50º ANNIVERSARIO DEL TRIONFO DELLA RIVOLUZIONE

Giappone: inaugurazione del

Festival “Cuba arde” a Takasaki

 

3 aprile '09 - www.granma.cu (AIN)

 

 

Il festival “Cuba Arde”, dedicato al 50º Anniversario del Trionfo50º ANNIVERSARIO DEL TRIONFO DELLA RIVOLUZIONE della Rivoluzione Cubana e l’80º dello stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Giappone e Cuba, è stato inaugurato a Takasaki, in Giappone, auspicato dall’Associazione per gli Scambi Culturali con Cuba di questa città.

 

Il Festival è iniziato nei locali del Municipio cittadino con la presenza di circa 160 persone. La presidentessa dell’organizzazione, la signora  Margarita Onda ha pronunciato un breve discorso d’apertura.   

 

Il segmento culturale del Festival consisteva nell’interpretazione di varie e  molto note canzoni cubane interpretate da cantanti locali.

 

Poi l’ambasciatore cubano ha offerto una conferenza sul significato del 50° Anniversario del Trionfo della Rivoluzione, nella quale l’elemento centrale è stata l’instancabile, irrinunciabile e permanente lotta in difesa dell’indipendenza, la sovranità e l’autodeterminazione della nazione cubana, di fronte alla ostinata ostilità delle successive amministrazioni degli Stati Uniti.

 

L’ambasciatore ha riassunto anche le principali trasformazioni e le conquiste realizzate in Cuba dalla Rivoluzione.

 

Poi ha parlato dell’illegale e criminale blocco economico e della battaglia contro le attività terroristiche realizzate contro la Rivoluzione; ha denunciato la situazione dei Cinque Eroi antiterroristi cubani che da più di dieci anni sono reclusi nelle prigioni degli Stati Uniti, come risultato di un processo manipolato e politico che ha messo più che mai in evidenza la doppia facciata dei governi degli USA nella loro  tanto strombazzata “guerra contro il terrorismo”. 

 

Tania Domínguez, Consigliera Scientifica e Culturale dell’Ambasciata, ha offerto un’esposizione dell’impatto della Rivoluzione  in relazione alle donne e la loro partecipazione in un piano d’uguaglianza in tutti gli aspetti della società, dettagliando settori nei quali la presenza femminile è prioritaria e il contributo delle donne  è decisamente molto positivo.

 

Da allora: Patria o Morte!

Il sabotaggio yankee della Coubre costò quasi un centinaio di vite innocenti

 

4 marzo '09 - www.granma.cu

 

49 anni fa, Fidel pronunciò per la prima volta la frase “Patria o Morte!, consegna irreversibile del nostro popolo, identifica la Rivoluzione cubana, di fronte alle minacce e alle aggressioni dell’imperialismo.

 

Erano le due sole opzioni possibili per la nostra dignità nazionale, quando Fidel disse: “E non solo sapremo resistere a qualsiasi aggressione, ma sapremo vincere qualsiasi aggressione e nuovamente non avremo altra opzione di quella di quando iniziammo la lotta rivoluzionaria. quella della libertà o della morte, solo che adesso libertà significa qualcosa di più, libertà significa Patria o altrimenti, Patria o Morte”!

 

L’epico avviso giunse di fronte agli operai e ai soldati uccisi il giorno prima, vittime del sabotaggio yankee della nave a vapore La Coubre.

 

L’addio, dopo la veglia funebre, fu dolore e nello stesso tempo lo squillo che chiamò al combattimento.

 

Patria o Morte!, è molto più di tre parole: è quella decisione di “Patria  e Libertà” dei nostri Mambì che ha sostentato poi l’essere di tutta una nazione, sfidando la Morte per la Patria.

 

 Ricardo Alarcón:l’importanza dell’

unità per mantenere la sovranità

L’essenza del socialismo del XXI secolo è la pluralità

 

26 febbraio '09 - S.D.Cruz www.granma.cu (AIN)


 

Ricardo Alarcón de Quesada, presidente dell’Assemblea Nazionale del Poder Popular, ha sottolineato la necessaria unità del popolo per preservare la sua indipendenza.

 

Alarcón, che è membro del Burò Politico del Partito Comunista di Cuba, ha sostenuto un incontro con gli studenti dell’Università de L’Avana dedicato al 50º Anniversario del Trionfo della Rivoluzione ed ha ripassato brevemente la storia dell’Isola, dall’inizio delle lotte per la liberazione, nel 1868.

 

Tra i temi dibattuti con i giovani, ha sottolineato il blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti da mezzo secolo, causa principale delle limitazioni che fanno soffrire Cuba. 

 

Ricardo Alarcón ha anche parlato delle relazioni bilaterali con l’antica URSS, della sua influenza nella costruzione del socialismo nell’Isola, ed ha affermato che i cubani devono mostrare eterna gratitudine per il suo aiuto solidale.

 

Rispondendo alle domande degli studenti latinoamericani sugli attuali processi rivoluzionari del XXI secolo, Alarcón ha rimarcato che l’essenza del socialismo del XXI secolo è la pluralità dei progetti propri di ogni nazione, dove non esistano schemi ed egemonismi.

 

Il presidente del Parlamento cubano ha anche assicurato che il dibattito delle idee propizia una miglior organizzazione della società.

 

Danza ribelle e brillante 50 anni dopo
 

Hanno assistito al Galà i generali di corpo d’esercito Álvaro López Miera e Ramón Espinosa Martín, e Abel Prieto, ministro della Cultura, tutti membri del Burò Politico

 

4 febbraio '09 - T.Pinera www.granma.cu
 

 

Con l’allegria di un trionfo anelato a fior di pelle e quasi senza "togliersi ancora la polvere di un lungo cammino di lotta", nel febbraio 1959, Alicia e l’allora Ballet de Cuba, salutarono dal palco la nascente Rivoluzione, in una presentazione offerta particolarmente al Governo ed all’Esercito Ribelle.

 

Ieri, cinquanta anni dopo, sulla scena dell’ora teatro Karl Marx, Alicia e la sua truppa di giovani ballerini hanno ricordato quei momenti nel Galà commemorativo di quell’evento.

 

A nome del BNC e delle nuove generazione, il novello Camilo Ramos ha salutato i presenti, spiegando che nessuno di quelli "che oggi balliamo era nato del 1959, tuttavia abbiamo l’emozione di vivere nuovamente quei momenti, è un abbraccio della fratellanza rivoluzionaria".

 

Il rappresentante delle FAR, il Generale di Divisione Samuel Rodiles Planas, Eroe della Repubblica di Cuba, e che nel febbraio, come giovane ribelle assistette allo spettacolo, ha segnalato che, a 50 anni, "ringraziamo ancora una volta Alicia in nome del tuo popolo. Leale e ferma combattete rivoluzionaria che ha trasmesso alle giovani generazioni di ballerini l’impegno con la Patria e la Rivoluzione".

 

La manifestazione è cominciata con una lirica e coreografia originale di Alicia Alonso, "A la caída de la tarde", e continuata con "Acentos", eseguita alla perfezione da cinque novelli ballerina e firmata da Eduardo Blanco, il pas de deux del terzo atto del "Lago dei cigni", e si è conclusa con lo "Schiaccianoci".

 

Tutti, i solisti ed il corpo di ballo hanno ricevuto ovazioni dai presenti: capi, ufficiali, combattenti, cadetti, guardiamarina e lavoratori civili delle FAR con i loro familiari, che hanno applaudito come una eco nel tempo, ringraziando per un’arte che loro, Alicia, Fernando ed il BNC, l’hanno resa del popolo.

 

Una vera prodezza culturale la

Collezione “50 Anni di Rivoluzione”

 Esteban Lazo ha partecipato alla presentazione nella UNEAC

 

4 febbraio '09 - A.Martinez www.granma.cu (AIN)
 

 

La collezione per i 50 anni del Trionfo della Rivoluzione è un’enorme sforzo editoriale e culturale ed è stata presentata con i suoi primi 16 volumi e si venderà durante la XVIII Fiera del Libro.

 

Esteban Lazo, membro del Burò Politico del Partito Comunista di Cuba, ha partecipato all’incontro di scrittori, giornalisti e fotografi  vincolati al bellissimo progetto, definito dallo scrittore ed investigatore Ambrosio Fernet: “Una vera prodezza editoriale e una gran foto di famiglia”.

 

Nella Sala Villena della Sede Nazionale della Unione degli Scrittori e degli Artisti di Cuba - UNEAC - Fornet ha affermato che questi primi 16 titoli, nella maggioranza antologie o investigazioni appositamente realizzate, coprono diversi momenti di questo mezzo secolo e tematiche differenti.

 

Dopo aver precisato il loro valore come enciclopedia sugli ultimi 50 anni, ha sottolineato l’utilità di poter contare su documenti memorabili, discorsi, racconti e percorsi in vari settori come anche il baseball quale sport nazionale o la storia più recente intessuta dai cubani.

 

Il poeta Miguel Barnet, presidente della UNEAC, ha ricordato le parole premonitrici di Fidel Castro che nel 19560 affermò il valore che avrebbe assunto la tipografia nazionale  appena creta all'epoca per la cultura cubana. 

 

Iroel Sánchez, presidente del Istituto del Libro, ha riconosciuto la disposizione  e la fatica ardua degli scrittori editori e disegnatori che si sono sentiti onorati per il rapporto ed ha annunciato che il progetto non si conclude con questa proposta di libri, si tratta di titoli che sono testimoni di questi anni che ci hanno resi distinti e migliori ha dichiarato.

 

Assieme al simbolico manifestarsi della collezione per il mezzo secolo della rivoluzione cera anche il primo manifesto realizzato dopo la vittoria del gennaio del 1959 realizzato dal disegnatore Eladio Rivadulla, presente all’incontro.

 

 

Alfabetizzazione, salute e terre ai contadini

L’Esercito Ribelle prende nelle sue mani le rivendicazioni dei contadini e decide di applicare la Legge Agrari. Da un’intervista effettuata nell’hotel Habana Libre/Quotidiano Hoy, 30 gennaio del 1959
 

 

28 gennaio '09 - www.granma.cu
 

 

Il Comandante Fidel Castro spiega il suo progetto d’applicazione immediata con la partenza di 300 maestri, 100 medici, 40 avvocati e un numero di ingegneri (tutti disoccupati), equipaggiati con uniformi color verde olivo, scarponi, zaini borracce e mappe per iniziare immediatamente il lavoro di alfabetizzazione e istruzione dei contadini, il riconoscimento, il trattamento e la cura dei danneggiati dai parassiti e altre malattie. La ripartizione immediata delle terre dello Stato e lo studio sul terreno di carte e documenti per ripartire le terre di proprietà illecita, concesse con le truffe della tirannia ed occupate indebitamente con il furto o l’allontanamento dei legittimi abitanti.

