Il corso di Cuba e «l’opinione di Miami»

Qualsiasi informazione su coloro, pagati dagli USA, che attuano il compito di rendere invisibile la guerra economica è un attentato alla libertà di pensiero ed espressione

 Iroel Sánchez

 

Quando, a novembre 2016, Donald Trump ha vinto le elezioni presidenziali USA, un gruppo di persone gli ha inviato un euforico saluto video dall’Avana, che diverse pubblicazioni, pagate dal governo USA, hanno diffuso su Internet.

Per coloro che non hanno potuto vederlo, queste sono alcune delle frasi che sono state dette lì:

«(Trump) L’uomo necessario per uscire da tutta questa situazione» (a Cuba).

“Spazziamo via tutti i comunisti”.

“A Cuba quasi tutte le persone che soffrono le conseguenze del regime siamo felici” (con la vittoria di Trump).

«Non possiamo farlo da soli» (a decidere il destino di Cuba).

“Con l’elezione di Trump, rinascono le speranze in coloro che le hanno perse”.

(Con) “l’arrivo di Trump alla Casa Bianca possiamo riscattare quell’alleato che abbiamo sempre avuto nella lotta per la libertà a Cuba”.

Pochi hanno allora commentato così sorprendenti dichiarazioni, nonostante il fatto che una sola delle varie pubblicazioni che hanno amplificato quel video abbia ricevuto, dall’amministrazione di W. ush fino ad oggi, milioni di $ in sovvenzioni da parte del Governo USA e dall’inizio del 2017 a metà del 2019 -secondo il sito Cubamoneyproject– le sono stati consegnati, da quello stesso governo, 440000 $. Neppure ora, quando nel suo archivio si possono trovare diverse delle firme iniziali di una lettera che ha accusato le istituzioni cubane di procedere con estremismo ed intolleranza. Secondo la stessa fonte, uno solo di questi firmatari ha ricevuto 130000 $ dal governo USA per fomentare il “cambio costituzionale a Cuba”, senza che a lui o a nessuno di coloro che hanno partecipato a eventi e pubblicazioni, per il suddetto cambio a Cuba, qualcuno li accusi di “ufficialismo” filo USA.

Loro, a differenza dei cubani che sostengono la Rivoluzione, sì hanno libertà di espressione, ecco perché in tali “media indipendenti”, come in tutta la stampa di Miami, non è possibile trovare una sola opinione su ciò che accade a Cuba che non attacchi, in un modo o nell’altro, il Governo cubano, ma sì è comune trovare una totale coincidenza con il discorso trumpista sull’isola.

COME SI CHIAMA CIO’ CHE FANNO GLI IMPIEGATI DEI MEDIA DIPENDENTI DEGLI USA?

 

Qualsiasi informazione su coloro, pagati dagli USA, che attuano il compito di rendere invisibile la guerra economica è un attentato alla libertà di pensiero ed espressione. Se una persona si reca all’ambasciata di Washington all’Avana per ricevere istruzioni su come rovesciare il sistema che i cubani hanno appena proclamato nella Costituzione con l’87% dei voti, o si integra in (e guadagna da) progetti il ​​cui confesso obiettivo è il “transitional change”, finanziato dalla Open Society di George Soros, madre delle “rivoluzioni colorate” finite a ferro e fuoco in mezzo mondo, basta solo che la si critichi per convertirla in martire della libertà, non senza l’aiuto involontario del silenzio burocratico mescolato alla goffa comunicazione. E chiunque la critichi è persino accusato di violazione dei diritti stabiliti dalla Legge; tuttavia tale critico non farebbe altro che esercitare ciò che la Legge delle leggi gli concede nel suo articolo 4: «I cittadini hanno il diritto di combattere con tutti i mezzi, compresa la lotta armata, quando non fosse possibile altro ricorso, contro chiunque che cerchi di demolire l’ordine politico, sociale ed economico stabilito da questa Costituzione».

Vedere i popoli di Argentina, Ecuador e Cile ribellarsi contro le ricette del Fondo Monetario Internazionale (FMI) rende inevitabile ricordare come gli amici di Soros parlavano, nel suo “laboratorio di idee”, sulla “necessaria entrata di Cuba” in quel organismo.

