La verità non

cadde in mare 

 

4 settembre 2006 – M.Taset e J.Mayor www.granma.cu

 

 

Quei ragazzi, felici con le loro medaglie, non arrivarono mai a Cuba. Neppure il resto degli occupanti del volo CU-455. Era il 6 di ottobre 1976, e l'aeroplano che riportava i campioni esplose, lasciando attoniti i bagnanti che godevano delle tranquille spiagge delle Barbados.

Sono passati trenta anni e le emozioni persistono. Il colonnello Mario Martínez Álvarez non rifugge dall'ira, il dolore, i soprassalti vissuti di fronte alla commissione tecnica che investigò sul disastro.

Ignacio Fournier, allora direttore di Medicina Legale; specialisti dell'Istituto dell' Aeronautica Civile di Cuba (IACC) e due palombari delle Truppe Speciali l'accompagnarono all'inizio delle indagini.

"Arriviamo all'alba del giorno 7. I primi intervistati furono i membri di un equipaggio cubano che era lì. Volevamo determinare esattamente dove era caduto l'aeroplano: in acque giurisdizionali delle Barbados o in acque internazionali.

"Le autorità dissero che avevano segnato il posto con un serbatoio legato con cavi. Il mare era violento e non troviamo nessun segno. Commentiamo che forse col vento e le forti correnti la demarcazione si é spostata.

"Passiamo quasi tutta la mattina cercando. Alcuni ebbero la nausea per la forte ondosità. L'investigazione dimostrò che l'aereo cadde a meno di tre miglia dalla costa, dentro i limiti giurisdizionali della piccola isola caraibica".

Carlos ed Orledo, i giovani palombari, si immergevano dopo un ritrovamento che poteva essere importante. Mario ricorda ogni momento, fino ai più tesi.

"Tentavamo di trovare qualcosa lì, ma non appariva niente perché tutto quello dell'aeroplano che galleggiò, perfino i cadaveri, erano stati raccolti il giorno anteriore. I palombari si gettano nel supposto luogo della caduta, benché fosse pericoloso, per le forti correnti ed acque profonde.

"Passiamo un certo spavento. I serbatoi di ossigeno avevano capacità per 40 minuti. Ci accordiamo che salissero in mezz'ora. Non uscivano. Finì il tempo e cominciamo a navigare in circolo, fino a trovarli a due o tre miglia. La corrente li aveva trascinati. Dovettero gettare la zavorra.... E non videro niente, eccetto oscurità. Quando li tiriamo fuori necessitarono quasi due ore per rimettersi. Decidiamo che "non ritornassero."

Ma le indagini dovevano continuare.

"Conversiamo con testimoni che avevano visto, dalla spiaggia, precipitare il D.C.-8. Ottenemmo informazione su ciò che aveva registrato un aeroplano che sorvolava la zona quando accadde la catastrofe. Anche il radar confermò l'affondamento, a tredici miglia dell'aeroporto di Seawell. Voliamo varie volte sulla zona. Non scorgiamo niente.

"Quindi si incorporarono i nostri specialisti in studi di incidenti e sabotaggi aerei, diretti da Julio Lara e da un altro perito. Con un fotografo, incominciarono a lavorare a partire dall'informazione iniziale.

"Per mezzo dei passeggeri che scesero alle Barbados e del rappresentante di Cubana, riusciamo ad individuare il sedile dove era ogni viaggiatore. Recuperiamo pezzi dell'aeroplano. Apparvero, vuoti, i palloni di ossigeno che usò l'equipaggio e 14 valigie che permisero definire, dal punto di vista tecnico, dove avvennero le esplosioni.

"La prima bomba fu collocata dal terrorista Hernán Ricardo nel bagaglio a mano di una guyanesa che viaggiava con sua nipote. Il suo complice, Freddy Lugo, mette la seconda nel bagno di coda e l'onda d'urto proietta un pezzo di lavandino nella paratia".

Certe evidenze mostravano come l'orrore si sparse per l'aeroplano.

"Comproviamo che le tredici vittime recuperate non morirono al cadere dell'apparecchio, bensì prima, con la prima detonazione. Da quell'istante, il resto visse circa cinque minuti di terrore. Se non ci fosse stata la seconda esplosione, si sarebbero salvati.

"Esaminando i cadaveri, rimase dimostrato l'impiego di esplosivi ad alto potere. Questa fu la nostra conclusione, a partire da segni come corpi nudi, incrostazioni, in essi, di schegge.... In quello di un coreano apparvero incarti di caramelle rosse in una coscia, quasi nell'osso, che provò la forza dell'espansione".

Ma diversi ostacoli intorpidirono la rotta verso la verità.

"Eric Newton, uno scienziato inglese specializzato in incidenti aerei, contrattato dalle Barbados, ebbe accesso per primo ai resti dell'aeroplano. I nostri tecnici ebbero un tempo limitato per lavorare con le prove. Newton aveva già imballato alcune al fine di esaminarle in Inghilterra.