 

Oltre alla costruzione di complessi scolastici, ospedali, centrali idroelettriche, strade e sentieri, Fidel informò sul suo piano di costruire immediatamente cominciando dalla Sierra Maestra  e continuando per l’Escambray e la Sierra de los Organos, 10 complessi scolastici con  laboratori, campi da coltivare, stadi, campi sportivi, biblioteche, musei, etc.

 

E case per i mastri e gia alunni, teatri, club...

 

Fidel reiterò la sua idea di trasformare la caserma di Columbia in Città Scuola per cinquemila bambini.

 

Dal suo viaggio a Caracas, aveva portato una petizione del presidente Dr. Rómulo Betancourt e del suo ministro d’Educazione, di 2000 maestri cubani per farli lavorare in Venezuela.

 

 

“Veniamo decisi a fomentare lo sport al massimo,

 per portarlo lontano quanto sarà possibile...” Fidel

Frammenti di una chiacchierata di Fidel nella città sportiva con dirigenti dello sport, allenatori, atleti e giocatori di baseball professionisti, rappresentanti del Comitato Olimpico, dell’Unione Atletica Dilettanti, giornalisti sportivi e altri invitati, dal quotidiano Revolución del 30 gennaio del 1959
 

 

27 gennaio '09 - www.granma.cu
 

 

“Sono convinto che l’attività sportiva è necessaria nel paese; è penoso che si faccia così poco sport e che appena il dieci per cento della nostra gioventù pratichi uno sport! Tutto è stato abbandonato e sono state realizzate le cose a metà: lo sport va molto male.

 

All’inizio non potrà essere per tutti, ma è necessario che gli atleti che hanno difficoltà economiche ricevano una dieta necessaria; non ci sono impegni, la Rivoluzione non l’abbiamo fatta per ripartire posizioni. Dobbiamo cercare l’atleta, i dirigenti degli organismi, la cronaca sportiva e credo che dovremo aiutare gli atleti che vivono situazioni difficili, non con un aiuto, ma  con un lavoro e utilizzare le loro conoscenze. 

 

Non mi sembra corretto che gli eroi dello sport, i nostri campioni restino poi in miseria. Questo non è uno stimolo per lo sport!

 

Noi possiamo tracciare le linee generali, ma la forma la darete voi, gli specialisti, i tecnici, voi che sapete ... durante la chiacchierata Fidel ha sottolineato più volte la grande cooperazione che si aspettava dalla cronaca sportiva.

 

Sono questi gli uomini che un anno dopo l’altro si occupano di sport e si formano una grande esperienza, possono lavorare al nostro fianco con molta utilità.

 

Veniamo decisi a dare un impulso allo sport al massimo, per portarlo lontano come sarà possibile e per questo è necessario l’aiuto di tutti, degli atleti, dei dirigenti degli organismi, dei commentatori sportivi...

 

Il Comandante segnalò che il miglior stimolo che si poteva creare per un atleta era assicurargli una pensione e saper premiare coloro che diventavano campioni. Parlò dell’importanza della pensione e delle assicurazioni sullo sport, sottolineando che il nostro livello sportivo era molto basso e si doveva aspirare ad elevarlo rapidamente, dando questa opportunità di sviluppo a tutti gli atleti allo stesso modo, con la sicurezza che eliminando l’esclusivismo, la qualità sarebbe apparsa con facilità, permettendo d’ottenere molte più opportunità.

 

 

La Rivoluzione non si scoraggia
 

di fronte l’attacco

 

(Frammento del discorso della gremita concentrazione popolare, al Palazzo Presidenziale. L’Avana, 21 gennaio 1959)

 


Quelli che hanno creduto che attraverso il monopolio delle veline internazionali, quelli che hanno creduto che seminando bugie e calunnie in ogni luogo, avrebbero delimitato la nostra Rivoluzione, avrebbero confuso il nostro popolo, per poi colpirlo quando l’avrebbero incontrato debole, si sono sbagliati, perché oggi la Rivoluzione è più solida, oggi è più forte. Invece di indebolirla, l’hanno rafforzata. E che la Rivoluzione non si scoraggia davanti l’attacco, la Rivoluzione non si debilita davanti l’attacco, ma cresce, si fa più forte, perché questa è la Rivoluzione di un popolo coraggioso e combattivo.

 

Per il popolo di Cuba è tutto chiaro. La Rivoluzione Cubana è stata una rivoluzione esemplare. Qui non si è prodotto un colpo di Stato. Se noi fossimo stati un gruppo di ufficiali dell’esercito che, senza la partecipazione del popolo avessimo sostituito un presidente con un altro, e ci fossimo immediatamente piegati a tutti gli interessi esistenti, se questa non fosse stata una rivoluzione, non avremmo nemici, non ci avrebbero attaccato, non ci avrebbero calunniato. Mentre in questo palazzo c’era una dittatura e si vendevano gli interessi della patria, mentre in questo palazzo c’era un dittatore che faceva le più onerose concessioni allo straniero, mentre in questo palazzo c’era un dittatore che tradiva il popolo, nessuno lo attaccava, non si facevano queste campagne di stampa contro lui all’estero, non si alzavano le voci dei congressisti (nordamericani) per accusarlo. Quando c’era lì un miserabile traditore, un criminale che ha assassinato a 20mila dei nostri compatrioti, non si facevano queste campagne contro Cuba e contro lui. Quando lì c’era un ladrone che ha rubato 300 milioni di peso, quando governava la repubblica con una banda di ladri che hanno rubato oltre 1.000 milioni di pesos, non si facevano queste campagne contro lui all’estero. Quando qui si assassinavano dozzine di compatrioti tutte le notti, quando i giovani apparivano ammazzati con un colpo alla tempia, quando i cortili delle caserme si riempivano di cadaveri, quando le nostre mogli erano violentate, quando i bambini erano uccisi, quando nelle ambasciate penetravano orde poliziesche per uccidere gli esiliati in pochi minuti, non si facevano queste campagne contro Cuba, né si alzavano lì (negli Stati Uniti) i congressisti, salvo rare eccezioni, ad accusare la dittatura.

 

 

L’entrata di Fidel a Pinar del Rio
 

 

16 gennaio '09 - E.M.Salaberri www.granma.cu (AIN)

 

 

Alle venti e trenta circa del 17 gennaio 1959, mezzo secolo fa, Fidel Castro e i suoi accompagnanti entrarono nella città di Pinar del Río ed andarono all’ antico Reggimento della Guardia Rurale, dove si unirono alle forze rivoluzionarie al fronte della provincia. 

 

Nel territorio  era alla guida del movimento trionfante il Comandante Dermidio Escalona che accolse con altri combattenti la Carovana della Libertà. Il leader della Rivoluzione poi percorse le terre più occidentali dell’Isola.

 

Da molte ore uomini, donne e bambini attendevano ai lati della strada principale per salutare con entusiasmo il vittorioso Comandante in Capo e i suoi compagni in tutti i paesi della provincia, che era conosciuta allora come la “Cenerentola” di Cuba,  per l’abbandono del governo che soffriva.

 

Alle due del pomeriggio arrivarono a Guanajay e lì Fidel parlò al popolo in una manifestazione effettuata di fronte all’allora Società Centro Progressista.

 

Poi di nuovo parlò nella leggendaria località di Artemisia, molto vincolata alla lotta per il trionfo rivoluzionario.

 

Da una tribuna installata nel parco centrale del municipio, Fidel disse: “I primi martiri, i fondatori del movimento 26 di Luglio, erano di Artemisia”. E aggiunse: “La politica d’estorsioni e ingerenze è scomparsa da Cuba. Il trionfo è del popolo e per il popolo. Le madri di Artemisa dei nostri compagni morti in battaglia oggi ricevono da me e dai miei fratelli vivi il ricordo più fedele...”

 

Poi, quando giunse nella città di di Pinar del Río, la Caravona s’incammino per  la calle Martí, angolo a la Calzada de La Coloma e da un’improvvisata piattaforma collocata dietro ad un trattore, l’Eroe del Moncada e della Sierra parlò alla folla.

 

Tra i temi toccati nel suo discorso i piani della Rivoluzione per realizzare il programma del Moncada e la necessità delle future generazioni di studiare e prepararsi per i futuri compiti.

 

La giornata d’indescrivibili emozioni si ripete ogni anno con gli abitanti della zona più meritevoli, seguiti dalla popolazione, nella quale la Rivoluzione  ha un fermo ricambio, capace di preservare le conquiste e continuare l’opera iniziata

 

 

"Privarono il popolo delle sue prerogative di

governarsi, privarono il popolo della sua sovranità"

 

(Frammenti del discorso nel Rotary Club. L’Avana, 15 gennaio 1959)

 

 

(…) I mambi hanno lottato per 30 anni e, sfortuna, quando è finita la Guerra d’Indipendenza sono rimasti nelle strade i volontari, i confidenti, i nemici del paese. E quelli che governavano la repubblica non erano i cubani: erano gli stranieri a governare la repubblica.

 

Questa occupazione straniera è stata la causa di molti dei nostri mali. Si, qui è venuta un’igiene brutale: hanno ammazzato le zanzare, hanno bonificato molte paludi, hanno fatto una serie di cose, alcune migliorie in tal senso. Però, che hanno fatto?

 

Hanno privato il popolo delle sue prerogative di governarsi, hanno privato il popolo della sua sovranità, l’hanno trattato come un ragazzino a cui dicevano: ti diamo il permesso per fare questo, e se non lo fai ti castighiamo. E’ stato imposto l’Emendamento Platt, che, o facevamo i bravi, bravi nel senso e nel concetto che interessava al paese straniero, o noi, perdevamo la nostra sovranità, perché gli Stati Uniti avevano il diritto d’intervenire a Cuba. Cuba non era libera, perché quando uno straniero si arroga i diritti ad intervenire nelle vicende di un paese, questo paese non è libero, questo paese è un poco meno schiavo di quanto era prima, ma non era libera. La libertà non ammette trabocchetti, la libertà non ammette condizioni.

 

E qual era la conseguenza? Che il governo rubava? Bisognava sopportarlo. Che il governo ammazzava? Bisognava sopportarlo. Che esistevano le prebende, il privilegio, il favoritismo, il nepotismo? Bisognava sopportarlo. Se combattevi questo, se protestavi contro, allora ti potevano accusare di poco patriottismo.

 

E dicevano: Lei deve scegliere tra due mali: tra il mal governo o perdere la sovranità. Se noi, a quel tempo, ci fossimo sollevati con le armi, ci avrebbero accusato, e con qualche base, di nemici della sovranità e della patria, perché ci avrebbero detto: Interverranno, interverranno, così che voi sacrificherete la sovranità, voi, gli esaltati, la sacrificherete.