Ma se ciò che Trump ha fatto con il Presidente dell’Ucraina è “tradimento della Patria”, perché ha cospirato con un governo straniero per danneggiare un compatriota, qual è il nome di ciò che fanno gli impiegati dei “media indipendenti”, che lui finanzia, per rendere invisibile il blocco ed incolpare dei suoi effetti il governo di Cuba? Cosa accadrebbe nel paradiso della libertà di espressione a coloro che apparissero in un video chiedendo a Cina o Russia di prendere misure che danneggino gli USA?

Nel mezzo del nuovo scenario creato dalla recrudescenza del blocco, ritorna l’opportunità di ciò che l’ ‘accademica britannica Emily Morris ha descritto, qualche tempo fa, come “un gruppo principalmente finanziato e basato negli USA e dominato, in modo schiacciante, da emigrati “cubanologi”, come si autodefiniscono, profondamente ostili al regime dell’Avana». Un comportamento così settario che Morris lo definisce “l’opinione di Miami”.

Le sue soluzioni? quelle che, in questo momento, abbiamo visto far esplodere Ecuador e Cile: «politiche incentrate sull’apertura dell’economia ai flussi mondiali di capitale, privatizzazione delle risorse statali, deregolamentazione di prezzi e salari e tagli alla spesa sociale». Morris ha precisato: «Le principali figure, dal 1970, hanno incluso Carmelo Mesa-Lago, dell’Università di Pittsburgh, “il Decano degli Studi di Cuba” e autore di oltre 30 libri; ed il suo frequente coautore Jorge Pérez-López, direttore degli affari economici internazionali per il Dipartimento del Lavoro degli USA, uno dei principali negoziatori dell’Accordo di Libero Commercio Nordamericano (Tlcan), già alla guida, per molti anni, dell’Associazione per lo Studio dell’Economia Cubana (ASCE)».

Dalle pagine del quotidiano spagnolo El País, il “decano degli studi di Cuba” ed economista più consultato per parlarne in quel giornale, sicuramente interessato come nessun altro nella costruzione del socialismo e nella difesa della sovranità nazionale in questa Isola, con il blocco a pieno regime, rimproverava Raul nel 2015: «non ha risposto ai passi di Obama con alcuna concessione», e nel giugno 2017 affermava che «il Governo cubano è entrato nel panico dopo la visita di Obama».

Ma è ovvio che se le autorità cubane si rifiutarono di applicare le loro ricette nel mezzo dell’acutissima crisi economica dopo il crollo dell’URSS, quando il neoliberalismo era di moda, tanto meno le eseguiranno ora quando è visibile il loro fallimento ovunque, ecco perché bisogna aggiungere altre voci e presentare come “consenso” ciò che non è altro che un vecchio piano vestito con abiti nuovi.

IN DIFESA DELL’INTERESSE DEI PIÙ UMILI

 

Non bisogna cambiare cose a Cuba? Sì, e non poche, incluso avere una stampa capace di non consegnare il monopolio dell’analisi economica a spazi pagati dai suoi avversari. Il primo che parla della necessità di “lavorare in modo diverso” è il Presidente, che ha insistito sull’integrare il settore privato allo statale, facilitargli attraverso quest’ultimo le importazioni e l’esportazione e collegarlo -insieme al settore statale- agli investimenti esteri, ma ha anche ripetutamente invitato, negli ultimi mesi, ad “affrontare con solidi argomenti, dall’Economia Politica, la piattaforma neocoloniale e neoliberale che vogliono imporci, aggrappata ai miti ed ai feticci costruiti dal neoliberalismo”.

Nessuno ha rinunciato all’esecuzione di un gruppo di misure di ampia accettazione nella società cubana, relazionate a strategie economiche che il Governo ha proclamato all’inizio dell’estate e che sono iniziate ad agosto con un significativo aumento delle retribuzioni nel settore del bilancio, mai previsto né richiesto dai guru della «stampa indipendente», sebbene si sia fatto più difficoltosa la sua attuazione nel mezzo dell’attuale situazione di intensificata guerra economica. Molto meno alla strategia di trasformazione contenuta nei Lineamenti. “Vengo a mantenere l’impegno a lavorare ed esigere l’attuazione del programma che ci siamo dati come Governo e come popolo nei Lineamenti della politica del Partito e della Rivoluzione, a breve, medio e lungo termine”, ha affermato il Presidente Diaz- Canel il giorno in cui fu eletto, per la prima volta, a capo del Governo e dello Stato cubano.

