DAI NOSTRI INVIATI

CORSARI A CUBA

14 agosto 2007 - M.Castagnedi www.radiocittaperta.it
 

 
 

Innanzitutto nessuno si allarmi, corsaro significa “colui che va di corsa” e nessuno si allarmi delle citazioni che faremo in seguito riguardo al fenomeno giornalistico dell’informazione prevenuta, superficiale, frettolosa (e cioè corsara) e inaccettabile - che appare sulla stampa italiana a proposito di Cuba.

 

Diviene in realtà un fenomeno di disinformazione tante sono le imprecisioni, gli errori, le forzature, i giudizi da “due pesi e due misure” che la stampa italiana, più di qualsiasi altra nel mondo, lancia contro Cuba, l’isola ribelle da colpire perchè non vuole saperne di allinearsi alla supina posizione delle tante province (vicine e lontane) vassalle dell’Impero.

 

Per chi conosce bene l’isola dei Caraibi, vi viaggia da tempo e vi soggiorna a lungo è sufficiente ritagliare e conservare i tanti articoli che appaiono sulla stampa italiana per smascherare l’evidenza delle operazioni giornalistiche anticubane.

 

L’inviato corsaro agisce di preferenza a cavallo della gran festa del Primo maggio, sa che in quella occasione i cubani già cordiali e accoglienti di natura sono particolarmente contenti di condividere le celebrazioni della festa del lavoro con i visitatori esteri. Tanto più se l’inviato è di un giornale -apparentemente - di sinistra.

 

Così, il cronista straniero, con accredito giornalistico di transito, assiste alle sfilate vivaci e colorate di milioni di cubani  e - come poi risulta dalle “incisive cronache” che pubblica al suo ritorno in patria - gira in lungo e in largo per L’Avana e per Cuba, osserva, parla, fotografa, e intervista gente locale e anche straniera. Da notare è l’abile metodo di far uscire fatali dichiarazioni dalle bocche degli altri, mai da quella dell’autore dell’articolo. Qualche giorno dopo, al rientro nel vecchio continente e nel fido  porto italiota, ecco lo smercio del bottino, ecco partire le bordate anticubane, titoloni catastrofici, pagine intere, testimonianze di qualche  tizio cubano o caio italiano provvidenzialmente  incontrati, eccetera.

 

Di cose positive su Cuba neanche l’ombra (che so, ad  esempio il mezzo milione di operazioni di cataratta fatte gratis in tre anni all’Avana ad altrettanti cittadini poveri di Paesi latinoamericani, o il fenomeno secondo cui la popolazione di Cuba è la più longeva dell’intero continente latinoamericano, o ancora l’inesistenza assoluta di lavoro minorile,o i 12 milioni di nuove lampadine a risparmio energetico installate sempre gratis dal governo nelle case cubane).

 

Per cose negative ecco invece ben pronti  appositi  e potenti megafoni e poderose lenti di ingrandimento.

 

E’ così che fioriscono i tanti “reportages”su Cuba famosi nella stampa italiana.

 

Recente esempio di fenomenale reportage supercritico contro Cuba è stato quello di fine maggio coi tre articoli pubblicati da “Liberazione” uno dei quali titolato “CUBA SI SALVI CHI PUO’“ in cui si poteva leggere, ad esempio, che la metà delle case del Centro Habana si trova in equilibrio miracoloso e può crollare da un momento all’altro (non alcune case o diverse case, no, proprio il 50 % è sul punto di crollare!).

 

Altra notizia catastrofica, la distribuzione di parte dell’acqua con autobotti. Toh, sai che novità. Mai sentita una cosa del genere nelle regioni del Mezzogiorno italiano!

 

Che ci sia in giro informazione a due pesi e due misure lo ricordiamo citando il seguente fatto.

Nel febbraio 2004 a Santo Domingo durante uno sciopero generale la polizia sparò sui manifestanti uccidendone 15. Avete mai letto qualche reportage critico sulla Repubblica Dominicana? “Liberazione” anche nel 2001 pubblicò un reportage su Cuba di due intere pagine, sempre in occasione della fiesta del Primero de Mayo, con toni seccamente critici. Nel finale vi si leggeva la frase:”troppi errori”, ovviamente rivolta al governo cubano. E non eventualmente al proprio articolo davvero extrazeppo di errori (nomi, luoghi, strade dell’Avana sbagliate, sedi di teatri confuse e  spostate di chilometri). Ma chi scrisse quel reportage era al suo primo - e forse unico - viaggio a Cuba, non conosceva la lingua spagnola e si era infilato in un viaggio turistico da anonimo senza richiedere alcun visto giornalistico. 8 giorni 8 di tour nell’isola, compresi la spiaggia di Varadero e la sfilata del 1°maggio. In quel reportage di “Liberazione” del maggio 2001 c’era una frase rivelatrice della scarsa conoscenza di Cuba. Questa: ”mi dicono che il peggio è passato. Sarà vero?”. Dunque chi scrisse quel reportage non sapeva che gli anni molto duri per Cuba,  cioè il peggio, erano stati gli anni, passati, 1991-94, e non certo il 2001 quando il Pil cubano gia recuperava al 4% l’anno.

 

Ancora un Primo Maggio a Cuba, il 2003. Questa volta  il nostro eroe è l’inviato di “La Repubblica” che il 5 maggio di quell’anno titolava così: “LA TESSERA A PUNTI CHE COMPRA IL CONSENSO”. Si sosteneva che i manifestanti cubani scendevano in piazza poiché pagati dal governo circa 3 dollari a cranio. Il che, essendo stati 7 milioni in tutta Cuba i partecipanti alle sfilate, avrebbe dunque fatto per il governo cubano un conto di 21 milioni di dollari per una sola giornata di manifestazione! A quel punto scese in campo l’ambasciatrice cubana a Roma, signora Maria de Los Angeles Flores, che scrisse a “La Repubblica”(che pubblicò): “ma con chi avete parlato, chi vi ha raccontato un simile falso?”.

