I due tempi dell’offensiva destabilizzatrice contro Evo Morales

Hugo Moldiz Mercado  www.cubadebate.cu

L’offensiva generale, in due tempi, contro il Processo di Cambio e la continuità di Evo Morales alla presidenza dello Stato Plurinazionale è entrata nel suo tratto finale, a due settimane da che, in Bolivia, si celebrino le elezioni generali di questo 20 ottobre e che acquisiscano un valore geopolitico di grande importanza per l’effetto che andrà ad avere, una settimana dopo, in Argentina ed Uruguay.

Non è necessario essere stregoni per rilevare che questo duro assalto della destra boliviana, sostenuta dall’estero dal governo USA e dai politici boliviani che sono fuggitivi dalla giustizia, fa parte della nuova strategia generale di destabilizzazione che si sviluppa contro Evo Morales, dal 21 febbraio 2016, quando un’inedita forma di cospirazione politico-mediatica è riuscita ad impedire che in un referendum si approvasse la riforma dell’articolo 168 della Costituzione Politica Statale che avrebbe abilitato il dirigente indigeno per le elezioni di quest’anno.

Il risultato di quel referendum -in cui ebbe un’attiva partecipazione l’ambasciata USA, il cui incaricato di Affari si incontrò con Carlos Valverde, che fece esplodere il cosiddetto “caso Zapata”- caricò di eccessivo ottimismo l’opposizione e gli fece ignorare il rapporto delle forze reali nel paese, che in tutti i modi continuava ad essere favorevole, in termini generali, al Processo di Cambio. Convinti che Morales fosse indebolito, nelle due settimane successive a quell’atto elettorale, le richieste di dimissioni del presidente dello Stato Plurinazionale non cessarono, sebbene fossero concentrate in piccoli gruppi di opinionisti con copertura mediatica e dirigenti politici con scarsa rappresentanza.

Il dibattito ad alta intensità sulla legittimità di Evo Morales, dopo il referendum del 21 febbraio, aumentò di tono a settembre 2017, quando un gruppo di deputati e senatori del MAS presentò un Ricorso Astratto di Incostituzionalità davanti al Tribunale Costituzionale Plurinazionale (TCP) per abilitare Evo Morales alle elezioni del 2019, in base al diritto preferenziale stabilito nel CPE e nella Convenzione Americana. Il 28 novembre di quello stesso anno, una sentenza costituzionale diede corso favorevole al ricorso costituzionale.

La carta usata dal governo e dal MAS, di altre quattro che aveva a disposizione per ottenere lo stesso risultato (dimissioni di Evo tre mesi prima delle elezioni, convocazione di due tipi di referendum e l’appello ad una nuova Assemblea Costituente), ha lasciato disorientata l’opposizione per alcune settimane, che solo azzeccò di tornare alla rimostranza come metodo di opposizione.

Ma poi questo blocco di opposizione (partiti di destra, media, gerarchia cattolica, alcuni imprenditori, dirigenti civici e piattaforme cittadine) lasciò il posto ad una nuova escalation della sua offensiva.

Tre sono i fronti da cui l’opposizione ha portato avanti questa nuova fase della strategia anti-Evo: l’internazionale, il politico-cospirativo interno ed il mediatico nazionale.

A livello internazionale, l’opposizione ha fatto ricorso a tre tipi di attori:

primo, organismi internazionali come l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) e la Commissione Interamericana dei Diritti Umani (IACHR). In nessuno di essi ebbe successo a causa della legalità della sentenza costituzionale che ha abilitato Morales, la constatazione che in Bolivia esistevano dissensi in democrazia e l’esistenza di giurisprudenza internazionale, come quella di Oscar Arias, che fu autorizzato ad andare alla rielezione in Costarica.

secondo attore sono stati gli USA, attraverso il Dipartimento di Stato ed il Senato USA che, ciascuno separatamente, ha rilasciato dichiarazioni chiedendo a Morales di rispettare il risultato del 21 febbraio e lo esortava -il primo- a non presentarsi alle elezioni.

terzo, organismi privati riguardanti i diritti umani con collegamenti con la destra continentale, analisti e media internazionali.

