26 di Luglio: Fidel parla dell’attacco alla caserma Moncada

L’azione della Moncada era un’operazione di sorpresa, fulminea. Se non fosse stata condotta così, entro pochi minuti, non sarebbe stato possibile catturare né la caserma né la guarnigione.

Disponevamo di 120 uomini contro più di 1000 soldati con armi molto più potenti e micidiali. La presa della caserma doveva basarsi sulla sorpresa, sulla totale confusione; prima di tutto arrivare, occupare i posti di comando e le camerate in cui dormiva la truppa.
Con la guarnigione mobilitata era impossibile occupare la caserma, perché non disponevamo di mortai, cannoni o bazooka. Se il nostro gruppo avesse avuto a disposizione 10 o 15 cannoni senza rinculo, 6 o 7 mortai, armi automatiche, forse ci saremmo riusciti.

Ma le nostre armi erano le carabine e i fucili 22; erano perfettamente adatti a ciò che intendevamo fare: prendere di sorpresa la caserma, impossessarci dei posti di comando e degli ingressi di tutte le camerate e prendere prigionieri, da vicino, in un combattimento molto ravvicinato. A questo potevano servire quelle armi, non ad un assalto in piena regola contro una fortezza militare; le armi non erano adatte, e gli uomini non erano stati addestrati per questo.

Il rapporto era 15 a 1, e loro avevano armi da guerra. Voglio dire, non si trattava di un assedio a una fortezza, di un assalto a una fortezza, come quelli che facemmo in seguito in guerra. Ciò che avevamo progettato era un’operazione da commando, fulminea, di sorpresa; e proprio perché la sorpresa non riuscì, non fu possibile prendere la caserma.

Avevamo osservato e studiato in anticipo tutti i movimenti nella caserma: i luoghi, le sentinelle, i loro percorsi,  gli orari… Ora, quale imprevisto si presentò? Perché non riuscimmo a prendere la caserma? Sono sicuro, al cento per cento, che fu per la presenza della pattuglia di ronda dislocata dal comando della caserma nel posto di guardia principale a motivo dei festeggiamenti di carnevale, una pattuglia della polizia militare con elmetti, uniformi diverse e mitragliatori, che andava avanti e indietro tra il viale e il posto di guardia principale.

A quanto pare, era stata una misura di sicurezza nell’evenienza che i soldati bevessero a causa dei festeggiamenti, non perché si aspettassero un attacco. Dato che quello era l’ingresso principale, la ronda si spostava tra il posto di guardia e il viale, più o meno per due isolati.

Il nostro piano consisteva nel procedere dapprima lungo la strada di Siboney, per poi proseguire lungo il viale Garzón, all’interno della città, e svoltare a destra in direzione dell’ingresso principale del Moncada, a 200 metri dal viale, penetrando da lì nella caserma.

Davanti viaggiavano le macchine dirette all’ospedale civile, la zona in cui si prevedevano minori rischi; su una di esse viaggiava Abel. Calcolai i tempi in modo tale che entrassero simultaneamente. Le seguiva il gruppo incaricato di occupare il Palazzo di Giustizia e quindi la mia colonna, che doveva occupare il posto di comando e le camerate.

Se fossimo riusciti a entrare vestiti da sergenti e a prendere il posto di comando e l’ingresso delle camerate con i soldati ancora addormentati, li avremmo colti di sorpresa. Svegliandosi, si sarebbero trovati di fronte dei sergenti che, tenendoli sotto tiro, gli avrebbero detto: «Mani in alto, in cortile!».

E una volta in cortile – situato in fondo – si sarebbero trovati circondati dall’alto dall’edificio del Palazzo di Giustizia, dall’ospedale e da noi che ci trovavamo nella caserma, dal posto di comando e dalle camerate. Il cortile sarebbe stato dominato dalle nostre forze da ogni lato. Lì pensavamo di tenere prigionieri i soldati.

I compagni che viaggiavano a un centinaio di metri davanti a me avevano il compito di scendere e disarmare la sentinella. La mia colonna, di circa 90 uomini, doveva penetrare fino al posto di comando e occuparlo, mentre gli altri occupavano l’ingresso delle camerate.

Scelsi dei volontari per occupare il posto di guardia; su quella macchina viaggiavano Montané – uno dei capi del Movimento – Renato Guitart, José Luis Tassende, Ramiro Valdés e altri valorosi quadri e combattenti.

Nessuno sapeva dell’esistenza della ronda che in quel preciso momento era in cammino dal viale Garzón al posto di guardia principale – erano due uomini con mitragliatori Thompson, bracciali ed elmetti da guerra. Fino a quel momento era andato tutto liscio.