"A dispetto di questo, troviamo un cartone che diceva 'dinamita'. Sembrava ingenuo. Chiamiamo il direttore nazionale dell'aeronautica civile. Questo chiese che non fosse data pubblicità al ritrovamento. Il suo atteggiamento ubbidiva alla diffusa bugia che l'aeroplano esplose accidentalmente, perché Cuba utilizzava questa linea per trasportare esplosivi e distribuirli in America Latina. Ma la supposta prova, per incolparci della catastrofe, risultò troppo grossolana.

"D'altra parte, tutte le notti mi chiamava in hotel gente del CORU. Mi offrirono denaro per abbandonare le investigazioni. Dicevano che quello era un incidente e che eravamo ostinati nel qualificarlo come attentato. Primo furono chiamate, dopo minacce che avrebbero messo una bomba nel hotel e perfino mi visitarono per intimorirmi".

Li aspettavano altre ore ugualmente terribili, angosciose, di aspettative che avrebbero vissuto insieme cercando di completare il puzzle coi pezzi che riscattarono dal mare.

"Chiamiamo quattro barche cubane che stavano pescando in Guyana, affinché c'aiutassero nella ricerca. Arrivarono con un equipaggio di cinque o sei marinai e le cantine piene di gamberi, ciò ostacolava le operazioni.

"Quei ragazzi dimostrarono un incredibile atteggiamento. Non li lasciarono entrare nella baia. Passarono tre giorni in alto mare, sopportando, inoltre, il forte odore dei frutti di mare. Successivamente gli permisero di arrivare al molo ma senza abbandonare le barche.

"Il loro maggiore contributo fu rastrellare la zona con due maglie improvvisate. Pettiniamo il posto per giorni. A volte le reti si impigliavano in profondità. In un'occasione si incagliarono con qualcosa che sembrava un'ala. Quando tirarono, videro che era parte dell'aeroplano: subito emersero bicchieri di Cubana. Già quasi sopra, si vedeva una cosa bianca grande agganciata alla maglia.

"Il tessuto si rompeva a momenti... e si slegò. Passiamo due giorni tentando di recuperarla. Siamo quasi sicuri che era un'ala, perché apparvero gli estintori che l'aeroplano porta in esse. Non troviamo nient'altro".

Il piano non prevedeva che l'aereo esplodesse tanto prossimo alle Barbados, bensì in alto mare, per rendere impossibili le investigazioni. Ma ci furono problemi nella scala per il combustibile e l'aeroplano partì in ritardo, ciò causò che esplodesse prima di arrivare a 18000 piedi, quando doveva fare la sua prima comunicazione.

Il popolo delle Barbados riconobbe che questo era un crimine orrendo e si sviluppò un'effervescenza di collaborazione a favore di Cuba. Presto si seppe che la CIA stava dietro a tutto.

"In tre giorni avevamo i dati necessari per presentarci in giudizio. Il processo giudiziale, dove presiedei la delegazione cubana, cominciò il 23 ottobre e si concluse agli inizi di dicembre. Ebbe più di 50 sedute. Nella prima, i nordamericani insistevano nel qualificare il crimine come un incidente aereo. Ma in questo tempo, armammo l'espediente che servì al Venezuela come prova per giudicare i colpevoli.

"Quando meno l'aspettavamo, il signore Newton ritornò per dichiarare le sue conclusioni. Per lui, le sue conclusioni chiudevano il caso. Tuttavia, formuliamo 18 domande che rovinarono la sua tesi che l'esplosione era stata nel compartimento di carico otto, cosa che esonerava da colpa gli autori, perché lì non lasciarono bagaglio.

"Mi commosse molto la fermezza dei testimone durante il giudizio. Si piangeva. Ascoltiamo registrazioni che descrivevano drammaticamente parte della cosa vissuta dalla gente nell'aeroplano. Tra le vittime scoprii un antico mio compagno del MININT che ritornava dalla Guyana con sua moglie. L'identificai perché lo conoscevo molto bene, ma quello che rimaneva di lui era solo il viso".

In questo periodo, in una spiaggia a cento miglia dalle Barbados, apparvero il sedile del capitano e tessere d'identità dell'equipaggio. Anche spade degli sportivi ed oggetti personali, alcuni molto commoventi.

"Mi portarono una musicassetta trovata da un pescatore. La laviamo con acqua dolce e la mettemmo ad asciugare. Riproducendola si sentiva perfettamente. Era il diario di una schermista.

"Contava le vittorie giornaliere della squadra nel Centroamericano del Venezuela, parlava dell'opulenza, il contrasto con la povertà... e della paura che aveva degli aeroplani. La sua ultima registrazione fu in Trinidad, dove diceva: 'già stiamo arrivando a Cuba, che fortuna, mi rimangono alcune ore per arrivare... '.

"Ascoltare questo fu molto duro, perché non arrivò mai".