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Stati Uniti: una crisi di lunga gestazione

Atilio Boron

Quello avvenuto non ha precedenti nella storia USA. Un’intera vecchia ed enorme impalcatura istituzionale concepita dai padri fondatori per evitare i rischi dell’oclocazione – il temuto governo della plebaglia- è crollata come un castello di carte quando, rispondendo alle incessanti arringhe di Donald Trump, una folla di trombettieri ha sopraffatto le forze di sicurezza ed ha preso d’assalto il Campidoglio. Il risultato: il Senato ha dovuto fare una pausa, mentre il Vice Presidente Mike Pence è stato rapidamente evacuato dai Servizi Segreti, mentre una banda di facinorosi in abbigliamento militare e alcuni di loro armati si sono accampati nelle sale del Senato e della Camera. L’obiettivo: impedire che il Congresso certificasse la vittoria di Joe Biden alle elezioni presidenziali del 3 novembre.

La responsabilità di Trump in questi incidenti è indiscutibile. Una parte dei repubblicani hanno contribuito. Più di un centinaio erano pronti a proporre l’annullamento della vittoria di Biden, e dovrebbero anche essere considerati come istigatori del tumulto. Ma sarebbe un errore credere che ciò che è accaduto sia di esclusiva responsabilità di Trump e dei suoi seguaci.

Questo episodio segna la gravità della crisi di legittimità che da tempo sta divorando il sistema politico USA. L’assenteismo elettorale è una cronica zavorra per un sistema che si proclama democrazia quando non lo è. Abraham Lincoln lo definì come “il governo del popolo, dal popolo e per il popolo”. Oggi, non solo intellettuali di sinistra come Noam Chomsky, ma persino studiosi del mainstream come Jeffrey Sachs e, prima di lui, Sheldon Wolin sostengono nei loro interventi orali e scritti che il sistema politico USA è una plutocrazia e non una democrazia nella misura in cui è il governo dei ricchi, da parte dei ricchi e per i ricchi.

Questo è ciò che spiega la lamentosa riflessione fatta, qualche mese fa, da un editoriale collettivo del New York Times al constatare che l’1% più ricco accumula più ricchezza dell’80% più povero del paese. In altre parole, una pseudo-democrazia che, applicando le politiche neoliberali, ha decretato le esequie del “sogno americano” ed ha covertito quel paese nel più diseguale del mondo sviluppato.

Nei gravissimi eventi di mercoledì, tipici delle “anarchie populiste” che Washington vede -e vituperizza- ovunque nei paesi della periferia, c’è un’indiscutibile corresponsabilità dei due partiti.

Per quattro anni, gli scoppi d’ira di Trump e le sue politiche criminali, sia all’interno che all’esterno degli USA, si sono alimentati dalla riluttanza dei Democratici a porre fine alle politiche che andavano a beneficio del 10% più ricco (e soprattutto dell’1% di super milionari) del paese e a fare anche il minimo sforzo per democratizzare veramente il sistema politico.

Non è ozioso ricordare, di fronte ai violenti incidenti di questo mercoledì, che non è mai stato nella mente dei padri fondatori creare un sistema democratico: l’elezione indiretta tramite collegi elettorali, il carattere facoltativo del voto, il suffragio in un giorno lavorativo sono le remore di un sistema che si è costituito come repubblica ma non come democrazia.

Non è un caso che la stessa Costituzione USA non menzioni in un solo luogo la parola magica “democrazia”. E di fronte ad una società che è cambiata tanto quanto gli USA negli ultimi cinquant’anni, passando dall’essere una una società abbastanza omogenea ad una multiculturale e disuguale, e di fronte alla stupidità di un sistema partitico che non riflette affatto questi cambiamenti, l’emergere di un demagogo come Trump e la sua retorica incendiaria poteva finire per aprire le porte dell’inferno e scatenare tutti i demoni.

Questo è quello che è successo ora. E questo andrà avanti per molto tempo e non si risolverà senza riforme sociali, economiche e politiche di fondo, cosa che difficilmente Joe Biden sarà disposto a promuovere.

