Lawfare in America Latina: panorama di questo 2022

misionverdad.com

Le tattiche di cambio di regime in America Latina sono cambiate, da quelle sanguinose invasioni e colpi di stato il Nord Globale è migrato verso uno spettro di metodi di golpe soft, tra cui s’iscrive il cosiddetto lawfare.

Secondo Camila Vollenweider e Silvina Romano, si tratta di “un metodo di guerra non convenzionale in cui la legge viene utilizzata come mezzo per raggiungere un obiettivo militare”. È descritto in modo simile in “Unrestricted Warfare” (Guerra senza limiti), un libro del 1999 sulla strategia militare.

I ricercatori di “Lawfare. La giudizializzazione della politica in America Latina” aggiungono che, nel 2001, il concetto è cominciato ad essere maneggiato in ambiti diversi dalle Forze Armate USA, dopo la pubblicazione di un articolo scritto dal Generale dell’Aeronautica, Charles Dunlap della Duke Law School.

Affermano che gli USA (attraverso l’USAID) sono uno dei principali fornitori di consulenza per la riforma dei sistemi giuridici in America Latina e che, negli ultimi anni, il Dipartimento di Giustizia USA ha rafforzato i legami con i sistemi giudiziari della regione nella presunta lotta alla corruzione.

Poiché la demolizione dello Stato è l’oggetto dei dogmatici neoliberali, questo metodo gli è stato funzionale, in modo tale che «la persecuzione giudiziaria si è  esacerbata contro i funzionari di governi dove lo Stato ha recuperato il suo protagonismo in materia economica-sociale, allargando lo Stato e rivalorizzando il pubblico”, dice l’inchiesta.

Questo è successo con gli ex presidenti Manuel Zelaya, Fernando Lugo, Cristina Fernández de Kirchner (CFK), Rafael Correa, Evo Morales e vari dei loro seguaci. Inoltre, è stato lo strumento per realizzare il golpe contro Dilma Rousseff e per inabilitare Lula come candidato presidenziale nel 2018 quando era in testa a tutti i sondaggi e spianare la strada a Jair Bolsonaro in Brasile.

Durante questo 2022, il lawfare ha goduto di buona salute, anche se alcuni casi si sono chiusi o sono in pausa.

CASI ROVENTI: PEDRO CASTILLO IN PERÙ E CFK IN ARGENTINA

 

Lo scorso 7 dicembre si è acutizzato un altro capitolo tellurico nella politica peruviana dopo che lui, fino a quel giorno, presidente costituzionale ha tentato di fermare il terzo tentativo di mozione di destituzione, ed il quinto per un presidente in carica negli ultimi cinque anni.

Eletto per il mandato presidenziale 2021-2026 e successivamente abbandonato dal suo partito, Pedro Castillo ha emesso un decreto che scioglieva, temporaneamente, il Congresso poche ore prima che il parlamento votasse per approvare una mozione di destituzione contro di lui e giurasse la vicepresidentessa Dina Boluarte.

Inoltre, il maestro rurale e sindacalista ha detto che avrebbe indetto elezioni per un’Assemblea Costituente e che avrebbe governato mediante decreto legge.

Ha anche menzionato che sarebbe stato imposto un coprifuoco dalle 24 di quel giorno, di fronte a cui parte del suo gabinetto e altri alti funzionari si sono dimessi e hanno denunciato che il presidente aveva perpetrato un colpo di Stato. La Polizia peruviana lo ha arrestato mentre la Procura Nazionale ha avviato le azioni preliminari per indagarlo per “ribellione e cospirazione”, gli stessi reati per i quali Alberto Fujimori è stato condannato a 25 anni di reclusione.

Le minacce delle élite economiche, e le élite politiche al suo servizio, nei confronti di Castillo hanno avuto un momento culmine anteriore: il 9 agosto è stata dispiegata una “spettacolare” operazione di ricerca e arresto di persone legate all’allora presidente, alludendo, “senza altre prove che varie congetture” (Sergio Moro dixit), l’esistenza di una presunta organizzazione criminale il cui capo sarebbe Castillo.