A metà maggio 2003 si fece vivo anche “Avvenire”,il quotidiano dei vescovi italiani, con un titolone a pagina intera: "CUBA E’ COME LA COREA DEL NORD, C’E’ IL TERRORE”. Come bordata d’artiglieria giornalistica anticubana non era male davvero, ma il titolo non era del giornale bensì dettato da Elizardo Sanchez intervistato nella sua villetta del quartiere Playa de L’Avana per telefono dall’Italia. Sanchez è uno dei più noti dissidenti cubani, fa il dissidente per mestiere da quarant’anni ed è un tal professionista da aver lavorato, contemporaneamente, sia per agenti statunitensi che per quelli cubani.

 

Il primo posto, tuttora ineguagliato, dei super-reportage più che discutibili su Cuba resta sempre del settimanale “Io Donna”, il magazine del sabato del “Corriere della Sera”. Siamo sempre a cavallo del 1° maggio del 2003 e la rivista “strilla” un poderoso servizio davvero sensazionale coi seguenti titoli: "UNA VITA DIETRO LE SBARRE” e "DENTRO LE CARCERI CUBANE”. Sensazionale davvero perché non si erano ancora spenti gli echi dei fatti di Cuba di fine marzo – primi aprile 2003 (due dirottamenti armi alla mano verso la Florida di aerei cubani in voli di linea interni, altri sventati e una ventina progettati, più il sequestro per 48 ore in mare aperto di un piccolo traghetto della baia dell’Avana con 40 passeggeri a bordo con donne ,bambini e turisti stranieri - sempre ad opera di un commando armato - e in seguito i processi e le relative dure condanne per assaltatori materiali e fiancheggiatori), che un giornale italiano usciva con un  amplissimo servizio di molte pagine e molte foto scattate addirittura dentro le carceri cubane (Il Combinado del Este, periferia dell’Avana).

 

Davvero straordinario, stupefacente, mai vista un’impresa giornalistica simile per fulminante rapidità e incisività. Infatti il testo si apriva proprio con un “cappello” (posticcio, inesistente nell’”originale”) sul sequestro del battello “Baraguà”, e poi iniziava una lunga descrizione della vita in carcere  con eccezionali dettagli, interviste e efficacissime foto. Ma è possibile, realizzare questo, per un settimanale  a 4 settimane da fatti accaduti a 9mila km. di distanza? La risposta è no, non è possibile, da ogni punto di vista, politico, giornalistico, tecnico e anche poligrafico. La verità è che si trattava di un servizio “riciclato”, scritto quasi 4 anni prima e pubblicato a puntate nel 1999 sul “Corriere”, autore l’esperto Maurizio Chierici ottimo conoscitore di Cuba e Latinoamerica che aveva sì fatto un gran reportage nel carcere de L’Avana, ma anni prima e non certo nell’aprile 2003! E in condizioni e circostanze molto  diverse .

 

Ma niente paura, nessuno si allarmi. Perché se è vero che era stato inserito nel testo il “cappello posticcio” sull’imbarcazione per “ambientare” l’articolo al sequestro del battello (1°aprile 2003), un’altra piccola frase all’interno del testo (”per la prima volta, più di tre anni fa, un giornalista e un fotografo italiani entravano in un carcere cubano”) salvava la situazione. La frase c’è, è scritta in mezzo a altre decine dentro il reportage, dunque tutto regolare. Quello che non si può sapere e misurare è quanti lettori di “Io Donna” avranno rilevato il doppio uso dell’articolo di Clerici e le differenze temporali dell’articolo, e quanti invece avranno pensato che al settimanale lavorano dei veri fenomeni con poteri praticamente extraterrestri.

 

Infine due citazioni per le tv, territorio informativo dove non sono pochi i “reportages” su Cuba.

 

La prima citazione  va al format “Tempo Reale” di “La 7” che ha trasmesso il 21 maggio e replicato il 15 agosto 2003 un ampio documentario filmato all’Avana, tra cui un’ intervista al già citato dissidente Elizardo Sanchez. Ma  quel reportage de “La 7” è stato l’unico mezzo d’informazione in Italia a parlare (e a mostrare) di mister James Cason, all’epoca plenipotenziario diplomatico  USA con sede nel palazzo di 7 piani sul lungomare de L’Avana e gran manovratore dei contatti (e dei contratti e  paghe) dei 250 dissidenti cubani, tanti sono.

 

Il secondo programma della tv italiana che citiamo è quello mandato in onda ai primi di novembre 2006 su Rai Tre nel format “La storia siamo noi” condotto dal direttore di rete Giovanni Minoli. Quel programma era incentrato sui regimi dittatoriali oggi nel mondo. Il documentario proponeva una miscellanea di immagini e testi che riguardavano Cina, Corea del Nord, Myanmar (la ex Birmania dominata da diversi anni da una feroce dittatura militare) e Cuba. Sì, avete letto bene. Cuba nello stesso pentolone con Myanmar in un “minestrone” televisivo con ingredienti e spezie  del tipo “le dittature sono tutte uguali” ripetute più volte.

Capito che informazione? Cuba come Myanmar-Birmania!

 

Consiglio finale, per respingere la solita sbobba del giornalismo anticubano made in Italy (che sarebbe un vero e proprio fenomeno giornalistico da studiare e analizzare nelle università), ritagliare e conservare gli articoli, registrare i programmi tv, tenere un archivio. Con un pò d’attenzione non è difficile scoprire la tanta informazione italiana su Cuba geneticamente modificata e “scientificamente” manipolata.