La prima macchina svoltò e procedette perfettamente, senza problemi; ma quando raggiunse il posto di guardia, la pattuglia si trovava abbastanza vicina a quest’ultimo. Quando svoltai, vidi che la macchina era giunta a destinazione, a più o meno 100 metri dalla mia; si fermò e il gruppo dell’avanguardia occupò il posto di guardia senza sparare un colpo e senza alcuna difficoltà, ma la ronda vide passare la macchina e si fermò a guardare. Io, che avanzavo dietro, lentamente, mi resi conto che le guardie, allarmate dai movimenti al posto di guardia, a 60 metri da loro, si preparavano ad aprire il fuoco contro quelli che l’avevano occupato.

La mia colonna comprendeva 10 o 12 macchine, con una novantina di uomini – compresi quelli che avevano occupato il posto di guardia. Avevamo già una macchina di meno, perché aveva forato durante il tragitto, ma per compiere con successo la nostra missione questo non rappresentava una perdita grave – per compierla ci servivano solo 60 uomini.

Quando vidi che la ronda rischiava di aprire il fuoco sui combattenti che avevano occupato l’ingresso, decisi d’istinto di neutralizzarla.

Io ero dietro, al volante, avevo una pistola e il fucile automatico; decisi di proteggere quelli della prima macchina e inoltre di togliere il mitragliatore alla pattuglia. All’improvviso, i due soldati si voltarono verso la nostra macchina, che si trovava a due metri da loro, puntandoci contro i mitragliatori.

Probabilmente sentirono il rumore del veicolo e per questo si voltarono e puntarono le armi contro di noi. Con una brusca sterzata lanciai la macchina contro di loro.

Alla mia destra le portiere si aprirono e uscirono due uomini; uno di loro aprì il fuoco. I soldati rimasero talmente sorpresi che non spararono. Quando il compagno scese e si sentì lo sparo, tutti i combattenti che viaggiavano sulle altre macchine scesero con le loro armi e occuparono il grosso edificio che si trovava di fronte a loro. L’ordine che avevano ricevuto era che quando io avessi occupato il posto di comando, loro avrebbero dovuto avanzare in direzione delle camerate; ed era proprio ciò che erano convinti di stare facendo. Quando risuonò il primo sparo iniziarono a sentirsi colpi in tutte le direzioni.

Io sapevo che eravamo ancora fuori dalla caserma, ma i nostri no, e quando scesero dalle macchine entrarono immediatamente in un edificio di tipo  militare e lo occuparono. In realtà avevano occupato l’ospedale militare, situato all’esterno della caserma. Dominavano comunque tutta la strada. Bisognava vederlo, quell’edificio! Di sicuro aveva l’aria di una caserma, e gli uomini, rapidi e determinati, agirono secondo gli ordini. Quanti saranno stati? Una sessantina, perché non tutta la colonna che mi seguiva era riuscita a svoltare, solo una parte aveva avuto lo spazio per farlo. Non so dire se fossero sei macchine, sette oppure otto. Forse, dopo il passaggio della macchina degli studenti sbruffoni, che cercarono di arrivare prima, alcuni si confusero e li seguirono. Fatto sta che arrivai lì con meno uomini del previsto, che tuttavia erano sufficienti per l’azione. Se ciò che accadde davanti all’ospedale fosse capitato all’interno della caserma, non avrei avuto bisogno di altri uomini.

In seguito ho ripensato molte volte a quell’episodio. Ciò che feci fu corretto: cercare di proteggere i nostri e, inoltre, di disarmare i due della pattuglia nemica che stavano per aprire il fuoco su di loro. Dopo aver molto riflettuto e letto riguardo a questo problema, ritengo che il modo migliore in cui avrei potuto proteggere quelli che avevano occupato il posto di guardia sarebbe stato lasciar perdere la pattuglia e avanzare rapidamente. Il resto delle macchine ci avrebbe seguito. Avevamo già liberato l’ingresso della caserma, e il piano si era svolto con precisione, perché tutto quanto era andato perfettamente fino a quel momento.

Mi resi conto della situazione che si era creata e feci ogni sforzo per riorganizzare la colonna. Entrai nell’ospedale – i nostri combattenti ne avevano immediatamente occupato il piano terra – e li feci uscire perché proseguissero alla volta del posto di comando nemico: «Questa non è la caserma, è l’ospedale!», gridai loro. Ricordo che nei primi istanti si affacciò un uomo e rimase ferito – fu l’unico ferito in quell’edificio. A colpirlo fu qualcuno che sparò molto vicino a me, quasi mi assordò. Tentai di farli salire nuovamente sulle macchine, ma le pallottole fischiavano dappertutto, la sparatoria era tremenda. Nonostante tutto, cercai di riorganizzare l’attacco e di liberare le mura. Per poco non ci riuscii; le prime macchine erano ormai pronte con gli uomini a bordo, quando, per qualche motivo, uno di questi ultimi si spaventò, fece marcia indietro e andò a sbattere contro la mia macchina.