La Procura è intervenuta nelle installazioni del Palazzo del Governo, sostenendo che vi si nascondesse sua cognata Yenifer Paredes, accusata, anch’ella senza prove, di corruzione e altre imputazioni.

Un’altra manovra che è stata il “Piano B” al Congresso è stata quella di approvare una norma che consente “sospendere” il presidente per incapacità temporanea con 66 voti invece degli 87 necessari per la destituzione sulla base di  una figura che fa riferimento a problemi di salute o altri che gli impediscano di esercitare temporaneamente la presidenza.

In questo caso si è costruita una narrazione ripetuta dai principali media mentre, dalla sfera giudiziaria, la Procuratrice Generale Patricia Benavidez ha dichiarato di avere più di 190 elementi di prova a sostegno di un’accusa contro Castillo.

Lo accusa di essere a capo di una presunta rete corrotta che, dal suo Esecutivo, ha aggiudicato appalti fraudolenti di opere pubbliche. È una costruzione di colpevolezza per chi ancora si deve provare il crimine.

Più a sud, la vicepresidente argentina, Cristina Fernández de Kichner (CFK), è stata condannata, il 6 dicembre scorso, dal Tribunale Orale Federale 2 della Città Autonoma di Buenos Aires (CABA) a sei anni di carcere e all’interdizione a vita dai pubblici uffici per corruzione e frode.

L’ex presidentessa per due mandati, tra il 2007 e il 2015, è stata giudicata colpevole di “amministrazione fraudolenta” e di sviare quasi 1 miliardo di dollari di fondi governativi attraverso contratti di opere pubbliche durante la sua presidenza, ma ha rifiutato un’altra accusa di dirigere un’organizzazione criminale.

Intanto ha ribadito che le accuse ed i processi a suo carico avevano motivazioni politiche ​​e ha denunciato l’esistenza di “una mafia statale e giudiziaria parallela” che la perseguitava e condannava per reati che non ha commesso.

“Ho assolutamente dimostrato che secondo la Costituzione non ho gestito le leggi o il bilancio che è stato approvato dai legislatori. Dicono che ho commesso un reato punibile per legge, ma non ho legiferato né ho violato le leggi. E il Presidente della Repubblica neppure amministra ed esegue il bilancio”, ha detto CFK in sua difesa.

La sentenza ha utilizzato un Decreto di Necessità e Urgenza (DNU) per provare il crimine che, presumibilmente, avrebbe favorito l’imprenditore Lázaro Báez, ciò che è stato precedentemente avallato dal Congresso.

Lo scorso settembre, dopo il tentativo di assassinio contro di lei, ha detto che “mi vogliono morta o imprigionata”, mentre denunciava l’incitamento all’odio e l’avversione espressi sui media dalle forze di opposizione.

CASI CHIUSI O IN PAUSA: LULA IN BRASILE E GLAS IN ECUADOR

 

Nel paese più grande, popolato e con la più grande economia della nostra regione, ottava al mondo per PIL, è stato incubato il lawfare , in anticipo, con l’impeachment dell’ex presidente Dilma Rousseff nel 2016.

L’obiettivo principale è stato Luiz Inacio Lula da Silva, abilitato l’8 marzo 2021 a competere elettoralmente quando il Supremo Tribunale Federale (SFT) lo ha assolto dalle false accuse mosse contro di lui dal giudice Sergio Moro e dal procuratore Deltan Dallagnol. Ma questo non ha potuto cancellare l’immagine di un corrotto assolvimento governativo dell’ex dirigente sindacale nel governo; questa è stata installata in ampi strati della popolazione dall’enorme campagna di menzogne scatenate dai media egemonici brasiliani ed internazionali.

