Rosse, attiva in Italia dagli anni ’70. Dozier viene liberato e i cinque brigatisti arrestati vengono ferocemente torturati per giorni con modalità tante volte descritte nelle testimonianze dei sopravvissuti alle dittature del Cono Sur.

Due anni dopo, un prudentissimo rapporto di Amnesty International registra un “allarmante aumento di denunce di maltrattamenti” da parte di arrestati nei primi tre mesi dell’82. Le denunce – scrive l’organizzazione – si riferiscono ai casi di tortura o maltrattamenti che sono avvenuti nell’intervallo tra l’arresto e il trasferimento in carcere, in commissariati di polizia, caserme di polizia e in altri posti che presumibilmente non possono venire identificati perché i fermati erano incappucciati o bendati.

I metodi di tortura riferiti ad Amnesty includono “percosse prolungate e il costringere gli arrestati a bere grande quantità di acqua salata. Sono state denunciate anche bruciature con mozziconi di sigaretta, getti di acqua ghiacciata, torcimento dei piedi e dei capezzoli, strappo dei capelli, strizzatura dei genitali e l’impiego di scariche elettriche”. Altre testimonianze con altrettanti riscontri medici, parlano di torture di natura sessuale subite da alcune guerrigliere. E si denunciano finte esecuzioni, dentro e fuori le carceri speciali, dove pestaggi, maltrattamenti e deprivazioni psico-sensoriali sono all’ordine del giorno, soprattutto in quell’anno.

Nel luglio dell’83, quattro ufficiali di polizia che erano stati oggetto di queste denunce, vengono riconosciuti colpevoli di “abuso di autorità” commesso durante gli interrogatori. Saranno condannati a pene da un anno a 14 mesi, con la condizionale. Un quinto viene prosciolto perché nelle elezioni politiche di giugno era stato eletto deputato, beneficiando così dell’immunità parlamentare.

In Italia, a tutt’oggi non esiste il reato di tortura e quei poliziotti verranno poi prosciolti in appello. Il brigatista Cesare di Leonardo che, nonostante le torture non si è pentito, sta ancora scontando una condanna all’ergastolo in un carcere speciale, uno di quelli istituiti, con un semplice decreto ministeriale, a maggio del 1977.

Un’operazione affidata all’arma dei carabinieri al comando del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa: quindi una decisione di Stato. La notte tra il 16 e il 17 luglio del 1977, in gran segreto e con grande dispiegamento di forze e mezzi, soprattutto di elicotteri, un centinaio di compagni e compagne e di detenuti particolarmente attivi e politicizzati, viene trasferito in quelli che si caratterizzeranno come veri e propri lager, contro i quali i prigionieri politici si batteranno con ogni mezzo.

Interessante è, però, tornare al rapporto di Amnesty International redatto a proposito delle torture. All’organizzazione umanitaria preme sottolineare che: “durante tutto il periodo in questione, l’Italia è stata lo scenario di attacchi violenti contro le istituzioni dello Stato da parte di gruppi armati. Come conseguenza di ciò, nel corso degli anni più recenti, nella legislazione è stato introdotto un aumento di poteri per la polizia per combattere tale violenza. L’esempio più recente di legislazione di questo tipo è stato il Decreto legge n. 652, presentato nel dicembre del 1978 e convertito in legge nel febbraio del 1980 come “Misure urgenti per la protezione dell’Ordine Democratico e della Pubblica sicurezza”.

Amnesty conclude il suo rapporto dicendo di aver chiesto spiegazioni all’allora ministro degli Interni, Virginio Rognoni, esprimendogli le proprie “preoccupazioni”, ma di non aver mai ricevuto risposta dal governo italiano.

Da allora, in Italia, si sono avvicendati svariati governi, si è passati alla “seconda repubblica”, ma sulle ragioni e i costi di quel conflitto è sceso un velo di maya che ha consentito ai vincitori di riscrivere la storia a proprio modo: la storia di una “democrazia” attaccata da un manipolo di “terroristi”, colpevoli di tutti i mali.

Per impulso del “centro-sinistra”, è stata poi votata una legge che rende praticamente impossibile approvare in parlamento un provvedimento di amnistia per i prigionieri politici – oltre 5.000. E a quelli ancora in carcere, si continuano ad applicare forme di tortura in base all’articolo 41 bis, previsto dall’ordinamento penitenziario. Torture sempre negate dallo Stato italiano, che sostiene di aver “risolto” quel conflitto armato rispettando le “regole della democrazia”. Peccato che, recentemente, uno dei capi di quelle squadrette di torturatori, che si faceva chiamare “dottor De Tormentis” abbia confessato a un giornalista l’esistenza sia dei luoghi di tortura clandestini, sia delle torture denunciate dai sopravvissuti e dai loro avvocati.

Ma non finisce qui. Spostiamoci un po’ più avanti nel tempo, a Genova nel 2001. Il 20 luglio, durante una grande manifestazione pacifica del movimento no-global contro il G8, un carabiniere uccide un giovanissimo manifestante, Carlo Giuliani, che viene trascinato più volte, ancora vivo, dal mezzo blindato. Segue una repressione feroce da parte delle forze di polizia e delle guardie carcerarie, che procedono a torture di massa degne di un film dell’orrore.

A seguito di una lunga battaglia legale, durante la quale alcuni di quei poliziotti verranno promossi ad alti incarichi investigativi e si verificheranno depistaggi nell’inchiesta, la Corte dei Conti condannerà 24 dirigenti e funzionari di polizia responsabili di quella “macelleria messicana” a risarcire lo Stato con 3 milioni di euro.

Nel 2011, la Corte europea dei diritti dell’uomo assolve però il governo italiano da tutte le accuse di aver contribuito indirettamente alla morte di Giuliani, colpevole di aver brandito un estintore contro il blindato dei carabinieri.

