L’Italia riceve con rispetto il costituzionalista venezuelano Hermann Escarrá

di Geraldina Colotti

All’ambasciata del Venezuela in Italia, il professor Hermann Escarrá parla ai giuristi e alle giuriste venuti ad ascoltarlo. Poco prima, la responsabile della missione diplomatica, Maria Elena Uzzo, ha letto l’impressionante curriculum del costituzionalista, uno dei padri della Carta Magna bolivariana, nonché figura chiave dell’attuale Assemblea Nazionale Costituente (ANC).

Per spiegare i termini e la portata dei due processi costituenti – l’uno convocato da Hugo Chavez nel 1999, l’altro da Nicolas Maduro nel 2017 – Escarrá usa la chiave accademica, entrando con chiarezza nel merito giuridico e politico. La stessa chiave che avrebbe usato all’Università La Sapienza di Roma, se l’aula di Giurisprudenza non fosse stata chiusa a causa del coronavirus, giacché l’Italia risulta al terzo posto per numero di contagi, dopo la Cina e la Corea del Sud.

Accompagnato dai movimenti di solidarietà, il costituzionalista è stato comunque ricevuto ufficialmente dal preside della facoltà di Giurisprudenza, Oliviero Diliberto, con il quale ha firmato accordi per la formazione specialistica dei futuri magistrati venezuelani.

Un interscambio di cui il Venezuela ha gran bisogno –ha affermato Escarrá– perché il diritto romano, più di quello anglosassone, è alla base dell’insegnamento giuridico nel suo paese.  Ma soprattutto perché il settore necessita di quella “profonda riorganizzazione e ristrutturazione”, annunciata dal presidente Nicolas Maduro all’apertura dell’anno giudiziario.

Alla maggioranza dei magistrati –ha spiegato Escarrá– manca una formazione di IV livello. Essi vengono nominati da un “comitato di giudizio popolare e poi dal Parlamento, ma questo non sempre accade”. Definire con chiarezza la carriera giuridica è uno dei problemi esistenti in un paese che, per effettuare i necessari cambiamenti nell’esercizio del potere giudiziario, per avanzare nello stato di diritto, manca anche di risorse accademiche.

L’altro grande problema –ha spiegato senza infingimenti il professore– è la corruzione, che finisce per limitare il diritto alla difesa, dilatando i tempi di attesa dei processi e imponendo il pagamento in dollari, in violazione di leggi e trattati: “Ci scontriamo con mafie potenti”, ha detto Escarrá, commentando con favore la decisione di Maduro di affidare al presidente dell’ANC, Diosdado Cabello, e alla vicepresidente esecutiva, Delcy Rodriguez, la direzione della Commissione di riorganizzazione e ristrutturazione del potere giudiziario, uno dei cinque poteri che compongono l’istituito bolivariano.

Mafie che rispondono ai potentati economici, dentro e fuori il paese, e che alimentano la demonizzazione del proceso bolivariano per far man bassa delle straordinarie risorse di cui dispone il Venezuela.

Grandi interessi muovono la macchina del fango alimentata dai media internazionali come si è visto in questi giorni durante la visita del costituzionalista, minacciato pubblicamente da un’estrema destra che sa di non avere il consenso del paese perché “oltre l’80% dei venezuelani rifiuta ingerenze e sanzioni”.

Quello della demonizzazione spinta all’estremo e condita di “menzogne accademiche” è un fattore da considerare per analizzare nel modo giusto la lettura diffusa all’estero di entrambi i processi costituenti. Ai tempi di Chavez –ha detto Escarrá– “ci hanno accusato di voler distruggere lo stato e tutte le istituzioni politiche della democrazia rappresentativa. Ora, con Maduro, dicono che vogliamo distruggere la costituzione di Chavez e che la modalità di convocazione dell’Assemblea Nazionale Costituente è illegittima”.

Maduro convoca l’ANC “in un contesto di pre-guerra civile, scatenata dal 2016 dall’estrema destra, arrivata a bruciare vive 29 persone perché assomigliavano a Chavez: perché erano povere, e la rivoluzione bolivariana si rivolge principalmente a questo settore della popolazione”. Al riguardo, Escarrá ha ricordato un’intervista con il giornalista Ernesto Villegas, attuale ministro di Cultura, che gli chiese il perché Chavez avesse pianto incontrando una donna nel quartiere popolare di Petare durante la sua ultima campagna elettorale.

“Gli ho risposto che anche gli uomini piangono, che probabilmente il comandante pensava già di dover morire, ma che soprattutto si sentiva partecipe della sofferenza, che trovava insopportabile la condizione di povertà della signora”.

Il secondo elemento che “non possiamo tralasciare in qualunque analisi sul Venezuela è dunque quello dell’odio e dell’intolleranza”, ha aggiunto il giurista tornando a analizzare il contesto e le norme che hanno spinto Maduro a convocare l’ANC, e a usufruire delle prerogative costituzionali. Una decisione che ha riportato la pace nel paese, mettendola al primo punto del nuovo processo costituente. Un percorso che ha rispettato i tempi previsti per le varie modalità di impugnazione, spiegate in dettaglio da Escarrá.

