Biden ha vinto: e adesso?

Atilio Boron da: insorgente.org

I democratici e i repubblicani sono amministratori dell’imperio, nient’altro. Ma nella loro ‘incarnazione’ fisica, personale, di avversione, ci sono sfumature che non si devono trascurare.

Fidel diceva sempre: “Dio non esiste ma sta nei dettagli”.

Che Elliot Abrams, Marco Rubio, Ted Cruz, Bob Menéndez e Ileana Ross (noti anticastristi di Miami, n.d.t.) perdano il loro accesso diretto allo Studio Ovale  che Donald Trump gli garantiva rivela una differenza che sarebbe assurdo sottovalutare.

E’ noto che entrambi i partiti hanno perpetrato ogni tipo di crimine, in tutto il mondo, e che la loro semplice enumerazione avrebbe bisogno di decine e decine di pagine.

Ma in questa recente elezione si correva un rischio in più: una ratifica plebiscitaria per mantenere un furfante come Donald Trump alla Casa Bianca avrebbe avuto funeste conseguenze per i nostri paesi.

Ne menzioniamo solo tre.

Prima: l’immediata attivazione della “carta militare” contro il Venezuela che Mike Pompeo ha preparato durante il suo tour di un paio di mesi fa visitando Brasile, Colombia e Guiana (tre paesi di frontiera con la nazione bolivariana) oltre al vicino Suriname.

Seconda: un Trump “re-incaricato” avrebbe intensificato le sanzioni e il blocco contro Cuba, Venezuela e Nicaragua e aumentato le pressioni contro i governi di Argentina e Messico che i consiglieri più reazionari di Trump, per quanto possa sembrare assurdo, considerano “alleati” o “complici” della sovversione chavista.

Terza: la rielezione del magnate newyorkino avrebbe rafforzato la gravitazione regionale di Jair Bolsonaro, Ivàn Duque e della destra radicale in Latinoamerica e nei Caraibi.

Questi tre “dettagli” – che non significa siano inezie – sono più che sufficienti per accogliere con un certo sollievo la sconfitta del magnate newyorkino. In fin dei conti: c’era un’elezione tra il peggiore e il cattivo, e ha prevalso l’ultimo. Sconfortante, certo…, ma queste sono le “opzioni” che l’impero ha da offrire.

Non riconoscere questa verità, basata su un registro storico di più di duecento anni, equivale a confondere  le illusioni con la realtà.

Bene, e adesso … che dire di Joe Biden? E’ un vecchio politico (compirà 78 anni il 20 novembre) dell’establishment conservatore nordamericano, con 47 anni passati nei labirinti del potere a Washington. E’ stato senatore dal 1972 fino a che, nel 2009, ha giurato come vice-presidente di Barak Obama. Nel corso di questo quasi mezzo secolo, c’è abbastanza poco nel suo curriculum da far sperare in una virata significativa nella politica estera di Trump, specialmente nel sempre turbolento ambito delle relazioni emisferiche. Ciò di cui abbiamo certezza è invece il fatto che, in tanti anni al Senato, è stato complice, beneficiario o, perlomeno, testimone silenzioso della tante volte denunciata corruzione istituzionalizzata a Washington, dei succosi contratti e concessioni offerte alle imprese del settore militare-industriale e, dopo il crash delle ipoteche del 2008, del favoloso salvataggio concesso dal Tesoro al corrotto sistema bancario statunitense.

Tutto quanto sopra è passato sotto ai suoi occhi e mai egli ha espresso dissenso o disagio morale.

Il rinnovamento o “il nuovo inizio”, retorica alla quale sono molto affezionati i presidente degli Stati Uniti quando spiazzano i loro concorrenti, non concorda con la promiscua relazione che Biden – come Trump ma “mantenendo le forme” – ha con la borghesia imperiale. Ad esempio, la sua costosa campagna elettorale è stata facilitata dal generoso finanziamento che gli hanno dato le grandi corporations. Un rapporto rivela che Joe Biden ha ricevuto donazioni da 44 multimilionari, ma la sua accompagnatrice, Kamala Harris, lo ha superato nell’ottenere sovvenzioni da 46 multimilionari statunitensi.