 

E allora qui si è creato un conformismo, una rassegnazione, di fronte a tutti i mali pubblici. Era inconcepibile che un popolo, che aveva dimostrato tante virtù nella sua guerra per l’indipendenza, un popolo che aveva saputo governarsi in piena confusione, un popolo che aveva saputo darsi un ordinamento giuridico, che aveva avuto la sua presidenza, le sue leggi, i suoi parlamenti in piega guerra, arrivasse la repubblica e fracassasse (…)

 

(…) di tutti i popoli dell’America, quello che ha dovuto combattere di più è stato il cubano; di tutti i popoli d’America, quello che ha dovuto condurre la sua guerra solo, è stato il cubano. Gli altri paesi hanno condotto queste guerre aiutandosi l’uno con l’altro. La Spagna era invasa da Napoleone Bonaparte, aveva una guerra in Europa, con poteva prestare tutta l’attenzione all’America e tutti quei popoli, uniti, hanno conquistato la loro indipendenza. Ma tutto quel potere spagnolo è rimasto a Cuba, ed i cubani, soli, soli, senza che nessuno li aiutasse, hanno dovuto combattere. E quando si riunivano armi negli Stati Uniti gli venivano tolte – come sono state tolte anche a noi – e dopo tanto tempo lottando, alla finale, gli hanno impedito di raccogliere il frutto della loro vittoria. A Calixto García non l’hanno nemmeno fatto entrare a Santiago de Cuba.

 

Ma io dicevo che il peggio di tutto sono state le conseguenze morali, in conformismo, la corruzione, che ha originato tutto ciò, e, inoltre, perché i governatori militari sono stati quelli che hanno seminato nel paese il seme della corruzione.

 

 

Fidel nel 1959

 

10 gennaio '09 - M.J.Mayoral www.granma.cu

 

Programma di televisione “Ante la Prensa”, del 9 gennaio del 1959. Un gruppo di giornalisti con Luis Gómez Wangüemert come moderatore.

 

Fidel : "Ho sempre pensato che la Rivoluzione la deve fare un solo movimento. La nostra tesi è che un gruppo non deve fare una Rivoluzione, ma il popolo. Un piccolo motore fa andare un grande motore”.

 

“La Rivoluzione non si può fare in 24 ore, perchè la ristrutturazione del paese richiede tempo. Uno dei problemi di base è risolvere quello della disoccupazione”.

 

“Vediamo in concreto il caso di un giovane di 25 anni che è ben disposto verso il lavoro, vuole lavorare, ma non trova lavoro. Qual’è la posizione dello Stato  di fronte a questo giovane? Lo Stato è obbligato a dargli lavoro o alimenti. Quest’uomo necessita vestiti e alimenti. Lo Stato, che ha tutti i diritti su questo stesso uomo di cui può disporre per ogni cosa, è obbligato a a risolvere la sua situazione, perchè quest’uomo ha necessità fisiologiche ed anche diritti”.

 

“Se non gli si cerca un lavoro, questo giovane dovrà rubare. Per questo  lo Stato stabilisce condanne. Ma, senza dubbio, chi si occupa di questo giovane perchè non abbia la necessità di rubare? Allora è evidente che dobbiamo risolvere il problema della disoccupazione e lo faremo. Lo dobbiamo fare”.

 

Al termine dell’intervista, uno dei giornalisti  lesse un dispaccio di Washington nel quale il Dipartimento di Stato avvisava che se il Governo cubano avesse sollecitato con una nota indirizzata al Governo degli Stati Uniti la ritirata della missione militare nordamericana, questa sarebbe stata ritirata.

 

Il giornalista chiese a Fidel se il Governo aveva preso decisioni sulla cosa e Fidel gli rispose: “Questo è un tema che conosco bene, perchè ho fatto la guerra e credo che questa missione non sia necessaria. È stata inutile. Quello che la missione ha insegnato ai soldati di Batista è stato perdere la guerra e noi non vogliamo che ci insegnino niente”. 

 

“Non è necessaria nessuna nota. È prerogativa del Governo cubano decidere sulla missione militare nordamericana.

 

 

Correa esige l’eliminazione del

blocco criminale contro Cuba

Raúl presiede la cerimonia  per il 501 Anniversario

dell’entrata di Fidel a L’Avana


 

9 gennaio '09 - M.J.Mayoral www.granma.cu

 

“Domandiamo ed esigiamo la fine del criminale blocco genocida e premeditato  dallo stesso potere di sempre”, ha detto il presidente Correa nella cerimonia che ha ricordato il 50º Anniversario dell’entrata del Comandante in Capo Fidel a L’Avana dopo il trionfo rivoluzionario del 1959.

 

Il Generale d’Esercito Raúl Castro, Presidente di Cuba ha presieduto l’incontro  molto affollato che si è svolto a Ciudad Libertad, oggi centro per l’educazione e precedentemente la più grande caserma della dittatura di Batista, sconfitta dal popolo cubano guidato  da Fidel, a cui Correa ha inviato un immenso abbraccio solidale e latinoamericano.

 

Il presidente  sudamericano ha definito la Rivoluzione cubana un processo esemplare perchè è stato capace di conquistare la vera indipendenza nazionale, la libertà, la sovranità e la libera determinazione del suo popolo.

 

Circa 2000 persone hanno partecipato alla cerimonia, in cui Pedro Saéz, integrante del Burò Politico e primo segretario del Partito a L’Avana, ha sottolineato il valore dell’unità, dell’intelligenza e delle idee in questo mezzo secolo di traiettoria rivoluzionaria al potere, vincendo ostacoli di ogni genere ed affrontando il blocco e le aggressioni della più grande potenza del mondo.

 

Saéz ha esortato a continuare la lotta ed a trasformare in condotta e convinzioni il Concetto di Rivoluzione definito da Fidel, apprendendo dalle stimolanti parole di Raúl del primo gennaio, quando ha ricordato di non dimenticare mai l’essenza popolare della Rivoluzione,  a non farsi convincere dai canti di sirena del nemico e a non appartarsi dai nostri principi. 

 

La Generalessa di Brigata, Delsa Esther Puebla, Eroina della Repubblica di Cuba, con la sua abituale modestia, ha ricordato le sue esperienze in questo mezzo secolo, da quando giunse a L’Avana la Carovana della Libertà.

 

Inoltre ha aggiunto di sentirsi orgogliosa nell’osservare la grande opera costruita e per appartenere a questo eroico popolo, per poter contar con un Fidel e con un Raúl che continuano a guidarlo, fermi nei principi e con fiducia nel futuro.

 

 

 “Non tradiremo mai le speranze

del nostro popolo!”

• La partecipazione dei lavoratori alla Rivoluzione Energetica va concretata 

 

8 gennaio '09 - www.granma.cu (AIN)

 

 

Questa  fu la promessa che fece  il Comandante in Capo  Fidel Castro quell’ 8  gennaio del 1959 nell’accampamento di Columbia (oggi Ciudad Libertad) parlando alla folla che festeggiava felice l’entrata nella capitale dell’Isola della Carovana della Libertà.

 

Con la pubblicazione del testo completo del discorso pronunciato in quella memorabile notte, il quotidiano Granma comincerà a riflettere nelle sue pagine per tutto il 2009 sui diversi documenti e interventi del leader della Rivoluzione, le cui idee e concetti mantengono la loro piena vigenza mezzo secolo dopo e costituiscono lezioni storiche d’enorme importanza per i giorni di oggi e per i tempi che verranno.


 

Dal discorso pronunciato dal C.te Fidel

Castro Ruz, al suo arrivo a L’Avana

Ciudad Libertad, 8 gennaio 1959

 

8 gennaio '09 - www.granma.cu (AIN)

 

 

Compatrioti:

 

So che parlare qui stanotte porta con sé uno degli obblighi forse più difficili di questo lungo processo di lotta che è iniziato a Santiago di Cuba il 30 novembre del 1956.

 

Il popolo ascolta, ascoltano i combattenti rivoluzionari e ascoltano i soldati dell’Esercito il cui destino è nelle nostre mani.

 

Credo che questo sia un momento decisivo della nostra storia: la tirannia è stata debellata, l’allegria è immensa ma, senza dubbio, resta molto da fare ancora. Non c’inganniamo credendo che d’ora in avanti tutto sarà facile: forse d’ora in avanti tutto sarà più difficile.

 

Dire la verità è il primo dovere rivoluzionario; ingannare il popolo, suscitare illusioni ingannatrici trae sempre le peggiori conseguenze e io stimo che il popolo vada avvisato contro gli eccessi d’ottimismo.

 

Come ha vinto la guerra l’Esercito Ribelle?

 

Dicendo la verità!

 

Come ha perso la guerra la tirannia?

 

Ingannando i soldati!

 

Quando noi avevamo un rovescio, lo dichiaravamo a Radio Rebelde censurando gli errori di qualsiasi ufficiale che li avesse commessi e avvisavamo tutti i compagni perchè l’errore non si ripetesse tra le altre truppe. Non succedeva cosi con  le compagnie dell’Esercito e molti cadevano negli stessi errori perchè agli ufficiali e ai soldati non si diceva mai la verità e per questo voglio cominciare, o meglio continuare, con lo stesso sistema: quello di dire sempre la verità al popolo.

 

Abbiamo fatto forse un passo avanti considerevole. Siamo qui nella capitale, in Columbia e le forze rivoluzionarie sembrano vittoriose; il governo è costituito e riconosciuto da numerosi paesi del mondo; apparentemente abbiamo conquistato la pace ma, senza dubbio, non dobbiamo essere ottimisti.

 

Mentre oggi il popolo rideva, mentre si rallegrava, noi eravamo preoccupati e mentre la folla che correva a riceverci era sempre più straordinaria e mentre più straordinaria era la felicità che esprimeva il popolo, più grande diveniva la nostra preoccupazione, perchè più grande  era la nostra responsabilità di fronte alla storia  e al popolo di Cuba.

 

La Rivoluzione dispone già di un esercito pronto al combattimento.

 

Chi potrebbero essere d’ora in avanti i nemici della Rivoluzione?

Chi potrebbero essere di fronte a questo popolo vittorioso d’ora in avanti i nemici della Rivoluzione?

 

I peggiori nemici che d’ora in avanti potrà avere la Rivoluzione cubana siamo proprio noi rivoluzionari.

 

Questo è quel che dicevo sempre ai combattenti ribelli.

 

Quando non avremo più davanti il nemico, quando la guerra sarà finita, i soli nemici della Rivoluzione potremo essere solo noi stessi e per questo dicevo sempre e dico che con il soldato ribelle saremo più che mai rigorosi, che con il soldato ribelle saremo più esigenti che con nessun altro, perchè da loro dipenderà che Rivoluzione trionfi o fallisca.

 

Decirle siempre al

pueblo la verdad

Discurso pronunciado por el Comandante en Jefe Fidel Castro Ruz, a su llegada a La Habana, en Ciudad Libertad, el 8 de enero de 1959

 

Compatriotas:

Yo sé que al hablar esta noche aquí se me presenta una de las obligaciones más difíciles, quizás, en este largo proceso de lucha que se inició en Santiago de Cuba, el 30 de noviembre de 1956.

El pueblo escucha, escuchan los combatientes revolucionarios, y escuchan los soldados del Ejército, cuyo destino está en nuestras manos.