A causa di questa campagna, la coalizione politica che ha accompagnato Lula non ha ottenuto la maggioranza al Congresso e il candidato è dovuto andare al secondo turno contro Bolsonaro in cui ha vinto con uno scarto del 50,9% contro il 49,1%.

Non è importato che tutti i 25 casi contro di lui fossero stati ritirati; in quel marzo, il giudice della Corte Suprema, Ricardo Lewandowski, ha stabilito, come nei 24 casi precedenti, che c’era un chiaro pregiudizio nei confronti dell’allora ex presidente.

Il procedimento legale è stato scandaloso perché Lula è stato condannato e imprigionato per 580 giorni sulla base di “prove” inconsistenti di aver accettato un appartamento da una società di costruzioni mentre era presidente. Molto più scandaloso è stato che il giudice che lo ha condannato, Sergio Moro, e che ha anche giudicato la maggior parte dei 25 casi legali contro di lui, sia diventato il ministro della Giustizia dell’oggi uscente Bolsonaro, una conferma schiacciante, per molti brasiliani. che la condanna è stata una montatura politica.

Analisti affermano che Moro e Dallagnol fanno parte del programma del Dipartimento di Stato USA per liquidare politicamente, con il pretesto della lotta alla corruzione, candidati o funzionari che difendono proposte contrarie al neoliberalismo e favorevoli alle cause popolari.

Pertanto, sono serviti da cinghia di trasmissione accoppiato al lavoro di disinformazione e diffamazione della rete mediatica egemonica e delle strutture di rete digitale dirette dalle élite transnazionali.

L’estrema destra brasiliana scommette permanentemente sulla destabilizzazione e persino sulla violenza stimolata dallo stesso Bolsonaro, che si è rifiutato di riconoscere il risultato del ballottaggio del 30 ottobre scorso.

Di conseguenza, militanti di estrema destra hanno bloccato le strade in tutto il Paese e hanno manifestato davanti alle caserme per esigere che gli uomini in divisa intervenissero per impedire il ritorno di Lula. Brasilia, la capitale, è stata teatro di gravi rivolte perpetrate dai manifestanti  bolsonaristi, che hanno trasformato le zone di quella capitale in un vero e proprio “scenario di guerra”.

Il presidente uscente ha convinto i suoi sostenitori che il processo elettorale è stato fraudolento e che è intollerabile che salga al potere un uomo condannato per corruzione.

Anche se non ha mostrato prove di frode e che le 25 condanne sono state annullate dalla SFT.

In Ecuador, le accuse contro l’ex vicepresidente Jorge Glas (2013-2017), della stessa coalizione politica dell’ex presidente Rafael Correa (2007-2017), si centrano principalmente sui 13,5 milioni di dollari che, presumibilmente, avrebbe ricevuto dalla società di costruzioni brasiliana Odebrecht.

Le accuse hanno scarse o nulle prove concrete e i procedimenti legali sono pieni di irregolarità come la mancanza di appello, una condanna a sei anni invece di cinque e, naturalmente, il suo trasferimento in un carcere di massima sicurezza dove la sua vita corre molto più pericolo a causa del deterioramento della sua salute.

Glas si è consegnato alla giustizia ecuadoriana nell’ottobre 2017 (anno in cui è stato rieletto) per riabilitare il suo nome perché, nelle sue stesse parole, “chi è innocente non ha perché fuggire”.

Durante il processo di impeachment, iniziato quel dicembre, è stato riconosciuto colpevole di aver ricevuto tangenti dalla società di costruzioni brasiliana e condannato a sei anni di carcere. Le irregolarità hanno rivelato le motivazioni politiche e lo sforzo di Lenín Moreno, coordinato con le élite, di eliminare il governo da qualsiasi opposizione alla sua agenda neoliberale.

Il 28 novembre, Glas è stato rilasciato dalla prigione dopo un ordine di rilascio emesso ore prima dal giudice dell’Unità Criminale di Santo Domingo, Emerson Curipallo.