Nell’ordine interno, nonostante la visione comune di organizzarsi e puntare insieme i missili contro Morales, la destra non ha mai potuto superare la sua divisione e la competizione tra le piattaforme civiche riproduceva lo stesso disagio. Questa frammentazione è diventata evidente anche prima che si promulgasse la Legge delle Organizzazioni Politiche (LOP) e si è accentuata non appena si è lanciata la convocazione per le elezioni primarie nel gennaio di quest’anno. Il risultato, otto partiti di opposizione hanno registrato i loro candidati per le primarie. Certo è che sì, sul piano interno, le proteste delle piattaforme sono diventata violente contro i militanti della MAS o contro le sedi del Tribunale Supremo Elettorale a La Paz e Santa Cruz.

Il terzo fronte è il mediatico. Sebbene non vi sia nulla che possa provare dell’esistenza di un meccanismo di coordinamento a livello mediatico, è evidente che media e giornalisti chiaramente oppositori, oltre a editorialisti e analisti, hanno concordato nel colpire il presidente Evo Morales con il tema del 21F, della corruzione e narcotraffico.

Da dove si articolava la tradizionalmente frammentata opposizione boliviana ?

Alla domanda non è difficile rispondere. Solo gli USA -dall’interno e dall’esterno- hanno la capacità di unire “mori e cristiani” dopo l’obiettivo di scagliarsi contro Evo Morales. Anche se se hanno preso molta cura che l’attuale Incaricato d’Affari, Bruce Williamson, non venga scoperto “con le mani nel sacco”, come avvenne con l’ambasciatore Philip Golberg, nel 2008, -per cui fu espulso quell’anno-; l’alto diplomatico USA ha tenuto incontri con Carlos Mesa, Samuel Doria Medina e Rubén Costas. Inutile dire della strenua attività dei funzionari USA e boliviani che lavorano per quel paese.

Il tratto finale, in due tempi

 

Il blocco dell’opposizione non ha potuto impedire che Evo Morales si presenti alle elezioni e che sia alla guida nei sondaggi sull’intenzione di voto. Neppure in sondaggi condotti dalle fazioni dell’opposizione, non è stato possibile evitare che il dirigente indigeno appaia per primo.

Ma, mentre tale tendenza si approfondiva, lasciando malconcio l’ex vice presidente del gonismo e presidente dall’ottobre 2003 al giugno 2005, Carlos Mesa, un evento naturale si è presentato, inaspettatamente, ed ha colpito la crescita elettorale del candidato ufficiale ed alla fine lo ha fatto retrocedere di alcuni punti. Gli incendi nella Chiquitania hanno dato all’opposizione un modo efficace per sensibilizzare i settori della popolazione e creare l’immagine distorta che Evo Morales sia il più grande predatore della storia della Bolivia.

In tale contesto, l’abbiamo segnalato in un precedente articolo pubblicato il 21 settembre (L’opposizione incendia la democrazia in Bolivia), il blocco dell’opposizione sfrutta il tema degli incendi per generare una piattaforma di conflitti, come quelli di cui è stato protagonista il Comitato Pro Santa Cruz -che nel suo Consiglio di questo 4 ottobre ha sollevato le bandiere del federalismo e della disobbedienza civile se Evo Morales trionfa a seguito di una presunta frode elettorale- dal Collegio Medico -che si oppone all’accesso della gente alla salute ed è da più di 30 giorni in sciopero indefinito-, dai settori civici di Potosí -che chiedono maggiori privilegi per lo sfruttamento del litio, sebbene si sia da poco nelle fasi iniziali di questa storica rivendicazione- da un settore degli indigeni delle pianure -che in una marcia verso La Paz richiedono l’abolizione del decreto di estensione della frontiera agricola- e da un settore dei coltivatori di coca di Los Yungas de La Paz, che continuano a porre in discussione la Legge Generale sulla Coca.

Bene, calcolato o no, la strategia generale per destabilizzare Evo Morales è entrata nel suo tratto finale e tale offensiva ha due tempi: prima e dopo le elezioni del 20 ottobre.

Nella fase preelettorale, l’obiettivo è impedire che Evo Morales venga rieletto al primo turno il 20 ottobre (dal momento che un secondo turno gli sarebbe molto più difficile, per non dire impossibile).

Qui ci sono tre gruppi di attori con motivazioni ed obiettivi tattici diversi.

Da un lato, c’è un’opposizione dalla linea dura, i cui principali dirigenti sono al di fuori del paese (Carlos Sánchez Berzaín, Manfred Reyes Villa, Branko Marinkovic e altri), che si oppone a Morales, ma anche ai candidati dell’opposizione “per essere funzionali” al governo al presentarsi alle elezioni. Sebbene non lo affermino, sono propensi a generare fatti che costringano alla sospensione delle elezioni.