Creo que es este un momento decisivo de nuestra historia: la tiranía ha sido derrocada. La alegría es inmensa. Y sin embargo, queda mucho por hacer todavía. No nos engañamos creyendo que en lo adelante todo será fácil; quizás en lo adelante todo sea más difícil.

Decir la verdad es el primer deber de todo revolucionario. Engañar al pueblo, despertarle engañosas ilusiones, siempre traería las peores consecuencias, y estimo que al pueblo hay que alertarlo contra el exceso de optimismo.

¿Cómo ganó la guerra el Ejército Rebelde? Diciendo la verdad. ¿Cómo perdió la guerra la tiranía? Engañando a los soldados.

Cuando nosotros teníamos un revés, lo declarábamos por "Radio Rebelde", censurábamos los errores de cualquier oficial que lo hubiese cometido, y advertíamos a todos los compañeros para que no le fuese a ocurrir lo mismo a cualquier otra tropa. No sucedía así con las compañías del Ejército. Distintas tropas caían en los mismos errores, porque a los oficiales y a los soldados jamás se les decía la verdad.

Y por eso yo quiero empezar —o, mejor dicho, seguir— con el mismo sistema: el de decirle siempre al pueblo la verdad.

Se ha andado un trecho, quizás un paso de avance considerable. Aquí estamos en la capital, aquí estamos en Columbia, parecen victoriosas las fuerzas revolucionarias; el gobierno está constituido, reconocido por numerosos países del mundo, al parecer se ha conquistado la paz; y, sin embargo, no debemos estar optimistas. Mientras el pueblo reía hoy, mientras el pueblo se alegraba, nosotros nos preocupábamos; y mientras más extraordinaria era la multitud que acudía a recibirnos, y mientras más extraordinario era el júbilo del pueblo, más grande era nuestra preocupación, porque más grande era también nuestra responsabilidad ante la historia y ante el pueblo de Cuba.

Si a mí me preguntaran qué tropa prefiero mandar, yo diría: prefiero mandar al pueblo

La Revolución tiene ya enfrente un ejército de zafarrancho de combate. ¿Quiénes pueden ser hoy o en lo adelante los enemigos de la Revolución? ¿Quiénes pueden ser ante este pueblo victorioso, en lo adelante, los enemigos de la Revolución? Los peores enemigos que en lo adelante pueda tener la Revolución Cubana somos los propios revolucionarios.

Es lo que siempre les decía yo a los combatientes rebeldes: cuando no tengamos delante al enemigo, cuando la guerra haya concluido, los únicos enemigos de la Revolución podemos ser nosotros mismos, y por eso decía siempre, y digo, que con el soldado rebelde seremos más rigurosos que con nadie, que con el soldado rebelde seremos más exigentes que con nadie, porque de ellos dependerá que la Revolución triunfe o fracase.

Hay muchas clases de revolucionarios. De revolución hemos estado oyendo hablar hace mucho tiempo; hasta el 10 de marzo se dijo que habían hecho una revolución, e invocaban la palabra revolución, y todo era revolucionario; a los soldados los reunían aquí y hablaban de "la Revolución del 10 de marzo" (RISAS).

De revolucionarios hemos estado oyendo hablar mucho tiempo. Yo recuerdo mis primeras impresiones del revolucionario, hasta que el estudio y alguna madurez me dieron nociones de lo que era realmente una revolución y de lo que era realmente un revolucionario. Las primeras impresiones del revolucionario las escuchábamos nosotros de niño, y oíamos decir: "Fulano fue revolucionario, estuvo en tal combate, o en tal operación, o puso bombas", "Mengano era revolucionario...", incluso se creó una casta de revolucionarios, y entonces había revolucionarios que querían vivir de la revolución, querían vivir a título de haber sido revolucionarios, de haber puesto una bomba o dos bombas; y es posible que los que más hablaban eran los que menos habían hecho. Pero, es lo cierto que acudían a los ministerios a buscar puestos, a vivir de parásitos, a cobrar el precio de lo que habían hecho en aquel momento, por una revolución que desgraciadamente no llegó a realizarse, porque estimo que la primera que parece que tiene mayores posibilidades de realizarse es la Revolución actual, si nosotros no la echamos a perder... (EXCLAMACIONES DE: "¡No!" Y APLAUSOS).

El revolucionario aquel de mis primeras impresiones de niño andaba con una pistola 45 en la cintura, y quería vivir por sus respetos; había que temerle: era capaz de matar a cualquiera; llegaba a los despachos de los altos funcionarios con aire de hombre al que había que oír; y en realidad se preguntaba uno:

¿Dónde está la revolución que esta gente hizo, estos revolucionarios? Porque no hubo revolución, y hubo muy pocos revolucionarios.

Lo primero que tenemos que preguntarnos los que hemos hecho esta Revolución es con qué intenciones la hicimos; si en alguno de nosotros se ocultaba una ambición, un afán de mando, un propósito innoble; si en cada uno de los combatientes de esta Revolución había un idealista o con el pretexto del idealismo se perseguían otros fines; si hicimos esta Revolución pensando que apenas la tiranía fuese derrocada íbamos a disfrutar de los gajes del poder; si cada uno de nosotros se iba a montar en una "cola de pato", si cada uno de nosotros iba a vivir como un rey, si cada uno de nosotros iba a tener un palacete, y en lo adelante para nosotros la vida sería un paseo, puesto que para eso habíamos sido revolucionarios y habíamos derrocado la tiranía; si lo que estábamos pensando era quitar a unos ministros para poner otros, si lo que estábamos pensando simplemente era quitar unos hombres para poner otros hombres; o si en cada uno de nosotros había verdadero desinterés, si en cada uno de nosotros había verdadero espíritu de sacrificio, si en cada uno de nosotros había el propósito de darlo todo a cambio de nada, y si de antemano estábamos dispuestos a renunciar a todo lo que no fuese seguir cumpliendo sacrificadamente con el deber de sinceros revolucionarios (APLAUSOS PROLONGADOS). Esa pregunta hay que hacérsela, porque de nuestro examen de conciencia puede depender mucho el destino futuro de Cuba, de nosotros y del pueblo.

Cuando yo oigo hablar de columnas, cuando oigo hablar de frentes de combate, cuando oigo hablar de tropas más o menos numerosas, yo siempre pienso: he aquí nuestra más firme columna, nuestra mejor tropa, la única tropa que es capaz de ganar sola la guerra: ¡Esa tropa es el pueblo! (APLAUSOS).

Más que el pueblo no puede ningún general; más que el pueblo no puede ningún ejército. Si a mí me preguntaran qué tropa prefiero mandar, yo diría: prefiero mandar al pueblo (APLAUSOS), porque el pueblo es invencible. Y el pueblo fue quien ganó esta guerra, porque nosotros no teníamos tanques, nosotros no teníamos aviones, nosotros no teníamos cañones, nosotros no teníamos academias militares, nosotros no teníamos campos de reclutamiento y de entrenamiento, nosotros no teníamos divisiones, ni regimientos, ni compañías, ni pelotones, ni escuadras siquiera (APLAUSOS PROLONGADOS).

Luego, ¿quién ganó la guerra? El pueblo, el pueblo ganó la guerra. Esta guerra no la ganó nadie más que el pueblo —y lo digo por si alguien cree que la ganó él, o por si alguna tropa cree que la ganó ella (APLAUSOS). Y por lo tanto, antes que nada está el pueblo.

Pero hay algo más: la Revolución no me interesa a mí como persona, ni a otro comandante como persona, ni al otro capitán, ni a la otra columna, ni a la otra compañía; la Revolución al que le interesa es al pueblo (APLAUSOS).

Quien gana o pierde con ella es el pueblo. Si el pueblo fue quien sufrió los horrores de estos siete años, el pueblo es quien tiene que preguntarse si dentro de 10 o dentro de 15, o de 20 años, él, y sus hijos, y sus nietos, van a seguir sufriendo los horrores que ha estado sufriendo desde su inicio la República de Cuba, coronada con dictaduras como las de Machado y las de Batista (APLAUSOS PROLONGADOS).

Al pueblo le interesa mucho si nosotros vamos a hacer bien hecha esta Revolución o si nosotros vamos a incurrir en los mismos errores en que incurrió la revolución anterior, o la anterior, o la anterior, y en consecuencia vamos a sufrir las consecuencias de nuestros errores, porque no hay error sin consecuencias para el pueblo; no hay error político que no se pague, más tarde o más temprano.

Circunstancias hay que no son las mismas. Por ejemplo, estimo que en esta ocasión existe más oportunidad que nunca de que en realidad la Revolución cumpla su destino cabalmente. Es quizás por eso que sea tan grande el júbilo del pueblo, olvidándose un poco de lo mucho que hay que bregar todavía.

Una de las ansias mayores de la nación, consecuencia de los horrores padecidos, por la represión y por la guerra, era el ansia de paz, de paz con libertad, de paz con justicia, y de paz con derechos. Nadie quería la paz a otro precio, porque Batista hablaba de paz, hablaba de orden, y esa paz no la quería nadie, porque hubiese sido la paz a costa del sometimiento.

Tiene hoy el pueblo la paz como la quería: una paz sin dictadura, una paz sin crimen, una paz sin censura, una paz sin persecución (APLAUSOS PROLONGADOS).

Todos debimos estar desde el primer momento en una sola organización revolucionaria

Es posible que la alegría mayor en este instante sea la alegría de las madres cubanas. Madres de soldados o madres de revolucionarios, madres de cualquier ciudadano, hoy experimentan la sensación de que sus hijos, al fin, están fuera de peligro (APLAUSOS).

El crimen más grande que pueda cometerse hoy en Cuba, repito, el crimen más grande que pueda hoy cometerse en Cuba sería un crimen contra la paz. Lo que no perdonaría hoy nadie en Cuba sería que alguien conspirase contra la paz (APLAUSOS).

Todo el que haga hoy algo contra la paz de Cuba, todo el que haga hoy algo que ponga en peligro la tranquilidad y la felicidad de millones de madres cubanas, es un criminal y es un traidor (APLAUSOS). Quien no esté dispuesto a renunciar a algo por la paz, quien no esté dispuesto a renunciarlo todo por la paz en esta hora, es un criminal y es un traidor (APLAUSOS).

Como pienso así, yo digo y yo juro ante mis compatriotas que si cualquiera de mis compañeros, o nuestro movimiento, o yo, fuésemos el menor obstáculo a la paz de Cuba, desde ahora mismo el pueblo puede disponer de todos nosotros y decirnos lo que tenemos que hacer (APLAUSOS). Porque soy un hombre que sabe renunciar, porque lo he demostrado más de una vez en mi vida, porque eso he enseñado a mis compañeros, tengo moral y me siento con fuerza y autoridad suficientes para hablar en un instante como este (APLAUSOS Y EXCLAMACIONES DE: "¡Viva Fidel Castro!").

Y a los primeros que tengo que hablarles así es a los revolucionarios; y si fuere preciso, o mejor dicho, porque es preciso decirlo a tiempo.