Le misure cautelari prevedono che l’ex vicepresidente si presenti, una volta alla settimana, presso il Penitenziario Litoral, situato nella città di Guayaquil nella provincia di Guayas, oltre al divieto di lasciare il Paese.

Il 10 novembre, il Tribunale d’Appello della Corte Nazionale di Giustizia dell’Ecuador (CNJ) aveva revocato la condanna a otto anni di reclusione nei suoi confronti.

Il tribunale ha dichiarato all’unanimità la violazione del giusto processo e della difesa degli imputati, consentendo all’ex vicepresidente di chiedere l’unificazione delle pene per accedere alla pre-libertà, dopo aver scontato  oltre il 75% della condanna maggiore. Ha due condanne ferme rispettivamente a sei e otto anni di reclusione, la prima per associazione illecita e la seconda per corruzione aggravata.

Già in precedenza, lo scorso aprile, il presidente del CNJ, Iván Saquicela, aveva firmato l’ordine di estradizione per Correa, accusato anche dall’attuale governo neoliberale di Guillermo Lasso di aver ricevuto tangenti durante la sua ultima campagna presidenziale. In risposta, il Belgio, dove Correa risiede dal 2017, gli ha concesso asilo politico. L’ex presidente aveva già sospesi i suoi diritti politici per 25 anni (poche ore prima della sua registrazione come candidato alle elezioni del 2021) ed è stato condannato per corruzione nel cosiddetto caso Sobornos 2012-2016. Per questo reato, oltre a quelli di peculato, concussione e illecito arricchimento imprescrittibili in Ecuador, è stato anche colpito, insieme a Glas, lo scorso novembre, dal sequestro dei loro conti, beni mobili e immobili da parte della Procura Generale.

Anche quando i casi sono diversi per status e gradi di scalpore politico, la ricerca di una crisi permanente persiste in paesi che possono essere soggetti o percorsi di progetti politici alternativi.

Il Nord Globale non ha necessariamente bisogno di impadronirsi del potere in questi paesi che, via lawfare, converte in satelliti. Gli basta generare il caos, la distruzione e/o livelli di frammentazione che non permettano di avere il sufficiente potere per opporsi al saccheggio delle loro risorse.

È evidente che continueranno gli attacchi per mantenere l’unipolarità globale. Afghanistan, Iraq, Yemen, Siria, Somalia, Etiopia, Libia, Sudan, Jugoslavia… sono stati drammatici esempi di ciò.


LAWFARE EN AMÉRICA LATINA: PANORAMA DE ESTE 2022

Las tácticas de cambio de régimen en América Latina han cambiado, desde aquellas sangrientas invasiones y golpes de Estado el Norte Global ha migrado a un espectro de métodos de golpes blandos entre los cuales se inscribe el llamado lawfare. Según citan Camila Vollenweider y Silvina Romano, se trata de “un método de guerra no convencional en el que la ley es usada como un medio para conseguir un objetivo militar”. De manera similar es descrito en “Unrestricted Warfare” (Guerra irrestricta), un libro de 1999 sobre estrategia militar.

Agregan las investigadoras en “Lawfare. La judicialización de la política en América Latina” que, en 2001, el concepto comenzó a ser manejado en ámbitos diferentes a las Fuerzas Armadas estadounidenses, tras la publicación de un artículo escrito por el general de Fuerza Aérea, Charles Dunlap, de la Duke Law School.

Afirman que Estados Unidos (por medio de la USAID) es uno de los principales proveedores de asesoría para la reforma de los aparatos jurídicos en América Latina y el Departamento de Justicia estadounidense ha estrechado en los últimos años los vínculos con los aparatos judiciales de la región en una supuesta lucha anticorrupción.