Fonte: PáginaI12


Estados Unidos: Una crisis de larga gestación

 

Lo ocurrido no tiene precedentes en la historia de Estados Unidos. Todo un vetusto y enorme entramado institucional concebido por los padres fundadores para evitar los riesgos de la oclocracia –el temido gobierno del populacho- se derrumbó como un castillo de naipes cuando respondiendo a las incesantes arengas de Donald Trump una turba de trumpistas arrolló a las fuerzas de seguridad y tomó por asalto al Capitolio. El resultado: el Senado tuvo que entrar en receso mientras el vicepresidente Mike Pence era prestamente evacuado por el Servicio Secreto mientras una banda de fascinerosos con ropas de fajina y algunos de ellos armados sentaban sus reales en las salas del Senado y la Cámara de Representantes. El objetivo: impedir que el Congreso certificara la victoria de Joe Biden en la elección presidencial del 3 de noviembre.

La responsabilidad de Trump en estos incidentes es indiscutible. Una parte de los republicanos aportaron lo suyo. Más de cien estaban dispuestos a proponer la anulación de la victoria de Biden, y deben también ser considerados como instigadores del tumulto. Pero sería un error creer que lo ocurrido es responsabilidad exclusiva de Trump y sus secuaces. Este episodio marca la gravedad de la crisis de legitimidad que hace mucho tiempo está carcomiendo al sistema político norteamericano. El ausentismo electoral es un lastre crónico para un sistema que se autoproclama como una democracia cuando no lo es. Abraham Lincoln la definió como el “gobierno del pueblo, por el pueblo y para el pueblo”. Hoy no sólo intelectuales de izquierda como Noam Chomsky sino hasta académicos del mainstream como Jeffrey Sachs y, antes que él, Sheldon Wolin sostienen en sus intervenciones orales y escritas que el sistema político de Estados Unidos es una plutocracia y no una democracia en la medida en que es el gobierno de los ricos, por los ricos y para los ricos. Esto es lo que explica la quejumbrosa reflexión que hiciera hace unos meses un editorial colectivo del The New York Times al constatar que el 1% más rico acumula más riqueza que el 80% más pobre del país. Es decir, una pseudo-democracia que aplicando las políticas neoliberales decretó las exequias del “sueño americano” y convirtió a ese país en el más desigual del mundo desarrollado. 

En los gravísimos sucesos del miércoles, propios de las “anarquías populistas” que Washington ve –y vitupera- por doquier en los países de la periferia hay una indudable corresponsabilidad de los dos partidos. 

Los exabruptos de Trump y sus criminales políticas, dentro y fuera de Estados Unidos, se nutrieron durante cuatro años de la falta de voluntad de los demócratas para poner fin a las políticas que beneficiaban al 10% más rico (y sobre todo al 1% de los super-millonarios) del país y para hacer siquiera mínimo esfuerzo para democratizar de verdad al sistema político. No es ocioso recordar ante los violentos incidentes de este miércoles que jamás estuvo en la mente de los padres fundadores crear un sistema democrático: la elección indirecta vía colegios electorales, el carácter optativo del voto, el sufragio en día laborable son las rémoras de un sistema que se constituyó como una república pero no como una democracia. 

No es casual que la propia Constitución de Estados Unidos no mencione en un solo lugar la palabra mágica: “democracia”. Y ante una sociedad que ha cambiado tanto como Estados Unidos en los últimos cincuenta años, pasando de ser una sociedad bastante homogénea a una multicultural y desigual, y ante la estolidez de un sistema partidario que no refleja para nada estos cambios la aparición de un demagogo como Trump y su incendiaria retórica podía terminar abriendo las puertas del infierno y soltar a todos los demonios. Eso fue lo que ocurrió ahora. Y esto va para largo y no se solucionará sin reformas sociales, económicas y políticas de fondo, cosa que difícilmente Joe Biden estará dispuesto a impulsar.

www.pagina12.com.ar

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Si sgretola l’impero yankee

Arthur González https://heraldocubano.wordpress.com.