No está tan lejana aquella década que siguió a la caída de Machado; quizás uno de los males más grandes de aquella lucha fue la proliferación de los grupos revolucionarios, que no tardaron en entrarse a tiros los unos a los otros (APLAUSOS). Y en consecuencia lo que pasó fue que vino Batista y se quedó 11 años con el poder.

Cuando el Movimiento 26 de Julio se organizó, incluso cuando iniciamos esta guerra, yo consideré que si bien eran muy grandes los sacrificios que estábamos haciendo, que si bien la lucha iba a ser muy larga, y lo ha sido, porque ha durado más de dos años, dos años que no fueron para nosotros un paseo, dos años de duro batallar, desde que reiniciamos la campaña con un puñado de hombres, hasta que hemos llegado a la capital de la República a pesar de los sacrificios que teníamos por delante, nos tranquilizaba, sin embargo, una idea: era evidente que el Movimiento 26 de Julio contaba con la inmensa mayoría del respaldo y de la simpatía popular (APLAUSOS); era evidente que el Movimiento 26 de Julio contaba con el respaldo casi unánime de la juventud cubana (APLAUSOS). Parecía que esta vez una organización grande y fuerte iba a recoger las inquietudes de nuestro pueblo y las terribles consecuencias de la proliferación de organizaciones revolucionarias no se iba a presentar en este proceso.

Creo que todos debimos estar desde el primer momento en una sola organización revolucionaria: la nuestra o la de otro, el 26, el 27 o el 50, en la que fuese, porque, si al fin y al cabo éramos los mismos los que luchábamos en la Sierra Maestra que los que luchábamos en el Escambray, o en Pinar del Río, y hombres jóvenes, y hombres con los mismos ideales, ¿por qué tenía que haber media docena de organizaciones revolucionarias? (APLAUSOS.)

La nuestra, simplemente fue la primera; la nuestra, simplemente fue la que libró la primera batalla en el Moncada, la que desembarcó en el "Granma" el 2 de diciembre (APLAUSOS), y la que luchó sola durante más de un año contra toda la fuerza de la tiranía (APLAUSOS); la que cuando no tenía más que 12 hombres, mantuvo enhiesta la bandera de la rebeldía, la que enseñó al pueblo que se podía pelear y se podía vencer, la que destruyó todas las falsas hipótesis sobre revolución que habían en Cuba. Porque aquí todo el mundo estaba conspirando con el cabo, con el sargento, o metiendo armas en La Habana, que se las cogía la policía (APLAUSOS), hasta que vinimos nosotros y demostramos que esa no era la lucha, que la lucha tenía que ser otra, que había que inventar una nueva táctica y una nueva estrategia, que fue la táctica y la estrategia que nosotros pusimos en práctica y que condujo al más extraordinario triunfo que ha tenido en su historia el pueblo de Cuba (APLAUSOS).

Y yo quiero que honradamente el pueblo me diga si esto es o no es verdad (APLAUSOS Y EXCLAMACIONES DE: "¡Sí!").

Hay, además, otra cuestión de hecho: el Movimiento 26 de Julio era la organización absolutamente mayoritaria, ¿es o no es verdad? (EXCLAMACIONES DE: "¡Sí!"). Y, ¿cómo terminó la lucha? Lo voy a decir: el Ejército Rebelde, que es el nombre de nuestro ejército, del que se inició en la Sierra Maestra, al caerse la tiranía tenía tomado todo Oriente, todo Camagüey, parte de Las Villas, todo Matanzas, La Cabaña, Columbia, la Jefatura de la Policía y Pinar del Río (APLAUSOS).

Terminó la lucha de acuerdo con la correlación de fuerzas que había, porque por algo las columnas nuestras atravesaron las llanuras de Camagüey, perseguidas por miles de soldados y por la aviación, y llegaron a Las Villas; y porque el Ejército Rebelde tenía al comandante Camilo Cienfuegos (APLAUSOS PROLONGADOS), en Las Villas, y porque tenía al comandante Ernesto Guevara en Las Villas (APLAUSOS PROLONGADOS) el día 1º de Enero, a raíz de la traición de Cantillo (EXCLAMACIONES DE: "¡Fuera!")... Porque los tenía allí, digo, el día Primero le pude dar la orden al comandante Camilo Cienfuegos de que avanzara con 500 hombres sobre la capital y atacara Columbia (APLAUSOS); porque tenía al comandante Ernesto Guevara en Las Villas, pude decirle que avanzara sobre la capital y se apoderara de La Cabaña (APLAUSOS).

Todos los regimientos, todas las fortalezas militares de importancia, quedaron en poder del Ejército Rebelde, y esas no nos las dio nadie, no es que nadie dijera: "Vete para allí, vete para allí, vete para allí"; fue nuestro esfuerzo y nuestro sacrificio, nuestra experiencia y nuestra organización, lo que condujo a esos resultados (APLAUSOS).

¿Quiere decir que los otros no hayan luchado? No. ¿Quiere decir que los otros no tengan méritos? No. Porque todos hemos luchado, porque ha luchado todo el pueblo. En La Habana no había ninguna Sierra, pero hay cientos de muertos, de compañeros que cayeron asesinados por cumplir con sus deberes revolucionarios. En La Habana no había ninguna Sierra y, sin embargo, la huelga general fue un factor decisivo para que el triunfo de la Revolución fuera completo (APLAUSOS).

Al decir esto, lo único que hago es poner las cosas en su sitio, el papel del Movimiento 26 de Julio en esta lucha, cómo guió al pueblo, en aquellos momentos en que aquí se hablaba de elecciones y de electoralismo. Tuve que escribir un artículo una vez desde México, que se titulaba: "Frente a todos", porque realmente estábamos contra todas las opiniones, defendiendo nuestra tesis revolucionaria, la estrategia de esta Revolución, que la trazó el 26 de Julio, y la culminación de esta Revolución, que fue la derrota aplastante de la tiranía, en manos sus fortalezas más importantes de las fuerzas del Ejército Rebelde, organizado por el Movimiento 26 de Julio.

No solo trazó las pautas en la guerra el Movimiento 26 de Julio, sino que además enseñó cómo había que tratar al enemigo en la guerra. Ha sido esta quizás en el mundo la primera revolución donde jamás se asesinó a un prisionero de guerra (APLAUSOS PROLONGADOS); donde jamás se abandonó a un herido, donde jamás se torturó a un hombre (APLAUSOS); porque esta pauta fue la que trazó el Ejército Rebelde. Y algo más: esta es la única revolución en el mundo donde no ha salido un general (APLAUSOS), ni un coronel siquiera, porque el grado que me puse yo o me pusieron mis compañeros, fue el de comandante, y no me lo he cambiado, a pesar de que hemos ganado muchas batallas y hemos ganado una guerra; sigo siendo comandante, y no quiero otro grado (APLAUSOS).

Y el efecto moral, el hecho de que los que iniciamos esta guerra hubiésemos determinado una gradación determinada en la jerarquía militar, hizo que nadie se atreviera a ponerse aquí más grados que los de comandante —aunque haya más comandantes de la cuenta, a juzgar por lo que parece.

Creo que el pueblo esté de acuerdo en que hable claro, porque haber luchado como he luchado por los derechos de cada ciudadano, me otorga aunque sea el derecho a decir la verdad en voz alta (APLAUSOS). Y, además, porque estando de por medio los intereses de la patria, no transijo absolutamente con la menor contemporización con los riesgos que puedan sobrevenir a la Revolución Cubana (APLAUSOS).

Les digo que lo primero que haré

siempre, cuando vea en peligro la

Revolución, es llamar al pueblo

¿Tienen todos la misma autoridad moral para hablar? Yo digo que el que tenga más méritos tiene más autoridad para hablar que el que tenga menos méritos. Creo que para que los hombres se igualen en prerrogativas morales, tienen que igualarse primero en méritos. Creo que la Revolución ha terminado como debía, cuando el comandante Camilo Cienfuegos —veterano de dos años y un mes de lucha— (APLAUSOS), es el jefe de Columbia; cuando el comandante Efigenio Ameijeiras, que ha perdido tres hermanos en esta guerra y es veterano del "Granma" y comandante por las batallas que ha librado (APLAUSOS), es jefe de la policía de la República, y cuando el comandante Ernesto Guevara —héroe verdadero, expedicionario del "Granma" y veterano de dos años y un mes de lucha en las montañas más altas y más ásperas de Cuba—, es el jefe de La Cabaña (APLAUSOS); y cuando al frente de cada regimiento en las distintas provincias hemos puesto a los hombres que más se han sacrificado y más han luchado en esta Revolución. Y si eso es así, nadie tiene derecho a ponerse bravo.

Antes que nada ríndase culto al mérito, porque el que no le rinde culto al mérito no es más que un ambicioso (APLAUSOS); el que sin tener los méritos de otros quiere en cambio tener las prerrogativas de otros.

Ahora la República, o la Revolución, entra en una nueva fase. ¿Sería justo que la ambición o los personalismos viniesen aquí a poner en peligro el destino de la Revolución? (EXCLAMACIONES DE: "¡No!"). ¿Qué es lo que le interesa al pueblo, porque el pueblo es quien tiene que decir aquí la última palabra? (EXCLAMACIONES DE: "¡Libertad!", "¡Libertad!"). Le interesa, en primer lugar, las libertades, los derechos que le arrebataron, y la paz. Y los tiene, porque en estos instantes tiene todas las libertades, todos los derechos, que le arrebató la tiranía, y tiene la paz (APLAUSOS).

¿Qué le interesa al pueblo? Un gobierno honrado. ¿No es un gobierno honrado lo que le interesa al pueblo? (EXCLAMACIONES DE: "¡Sí!"). Ahí lo tiene: a un magistrado honorable de Presidente de la República (APLAUSOS). ¿Qué le interesa, que hombres jóvenes y limpios sean los ministros del Gobierno Revolucionario? (EXCLAMACIONES DE: "¡Sí!"). Ahí los tienen: analicen uno por uno los ministros del Gobierno Revolucionario, y díganme si hay ahí un ladrón, o un criminal, o un sinvergüenza (EXCLAMACIONES DE: "¡No!").

Son muchos los hombres que pueden ser ministros en Cuba por su honradez y su capacidad, pero todos no pueden ser ministros, porque los ministros pueden ser 14, 15 o 16. Y aquí no le importa al pueblo que "Don Fulano" o "Don Mengano" sea, sino que el que sea, sea un hombre joven y un hombre honrado (APLAUSOS). Y aquí lo que importa es que los que han sido designados reúnan esas cualidades, no que no esté Fulano o no esté Mengano, porque los menganos y los fulanos importan un bledo en este momento a la Revolución y a la República (APLAUSOS).

