El País inventa la censura di un film selezionato per un

festival cinematografico cubano e che sarà trasmesso

davanti a migliaia di persone

 

 

27.10.2013 - di José Manzaneda, coordinatore di Cubainformación  Vincenzo Basile (CapítuloCubano) 

https://www.youtube.com/watch?v=ELfE8-YjSfM

 

 

 

 

Un assioma giornalistico è che a Cuba esiste la censura, nei mezzi di comunicazione e nell’industria culturale. Per questo, quando è impossibile trovarla, semplicemente si inventa.

 

Il quotidiano spagnolo El País, nella sua sezione culturale “El Espectador”, ha pubblicato una nota sul film “Princesas rojas”, della regista costaricana Laura Astorga, che è stata scelta per partecipare al prossimo Festival Internazionale del Nuovo Cinema Latinoamericano che si terrà all’Avana il prossimo dicembre (2).

 

Questo festival è noto per l’enorme partecipazione popolare che lo caratterizza ogni anno (3): fino a mezzo milione di persone riempiono i cinema e le sale conferenza della capitale cubana (4). Tuttavia El País trasforma quel che sarà l’esibizione diffusa del menzionato film in un sottile tentativo di censura. Il giornalista José Meléndez ci dice che “Princesas rojas”, ambientato nel Nicaragua sandinista degli anni ottanta, “ha affrontato ostacoli per partecipare” al festival havanero, e che, alla fine, “Cuba ha permesso la proiezione del film, anche se con riserve”.

 

Ma quali sono queste “riserve”? El País ci assicura che “i cubani hanno rifiutato la partecipazione del film nelle categorie Guión e Primera Copia, anche se gli hanno consentito di competere nella categoria Ópera Prima”. Non si comprende quale contorto fine politico possa nascondersi dietro questa decisione del festival cubano, che in conclusione ha selezionato il film tanto per la sua proiezione nei cinema, quanto per la competizione al festival. Ma quel che si comprende ancora meno - da un punto di vista di etica giornalistica - è che El País non menziona che questa stessa decisione è stata presa anche al Festival Internazionale di Cinema Latino di Los Angeles e al Festival del Cinema Latinoamericano e Caraibico di Margarita (5). In entrambi, il film “Princesas rojas” ha gareggiato nella categoria Ópera Prima, come a Cuba, ottenendo il primo premio.

 

Quindi, quel che in qualunque festival cinematografico del mondo è una decisione tecnica autonoma e sovrana di una squadra di critici e cineasti, a Cuba diventa una decisione del “regime comunista”.

 

Non è la prima volta che la fantasia carica di pregiudizi contro Cuba si scaglia contro le proiezioni del Festival Internazionale del Nuovo Cinema Latinoamericano dell’Avana. Film come “Goodbye Lenin” o “Le vite degli altri”, che raccontano gli ultimi anni della vecchia Germania socialista, ugualmente generarono ogni tipo di commenti e misteri circa la loro selezione, nonostante entrambi furono proiettati, senza il minimo contrattempo, nei cinema più importanti della capitale cubana (6).


Ma qual è -secondo il quotidiano El País- la ragione delle presunte “riserve” del festival cubano circa la proiezione del film “Princesas rojas”? Uno dei suoi personaggi è “un agente cubano”, incaricato negli anni ottanta di “spiare le operazioni militari dei contras nicaraguensi”, un “tema” –secondo il quotidiano- che è complicato per il regime comunista cubano”. Semplicemente assurdo: il governo cubano non ha mai nascosto -al contrario, lo ha riconosciuto con orgoglio- il suo appoggio sanitario, educativo, militare e di intelligence alla Rivoluzione sandinista, sottoposta in quegli anni alla guerra sporca dei contras e del governo degli Stati Uniti (7).

 

Ma l’aspetto più indignante dell’articolo è che, senza alcun collegamento e realizzando una colossale piroetta storica, associa il citato personaggio cubano del film con il caso dei cinque cubani imprigionati negli Stati Uniti, conosciuti sull’Isola come i Cinque Eroi. Queste persone, che si infiltrarono negli anni novanta tra vari gruppi violenti “anticastristi” di Miami, riuscirono ad evitare fino a 170 azioni armate contro Cuba. Ma El País ripete la versione dell’estrema destra cubano-americana secondo la quale erano “parte di un raffinato apparato di intelligence (…) per penetrare in aree militari degli Stati Uniti”. Un’idea smentita durante il processo giudiziario da vari militari nordamericani citati dalla difesa, e anche da Amnesty International, la quale affermò che “nel corso del processo non fu presentata alcuna prova per dimostrare che gli accusati avessero maneggiato o trasmetto informazione classificata” (8).

 

Un dettaglio curioso. Nell’anno 2011, il documentario “Baracoa 500 anno dopo”, diretto da chi fu a suo tempo invitato del quotidiano El País Mauricio Vicent, fu selezionato ugualmente per il Festival Internazionale del Nuovo Cinema Latinoamericano dell’Avana (9). Il film fu prodotto anche con la partecipazione dell’ICAIC, l’Istituto Cubano di Arte e Industria Cinematografica. Tutto ciò, nonostante il film riflettesse con crudezza le carenze economiche della località cubana di Baracoa, che lo stesso quotidiano El País -presentando il film nella sua sezione culturale- denigrava definendola “miseria terzomondista” (10). L’aspetto strano è che in tal caso questo quotidiano non lanciò accuse contro il citato Festival per non aver riconosciuto alcun premio al documentario del suo inviato Mauricio Vicent, dato che –seguendo lo stesso filo conduttore- trattava un altro tema “complicato per il regime comunista cubano”.