Per il meccanismo sopra descritto, il colpevole delle attuali difficoltà non è la burocrazia imperiale che stringe ancora più la vite del blocco, ma quella del Partito Comunista di Cuba che cospira, segretamente, contro il Presidente. Niente di meglio, per rispondere a quell’opinione, che le parole dello stesso Miguel Díaz-Canel: «si sono intensificati nell’attacco a ciò che ci unisce -il Partito- e ciò che ci difende -la nostra stampa-, squalificando continuamente entrambi e cercando di fratturare e separare ciò che proviene da una stessa radice e cresce in uno stesso tronco».

Secondo gli acuti pensatori diffusi dalla Cuba Internet Task Force, creata dalla Casa Bianca, la concorrenza tra chi agisce in modo più corrotto tra Biden e Trump mai sarà un problema del sistema, come neppure lo è l’impossibilità di regolare la vendita di armi che uccide persone, ogni giorno, sul suolo USA, ma che non arrivi il diesel a Cuba per la stretta trumpista nella guerra economica, è un problema sistemico… del socialismo.

E non è che a Cuba non ci sia burocrazia ed anche burocrati, più preoccupati di servire i loro interessi che il popolo e la Rivoluzione. Nessun opera è infallibile, perché è realizzata da uomini e donne imperfetti, ma se il Partito ed il Governo cubani si sono sostenuti in mezzo a così tante aggressioni e calunnie, è per tenere, in maniera maggioritaria, nei suoi ranghi molti dei migliori figli del popolo, che hanno difeso, ad ogni costo, gli interessi dei più umili, quelli a cui non hanno mai pensato o penseranno la cubanologia, i suoi finanziatori ed il sistema di media dipendenti dallo straniero che li amplifica.

Non bisognerebbe dimenticare che nel 2013 queste stesse persone, nel ruolo di sacerdotesse di una virtuale Delfi cubano, predicevano -euforici con la destabilizzazione che promosse Obama in Venezuela dopo la morte di Chavez- una “contrazione fino al 10% del prodotto interno lordo, in una recessione di due o tre anni”. Sei anni e mezzo dopo, nonostante l’allora inimmaginabile attacco economico trumpista contro L’Avana e Caracas, il suo saggio pronostico ancora non si realizza.

Qualcuno, con un minimo di serietà, può dubitare che tra sei anni la Rivoluzione cubana sarà qui, Trump sarà un brutto ricordo, Cuba continuerà a rinnovarsi e “l’opinione di Miami” continuerà a dire che stiamo sbagliando perché non facciamo ciò che loro vogliono?


El rumbo de Cuba y «la opinión de Miami»

Cualquier información sobre quienes, a sueldo de EE. UU., cumplen la tarea de invisibilizar la guerra económica es un atentado a la libertad de pensamiento y expresión

Autor: Iroel Sánchez

Cuando en noviembre de 2016 Donald Trump ganó las elecciones presidenciales de Estados Unidos, un grupo de personas le envió un eufórico saludo en video desde La Habana, que varias publicaciones pagadas por el Gobierno estadounidense difundieron en internet.

Para quienes no han podido verlo, estas son algunas de las frases que se dijeron ahí:

«(Trump) El hombre que hace falta para salir de toda esta situación» (en Cuba).

«Arrastramos a todos los comunistas».

«En Cuba casi todas las personas que sufren las consecuencias del régimen estamos contentos» (con la victoria de Trump).

«No podemos hacerlo solos» (decidir el destino de Cuba).

«Con la elección de Trump renacen las esperanzas en aquellos que las tenían perdidas».

(Con) «la llegada de Trump a la Casa Blanca podemos rescatar ese aliado que siempre tuvimos en la lucha por la libertad en Cuba».

Pocos comentaron entonces tan llamativas declaraciones, a pesar de que una sola de las varias publicaciones que amplificaron ese video ha recibido, desde la administración de W. Bush hasta hoy, millones de dólares en subvenciones del Gobierno estadounidense, y desde inicios de 2017 a mediados de 2019 –según el sitio Cubamoneyproject– le fueron otorgados por ese mismo Gobierno 440 000 dólares. Tampoco ahora, cuando en su archivo pueden encontrarse varias de las firmas iniciales de una carta que ha acusado a instituciones cubanas de proceder con extremismo e intolerancia. Según la misma fuente, uno solo de esos firmantes recibió 130 000 dólares del Gobierno de Estados Unidos para fomentar el «cambio constitucional en Cuba», sin que a él ni a ninguno de quienes han participado en eventos y publicaciones para el citado cambio en Cuba alguien los acuse de «oficialismo» proestadounidense.