Siendo la demolición del Estado el objeto de los dogmáticos neoliberales, este método les ha sido funcional, de tal manera que “la persecución judicial se ha exacerbado contra funcionarios de gobiernos donde el Estado recuperó su protagonismo en materia económico-social, agrandando al Estado y revalorizando lo público”, dice la investigación. Así ha pasado con los expresidentes Manuel Zelaya, Fernando Lugo, Cristina Fernández de Kirchner (CFK), Rafael Correa, Evo Morales y varios de sus seguidores. Además, fue el instrumento para dar el golpe de Estado contra Dilma Rousseff y para inhabilitar a Lula como candidato presidencial en 2018 cuando encabezaba todas las encuestas y abrir el camino a Jair Bolsonaro en Brasil.

Durante este 2022, el lawfare ha gozado de buena salud, aun cuando algunos casos se han cerrado o están en pausa.

CASOS AL ROJO VIVO: PEDRO CASTILLO EN PERÚ Y CFK EN ARGENTINA

El pasado 7 de diciembre se agudizó otro capítulo telúrico en la política peruana luego de que el, hasta ese día, presidente constitucional intentara frenar el tercer intento de moción de vacancia en su contra, y el quinto para un presidente en ejercicio en los últimos cinco años. Elegido para el periodo presidencial de 2021-2026 y posteriormente abandonado por su partido, Pedro Castillo emitió un decreto que disolvía temporalmente el Congreso pocas horas antes de que el parlamento votara para aprobar una moción de vacancia en su contra y juramentara a la vicepresidenta Dina Boluarte.

Además, el maestro rural y sindicalista dijo que convocaría elecciones para una Asamblea Constituyente y que se gobernaría mediante decretos ley. También mencionó que se impondría un toque de queda desde las 12 de la noche de ese día, ante lo que parte de su gabinete y otros altos funcionarios renunciaron y denunciaron que el mandatario había perpetrado un golpe de Estado. La Policía de Perú le detuvo a la vez que la Fiscalía de la Nación inició acciones preliminares para investigarle por “rebelión y conspiración”, los mismos delitos por los que Alberto Fujimori fue condenado a 25 años de cárcel.

Las amenazas de las élites económicas, y las élites políticas a su servicio, contra Castillo tuvieron un momento cumbre anterior: el pasado 9 de agosto se desplegó un “espectacular” operativo de allanamiento y detención de personas vinculadas al entonces presidente, aludiendo, “sin pruebas mas con diversas conjeturas” (Sergio Moro dixit), la existencia de una supuesta organización criminal cuya cabeza sería Castillo. La Fiscalía intervino en las instalaciones del Palacio de Gobierno, argumentando que ahí se encontraba escondida su cuñada Yenifer Paredes, acusada, también sin pruebas, de corrupción y otras imputaciones.

Otra maniobra que era el “Plan B” en el Congreso fue aprobar una norma que permite “suspender” al presidente por incapacidad temporal con 66 votos en lugar de los 87 necesarios para la destitución a partir de una figura que se refiere a problemas de salud u otros que le impidan ejercer temporalmente la presidencia.

En este caso se ha construido una narrativa repetida por los principales medios de comunicación mientras, desde el ámbito judicial, la Fiscal General Patricia Benavidez ha declarado que cuenta con más de 190 elementos probatorios para sustentar una acusación contra Castillo. Le acusa de liderar una supuesta red corrupta que, desde su Ejecutivo, otorgó licitaciones fraudulentas de obras públicas. Se trata de una construcción de culpabilidad a quienes todavía se les debe probar el delito.

Más al sur, la vicepresidenta argentina, Cristina Fernández de Kichner (CFK), fue condenada el pasado 6 de diciembre por el Tribunal Oral Federal 2 de la Ciudad Autónoma de Buenos Aires (CABA) a seis años de prisión e inhabilitada de por vida para ejercer cargos públicos por corrupción y fraude.