Quello che è successo il 6 gennaio 2021 al Campidoglio di Washington, è un esempio di come l’imperialismo yankee stia, ogni giorno, più vicino alla sua caduta.

La crisi economica, accresciuta dalla cattiva gestione della pandemia di Covid-19, ha rivelato la situazione che soffrono gli statunitensi di fronte all’arricchimento di pochi, a costo del crescente impoverimento della maggioranza della popolazione.

La disuguaglianza sociale è emersa come mai prima d’ora, poiché l’immagine di cartone che il sistema capitalista USA ha venduto al mondo, è crollata all’apparire il pessimo sistema di sicurezza sociale, di salute e lo scarso interesse del governo a sostenerne i suoi cittadini in situazioni di crisi.

La ciliegina sulla torta è stata posta dal presidente Donald Trump con la sua personalità squilibrata, che preferisce andare a giocare a golf sui suoi lussuosi campi, che prendere rapide decisioni per approvare minimi aiuti economici per i disoccupati e persone a basso reddito; prova che in quel sistema la prima cosa non è l’essere umano, bensì la ricchezza di pochi.

Al suo livello di alienazione ed egocentrismo narcisista, Trump ha manipolato buona parte delle menti dei suoi seguaci, con la campagna che gli avevano “rubato” le elezioni e l’attuale “frode”, lasciando il posto a un movimento di suprematisti bianchi e fanatici religiosi che hanno creduto alle sue menzogne, al punto di assaltare il Campidoglio nazionale e compiere atti terroristici che hanno messo in pericolo la vita di senatori e rappresentanti, cosa impensabile nella capitale della nazione che si vende come il “paradiso” della democrazia e dei diritti umani.

Come un pazzo fuori controllo, Trump ha irresponsabilmente incoraggiato i manifestanti a impedire il conteggio dei voti che effettuava il Congresso, sotto la presidenza del vicepresidente Mike Pence, un fatto che ha lasciato un bilancio di 5 morti, più di 50 feriti ed ingenti danni a un immobile considerato patrimonio storico degli USA, ciò che mostra il deterioramento dei valori morali ed ideologici di coloro che si arrogano il diritto di accusare e condannare quelli che non seguono i loro dettami imperiali.

Ovviamente le reti televisive e la grande stampa yankee non hanno utilizzato i termini di colpo di stato, come hanno fatto contro il governo di Evo Morales 2019, quello avvenuto in Egitto il 3 luglio 2013, il tentativo, del 2016, di destituire dal potere il presidente turco Reçep Erdogan, da parte di membri dell’esercito turco, così come il tentativo contro Hugo Chávez, il colpo di stato militare in Honduras o il colpo di stato parlamentare contro il presidente del Paraguay e la presidentessa del Brasile Dilma Rousseff.

Quei giornalisti USA che hanno così qualificato le azioni avvenute a Washington hanno dovuto cambiare rapidamente i titoli dei giornali, in modo da non deteriorare ulteriormente l’immagine di quella nazione che si sta sgretolando a passi da gigante, sebbene ciò che è stato fatto dai senatori Josh Hawley, Ted Cruz, Ron Johnson e i loro colleghi del Partito Repubblicano, è stato realmente un complotto per compiere un colpo di stato e strappare la vittoria a Joe Biden: una situazione che in un altro paese sarebbe condannata con la prigionia dei sediziosi.

Questo tentativo golpista è stato guidato dallo stesso Donald Trump, con il sostegno di una parte del suo partito ed il silenzio di molti congressisti che hanno sostenuto la sua politica dittatoriale, di non voler cedere il potere per continuare ad agire contro la cosiddetta “democrazia rappresentativa” e concedere indulti ad assassini, corrotti e ladri.

Il declino economico vissuto dagli USA negli ultimi anni è la causa della politica sporca contro Cina e Russia, poiché temono di perdere la supremazia mondiale, cosa che mantengono solo in teoria, perché, in pratica, la Cina ha superato in molti campi gli yankee come le telecomunicazioni, la scienza, la produzione di beni e persino la battaglia per l’esplorazione spaziale, differenza che si noterà negli anni a venire, quando la pandemia farà parte della storia.