Il secondo gruppo è composto da alcuni attivisti, politici e civici guidati da Jorge Tuto Quiroga e Luis Fernando Camacho del Comitato Pro Santa Cruz che, sebbene siano sostenitori dell’appoggio a Mesa prima di Ortiz, hanno come principale impegno lavorare, dentro e fuori il paese, per delegittimare la figura di Evo Morales prima e dopo le elezioni. Una delle loro carte, finora senza esito positivo, è che si presenti una lettera alla Corte Interamericana dei Diritti Umani per chiedere un parere consultivo se la rielezione indefinita sia o meno un diritto umano. Nonostante i loro sforzi e gli annunci carichi di sensazionalismo, né Jair Bolsonaro né Iván Duque si sono prestati a quel progetto, a causa di problemi interni che trascinano nei loro paesi.

Il terzo gruppo è dei candidati che si presentano alle elezioni. Questa linea di “mettere benzina” ai conflitti sociali sviluppati da corporazioni, sindacati e settori civici contro Morales, affinché li benefici a livello elettorale, li scontra gli uni con gli altri ed indebolisce l’effetto che cercano.

Ma, come abbiamo detto sopra, questa offensiva ha un secondo tempo con varianti. Uno nel caso ci sia un secondo turno e l’altro che Evo Morales sia eletto per un quarto mandato.

Nel caso in cui al secondo turno Mesa si imponga a Morales, è chiaro che questo governo la vedrà molto dura avendo le camere di deputati e senatori con una maggioranza a favore del MAS e movimenti sociali nelle strade per difendere le conquiste di questi 13 anni.

Nello scenario in cui Evo Morales sia rieletto per un quarto mandato, una delle risoluzioni del consiglio cruzeño è già un anticipo di ciò che il governo di sinistra dovrà affrontare: l’attacco nazionale ed internazionale montato sull’idea della frode elettorale. Ciò implica l’impegno dell’opposizione affinché verso la Bolivia si applichi quasi la stessa ricetta dispiegata contro Nicolás Maduro del Venezuela e Daniel Ortega del Nicaragua, a cui oltre a criticarli con lo stigma di “dittatori” sono considerati governi illegittimi e perciò meritevoli che contro di essi si materializzi con tutti i suoi rigori la Carta Democratica Interamericana.


Los dos tiempos de la ofensiva desestabilizadora contra Evo Morales

Por: Hugo Moldiz Mercado

La ofensiva general, en dos tiempos, contra el Proceso de Cambio y la continuidad de Evo Morales en la presidencia del Estado Plurinacional ha ingresado en su recta final, a dos semanas de que en Bolivia se celebren las elecciones generales de este 20 de octubre y que adquieren un valor geopolítico de gran importancia por el efecto que vaya a tener una semana después en Argentina y Uruguay.

No hay que ser brujos para detectar que esta dura arremetida de la derecha boliviana, respaldada desde fuera del país por Estados Unidos y de políticos bolivianos que se encuentran prófugos de la justicia, forma parte de la nueva estrategia general de desestabilización que se desarrolla contra Evo Morales desde el 21 de febrero de 2016, cuando una inédita forma de conspiración político-mediática logró impedir que en un referéndum diera visto bueno a la reforma del artículo 168 de la Constitución Política del Estado que habilitaría al líder indígena para las elecciones de este año.

El resultado de ese referéndum —en la que tuvo una activa participación la embajada de Estados Unidos, cuyo encargado de Negocios se reunió con Carlos Valverde, quien hizo detonar el llamado “caso Zapata”—, cargó de excesivo optimismo a la oposición y le hizo ignorar la relación de fuerzas real en el país, que de todas maneras seguía siendo favorable en términos generales al Proceso de Cambio. Convencidos de que Morales estaba debilitado, en las dos siguientes semanas a ese acto electoral, los pedidos de renuncia del presidente del Estado Plurinacional no cesaron, aunque estaban focalizados en reducidos grupos de opinadores con cobertura mediática y dirigentes políticos con escasa representación.