La expresidenta durante dos mandatos, entre 2007 y 2015, fue hallada culpable de “administración fraudulenta” y de desviar casi 1 mil millones de dólares en fondos del gobierno a través de contratos de obras públicas durante su presidencia, pero rechazó otro cargo de dirigir una organización criminal. Mientras, ella ha reiterado que los cargos y los procesos en su contra tenían motivaciones políticas y ha denunciado la existencia de “una mafia estatal y judicial paralela” que la perseguía y condenaba por delitos que no cometió.

“Demostré absolutamente que de acuerdo a la Constitución, yo no manejé las leyes ni el presupuesto que fue aprobado por los legisladores. Dicen que cometí un delito por sanción de leyes, pero no legislé ni sancioné las leyes. Y el Presidente de la República tampoco administra y ejecuta el presupuesto”, dijo CFK en su defensa.

La sentencia utilizó un Decreto de Necesidad y Urgencia (DNU) para acreditar el delito que supuestamente favorecía al empresario Lázaro Báez, lo que fue previamente avalado por el Congreso. En septiembre pasado, tras el intento de asesinato en su contra, dijo que “me quieren muerta o presa”, al tiempo que denunciaba discursos de odio y aversión expresados en los medios de comunicación por parte de las fuerzas opositoras.

CASOS CERRADOS O EN PAUSA: LULA EN BRASIL Y GLAS EN ECUADOR

En el país más extenso, poblado y con la economía más grande de nuestra región, octava en el mundo por su PIB, se incubó el lawfare de manera temprana con el impeachment de la expresidenta Dilma Rousseff en 2016.

El blanco principal ha sido Luiz Inacio Lula da Silva, quien fue habilitado el 8 de marzo de 2021 para competir electoralmente cuando el Supremo Tribunal Federal (SFT) lo absolvió de los falsos cargos que le formularon el juez Sergio Moro y el fiscal Deltan Dallagnol. Pero ello no pudo borrar la imagen de un corrupto desempeño gubernamental del exlíder sindical en el gobierno; esta fue instalada en amplias capas de la población por la descomunal campaña de mentiras desencadenada por los medios hegemónicos brasileños e internacionales.

Debido a esta campaña, la coalición política que acompañó a Lula no logró mayoría en el Congreso y el candidato tuvo que pasar a segunda vuelta contra Bolsonaro en la que venció con un margen de 50,9% a 49,1%. No importó que se hubieran retirado los 25 casos en su contra; en aquel marzo el juez de la Corte Suprema, Ricardo Lewandowski, dictaminó, como en los 24 casos anteriores, que había un claro prejuicio contra el entonces expresidente.

El enjuiciamiento fue escandaloso porque Lula fue condenado y encarcelado durante 580 días con “evidencias” poco firmes de haber aceptado un apartamento de una empresa constructora mientras era presidente. Mucho más escandaloso fue que el juez que le condenó, Sergio Moro, y que también juzgó la mayoría de los 25 casos legales en su contra, se convirtió en el ministro de Justicia del hoy saliente Bolsonaro, una confirmación impactante para muchos brasileños de que la condena ha sido un montaje político.

Analistas afirman que Moro y Dallagnol forman parte del programa del Departamento de Estado de Estados Unidos para, con el pretexto de combatir la corrupción, liquidar políticamente a candidatos o funcionarios defensores de propuestas contrarias al neoliberalismo y favorables a las causas populares. Así han servido de correa de transmisión acoplada a la labor de desinformación y difamación del entramado de medios hegemónicos y estructuras de redes digitales dirigidas desde élites transnacionales.

La ultraderecha brasileña apuesta permanentemente a la desestabilización y hasta a la violencia estimulada por el propio Bolsonaro, quien se negó a reconocer el resultado de la segunda vuelta del pasado 30 de octubre. A raíz de ello, militantes de la extrema derecha bloquearon rutas en todo el país y se manifestaron frente a cuarteles para exigir a los uniformados que intervinieran para frustrar el retorno de Lula. Brasilia, la capital, ha sido escenario de graves disturbios perpetrados por manifestantes bolsonaristas, que convirtieron zonas de esa capital en un verdadero “escenario de guerra”.