Le immagini del brutale assalto al Campidoglio e la quasi tolleranza della polizia che non lo ha impedito adeguatamente, hanno fatto ricordare la caduta dell’Impero Romano, quando le forze popolari hanno dato fuoco ai principali palazzi ed installazioni governative, a causa del declino di quel governo, a seguito della perdita di autorità nell’esercitare il proprio dominio.

Molti storici danno come cause del crollo romano le grandi dimensioni dell’esercito, la cattiva gestione della salute e la crescita della sua popolazione, il declino della sua economia, l’incapacità e l’incompetenza degli imperatori, le lotte interne per il potere, i cambiamenti religiosi avvenuti e l’inefficienza dell’amministrazione civile, scenario che ha incrementato la pressione dei cosiddetti barbari esterni alla cultura romana; il tutto ha notevolmente contribuito al crollo del più potente impero del suo tempo.

Quando si analizza l’attuale situazione che il governo e la società USA stanno attraversando, si percepiscono grandi somiglianze con quello che è successo a Roma ed il deterioramento che avviene in seno alla società yankee.

A Roma, dall’anno 250 in poi, l’abuso del potere politico e finanziario, l’inefficienza politica, le invasioni, le guerre civili e la discordia religiosa, hanno condotto quell’impero sulla via del fallimento, lo stesso sta accadendo a Washington da alcuni anni, in un processo lento ma inarrestabile.

Il panorama politico ed economico USA fa presagire un futuro turbolento per la nuova amministrazione che, invece di sprecare miliardi di dollari nel destabilizzare governi sovrani come Cuba, Venezuela, Nicaragua, Iran o Siria, dovrebbe lavorare per migliorare il proprio sistema elettorale, dare salute a tutti i cittadini, aprire nuovi posti di lavoro, impedire gli sfratti, eliminare la crescente povertà tra le comunità nere e latine, approvare nuove leggi che risolvano il limbo migratorio di milioni di persone che apportano la loro forza lavoro alla società, sradicare, una volta per tutte, la discriminazione razziale e smettere d’invadere paesi che hanno il diritto di costruire il proprio futuro in pace.

Se non riconoscono di essere sulla strada del disastro, presto assisteremo a manifestazioni popolari reclamando cambi di regime, cosa che non è accaduta perché USAID, NED e CIA non progettano programmi per incoraggiarlo.

José Martí è stato saggio quando ha affermato: “Ho vissuto nel mostro e conosco le sue viscere”.


Se agrieta el imperio yanqui

Por Arthur González

Lo acontecido el 6 de enero del 2021 en el Capitolio de Washington, es una muestra de cómo el imperialismo yanqui está cada día más cerca de su caída.

La crisis económica incrementada por el pésimo manejo de la pandemia de la Covid-19, puso de manifiesto la situación que sufren los estadounidenses ante el enriquecimiento de unos pocos, a costa del empobrecimiento creciente de la mayoría de la población.

La desigualdad social afloró como nunca antes, pues la imagen encartonada que el sistema capitalista de Estados Unidos ha vendido al mundo, se vino abajo al salir a flote el pésimo sistema de seguridad social, de salud y el poco interés del gobierno por respaldar a sus ciudadanos ante situaciones de crisis.

La tapa al pomo la puso el presidente Donald Trump con su trastornada personalidad, quien prefiere irse a jugar golf en sus lujosos campos, a tomar rápidas decisiones de aprobar mínimas ayudas económicas para los desempleados y personas de bajos ingresos, prueba de que en ese sistema lo primero no es el ser humano, sino la riqueza de unos pocos.

En su nivel de enajenación y egocentrismo narcisista, Trump manipuló una buena parte de la mente de sus seguidores, con la campaña de que le habían “robado” las elecciones y el “fraude” presente, dando paso a un movimiento de supremacistas blancos y fanáticos religiosos que se creyeron sus mentiras, al punto de asaltar el Capitolio nacional y llevar a cabo actos terroristas que pusieron en peligro la vida de senadores y representantes, algo impensable en la capital de la nación que se vende como el “paraíso” de la democracia y los derechos humanos.