El debate de alta intensidad sobre la legitimidad de Evo Morales después del referéndum del 21 de febrero subió de tono en septiembre de 2017, cuando un grupo de diputados y senadores del MAS presentó un Recurso Abstracto de Inconstitucionalidad ante el Tribunal Constitucional Plurinacional (TCP) para habilitar a Evo Morales para las elecciones de 2019, sobre la base de derecho preferente establecido en la CPE y en la Convención Americana. El 28 de noviembre de ese mismo año, una sentencia constitucional dio curso favorable al recurso constitucional.

La carta empleada por el gobierno y el MAS, de otras cuatro que tenía a mano para lograr el mismo resultado (renuncia de Evo tres meses antes de las elecciones, convocatoria a dos tipos de referéndum y el llamado a una nueva Asamblea Constituyente), dejó desubicada a la oposición por unas semanas, que solo atinó a volver a la queja como método de oposición.

Pero luego este bloque de oposición (partidos de derecha, medios de comunicación, jerarquía católica, algunos empresarios, dirigentes cívicos y plataformas ciudadanas) dio paso a una nueva escalada de su ofensiva.

Tres son los frentes desde donde la oposición llevó adelante esta nueva fase de la estrategia anti-Evo: el internacional, el político-conspirativo interno y el mediático nacional.

En el plano internacional la oposición recurrió a tres tipos de actores: primero, organismos internacionales como la Organización de Estados Americanos (OEA) y la Comisión Interamericana de Derechos Humanos (CIDH). En ninguno de los dos tuvo éxito debido a la legalidad de la sentencia constitucional que habilitó a Morales, la constatación de que en Bolivia había disensos en democracia y a la existencia de jurisprudencia internacional, como la de Oscar Arias, quien fue habilitado para ir a la reelección en Costa Rica.

El segundo actor fue Estados Unidos, a través del Departamento de Estado y el Senado estadounidense que, cada uno por separado, emitieron declaraciones en las que le pedían a Morales respetar el resultado del 21 de febrero y le instaba –el primero- a no presentarse en las elecciones.

El tercero, organismos privados de derechos humanos con vínculos con la derecha continental, analistas y medios de comunicación internacional.

En el orden interno, no obstante, la visión común de organizarse y apuntar juntos los misiles contra Morales, la derecha nunca pudo superar su división y la competencia entre las plataformas ciudadanas reproducía el mismo malestar. Esta fragmentación se hizo evidente aún antes de que se promulgara la Ley de Organizaciones Políticas (LOP) y se acentuó apenas se lanzó la convocatoria a las elecciones primarias para enero de este año. El resultado, ocho partidos de oposición registraron sus candidatos para las primarias. Lo que sí, en el plano interno, las protestas de las plataformas devenían en violencia contra militantes del MAS o contra sedes del Tribunal Supremo Electoral en La Paz y Santa Cruz.

El tercer frente es el mediático. Si bien no existe nada que pueda probar sobre la existencia de un mecanismo de coordinación a nivel de medios de comunicación, es evidente que medios y periodistas claramente opositores, además de columnistas y analistas, coincidían en golpear al presidente Evo Morales con el tema del 21F, la corrupción y el narcotráfico.

¿Desde dónde se articulaba a la tradicionalmente fragmentada oposición boliviana?

La pregunta no es difícil de responder. Solo Estados Unidos –desde dentro y desde fuera- tiene la capacidad de juntar a “moros y cristianos” tras el objetivo de arremeter contra Evo Morales. Si bien se ha cuidado mucho de que el actual Encargado de Negocios, Bruce Williamson, no sea descubierto “con las manos en la masa”, como ocurrió con el embajador Philip Golberg en 2008 –por lo que fue expulsado ese año-, el alto diplomático estadounidense ha mantenido reuniones con Carlos Mesa, Samuel Doria Medina y Rubén Costas. Ni qué decir de la ardua actividad de funcionarios estadounidenses y bolivianos que trabajan para ese país.

La recta final, en dos tiempos

El bloque opositor no ha podido impedir que Evo Morales se presente en las elecciones y que se ponga a la cabeza en las encuestas de intención de voto. Ni siquiera en encuestas manejadas por fracciones opositoras se ha podido evitar que el líder indígena aparezca primero.