In termini individuali Trump beneficiò della generosità di Sheldon Adelson, padrone di un casino di Las Vegas e, secondo The Guardian, di un “ardente conservatore filo israeliano” che finì per donare 183 milioni di dollari per la campagna del newyorkino.

Biden, a sua volta, ha ricevuto una donazione dall’ex sindaco di New York e magnate dei mezzi di comunicazione Michael Bloomberg per un valore di 107 milioni di dollari.

Come si può vedere sembra esserci una piccola contraddizione con il principio elementare di ogni democrazia: un uomo/una donna.. un voto. Già … ci sono forse dubbi che sia Adelson che Bloomberg potranno far udire le loro voci più chiaramente di quelle di John e Maggie?! – che non hanno potuto donare neanche venti dollari per alcun candidato nella fiorente democrazia statunitense. Per questo ha ragione Telma Luzzani (giornalista e scrittrice argentina, n.d.t.) quando parla del “gattopardismo” di Biden.

Ci sarà, questo sì, un cambio di stile: i gesti prepotenti e volgari di Trump e compagnia (Pompeo e Bolton, in particolare) finiranno nel dimenticatoio e, apparentemente, ci sarà una certa intenzione di far tornare a galla il multilateralismo e di cercare dei compromessi, mantenendo l’uso della forza come alternativa ma non come prima opzione.

Su questa linea Biden ha promesso di far rientrare il suo paese negli Accordi di Parigi sul cambio climatico; di ritornare nell’Organizzazione Mondiale della Salute per collaborare nella lotta alla pandemia, e nell’UNESCO, da cui Washington si era ritirata adducendo un presunto “pregiudizio anti-israeliano” di questa organizzazione.

Ma bisogna ricordare che gli Stati Uniti avevano smesso di finanziare l’UNESCO nel 2011, sotto la presidenza di Barak Obama e quando Joe Biden era il suo vice-presidente.

Dal Senato Biden si è preoccupato di rafforzare il complesso militare-industriale e la stabilità del sistema finanziario nella grande crisi del 2008.  Davanti alla catastrofe sanitaria affrettata dal negazionismo di Trump in relazione al Covid-19, egli potrebbe cercare di resuscitare l’  “Obama-care” con uno schema molto modesto di sanità pubblica.  Ma ha accompagnato con il suo voto al Senato le invasioni dell’Iraq e dell’Afganistan, e come vice-presidente ha avallato le operazioni militari in Libia e Siria.

Per quanto riguarda i nostri paesi, sempre in qualità di vice di Obama, Biden ha appoggiato il colpo di Stato contro Juan Manuel Zelaya (Honduras, 2009); il tentativo di golpe contro Rafael Correa (Ecuador) nel 2010 e quello contro Fernando Lugo (Paraguay, 2012) e il fraudolento processo di “impeachment” contro Dilma Roussef, tra il 2015 e il 2016, in Brasile.

Quindi non ci sono ragioni  per festeggiare alcunché, salvo la sconfitta di Trump.

Nel numero di marzo/aprile della rivista Foreign Affairs, una specie di bibbia per l’establishment statunitense, Biden ha pubblicato un articolo dove anticipava quello che avrebbe fatto se fosse arrivato alla Casa Bianca. Il titolo – “Why America Must Lead Again”  (Come l’America può essere ancora la guida) – non lascia dubbi sull’assoluta fedeltà di questo personaggio alla tradizione della “eccezionalità” statunitense. Il mondo ha bisogno di un leader e gli Stati Uniti devono riprendere questo ruolo, assegnato niente meno che da Dio e abbandonato da Trump, che ha sbagliato la strada nel cercare che gli Stati Uniti “fossero grandi un’altra volta”, abdicando alla sua responsabilità di mantenere l’ordine internazionale e snobbando i suoi alleati e amici.