Ellos, a diferencia de los cubanos que apoyan la Revolución, sí tienen libertad de expresión, debe ser por eso que en tales «medios independientes», como en toda la prensa miamense, no se puede encontrar una sola opinión sobre lo que sucede en Cuba que no ataque de un modo u otro al Gobierno cubano, pero sí es común encontrar la coincidencia total con el discurso trumpista sobre la Isla.

¿CÓMO SE LLAMA LO QUE HACEN LOS EMPLEADOS DE LOS MEDIOS DEPENDIENTES DE EE. UU.?

Cualquier información sobre quienes, a sueldo de EE. UU., cumplen la tarea de invisibilizar la guerra económica es un atentado a la libertad de pensamiento y expresión. Si una persona va a la embajada de Washington en La Habana a instruirse sobre cómo derrocar el sistema que los cubanos acabamos de proclamar en la Constitución con el 87 % de los votos, o se integra a (y cobra de) proyectos cuyo objetivo confeso es el «transitional change», financiados por la Open Society de George Soros, madre de las «revoluciones de colores» terminadas en sangre y fuego en medio mundo, solo basta que se le cuestione por ello para convertirla en mártir de la libertad, no sin la ayuda involuntaria del silencio burocrático mezclado con la comunicación torpe. Y a quien le cuestione se le acusa incluso de violación de derechos establecidos en la Ley; sin embargo, ese cuestionador no haría más que ejercer lo que la Ley de leyes le concede en su artículo 4: «Los ciudadanos tienen el derecho de combatir por todos los medios, incluyendo la lucha armada, cuando no fuera posible otro recurso, contra cualquiera que intente derribar el orden político, social y económico establecido por esta Constitución».

Ver a los pueblos de Argentina, Ecuador y Chile rebelarse contra las recetas del Fondo Monetario Internacional (FMI) hace inevitable recordar cómo los amigos de Soros hablaban en su «laboratorio de ideas» sobre la «necesaria entrada de Cuba» a ese organismo.

Pero si lo que hizo Trump con el Presidente de Ucrania es «traición a la Patria», porque conspiró con un gobierno extranjero para dañar a un compatriota, ¿cómo se llama lo que hacen los empleados de los «medios independientes» que él financia para invisibilizar el bloqueo y culpar de sus efectos al Gobierno de Cuba?¿Qué le pasaría en el paraíso de la libertad de expresión a quienes aparecieran en un video pidiendo a China o a Rusia tomar medidas que dañen a Estados Unidos?

En medio del nuevo escenario creado por el recrudecimiento del bloqueo regresa la oportunidad de lo que la académica británica Emily Morris describió hace algún tiempo como «un grupo mayoritariamente financiado y asentado en los Estados Unidos, y abrumadoramente dominado por émigré “Cubanólogos”, como se definen a sí mismos, que son profundamente hostiles al régimen de La Habana». Un comportamiento tan sectario que Morris lo llama «la opinión de Miami».

¿Sus soluciones?, las que ahora mismo vimos hacer estallar a Ecuador y Chile: «políticas centradas en la apertura de la economía los flujos mundiales de capital, la privatización de activos estatales, la desregulación de precios y salarios, y recortes al gasto social». Morris ha precisado: «Las principales figuras desde 1970 han incluido a Carmelo Mesa-Lago, de la Universidad de Pittsburgh, “el Decano de los Estudios de Cuba” y autor de más de 30 libros; y su frecuente co-autor Jorge Pérez-López, director de asuntos económicos internacionales para el Departamento de Trabajo de Estados Unidos, un negociador clave del Tratado de Libre Comercio de América del Norte (Tlcan), y a la cabeza por muchos años de la Asociación para el Estudio de la Economía Cubana (ASCE)».

Desde las páginas del diario español El País, el «decano de los estudios de Cuba» y economista más consultado para hablar sobre ella en ese periódico, seguramente interesado como el que más en la construcción del socialismo y la defensa de la soberanía nacional en esta Isla, con el bloqueo a toda vela, reprochaba a Raúl en 2015: «no ha respondido a los pasos de Obama con concesión alguna», y en junio de 2017 afirmaba que «el Gobierno cubano entró en pánico tras la visita de Obama».