El mandatario saliente ha convencido a sus seguidores de que el proceso electoral fue fraudulento y de que es intolerable que un hombre condenado por corrupción acceda al poder. Aun cuando no ha mostrado evidencias de fraude y que las 25 condenas fueron anuladas por el SFT.

En Ecuador, las acusaciones contra el exvicepresidente Jorge Glas (2013-2017), de la misma coalición política del expresidente Rafael Correa (2007-2017), se centran principalmente en los 13,5 millones de dólares que supuestamente recibió de la constructora brasileña Odebrecht. Las acusaciones tienen poca o ninguna evidencia contundente, y los procedimientos legales están llenos de irregularidades como la falta de apelación, se aplicó una sentencia de seis años en lugar de cinco y, por supuesto, su traslado a un penal de máxima seguridad donde su vida corre mucho más peligro por el deterioro de su salud.

Glas se entregó a la justicia ecuatoriana en octubre de 2017 (año en que fue reelecto) para limpiar su nombre porque, en sus propias palabras, “los que son inocentes no tienen por qué huir”. Durante el proceso de juicio político, que comenzó en ese diciembre, fue declarado culpable de recibir sobornos de la constructora brasileña y condenado a seis años de prisión. Las irregularidades develaron las motivaciones políticas y el empeño de Lenín Moreno, coordinado con la élites, de purgar al gobierno de cualquier oposición a su agenda neoliberal.

El 28 de noviembre pasado, Glas salió de prisión tras una boleta de libertad emitida horas antes por el juez de la Unidad Penal de Santo Domingo, Emerson Curipallo. Las medidas cautelares precisan que el exvicepresidente se presente una vez por semana en la Penitenciaría del Litoral, ubicada en la ciudad de Guayaquil de la provincia de Guayas, así como la prohibición de salida del país.

El 10 de noviembre, el Tribunal de Apelación de la Corte Nacional de Justicia (CNJ) ecuatoriana había revocado la sentencia de ocho años de prisión en su contra. El tribunal declaró por unanimidad la vulneración al debido proceso y a la defensa de los procesados, permitiendo que el exvicepresidente solicitara la unificación de penas para acceder a la prelibertad, luego de haber cumplido más de 75% de la condena mayor en su contra. Tiene dos sentencias firmes de seis y ocho años de prisión, respectivamente, siendo la primera por un caso de asociación ilícita y la segunda por cohecho agravado.

Ya antes, en abril pasado, el presidente de la CNJ, Iván Saquicela, firmó la orden de extradición de Correa, también acusado por el actual gobierno neoliberal de Guillermo Lasso de recibir sobornos durante su última campaña presidencial. En respuesta, Bélgica, donde Correa reside desde 2017, le concedió asilo político. El expresidente ya tenía sus derechos políticos suspendidos por 25 años (pocas horas antes de su inscripción como candidato para las elecciones de 2021) y fue sentenciado por cohecho en el denominado caso Sobornos 2012-2016. Ese delito, así como los de peculado, la concusión y el enriquecimiento ilícito son imprescriptibles en Ecuador, también fue afectado junto a Glas en noviembre pasado por el embargo de sus cuentas, bienes muebles e inmuebles por parte de la Procuraduría General.

Aun cuando los casos son distintos en estatus y grados de conmoción política, la búsqueda de crisis permanente persiste en países que puedan ser sujetos o vías de proyectos políticos alternativos. El Norte Global no necesariamente requiere hacerse con el poder en estos países a los que, vía lawfare, convierte en satélites. Le basta con generar el caos, la destrucción y/o niveles de fragmentación que no permitan el suficiente poder para oponerse al saqueo de sus recursos.

Es evidente que seguirán las embestidas para retener la unipolaridad global. Afganistán, Irak, Yemen, Siria, Somalia, Etiopía, Libia, Sudán, Yugoslavia… han constituido dramáticos ejemplos de ello.

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