Cual demente sin control, Trump alentó de forma irresponsable a los manifestantes para impedir el conteo de votos que ejecutaba el Congreso, bajo la presidencia del vicepresidente de Mike Pence, hecho que dejó un saldo de cinco muertos, más de 50 heridos y cuantiosos daños a un inmueble considerado patrimonio histórico de Estados Unidos, lo que evidencia el deterioro de los valores morales e ideológicos de quienes se arrogan el derecho de acusar y condenar a quienes no siguen sus dictados imperiales.

Por supuesto que las cadenas televisivas y la gran prensa yanqui, no empleó los términos de golpe de estado, como hicieron contra el gobierno de Evo Morales 2019, el ocurrido en Egipto el 3 de julio de 2013, el intento en 2016, sacar del poder al presidente turco Reçep Erdogan, por miembros del ejército turco, así como la intentona contra Hugo Chávez, el golpe militar en Honduras o los golpes parlamentarios contra el presidente de Paraguay y la presidenta de Brasil Dilma Rousseff.

Aquellos periodistas norteamericanos que así calificaron las acciones acontecidas en Washington, tuvieron que cambiar los titulares rápidamente, para no deteriorar más la imagen de esa nación que se desmorona a pasos agigantados, aunque lo hecho por los senadores Josh Hawley, Ted Cruz, Ron Johnson y sus colegas del Partido Republicano, fue realmente una conspiración para dar un golpe de estado y arrebatarle el triunfo a Joe Biden, situación que en otro país sería condenada con la encarcelación de los sediciosos.

Esta tentativa golpista estuvo encabezada por el propio Donald Trump, con apoyo de una parte de su partido y la callada de muchos congresistas que respaldaron su política dictatorial, de no querer ceder el poder para continuar actuando en contra de la llamada “democracia representativa” y otorgar indultos a asesinos, corruptos y ladrones.

El declive económico que vive Estados Unidos en los últimos años, es la causa de la sucia política contra China y Rusia, pues temen perder la supremacía mundial, algo que solo mantienen en teoría, porque en la práctica China ha rebasado a los yanquis en muchos campos, como son las telecomunicaciones, la ciencia, la producción de bienes y hasta la batalla por la exploración espacial, diferencia que se notará en los años venideros cuando la pandemia sea parte de la historia.

Las imágenes del brutal asalto al Capitolio y la cuasi tolerancia policial que no lo impidió adecuadamente, hicieron recordar la caída del Imperio romano, cuando fuerzas populares incendiaron los principales palacios e instalaciones de gobierno, debido al declive del aquel Gobierno, producto de la pérdida de autoridad para ejercer su dominio.

Muchos historiadores dan como causas del derrumbe romano al gran tamaño del ejército, el pésimo manejo de la salud y el crecimiento de su población, la baja de su economía, la incapacidad e incompetencia de los emperadores, las luchas internas por el poder, los cambios religiosos ocurridos y la ineficiencia de la administración civil, escenario que incrementó la presión de los llamados bárbaros externos a la cultura romana, todo lo cual contribuyó en gran medida al colapso del imperio más poderoso de su época.

Al analizar la actual coyuntura por la que atraviesa el gobierno y la sociedad norteamericana, se perciben grandes similitudes con lo sucedido en Roma y el deterioro que acontece dentro del seno de la sociedad yanqui.

En Roma, desde el año 250 en adelante, el abuso de poder político y financiero, la ineficiencia política, las invasiones, guerras civiles, y la discordia religiosa, condujeron aquel imperio por el camino del fracaso, lo mismo que está sucediendo en Washington desde hace algunos años, en un proceso lento pero indetenible.