¿Puede alguien, por no ser ministro, intentar ensangrentar este país? (EXCLAMACIONES DE: "¡No!"). ¿Puede algún grupo, por el hecho de que no le hayan dado tres o cuatro ministerios, ensangrentar este país, y perturbar la paz? (EXCLAMACIONES DE: "¡No!"). Si el equipo gobernante que en este momento tiene el pueblo de Cuba no sirve, tiempo tendrá el pueblo de botarlo, pero no de votarlo en las urnas, sino de botarlo en unas elecciones (APLAUSOS). Este no es el caso de que si no fuera idóneo el equipo gobernante, fuera nadie aquí a hacer una revolución o un golpe de Estado para quitarlo, cuando todo el mundo sabe que va a haber unas elecciones y si no sirve, el pueblo se encargará de decir la última palabra libremente; no hacer lo que hizo Batista, que a 80 días de unas elecciones, porque decía que estaba combatiendo a tal gobierno, y hacía una serie de imputaciones contra ese gobierno, decir que él lo tenía que quitar y que eso era lo patriota, porque aquí se acabaron para siempre los golpes de Estado y los atentados contra la Constitución y el Derecho (APLAUSOS).

Es necesario hablar así, para que no surja la demagogia y el confusionismo y el divisionismo y que el primero que asome las orejas de la ambición, el pueblo lo conozca (APLAUSOS). Y por mi parte les digo que como al que quiero mandar es al pueblo, porque es la mejor tropa y que prefiero al pueblo que a todas las columnas armadas juntas, les digo que lo primero que haré siempre, cuando vea en peligro la Revolución, es llamar al pueblo (APLAUSOS). Porque hablándole al pueblo nos podemos ahorrar sangre; porque aquí, antes de tirar un tiro, hay que llamar mil veces al pueblo y hablarle al pueblo para que el pueblo, sin tiros, resuelva los problemas. Yo, que tengo fe en el pueblo, y lo he demostrado, y sé lo que puede el pueblo, y creo que lo he demostrado, les digo que si el pueblo quiere aquí no vuelve a sonar nunca más un tiro en este país (APLAUSOS). Porque la opinión pública tiene una fuerza extraordinaria y tiene una influencia extraordinaria, sobre todo cuando no hay dictadura. En la época de dictadura la opinión pública no es nada, pero en la época de la libertad la opinión pública lo es todo, y los fusiles se tienen que doblegar y arrodillar ante la opinión pública (APLAUSOS). ¿Voy bien, Camilo? (EXCLAMACIONES DE: "¡Viva Camilo!").

Le hablo al pueblo en esta forma porque siempre me ha gustado prever, y creo que hablándole previsoramente al pueblo la Revolución puede evitar los únicos peligros que le quedan por delante; y yo les diré que no son tan grandes, pero sí quisiera que para que la Revolución se consolidara, no hubiera que derramar una sola gota más de sangre cubana (APLAUSOS).

Mi gran preocupación es que en el extranjero, donde esta Revolución es la admiración del mundo entero, no tenga que decirse dentro de tres semanas, o cuatro semanas, o un mes, o una semana, que aquí se volvió a derramar sangre cubana para consolidar esta Revolución, porque entonces no sería ejemplo esta Revolución (APLAUSOS).

No hubiera hablado yo así cuando nosotros éramos un grupo de 12 hombres, porque cuando éramos un grupo de 12 hombres todo lo que teníamos por delante era pelear, pelear y pelear, y había mérito en combatir en esas circunstancias; pero hoy, que nosotros tenemos los aviones, los tanques, los cañones y la inmensa mayoría de los hombres armados, la marina de guerra, numerosas compañías del ejército y un poder enorme en el orden militar (EXCLAMACIONES DE: "¡Y el pueblo!", "¡Y el pueblo!"). Pueblo... voy a la idea que les quería decir: hoy que tenemos todo eso, me preocupa mucho ver combatir, porque así no hay mérito en combatir; preferiría irme a la Sierra Maestra otra vez, con 12 hombres, a pelear contra todos los tanques, a venir con todos los tanques a tirarle un tiro a nadie aquí (APLAUSOS).

Y a quien le pido que nos ayude mucho, al que le pido de corazón que me ayude, es al pueblo (APLAUSOS), a la opinión pública, para desarmar a los ambiciosos, para condenar de antemano a los que desde ahora están empezando a asomar las orejas (APLAUSOS).

Yo no voy a extenderme hoy en ataques de tipo personal o específico, porque es muy reciente y demasiado pronto para entrar en polémicas públicas —aunque cuando haya que entrar, no me importa, porque tengo la frente alta y estoy dispuesto a discutir con la verdad cuando sea necesario—, porque hay una alegría muy grande en el pueblo, y porque en la masa de los combatientes, no voy a decir que en todos sus líderes, aunque sí en la mayor parte de los líderes, porque en la mayor parte de los líderes —y ahí está Carlos Prío Socarrás como ejemplo, que ha venido a Cuba en una actitud de ayudar a la Revolución incondicionalmente, como dice, y no aspirar absolutamente a nada— (APLAUSOS); no ha protestado del hecho, no ha protestado absolutamente nada, no ha mostrado la menor queja, ni la menor inconformidad por el gabinete, sabe que hay un gabinete de hombres honrados y de hombres jóvenes, que bien merece que se le otorgue un voto de confianza para trabajar.

Nosotros jamás necesitaremos de

la fuerza, porque tenemos el pueblo

Y ahí están los dirigentes de otras organizaciones, en la misma disposición. Y también hay una cosa: las masas de los combatientes, los hombres que pelearon y que no se guían más que por ideales, los hombres que combatieron, de todas las organizaciones, esos están en una postura muy patriótica y son de sentimientos muy revolucionarios y muy nobles, pues pensarán siempre como piensa el pueblo, porque yo estoy seguro de que el que trate de ponerse con la locura de tratar de provocar una guerra civil, va a tener la condenación del pueblo entero (APLAUSOS), y el abandono de los combatientes de fila, que no lo seguirán. Y hay que estar verdaderamente loco para retar, no solo a la fuerza en las condiciones en que la tenemos hoy, sino a la razón, al derecho de la patria y al pueblo entero de Cuba (APLAUSOS).

Y todo esto lo digo, porque quiero hacerle una pregunta al pueblo; quiero hacerle una pregunta al pueblo que me interesa mucho, y le interesa mucho al pueblo, que la responda: ¿Para qué estar almacenando armas clandestinamente en estos momentos? ¿Para qué estar escondiendo armas en distintos lugares de la capital? ¿Para qué estar contrabandeando armas en estos momentos? ¿Para qué? Y yo les digo que hay elementos de determinada organización revolucionaria que están escondiendo armas (EXCLAMACIONES DE: "¡A buscarlas!"), que están almacenando armas, y que están contrabandeando armas. Todas las armas que agarró el Ejército Rebelde están en los cuarteles, que de ahí no se ha tocado una sola, no se las ha llevado nadie para su casa, ni las ha escondido; están en los cuarteles, bajo llave; lo mismo en Pinar del Río, que en La Cabaña, que en Columbia, que en Matanzas, que en Santa Clara, que en Camagüey y que en Oriente; no se han cargado camiones con armas para esconderlos en ninguna parte, porque esas armas deben estar en los cuarteles.

Les voy a hacer una pregunta, porque hablando claro y analizando los problemas es como se resuelven, y yo estoy dispuesto a hacer lo que esté al alcance de mi mano por resolverlos como se deben resolver: con la razón y la inteligencia, y con la influencia de la opinión pública, que es la que manda, no con la fuerza; porque si fuera a creer en la fuerza, que tenía que resolverse con la fuerza, no habría que hablar con el pueblo, ni plantearle este problema, sino ir a buscar las armas esas (APLAUSOS).

Y lo que hay que buscar aquí es que los combatientes revolucionarios, los hombres idealistas, que pueden ser engañados con esa maniobra, abandonen a los falsos lidercillos que están en esa postura y vengan a ponerse al lado del pueblo, que es al que tienen que servir antes que nada.

Yo les voy a hacer una pregunta: ¿Armas para qué?, ¿para luchar contra quién?, ¿contra el Gobierno Revolucionario, que tiene el apoyo de todo el pueblo? (EXCLAMACIONES DE: "¡No!") ¿Es acaso lo mismo el magistrado Urrutia gobernando la República que Batista gobernando la República? (EXCLAMACIONES DE: "¡No!") ¿Armas para qué?, ¿hay dictadura aquí? (EXCLAMACIONES DE: "¡No!") ¿Van a pelear contra un gobierno libre, que respeta los derechos del pueblo? (EXCLAMACIONES DE: "¡No!"), ¿ahora que no hay censura, y que la prensa es enteramente libre, más libre de lo que ha sido nunca, y tiene además la seguridad de que lo seguirá siendo para siempre, sin que vuelva a haber censura aquí? (APLAUSOS), ¿hoy, que todo el pueblo puede reunirse libremente?, ¿hoy, que no hay torturas, ni presos políticos, ni asesinatos, ni terror?, ¿hoy que no hay más que alegría, que todos los líderes traidores han sido destituidos en los sindicatos, y que se va a convocar inmediatamente a elecciones en todos los sindicatos? (APLAUSOS). Cuando todos los derechos del ciudadano han sido restablecidos, cuando se va a convocar a unas elecciones en el más breve plazo de tiempo posible, ¿armas, para qué?, ¿esconder armas, para qué? ¿Para chantajear al Presidente de la República?, ¿para amenazar aquí con quebrantar la paz?, ¿para crear organizaciones de gánsteres? ¿Es que vamos a volver al gangsterismo?, ¿es que vamos a volver al tiroteo diario por las calles de la capital? ¿Armas, para qué?

Pues yo les digo a ustedes que hace dos días elementos de determinada organización fueron a un cuartel, que era el cuartel San Antonio, cuartel que estaba bajo la jurisdicción del comandante Camilo Cienfuegos y bajo la jurisdicción mía, como Comandante en Jefe de todas las fuerzas, y las armas que estaban recogidas allí se las llevaron, se llevaron 500 armas y 6 ametralladoras y 80 000 balas (EXCLAMACIONES DE: "¡A buscarlas!").

Y honradamente les digo que no se pudo haber cometido provocación peor. Porque hacerles eso a hombres que han sabido pelear aquí por el país durante dos años, a hombres que hoy están responsabilizados con la paz del país y quieren hacer las cosas bien hechas, es una canallada y es una provocación injustificable.

Y lo que hemos hecho nosotros no es ir a buscar los fusiles esos; porque, precisamente —lo que les decía antes— lo que queremos es hablar con el pueblo, utilizar la influencia de la opinión pública, para que los lidercillos que andan detrás de esas maniobras criminales, se queden sin tropa. Para que los combatientes idealistas —y los hombres que han combatido en cada organización aquí son verdaderos idealistas—, lo sepan, para que exijan responsabilidad por esos hechos.