Il suo programma si sviluppa su tre assi: il rinnovamento e il rafforzamento della democrazia all’interno degli Stati Uniti e nella comunità internazionale; nuovi accordi commerciali per contenere la Cina ed evitare che siano essa e i suoi alleati a fissare le regole del gioco, cosa che l’impero reclama come sua assoluta prerogativa proprio come successe alla fine della 2° Guerra Mondiale e, da ultimo, mettere nuovamente Washington a capo del tavolo dei negoziati internazionali.

Cina e Russia appaiono chiaramente come nemici degli Stati Uniti, in linea con le tesi dominanti soprattutto dal tempo di Obama. Il linguaggio utilizzato in alcuni passaggi è allarmante e non ha alcunché di diplomatico, e ricorda alcune delle sparate e delle insolenze di Trump. Ad esempio, Biden definisce il governo di Vladimir Putin come “un sistema di cleptocrazia autoritaria” e ha detto che Xi Jiping “è un teppista”, oltre ad accusare la Cina di rubare spudoratamente i diritti di proprietà intellettuale e i beni delle grandi imprese e dei risparmiatori statunitensi.

Riguardo alla democrazia, promette di convocare, nel primo anno del suo mandato, una grande “conferenza” con i “leaders amici” (che già possiamo immaginare chi siano) per costruire una coalizione internazionale che favorisca la democrazia e i diritti umani e combatta la corruzione, e che lavori coordinatamente sulla base di una agenda comune. Biden crede che una delle più grandi fratture del nostro tempo sia quella che divide le democrazie dalle diverse forme di autoritarismo.

Non è la stessa cosa ma ha una certa affinità con la “Internazionale della Nuova Democrazia” promossa, sotto gli auspici di Trump, dallo stratega dell’ultradestra Steve Bannon.

In poco tempo la verità verrà a galla e si potrà vedere chi sono i reprobi e chi gli eletti, chi i democratici e chi gli autoritari.

Per concludere: credo che non ci si debba aspettare niente di buono da questo cambiamento. Abbiamo evitato il rischio più grande e nulla più.

Tra il  2008 e gli inizi del 2009 i progressisti europei e latinoamericani  soccombettero alla “Obamamania” e pensarono, molto ingenuamente, che un presidente afroamericano avrebbe operato il miracolo di trasformare la natura dell’impero e tramutarlo nel demiurgo della pace eterna sognata da Immanuel Kant.

La disillusione di quelle anime belle piene di innocenza non poteva essere più grande.

C’è il rischio, anche se non uguale, che succeda lo stesso con Biden.

La ragione di queste linee non è altra che metterci in guardia a fronte di tale eventualità e al cadere nel disarmo ideologico; e ricordare che con Trump e con Biden continuiamo ad essere alla mercè della voracità imperiale per le nostre risorse naturali, in un clima ideologico segnato da una paranoia che vede questo continente sul punto di “cadere tra le grinfie” della Cina o della Russia.

Il tono da “guerra fredda” che impregno lo scritto di Biden non si può nascondere.

Ciò nonostante resta la speranza che egli ricordi e riprenda, anche se solo in parte, la politica di Obama verso Cuba e ristabilisca le relazioni diplomatiche a livello degli ambasciatori; che tolga le asfissianti restrizioni in materia di viaggi, rimesse, commercio, turismo e interscambio culturale e, in ultima analisi,  diminuisca in qualcosa i rigori di quel vero crimine di lesa umanità che è il ‘bloqueo’ al quale l’Isola ribelle è stata sottoposta da 60 anni.

E, inoltre, che proceda nello stesso modo in relazione alla Repubblica Bolivariana del Venezuela, mettendo fine alla figuraccia della Casa Bianca con la sua pretesa di fare di un mostriciattolo come Juan Guaidò  un “presidente incaricato” di questo paese, e si decida a dialogare con il governo di Nicolàs Maduro, abbandonando definitivamente la strada dello scontro scelta da Trump  che, come è successo con Cuba, fallirà strepitosamente.

(*) Politologo argentino

traduzione Daniela Trollio Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

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