Pero, mientras esa tendencia se profundizaba, dejando mal parado al exvicepresidente del gonismo y presidente de octubre de 2003 a junio de 2005, Carlos Mesa, un hecho natural se presentó de manera inesperada, afectó el crecimiento electoral del candidato oficialista y eventualmente lo hizo retroceder unos puntos. Los incendios en la Chiquitanía le dieron a la oposición una forma efectiva para sensibilizar a sectores de la población y crear la imagen distorsionada de que Evo Morales es el mayor depredador de la historia de Bolivia.

En ese contexto, lo hemos señalado en un anterior artículo publicado el 21 de septiembre (Oposición incendia la democracia en Bolivia), es que el bloque opositor aprovecha el tema de los incendios para generar una plataforma de conflictos, como los protagonizados por el Comité Pro Santa Cruz -que en su cabildo de este 4 de octubre levantó las banderas del federalismo y de la desobediencia civil si Evo Morales triunfa producto de un supuesto fraude electoral-, por el Colegio Médico –que se opone al acceso de la gente a la salud y lleva más de 30 días en paro indefinido-, por los cívicos de Potosí –que piden mayor regalía por la explotación del litio, a pesar de que recién se está en los pasos iniciales de esta histórica reivindicación-, por un sector de los indígenas de las tierras bajas –que en una marcha hacia La Paz exigen que se levante el decreto de ampliación de la frontera agrícola–, y por un sector de los cocaleros de Los Yungas de La Paz, que siguen cuestionando la Ley General de la Coca.

Pues bien, calculado o no, la estrategia general para desestabilizar a Evo Morales ha ingresado en su recta final y esa ofensiva tiene dos tiempos: antes y después de las elecciones del 20 de octubre.

En la etapa de antes de las elecciones, el objetivo es impedir que Evo Morales sea reelecto en primera vuelta el 20 de octubre (ya que una segunda vuelta le sería mucho más difícil, porque no decir imposible).

Aquí hay tres grupos de actores con motivaciones y objetivos tácticos distintos.

Por un lado, hay una oposición de línea dura, cuyos principales dirigentes están fuera del país (Carlos Sánchez Berzaín, Manfred Reyes Villa, Branko Marinkovic y otros), que se opone a Morales, pero también a los candidatos de la oposición “por ser funcionales” al gobierno al presentarse a las elecciones. Aunque no lo dicen, se inclinan por generar hechos que obliguen a suspender las elecciones.

El segundo grupo está conformado algunos activistas, políticos y cívicos conducidos por Jorge Tuto Quiroga y Luis Fernando Camacho del Comité Pro Santa Cruz que, si bien son partidarios de apoyar a Mesa antes que a Ortiz, tienen por principal apuesta trabajar, dentro y fuera del país, para deslegitimar la figura de Evo Morales para antes y después de las elecciones. Una de sus cartas, hasta ahora fracasada, es que se presente una carta a la Corte Interamericana de Derechos Humanos para pedir una opinión consultiva sobre si la reelección indefinida es o no un derecho humano. A pesar de sus esfuerzos y de anuncios cargados de sensacionalismo, ni Jair Bolsonaro ni Iván Duque se han prestado a ese proyecto, debido a problemas internos que arrastran en sus países.

El tercer grupo, es de los candidatos que se presentan en las elecciones. Esta línea de “meterle gasolina” a los conflictos sociales desarrollados por gremios, sindicatos y cívicos contra Morales, para que les beneficie electoralmente, los enfrenta entre sí y debilita el efecto que buscan.

Pero, como decimos más arriba, esta ofensiva tiene un segundo tiempo con variantes. Una en caso de que haya segunda vuelta y la otra de que Evo Morales sea electo para un cuarto mandato.

En caso de que en la segunda vuelta Mesa se imponga a Morales, es evidente que ese gobierno la tendrá muy difícil al tener las cámaras de diputados y senadores con mayoría a favor del MAS y movimientos sociales en las calles para defender las conquistas de estos 13 años.

En el escenario de que Evo Morales sea reelecto para un cuarto mandato, una de las resoluciones del cabildo cruceño ya es un adelanto de lo que el gobierno de izquierda deberá enfrentar: el ataque nacional e internacional montado sobre la idea del fraude electoral. Esto implica la apuesta de la oposición para que hacia Bolivia se aplique casi la misma receta desplegada contra Nicolás Maduro de Venezuela y Daniel Ortega de Nicaragua, a los que además de criticarlos con el estigma de “dictadores” se los considera gobiernos ilegítimos y por lo tanto merecedores de que en su contra se materialice con todo su rigor la Carta Democrática Interamericana.

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