Cosa vogliamo dire con questo? Intanto che persino quelle grandi agenzie dell’umanitarismo, così solerti nel condannare i governi che non piacciono agli USA, come Cuba o Venezuela, tacciono o giustificano eccessi e anche torture “come una conseguenza” degli attacchi ricevuti dai governi “democratici” da parte della lotta di classe: sia essa armata, come nel caso delle Brigate Rosse degli anni 1970 e ’80, sia disarmata come nel caso dei manifestanti no-global di Genova.

In entrambi i casi, lo stato borghese ha mostrato il suo vero volto. Questa è però l’analisi dei comunisti, che intendono la storia come lotta di classe, come scontro di interessi tra il capitale che usa tutti i mezzi per appropriarsi del profitto, e il popolo organizzato deciso a cambiare le cose.

Se poi ci spostiamo in America Latina, le cose diventano ancora più chiare. Che tipo di detenzione viene imposta ai prigionieri politici in Colombia, quanti omicidi vengono compiuti con la complicità degli apparati dello Stato? Quanto si è torturato e si tortura in Honduras e in Guatemala? Un esempio di violazione dei diritti umani, reiterata e ignorata dal mondo intero, è dato da quanto accade in Perù, ove prigionieri politici ottantenni vengono torturati e lasciati morire nelle carceri militari dagli anni ’80, e quando finiscono la pena, ricevono altri mandati di cattura. E, anche in quel caso, di amnistia non si vuole parlare…

Eppure, a essere messo sotto accusa è sempre e solo il governo bolivariano del Venezuela. A pochi giorni dalla discussione all’ONU sui diritti umani, che segue alla visita dell’Alta Commissaria Michelle Bachelet, come una ciliegina sulla torta scoppia il caso della morte dell’ex militare Rafael Acosta Arevalo, che sarebbe avvenuta sotto tortura. Arevalo era uno dei golpisti arrestati per aver pianificato massacri e omicidi in Venezuela.

Di fronte alle accuse dell’opposizione – i cui reiterati crimini sempre trovano una qualche giustificazione da parte di certi difensori dei “diritti umani” – il governo bolivariano promette di far luce sulla morte dell’ex militare. Assicura che la tortura non è una politica di Stato, e sottolinea come, tra agosto del 2017 fino a maggio del 2019, vi siano state 104 sentenze di condanna per eccesso nell’uso della forza da parte della polizia, e 335 funzionari e agenti dello Stato sono in carcere e indagati per violazione dei diritti umani.

Quanti agenti dello Stato sono stati condannati in Cile per la dittatura di Pinochet, quanti sono sotto inchiesta per i delitti commessi nell’attuale democrazia sotto tutela? E in Colombia, Argentina, Guatemala, o negli Stati Uniti dove si mettono in carcere persino i bambini?

Ma il socialismo, si dirà, deve imporsi con mezzi diversi da quelli impiegati dal nemico. E, infatti, da Chavez a Maduro, il Venezuela bolivariano si dedica a costruire un socialismo umanista che confida più sulla costruzione del consenso che sull’imposizione. Un percorso che non si fa dall’oggi al domani, tanto più che, nel frattempo, l’imperialismo non rimane con le mani in mano. Tanto più che, nel frattempo, la penetrazione di mafie e paramilitarismo prende di mira soprattutto i quartieri popolari, per costringere il governo nella trappola tra repressione o impunità. Tanto più che parte di quel personale delle forze dell’ordine, ancora in funzione, viene dalle “democrazie” della IV Repubblica, dove si torturavano i prigionieri politici, e dove – prima ancora che nelle dittature del Cono Sur – è stata inaugurata la triste figura del desaparecido.

Sia ai tempi del Piano Condor – ai tempi delle stragi di Stato in Italia e della organizzazione Gladio – sia in questi tempi di Piano Condor economico-finanziario dove però i colpi di Stato non sono venuti meno, lo scontro tra borghesia e settori popolari organizzati resta senza quartiere. Vittimizzare una parte o angelicarne un’altra serve solo a mascherare la dura realtà della lotta di classe e i costi da assumere se si vogliono davvero cambiare le cose. In questo caso, poi, accusare Maduro di essere un torturatore servirà nuovamente a coprire gli attacchi promessi da Trump e dai suoi burattini da qui al prossimo 5 luglio. Servirà a far apparire le violenze golpiste come una “reazione giustificata contro la dittatura”.

Quel che più di tutto risulta insopportabile, è l’ipocrisia di certe anime belle, che invocano la forca in casa propria – solo cambiandole di nome per mantenere sempre le mani pulite – ma diventano improvvisamente garantiste quando si tratta di difendere la peggior risma di truffatori e assassini in casa d’altri, facendoli passare per prigionieri di opinione. Lo abbiamo visto sui grandi giornali italiani, che tacciono sull’omicidio del giovane Figuera, bruciato vivo da un branco di “pacifici manifestanti”, e sul fatto che la targa fotografata sul luogo del crimine appartenga a un cittadino italiano. Lo abbiamo visto durante il fermo di una italiana, presa con armi e esplosivo nel corso di uno degli ultimi tentativi di “guarimbas” contro il governo bolivariano. Su quei giornali, ci si è indignati perché la signora rischiava “addirittura” vent’anni secondo le leggi venezuelane.

In Italia, invece, ai brigatisti condannati all’ergastolo e all’isolamento diurno per “insurrezione armata contro i poteri dello Stato”, si nega persino la dignità politica delle proprie motivazioni. E questo, anche per una certa sinistra italiana pronta ad accusare il Venezuela, risulta assolutamente normale.

 

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