Y es por eso que nosotros no nos hemos dejado ni provocar, los hemos dejado tan tranquilos por ese robo de armas, robo injustificado, porque aquí no hay dictadura y nadie tema que nosotros nos vayamos a convertir en dictadores, y les voy a decir por qué, se los voy a decir: se convierte en dictador el que no tiene al pueblo y tiene que acudir a la fuerza, porque no tiene votos el día que tenga que aspirar (APLAUSOS). No nos podemos convertir en dictadores los hombres que hemos visto tanto cariño en el pueblo, un cariño unánime, total y absoluto en el pueblo; aparte de nuestros principios, porque jamás incurriremos en la grosería de ostentar por la fuerza una posición, porque repugnamos eso, que por algo hemos sido los abanderados de esta lucha contra la asquerosa y repugnante tiranía (APLAUSOS).

Nosotros jamás necesitaremos de la fuerza, porque tenemos el pueblo, y además porque el día que el pueblo nos ponga mala cara, nada más nos ponga mala cara, nos vamos (APLAUSOS). Porque entendemos esto como un deber, no como un placer; entendernos esto como un trabajo, que por algo ni dormimos, ni descansamos, ni comemos, recorriendo la isla y trabajando honradamente por servir a nuestro país; que por algo no tenemos nada, y por algo seremos siempre hombres que no tendremos nada (APLAUSOS Y EXCLAMACIONES DE: "¡Tienes al pueblo!"). Y jamás nos verá el pueblo con una inmoralidad, ni concediendo un privilegio a nadie, ni tolerando una injusticia, ni robando, ni enriqueciéndonos, ni cosas por el estilo; porque el poder lo concebimos como un sacrificio, y créanme que si no fuera así, después de todas las muestras de cariño que yo he recibido del pueblo, de toda esa manifestación apoteósica de hoy, si no fuera un deber el que uno tiene que cumplir, lo mejor era irse, retirarse, o morirse; porque después de tanto cariño y de tanta fe, ¡miedo da el no poder cumplir como uno tiene que cumplir con este pueblo! (APLAUSOS PROLONGADOS).

Y si no fuera por ese deber, si no fuera por ese deber —lo digo— lo que yo haría sería despedirme del pueblo, y quedar siempre con el cariño que tengo hoy, y que me llamen con las mismas frases de aliento con que me han llamado hoy.

Sin embargo, yo sé que el poder es una tarea ardua, complicada, que las misiones y las tareas de nosotros como este mismo problema que se nos presenta, realmente es un problema difícil y está lleno de amarguras, y lo afronta uno porque lo único que uno no le va a decir al pueblo en esta hora es: "Me voy." (EXCLAMACIONES DE: "¡Viva el padre de la patria!", SEGUIDO DE UNA OVACION CERRADA.)

Además, por otra razón no nos interesa la fuerza: porque el día que alguien se alzara aquí con la fuerza, y yo me atrevería a llamar al peor enemigo y al que menos simpatizara conmigo, si estuviera dispuesto a cumplir con el pueblo, y le diría: "Mire, tome todas esas fuerzas, todas esas tropas y todas esas armas", y me quedaría tan tranquilo, porque sé que el día que se alzara con la fuerza, me iba yo otra vez para la Sierra Maestra e íbamos a ver cuánto duraba la dictadura esa ahí en el poder (APLAUSOS).

Si algún día hay que pelear contra

un enemigo extraño o contra un

movimiento que venga contra la

Revolución, no pelearán cuatro

gatos, peleará el pueblo entero

Yo creo que son razones más que suficientes para que todo el mundo crea que a nosotros no nos interesa controlar ningún poder por la fuerza.

El Presidente de la República me ha encomendado la más espinosa de todas las tareas, la tarea de reorganizar los institutos armados de la República y me ha asignado el cargo de Comandante en Jefe de todas las fuerzas de aire, mar y tierra de la nación (APLAUSOS Y EXCLAMACIONES DE: "¡Te lo mereces!"). No, no me lo merezco, porque eso es un sacrificio para mí, y en definitiva para mí eso no es ni motivo de orgullo, ni motivo de vanidad, y lo que es para mí es un sacrificio. Pero yo quiero que el pueblo me diga si cree que debo asumir esa función (APLAUSOS PROLONGADOS Y EXCLAMACIONES DE: "¡Sí!").

Creo que si hicimos un ejército con 12 hombres, y esos 12 hombres hoy estén al frente de los mandos militares, creo que si enseñamos a nuestro ejército que a un prisionero jamás se asesinaba, que a un herido jamás se abandonaba, que a un preso jamás se golpeaba, somos los hombres que podemos enseñar a todos los institutos armados de la República las mismas cosas que enseñamos a ese ejército (APLAUSOS). Para tener unos institutos armados donde ni uno solo de sus hombres vuelva jamás a golpear a un prisionero, ni a torturarlo, ni a matarlo (APLAUSOS). Y porque, además, podemos servir de puente entre los revolucionarios y los militares decentes, los que no han robado, ni han asesinado, porque esos militares, los que no han robado y los que no han asesinado, tendrán derecho a seguir perteneciendo a las fuerzas armadas (APLAUSOS); como también les digo que el que haya asesinado, no lo salva nadie del pelotón de fusilamiento (APLAUSOS PROLONGADOS).

Además, todos los combatientes revolucionarios que deseen pertenecer a las fuerzas regulares de la República tienen derecho, pertenezcan a la organización que pertenezcan, con sus grados... Las puertas están abiertas para todos los combatientes revolucionarios que quieran luchar y que quieran hacer una tarea en beneficio del país. Y si eso es así, si hay libertades, si hay un gobierno de hombres jóvenes y honrados, si el país está contento, si tiene confianza en ese gobierno y en los hombres que están mandando las fuerzas armadas, si va a haber unas elecciones, si las puertas están abiertas para todos, ¿por qué almacenar armas?

Yo quiero que me digan si el pueblo lo que quiere es que haya paz, o lo que quiere es que en todas las esquinas haya un tipo armado con un fusil; yo quiero que me digan si el pueblo está de acuerdo o considera que es correcto que todo el que quiera aquí tenga un ejército particular, que no obedezca más que a su jefecito (EXCLAMACIONES DE: "¡No!"); si así puede haber orden y paz en la República (EXCLAMACIONES DE: "¡No!").

(ALGUIEN EXCLAMA: "¡Depuración de las fuerzas armadas!") Superdepuración, no depuración (APLAUSOS).

(EXCLAMACIONES DE: "¡Habla de Raúl!") Raúl está en el Moncada, que es donde tiene que estar ahora.

Y esos son los problemas que hoy he querido plantear ante el pueblo. Lo antes posible tienen que marcharse los fusiles de las calles y desaparecer los fusiles de las calles (APLAUSOS). Porque ya no hay enemigo enfrente, porque ya no hay que pelear contra nadie; y si algún día hay que pelear contra un enemigo extraño o contra un movimiento que venga contra la Revolución, no pelearán cuatro gatos, peleará el pueblo entero (APLAUSOS PROLONGADOS).

Donde las armas tienen que estar es en los cuarteles, que nadie tiene derecho a tener ejércitos particulares aquí (APLAUSOS).

Esos elementos que andan con esas maniobras sospechosas, tal vez hayan encontrado pretexto para hacer eso en el hecho de que yo haya sido designado, y los compañeros míos, para un trabajo que es el que nos asignó el Presidente, y han hablado de que si hay ejército político. ¿Ejército político, cuando como les dije a ustedes, tenemos a todo el pueblo, que ese es de verdad nuestro ejército político?

Hoy yo quiero advertir al pueblo, y yo quiero advertir a las madres cubanas, que yo haré siempre cuanto esté a nuestro alcance por resolver todos los problemas sin derramar una gota de sangre (APLAUSOS). Yo quiero decirles a las madres cubanas que jamás, por culpa nuestra, aquí volverá a dispararse un solo tiro; y yo quiero pedirle al pueblo, como le quiero pedir a la prensa, como le quiero pedir a todos los hombres sanos y responsables del país, que nos ayuden a resolver estos problemas con el apoyo de la opinión pública, no con transacciones, porque cuando la gente se arma y amenaza para que le den algo, eso es una inmoralidad, y eso no lo aceptaré jamás (APLAUSOS). Porque después que determinados elementos se han puesto a almacenar armas, digo aquí que no aceptaré la menor concesión, porque eso sería rebajar la moral de la Revolución (APLAUSOS). Y que lo que hay que hacer es que el que no pertenezca a las fuerzas regulares de la República —adonde tiene derecho a pertenecer todo combatiente revolucionario—, que devuelva las armas a los cuarteles, porque aquí las armas sobran cuando ya no hay tiranía y está demostrado que las armas solo valen cuando se tiene la razón, y se tiene al pueblo, y de lo contrario, no sirven más que para asesinar y para cometer fechorías (APLAUSOS).

Quiero decirle además al pueblo que puede tener la seguridad de que las leyes del país serán respetadas y que aquí no habrá gangsterismo, ni pandillerismo, ni bandolerismo; sencillamente, porque no habrá tolerancia. Las armas de la República están hoy en manos de los revolucionarios. Esas armas, tengo la esperanza de que no habrá que usarlas jamás, pero el día que el pueblo lo ordene para garantizar su paz, su tranquilidad y sus derechos, cuando el pueblo lo pida, cuando el pueblo lo quiera, cuando ya sea una necesidad, entonces esas armas cumplirán con lo que tienen que cumplir, y cumplirán con su deber, sencillamente (APLAUSOS).

Nadie piense que vamos a caer en provocaciones, porque estamos demasiado serenos para caer en provocaciones, porque tenemos unas responsabilidades muy grandes para precipitarnos nunca en tomar medidas, ni en hacer alardes ni cosa que se parezca, y porque estoy muy consciente de que aquí hay que agotar siempre —y agotaré siempre— todos los medios persuasivos, y todos los medios razonables, y todos los medios humanos para evitar que se derrame una sola gota de sangre más en Cuba. Así que en provocaciones, nadie tema que caiga; porque cuando la paciencia se nos haya acabado a todos nosotros, buscaremos más paciencia, y cuando la paciencia se nos vuelva a acabar, volveremos a buscar más paciencia; esa será nuestra norma (APLAUSOS). Y esa tiene que ser la consigna de los hombres que tienen las armas en la mano y de los que tienen el poder en la mano: no cansarse nunca de soportar, no cansarse nunca de resignarse a todas las amarguras y a todas las provocaciones, excepto cuando ya se vayan a poner en peligro los intereses más sagrados del pueblo. Pero eso cuando de verdad se demuestre, eso cuando ya sea una demanda de la nación entera, de la prensa, de las instituciones cívicas, de los trabajadores, y de todo el pueblo; cuando lo pidan, y solo cuando lo pidan. Y lo que haré siempre, en cada una de esas circunstancias, es venir y decirle al pueblo: "Miren, ha pasado esto".

Esta vez he omitido nombres, porque no quiero envenenar la atmósfera, porque no quiero aumentar la tensión; lo que simplemente quiero es prevenir al pueblo de esos peligros, porque sería muy triste que esta Revolución que tanto sacrificio ha costado —no que se vaya a frustrar, porque esta Revolución no se frustra de ninguna manera, porque ya se sabe que con el pueblo y con todo lo que hay a favor del pueblo, no hay el menor peligro—, pero sí sería muy triste que después del ejemplo que se ha dado a América, aquí se vuelva a disparar un tiro.