El panorama político y económico de Estados Unidos presagia un futuro turbulento para la nueva administración, la que, en vez de malgastar miles de millones de dólares en desestabilizar gobiernos soberanos como Cuba, Venezuela, Nicaragua, Irán o Siria, debería trabajar en mejorar su sistema electoral, darle salud a todos los ciudadanos, abrir nuevos empleos, impedir los desalojos, eliminar la pobreza creciente entre las comunidades negras y latinas, aprobar nuevas leyes que resuelvan el limbo migratorio de millones de personas que aportan su fuerza de trabajo a la sociedad, arrancar de una vez la discriminación racial y dejar de invadir países que tienen derecho a construir su porvenir en paz.

Si no reconocen que van por el camino del descalabro, pronto seremos testigos de manifestaciones populares reclamando cambios de régimen, algo que no ha sucedido porque la USAID, la NED y la CIA no diseñan programas para estimularlo.

Sabio fue José Martí cuando afirmó: “Viví en el monstruo y le conozco sus entrañas”

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Nicaragua, golpismo ineleggibile

Fabrizio Casari www.altrenotizie.org

Trump esce di scena dettando nuove sanzioni contro il Nicaragua. Del tutto affini al personaggio, va detto: illegittime, in aperta violazione del Diritto Internazionale, indecenti per il sistema delle relazioni internazionali in quanto ingerenza illecita nella politica interna del paese centroamericano. Di scarso effetto pratico sui destinatari, che non hanno interessi negli states, dal punto di vista economico generale hanno un loro senso e servono a raggiungere due risultati.

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L’uomo vuoto

Rosa Miriam Elizalde  www.cubadebate.cu

L’ultimo episodio di Trump contro Cuba è quasi divertente. Dopo più di 140 sanzioni, dal 2017, con quasi null’altro da strappare ai cubani e inadempiuta la promessa di disciplinare l’isola comunista, dice addio alla Casa Bianca con il ridicolo atto di mettere nella sua lista nera l’azienda che commercializza il caffè Cubita.

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Cubainformacion: il 13esimo Cesare

Cuba di fronte al Cesare numero tredici

“Clandestina” è una piccola azienda privata di design di abbigliamento, con sede all’Avana, che è arrivato a presentare le sue creazioni negli USA.

Ma ad aprile, per ordine del Dipartimento del Tesoro ed in conformità con le leggi sul blocco contro Cuba, è stato chiuso il suo negozio online.

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A Cuba: Rivoluzione colorata o creare problemi a Biden

Randy Alonso Falcón  www.cubadebate.cu

Donald Trump lascia la Casa Bianca doppiamente sconfitto: non ha potuto vincere la rielezione presidenziale, né rovesciare i governi di Cuba, Venezuela e Nicaragua; contro cui ha usato tutti i metodi di punizione ed aggressione alla sua portata.

Ma le forze trumpiste non sono esaurite, tutt’altro. Stanno cercando di lasciare una profonda orma nella società USA ed oltre. A questo punto, Trump ancora non riconosce la sua ampia sconfitta nelle elezioni; neppure smette di seminare problemi all’amministrazione che verrà: pochi giorni fa ha addirittura minacciato di attaccare i siti nucleari iraniani per abortire ogni intento di dialogo con quel paese.

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Hugo Chávez, dinero comunista y sudor tintado

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Biden ha vinto: e adesso?

Atilio Boron da: insorgente.org

I democratici e i repubblicani sono amministratori dell’imperio, nient’altro. Ma nella loro ‘incarnazione’ fisica, personale, di avversione, ci sono sfumature che non si devono trascurare.

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Deliri alla Casa Bianca

Jorge Legañoa Alonso  www.cubadebate.cu

La squadra legale del presidente uscente degli USA ha portato, ieri, al parossismo il proprio racconto sulla frode elettorale nelle elezioni presidenziali di inizio mese. Per quanto insolito possa sembrarvi, durante una conferenza stampa, gli avvocati di Trump hanno affermato di avere prove di un “modello” di frode elettorale in diversi stati.

