Tra quarantena e produzione non c’è contraddizione

di Geraldina Colotti

“Tra quarantena e produzione, non c’è contraddizione”, ha detto il presidente venezuelano Nicolas Maduro il 1° Maggio. Lo ha detto per spiegare al paese che la salute dei lavoratori e delle lavoratrici viene prima degli interessi del mercato e che, in quei settori produttivi che non si sono fermati, le misure di prevenzione del coronavirus vengono fatte rispettare. In questa chiave si è rideterminato l’orario di lavoro.

Per impedire licenziamenti arbitrari in quei settori economici non essenziali che sono rimasti chiusi, il governo ha predisposto ampie coperture sociali e ulteriori sgravi alle piccole e medie imprese. In Venezuela, la Ley Orgánica del Trabajo, los Trabajadores y las Trabajadoras (LOTT) contempla l’“inamovibilità lavorativa”.

Votata dopo anni di assemblee quando Hugo Chavez era ancora in vita, insieme “agli espropri e al controllo dei prezzi”, resta il principale obiettivo della destra, che l’ha subito messa al centro degli attacchi per riprivatizzare il paese dopo la vittoria alle elezioni parlamentari del 2015.

Con questo spirito, Maduro ha deciso di prolungare per altri 30 giorni lo “stato d’allerta” dovuto al coronavirus, previsto dall’articolo 338 della costituzione bolivariana. Ha quindi invitato la popolazione a mantenere le misure preventive contro l’infezione, mettendo a confronto i risultati ottenuti dal Venezuela (solo 10 morti) con il disastro provocato in quei paesi che, dagli USA all’Europa, passando per il Brasile di Bolsonaro, non hanno preso per tempo le misure consigliate dall’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS). Come si fa – ha chiesto il presidente riferendosi ai paesi capitalisti – a riaprire i bar o le discoteche rischiando un più forte ritorno del coronavirus? Infatti, di fronte al ritorno dei contagi dopo la riapertura, alcuni paesi sono tornati a assumere misure drastiche di contenimento.

Seguendo il modello cinese o cubano, il governo bolivariano ha invece utilizzato l’organizzazione territoriale del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) per attivare la medicina di prossimità e ha portato avanti una campagna di tamponi casa per casa, totalmente gratuiti.

Una linea opposta a quella dei paesi europei, che hanno già deciso di riaprire quasi completamente le attività economiche, nonostante l’allerta delle autorità sanitarie circa un ritorno ancora più forte del coronavirus. In Italia, nel pieno della pandemia, l’assenza dei tamponi veniva occultata dalla retorica del momento, ma ormai si ammette chiaramente che i dati sulla diffusione del virus sono grandemente al di sotto di quelli ufficiali, e che non è possibile sapere quanti siano i portatori asintomatici del virus che potrebbero provocare una nuova impennata di infezioni.

D’altro canto, tra emotività, indecisioni e qualche rattoppo apportato a un modello economico che ha mostrato la sua mortifera incapacità, i governi europei continuano a essere ostaggio degli industriali e dei banchieri, che premono per intascare i miliardi della post-pandemia. Un esempio viene dall’ospedale costruito alla Fiera di Milano, come simbolo del “modello sanitario lombardo” nella lotta al coronavirus, e che invece dimostra il totale fallimento delle politiche leghiste nelle zone che sono state il fulcro della pandemia.

Inaugurato in pompa magna a fine marzo con un costo previsto di 26 milioni di euro, l’ospedale è rimasto praticamente vuoto e tra poco chiuderà. Chi ne farà le spese? Come si può invertire la rotta nel post-pandemia senza aggiornare le mappe e soprattutto senza togliere il timone a quelli che ci hanno condotto verso l’abisso?

Invece, gli stessi interessi capitalistici premono per riportare indietro l’orologio della storia anche in Venezuela. Guardando, come sempre, a Miami o al “modello europeo”, la destra venezuelana sta portando avanti una campagna contro la quarantena partendo dai quartieri agiati nei quali ha mantenuto influenza. Con la stessa criminale miopia dimostrata nel chiedere l’invasione armata del proprio paese (come se le bombe di Trump poi cadessero solo sulle teste dei chavisti), ora sta riaprendo anzitempo anche le attività non essenziali, e invita a non seguire le indicazioni del governo bolivariano.

Sia le associazioni di banchieri e industriali che gli economisti di destra, facendo eco all’impresentabile autoproclamato “presidente a interim” Juan Guaidó, sostengono che “estendere lo stato di allerta può essere altrettanto grave della pandemia”. Come se a provocare sofferenze al popolo venezuelano non fossero stati gli attacchi alla moneta e al potere d’acquisto dei settori popolari, portati avanti da quegli stessi che, a dispetto di tutti i prezzi accordati, intascano i dollari alla tassa preferenziale del governo, però vendono i prodotti al prezzo del dollaro parallelo.

Sulla stessa linea si pongono anche alcune grandi sette religiose, presenti in Venezuela come derivazioni di grandi multinazionali del controllo delle coscienze, che stanno riaprendo palestre e luoghi di ritrovi in base alle date europee.

Pur di screditare il governo bolivariano, la destra e i poteri forti sono disposti a provocare lo stesso disastro che stiamo vedendo in Europa. A loro si è rivolto il presidente durante il suo discorso, nel quale ha illustrato le misure economiche per far fronte alla crisi fidando sulla produzione nazionale, nonostante il prezzo del barile di petrolio sia ai minimi storici. Con la speculazione e l’aumento dei prezzi, ha detto, si è cercato di organizzare rivolte contro il governo da scatenare durante l’attacco mercenario tentato via mare, che è stato respinto.

Per creare confusione, la macchina della menzogna contro il socialismo bolivariano si serve d’altronde di un potente motore mediatico globale, che agisce sia sul pedale del discredito che su quello del silenziatore.

Uno degli ultimi esempi, viene dal comunicato della Ong Medici Senza Frontiere (MSF) che, prendendo a esempio la diffusione del virus in Brasile, avverte: l’America Latina può essere il prossimo epicentro del Covid-19. Poi, però, nella classifica dei paesi che stanno contrastando efficacemente la pandemia, evita persino di nominare il Venezuela, limitandosi a esprimere preoccupazione per i migranti venezuelani che cercano di rientrare nel proprio paese, e che sarebbero a rischio a causa delle “tensioni alla frontiera tra Colombia e Venezuela”.

Neanche una parola sullo sforzo straordinario e solidale compiuto dal governo bolivariano nei confronti dei connazionali che rientrano, dopo aver verificato di persona le “meraviglie” del capitalismo latinoamericano. I paesi capitalisti di frontiera non hanno versato neanche un centesimo dei miliardi intascati per far fronte alla cosiddetta “emergenza umanitaria” dei migranti venezuelani.

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