Es verdad que en casi todas las revoluciones, después de la lucha, viene otra, y después viene otra —y observen la historia de todas las revoluciones, en México y en todas partes. Sin embargo, parecía que esta iba a ser una excepción, como ha sido una excepción en todo lo demás; ha sido extraordinaria en todo lo demás, y quisiéramos que también fuera extraordinaria en el hecho de que no se disparara más un tiro aquí; y creo que se logrará, creo que la Revolución triunfará sin que se dispare más un tiro, ¿saben por qué? Porque es realmente admirable el grado de conciencia que se ha desarrollado en el país, el civismo de este pueblo, la disciplina de este pueblo, el espíritu de este pueblo; realmente, me siento orgulloso de todo el pueblo, tengo una fe extraordinaria en el pueblo de Cuba (APLAUSOS). Vale la pena sacrificarse por nuestro pueblo.

Lo que dentro de poco estará necesitando el pueblo, cuando pase la alegría del triunfo, es trabajo, la manera de ganarse la vida decorosamente

Hoy tuve el gusto de dar un ejemplo delante de toda la prensa: estaba la multitud delante del Palacio Presidencial, y me decían que hacía falta 1 000 hombres para salir de allí; entonces, me paré y le pedí al pueblo que hiciera dos filas, que no hacía falta ningún hombre, que yo solo iba a ir allí, y en pocos minutos el pueblo hizo sus dos filas, y pasamos por allí, sin problemas de ninguna clase. Ese es el pueblo de Cuba, y esa prueba se dio delante de todos los periodistas (APLAUSOS).

Desde ahora, ya se acabaron los agasajos y las ovaciones; desde ahora, para nosotros: a trabajar, mañana será un día igual que otro cualquiera, y todos los demás igual, y nos acostumbraremos a la libertad. Ahora estamos contentos porque hacía mucho tiempo que no éramos libres, pero dentro de una semana nos preocuparán otras cosas: si tenemos dinero para pagar el alquiler, si la luz eléctrica, si la comida, que esos son los problemas que de verdad tiene que resolver el Gobierno Revolucionario, el millón de problemas que tiene el pueblo de Cuba, y que para eso tiene un consejo de ministros de hombres jóvenes que yo sé que están poseídos de un entusiasmo, que tengo la seguridad de que van a cambiar a la República, tengo la seguridad (APLAUSOS PROLONGADOS). Además porque hay un Presidente que está seguro en el poder, que no lo amenaza ningún peligro, porque los peligros de que yo hablaba, no eran los peligros de que el régimen sufriera algún peligro de ser derrocado, son a mil leguas de distancia de eso; yo hablaba del peligro de que se derramara una sola gota de sangre más. Pero el Presidente de la República está consolidado, reconocido ya por todas las naciones —no todas, pero rápidamente lo están reconociendo todas las naciones del mundo—, y cuenta con el respaldo del pueblo y con el respaldo de nosotros, con el respaldo de las fuerzas revolucionarias; y respaldo verdadero, y respaldo sin condiciones, respaldo sin pedir ni reclamar nada, porque aquí hemos luchado por los fueros del poder civil, y lo vamos a demostrar, que para nosotros los principios están por encima de toda otra consideración y que no luchamos por ambiciones.

Creo que hemos demostrado suficientemente haber luchado sin ambiciones. Creo que ningún cubano albergue sobre ello la menor duda.

Así que ahora todos tenemos que trabajar mucho. Yo, por mi parte, estoy dispuesto a hacer todo lo más que se pueda en beneficio del país, como sé que están todos mis compañeros, como sé que está el Presidente de la República y como sé que están todos los ministros, que no van a descansar. Y yo les aseguro que si hoy sale uno de Cuba y regresa dentro de dos años, no va a conocer esta República.

Veo un extraordinario espíritu de colaboración en todo el pueblo, veo a la prensa, a los periodistas, a todos los sectores del país, deseosos de ayudar, y eso es lo que hace falta. Y es que el pueblo de Cuba ha aprendido mucho, y en estos siete años ha aprendido por setenta. Se dijo que el golpe de Estado había sido un retraso de veinticinco años; si fue así —y aquello era de verdad un retraso de veinticinco años—, ahora hemos dado un avance de cincuenta. La República está desconocida: nada de politiquería, nada de vicio, nada de juego, nada de robo. Hemos empezado hace unos días, y ya está casi desconocida la República.

Ahora nos queda un trabajo grande por hacer. Todos los problemas relacionados con las fuerzas armadas, son problemas que estarán relacionados con nuestras futuras actividades, pero, además, siempre haremos todo lo que esté al alcance de nuestras manos por todo el pueblo, porque yo no soy militar profesional, ni de carrera, ni mucho menos; yo estaré aquí el tiempo mínimo, y cuando termine aquí voy a hacer otras cosas porque, sinceramente, yo no voy a hacer falta aquí en esto (EXCLAMACIONES). Me refiero a que no voy a hacer falta dentro de las actividades de tipo militar, y que tengo otras ilusiones, de otras clases. Y eso mismo, entre otras cosas: el día que quiera tirar tiros, pelear, cimentar una inquietud, hay mucho campo aquí donde hacer las cosas (APLAUSOS).

(EXCLAMACIONES DE: "¡Hay que fomentar fuentes de trabajo!"). Si no resolvemos todos esos problemas, esta no sería una revolución, compañeros, porque creo que el problema fundamental de la República en estos momentos, y lo que dentro de poco estará necesitando el pueblo, cuando pase la alegría del triunfo, es trabajo, la manera de ganarse la vida decorosamente (APLAUSOS).

Pero no es eso solo, compañeros; hay mil cosas más de las cuales yo he estado hablando todos estos días, que imagino que ustedes, el que más y el que menos, habrá escuchado por la radio y por la prensa, y además, porque no vamos a agotar todos los temas en una sola noche.

Vamos a quedarnos pensando en estos problemas de los que les he hablado hoy, y vamos a concluir la larga jornada —que aunque yo no estoy cansado, sé que ustedes tienen que regresar a las casas y están lejos (EXCLAMACIONES DE: "¡No importa!", "¡Sigue!").

Yo tenía el compromiso de ir al programa "Ante la Prensa" esta noche a las 10:30 o a la hora que fuera, y ya es la 1:30 (EXCLAMACIONES DE: "¡Mañana!"). Bueno, lo dejaré para mañana.

Ustedes tendrán oportunidad de escuchar por la prensa, por la radio y por todos los medios posibles, a los ministros.

Todos los amigos míos de tanto tiempo, de dondequiera han venido: de la escuela, del barrio. Casi estoy por decirles que conozco ya a todos los cubanos...

Y decía que tendrán oportunidad de oír a los ministros, cada uno de los cuales tiene sus planes y expondrán su programa; y cada uno de los hombres que está en el consejo de ministros está grandemente compenetrado con todos los demás elementos revolucionarios.

El Presidente de la República, con el derecho que le corresponde —porque se eligió sin condiciones —, ha elegido una mayoría de ministros del Movimiento 26 de Julio. Tenía su derecho, y al pedir nuestra colaboración, la ha tenido plenamente, y nos responsabilizamos con ese Gobierno Revolucionario.

Lo que yo he dicho en otra parte: nadie vaya a creer que las cosas se van a resolver de la noche a la mañana. La guerra no se ganó en un día, ni en dos, ni en tres, y hubo que luchar duro; la Revolución tampoco se ganará en un día, ni se hará todo lo que se va a hacer en un día. Además, le he dicho al pueblo en otros actos que no se vayan a creer que esos ministros son unos sabios —empiezo por decirles que ninguno ha sido ministro antes, o casi ninguno. Así que nadie sabe ser ministro, eso es una cosa nueva para ellos; lo que están es llenos de buenas intenciones. Y yo digo en esto, igual que digo de los comandantes rebeldes: miren, el comandante Camilo Cienfuegos no sabía de guerra, ni de manejar un arma, absolutamente nada. El Che no sabía nada; cuando conocí al Che en México se dedicaba a disecar conejos y hacer investigaciones médicas. Raúl tampoco sabía nada; Efigenio Ameijeiras tampoco sabía nada; y al principio no sabían nada de guerra, y al final se les podía decir, como les dije: "Comandante, avance sobre Columbia, y tómela"; "Comandante, avance sobre La Cabaña, y tómela"; "Avance sobre Santiago, y tómelo", y yo sabía que lo tomaban... (APLAUSOS PROLONGADOS). ¿Por qué? Porque habían aprendido.

Es posible que los ministros ahora no tengan grandes aciertos, pero estoy seguro de que dentro de unos meses van a saber resolver todos los problemas que les presente el pueblo, porque tienen lo más importante: el deseo de acertar y de ayudar al pueblo; y, sobre todo, estoy seguro de que ni uno solo, jamás, cometerá una de las faltas clásicas de los ministros. ¿Ustedes saben cuál es, no? (EXCLAMACIONES DE: "¡Robar!", "¡Robar!"). ¡Ah!, ¿cómo lo saben?

Pues, sobre todo, eso: la moral, la honradez de esos compañeros. No serán sabios, porque aquí nadie es sabio, pero sí les aseguro que hay honrados de sobra, que es lo que se está pidiendo. ¿No es lo que ha estado pidiendo el pueblo siempre, un gobierno honrado? (EXCLAMACIONES DE: "¡Sí!"). Entonces, vamos a darles un voto de confianza, vamos a dárselo, vamos a esperar (EXCLAMACIONES). Sí, son del "26" la mayoría, pero si no sirven, después vendrán los del 27, o los del 28. Ya sabemos que hay mucha gente capacitada en Cuba, pero todos no pueden ser ministros. ¿O es que acaso el "26 de Julio" no tiene derecho a hacer un ensayo de gobernar la República? (EXCLAMACIONES DE: "¡Sí!").

Así que eso es todo por hoy. Realmente, nada más me falta algo... Si supieran, que cuando me reúno con el pueblo se me quita el sueño, el hambre; todo se me quita. ¿A ustedes también se les quita el sueño, verdad? (EXCLAMACIONES DE: "¡Sí!).

Lo importante, o lo que me falta por decirles, es que yo creo que los actos del pueblo de La Habana hoy, las concentraciones multitudinarias de hoy, esa muchedumbre de kilómetros de largo —porque esto ha sido asombroso, ustedes lo vieron; saldrá en las películas, en las fotografías—, yo creo que, sinceramente, ha sido una exageración del pueblo, porque es mucho más de lo que nosotros merecemos (EXCLAMACIONES DE: "¡No!").

Sé, además, que nunca más en nuestras vidas volveremos a presenciar una muchedumbre semejante, excepto en otra ocasión —en que estoy seguro de que se van a volver a reunir las muchedumbres—, y es el día en que muramos, porque nosotros, cuando nos tengan que llevar a la tumba, ese día, se volverá a reunir tanta gente como hoy, porque nosotros ¡jamás defraudaremos a nuestro pueblo!