L’avvocatessa Sidney Powell ha assicurato di aver conoscenza “della massiccia influenza del denaro comunista attraverso Venezuela, Cuba e, probabilmente, Cina, nelle elezioni USA e dell’interferenza di questi paesi che avrebbero contribuito a creare un software che alterasse i risultati. Ma la cosa non si ferma qui, in questo nuovo capitolo della novella elettorale USA, hanno incluso il dirigente venezuelano, Hugo Chávez, che secondo loro sarebbe stato un rilevante protagonista nella presunta operazione, sette anni dopo la sua morte.

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Non è una barzelletta…

Non è una barzelletta, è quanto ha affermato realmente ieri notte (orario italiano), in una conferenza stampa ufficiale, l’avvocato per la campagna elettorale di Donald Trump, Sidney Powell, con accanto Rudy Giuliani, il quale ha ripetuto le stesse accuse (senza fornire prove).

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Trump contro i medici cubani

Ángel Guerra Cabrera https://lapupilainsomne.wordpress.com

I senatori cubano-statunitensi Marco Rubio e Robert Menéndez dispiegano nuove sinistre avventure contro il loro paese d’origine. Scrocconi perenni dell’industria anti-castrista, propongono leggi contro la cooperazione medica cubana e promuovono, con fondi federali, una campagna per fornire un’immagine falsa e grottesca di essa come volgare traffico di esseri umani e produttrice di fondi per “ingrossare le casse dello Stato”.

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Il mondo e gli USA: da Trump a Biden

Iroel Sánchez  https://lapupilainsomne.wordpress.com

Trump è stato nell’arena internazionale una macchina per fabbricare nemici e disaccordi, per danneggiare alleati ed attaccare il multilateralismo. Il fatto che alla Casa Bianca arrivi una visione diversa, anche quando continui a pretendere di “guidare il mondo”, è una tregua per tornare ad avanzare su quelle questioni che, prima del suo arrivo, godevano di grande consenso internazionale: affrontamento del cambio climatico, necessità di un accordo accettabile per l’Occidente che renda praticabile l’uso pacifico dell’energia nucleare da parte dell’Iran, il percorso verso la normalizzazione tra USA e Cuba, o il riconoscimento del crescente ruolo della Cina nell’economia mondiale e quindi concepire il rapporto con essa come qualcosa di mutuo vantaggio e non una guerra economica con più perdenti che vincitori.

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Il blocco dell’epoca Trump

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I dodici cesari

Rosa Miriam Elizalde  http://www.cubadebate.cu

Clandestina”, una piccola impresa privata che vende abiti con disegni nazionali all’Avana Vecchia, ha pubblicato, il 7 novembre, su Facebook questo messaggio: “Il dramma è finito”. Ha riassunto in quattro parole il senso di sollievo collettivo alla notizia che ci sarà un nuovo presidente USA a partire dal 20 gennaio.

Più che di soddisfazione per la vittoria di Joseph Biden, l’emozione è quella del condannato a cui allentano un po’ il laccio che non lo fa respirare. Sta per concludersi la peggiore amministrazione della storia USA e quella che, nel mezzo di una pandemia mortale, ha eseguito un’inesorabile litania di sanzioni che sembrava non avere fine e che ha colpito, in ogni modo possibile, il cittadino comune cubano.

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Maduro si congratula con Biden e si offre di migliorare le relazioni

Il presidente venezuelano ha anche deriso Guaido per non aver appoggiato le affermazioni di Trump di aver vinto le elezioni USA.

Orinoco Tribune, http://aurorasito.altervista.org

Il Presidente Nicolas Maduro si è congratulato col presidente eletto degli Stati Uniti Joe Biden per la vittoria elettorale. Maduro ha anche elogiato la vicepresidentessa eletta Kamala Harris e il popolo statunitense in generale, pur affermando di essere disposto a partecipare a un “dialogo dignitoso” basato su “rispetto e cooperazione” e giungere ad “accordi” con la nuova amministrazione statunitense, che prenderà ufficio il 20 gennaio 2021. I suoi commenti suscitavano speculazioni su un potenziale miglioramento nelle relazioni tra i due Paesi. Washington e Caracas hanno interrotto le limitate relazioni diplomatiche nel 2019 quando chiusero le rispettive ambasciate e consolati.

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