In realtà, tutti gli sforzi che feci per riorganizzare la colonna risultarono vani, perché non mi fu possibile. Ci ero quasi riuscito quando capitò l’incidente, e una parte degli uomini si disperse nelle stradine circostanti.

A quel punto tutta la caserma si svegliò e scattò l’allarme, che faceva un rumore incredibile e continuò a suonare non so per quanto tempo. Qualcuno lo attivò, o forse era automatico. Era il rumore più infernale che abbia sentito in vita mia. La guarnigione si svegliò, ed erano passati forse otto o dieci minuti – anche meno – quando un uomo si arrampicò fino a un punto in cui, con una mitragliatrice 50, poteva dominare tutta la strada in cui ci trovavamo noi. Ricordo che mi occupai io di quell’uomo. Lui cercava di arrivare alla mitragliatrice 50, sembrava una scimmietta che saltellava, e io sparavo. Lui si gettava a terra, poi tentava di nuovo di afferrarla, e io sparavo di nuovo con il mio fucile a pallini. Gli sparai diverse volte, non lasciai che si avvicinasse e utilizzasse quell’arma; ciò che mi interessava era che non ci arrivasse, e alla fine non sparò un colpo per tutto il tempo in cui rimanemmo lì.

Che ne fu di quell’uomo che più volte tentò di mettere le mani su quell’arma? Morì? Si ritirò? No so che fine fece quell’uomo, ma sta di fatto che non sparò con la mitragliatrice 50.

Mi resi conto che ormai era assolutamente impossibile prendere la caserma; così ordinai la ritirata. In quel momento stavo pensando all’azione di Bayamo.

Dopo aver fatto ritirare tutti, mi preparai a salire sull’ultima macchina, e quando ero già a bordo vidi apparire uno dei nostri. Scesi e gli dissi: «Sali!». Così rimasi lì da solo. Non vedevo nessun altro, evidentemente erano rimasti alcuni compagni, ma io non li vedevo. Rimasi solo in mezzo a quella strada, praticamente di fronte all’ospedale.

A quel punto capitò una cosa strana. Ero lì in piedi, da solo, non vedevo nessun altro compagno su tutta la strada, quando arrivò una macchina; la guidava un ragazzo di Pinar del Río – ormai è morto – e fu lui a raccogliermi. Arrivò dal viale Garzón, quando ormai tutti quanti si erano ritirati. Avevo detto ai nostri di aspettarmi sul viale, e uno di loro arrivò e mi raccolse. Ricardo Santana si chiamava, quel giovane coraggioso. Da dove era arrivato? Non lo so, ma fu un’azione rischiosa, pazzesca. Se non mi avesse raccolto, mi avrebbero ammazzato lì.

Il combattimento durò 10, 12, 15 minuti. Me ne andai pensando ai ragazzi di Bayamo e mi venne l’idea di proseguire su quello stesso viale in direzione della caserma di El Caney, con l’obiettivo di catturare il battaglione, dislocato a pochi minuti da lì, e di aprire lì un nuovo fronte, perché pensavo che i combattenti di Bayamo avessero già occupato la loro caserma e che presto sarebbero rimasti soli. Visto che non avevamo preso il Moncada, era necessario andarcene e attuare un’operazione militare in appoggio agli uomini che avevamo là.

Mentre procedevo lungo il viale, le macchine che viaggiavano davanti, arrivate all’entrata di Vista Alegre, non aspettarono, proseguirono e svoltarono a destra, in direzione dell’allevamento, a dieci o dodici minuti da lì, invece di svoltare sul tratto per Vista Alegre, che più avanti si collega con una piccola strada che conduce direttamente all’abitato e alla caserma di El Caney. Dato che stavo sul sedile posteriore non potei nemmeno far cambiare strada alla nostra macchina, e men che meno alle altre. Avremmo potuto cogliere di sorpresa la guarnigione di quella caserma – avevamo ancora addosso le uniformi da sergenti. Di sicuro, quelle uniformi crearono grande confusione all’interno dell’esercito. Se non ci furono maggiori perdite tra di noi durante il combattimento, fu proprio per questo. Creammo una totale confusione, un caos assoluto, in cui eravamo gli unici a sapere che cosa stesse succedendo. Anche se l’uomo della mitragliatrice 50 sapeva che stavamo attaccando e che eravamo nemici.

La causa del fallimento fu l’apparizione inattesa di quella pattuglia. Mi rammarico molto che non sia stato possibile portare a termine il piano. Se in qualunque altro momento avessi dovuto elaborare di nuovo un piano, sarebbe stato identico. Oggi, con l’esperienza che ho acquistato, lascerei perdere la pattuglia e andrei avanti; il convoglio di macchine l’avrebbe paralizzata, non avrebbero sparato…

( Dal libro /Guerrigliero del tempo/ di Katiuska Blanco)

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