Pero es obvio que si las autoridades cubanas se negaron a aplicar sus recetas en medio de la agudísima crisis económica tras el derrumbe de la urrs, cuando el neoliberalismo era moda, mucho menos las ejecutarán ahora cuando está a la vista su fracaso en todas partes, por eso hay que sumar otras voces y presentar como «consenso» lo que no es más que un viejo plan vestido con ropa nueva.

EN DEFENSA DE LOS INTERESES DE LOS MÁS HUMILDES

¿No hay que cambiar cosas en Cuba? Sí, y no pocas, entre ellas tener una prensa capaz de no entregarle el monopolio del análisis económico a espacios que pagan sus adversarios. El primero que habla de la necesidad de «trabajar distinto» es el Presidente, quien ha insistido en integrar el sector privado al estatal, facilitarle a través de este último la importación y la exportación, y encadenarlo –junto al estatal– a la inversión extranjera, pero también ha llamado reiteradamente en los últimos meses a «enfrentar con sólidos argumentos, desde la Economía Política, la plataforma neocolonial y neoliberal que nos quieren imponer, aferrada a los mitos y fetiches construidos por el neoliberalismo».

Nadie ha renunciado a la ejecución de un grupo de medidas de amplia aceptación en la sociedad cubana, relacionadas con estrategias económicas que el Gobierno proclamó a inicios del verano y que comenzaron en agosto con un significativo incremento salarial en el sector presupuestado, nunca previsto ni solicitado por los gurúes de la «prensa independiente», aunque se haya hecho más dificultosa su implementación en medio de la actual situación de guerra económica intensificada. Mucho menos a la estrategia de transformación contenida en los Lineamientos. «Vengo a entregar el compromiso de trabajar y exigir por el cumplimiento del programa que nos hemos dado como Gobierno y como pueblo en los Lineamientos de la política del Partido y la Revolución, a corto, mediano y largo plazos», dijo el Presidente Díaz-Canel el día en que fue electo por primera vez al frente del Gobierno y el Estado cubanos.

Para la maquinaria arriba descrita, la culpable de las actuales dificultades no es la burocracia imperial que aprieta aún más el tornillo del bloqueo sino la del Partido Comunista de Cuba que conspira en secreto contra el Presidente. Nada mejor para responder esa opinión que las palabras del propio Miguel Díaz-Canel: «han ido escalando en el ataque a lo que nos une –el Partido– y lo que nos defiende –nuestra prensa–, descalificando continuamente a ambos y tratando de fracturar y separar lo que viene de una misma raíz y crece en un mismo tronco».

Según los agudos pensadores que difunde la Cuba Internet Task Force, creada por la Casa Blanca, la competencia por quién actúa de manera más corrupta entre Biden y Trump nunca será un problema del sistema, como tampoco lo es la imposibilidad de regular la venta de armas que mata personas todos los días en suelo estadounidense, pero que no llegue diésel a Cuba por el apretón trumpista a la guerra económica, ese sí es un problema sistémico… del socialismo.

Y no es que en Cuba no haya burocratismo y también burócratas, más preocupados por servir a sus intereses que al pueblo y a la Revolución. Ninguna obra es infalible, porque está hecha por hombres y mujeres imperfectos, pero si el Partido y el Gobierno cubanos se han sostenido en medio de tantas agresiones y calumnias, es por tener mayoritariamente en sus filas a muchos de los mejores hijos del pueblo, que han defendido a viento y marea los intereses de los más humildes, aquellos en los que jamás han pensado ni pensarán la cubanología, sus financistas y el sistema de medios de comunicación dependientes del extranjero que los amplifica.

No se debería olvidar que en 2013 estas mismas personas, en rol de sacerdortisas desde un virtual Delfos cubano, auguraban –eufóricas con la desestabilización que impulsó Obama en Venezuela tras la muerte de Chávez– una «contracción de hasta el 10 % del producto bruto interno, en una recesión de dos o tres años». Seis años y medio después, a pesar del entonces inimaginable ataque económico trumpista contra La Habana y Caracas, su sabio pronóstico aún no se cumple.

¿Alguien con un mínimo de seriedad puede dudar que dentro de seis años más la Revolución cubana estará aquí, Trump será un mal recuerdo, Cuba continuará renovándose y la «opinión de Miami» seguirá diciendo que vamos mal porque no hacemos lo que ellos quieren?

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