Se in Venezuela ci fosse stata un’opposizione consapevole e dialogante “necessaria al funzionamento di ogni vera democrazia” – ha aggiunto poi il giurista – si sarebbe potuto metter mano ai problemi del paese senza violenze e demonizzazioni. Dopo l’ampia vittoria della destra in parlamento, alle elezioni legislative del 2015, Maduro ha infatti riconosciuto i risultati “dopo appena 15 minuti e invitato al dialogo e alla collaborazione”.

Ma l’allora presidente dell’Assemblea Nazionale ha risposto che “l’unico obiettivo era quello di scalzare dall’incarico Nicolas Maduro”. La destra ha scelto il cammino dello scontro violento, rifiutando di riconoscere le decisioni del Tribunal Supremo de Justicia (TSJ) in merito ai deputati eletti in modo fraudolento nello stato di Amazonas.

Il Parlamento venezuelano si è allora venuto a trovare in una situazione di “oltraggio” alle istituzioni, essendo il TSJ il massimo organo deputato a mantenere l’equilibrio fra i cinque poteri esistenti. Quella condizione di illegalità, unita alle violenze delle “guarimbas” (il blocco di interi quartieri nei quali sono stati decapitate diversi motociclisti dai fili metallici tesi per le strade), hanno spinto il presidente a convocare l’ANC.

Quella del potere costituente, massimo organo plenipotenziario contemplato dalla Carta Magna bolivariana, è la grande novità apportata nel 1999 “per la prima volta nella storia del Venezuela e delle sue 27 costituzioni approvate dal 1811 alla vittoria di Chavez”. Un potere fondante che ha “prima di tutto carattere politico, in quanto basato sugli ideali di sovranità, indipendenza e autodeterminazione”.

Ideali che in nessun modo possono essere disattesi o calpestati. Lo sanciscono le 350 norme, i capitoli e le disposizioni contemplate nella parte finale del testo costituzionale. In alcun modo la rivoluzione bolivariana – ha spiegato in dettaglio Escarrá – potrebbe derogare dalle garanzie democratiche e dallo stato di diritto: altrimenti il popolo, nel quale risiede in modo “intrasferibile” la sovranità, avrebbe tutti gli strumenti per ribellarsi.

Il lavoro dell’ANC, i cui verbali sono a disposizione di chiunque voglia consultarli, ha la funzione di “trasformare lo stato borghese, creare un nuovo ordinamento giuridico e riformare la costituzione, sottoponendola al voto popolare”. Un lavoro che richiede anche un poderoso sforzo comunicativo, per evitare le incomprensioni del 2007, quando la proposta di riforma costituzionale venne bocciata per pochissimi voti anche a causa della propaganda della destra “che aveva fatto credere che avremmo tolto i bambini alle famiglie”.

Escarrá ha poi illustrato il funzionamento concreto dell’ANC, a cui partecipano con pari diritti tutti i settori della società venezuelana, e ha raccontato il ruolo di primo piano svolto da alcuni deputati “diversamente abili”. Una definizione, questa, adottata in Italia, ma che il giurista proporrà di inserire anche nel nuovo testo costituzionale, sostituendola a quella di “persone con alcune disabilità”.

Escarrá ha spiegato inoltre lo spazio che occupano le donne in una costituzione declinata nei due generi. Ha anticipato le nuove proposte avanzate per quantificare il lavoro di casa in termini economici, ossia come contributo al lavoro produttivo e al Prodotto interno lordo. “In Venezuela – ha detto – nominare costantemente i due generi non è pura formalità”. Al riguardo, ha voluto ricordare il recente incontro pubblico all’università Federico II di Napoli, quando una ragazza lo ha ringraziato proprio per questo.

Il professore ha poi messo l’accento sulle conseguenze devastanti delle misure coercitive unilaterali imposte al Venezuela, su richiesta di un’estrema destra ripudiata anche dalla parte moderata dell’opposizione. “Ci scontriamo – ha detto – con uno degli imperi più poderosi dopo l’impero romano, quello degli USA, che colpisce la popolazione fuori da ogni legalità internazionale”.

Delitti di lesa umanità, che il Venezuela ha denunciato alla Corte Penale Internazionale e contro i quali si stanno mobilitando associazioni e movimenti. Il costituzionalista è stato uno dei primi a essere colpito dalle “sanzioni” nordamericane. “Quando mi sanzionano per essere stato eletto, non nominato, nel mio collegio come costituente, sanzionano un atto democratico – ha detto -. Quando colpiscono il nostro petrolio, rubano il nostro oro, cercano di metterti contro tuo fratello, si viene a creare una situazione complessa, che provoca storture economiche e vistose anomalie da correggere. Dobbiamo vedercela con trafficanti della salute, pronti a lasciarti morire se non hai la carta di credito. Dobbiamo far fronte a chi vorrebbe riportarci alla democrazia borghese, alla partitocrazia, dove solo una piccolissima percentuale possiede tutta la ricchezza”.

Quella bolivariana è, invece, è “una democrazia umanista, partecipativa, basata sul potere popolare, sulle comunas, che verranno inserite nel nuovo testo costituzionale, e sulle Misiones, i piani sociali del governo per non lasciare indietro nessuno”.

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