Dispiegamento nei Caraibi: la denominazione armata della Dottrina Monroe 2.0

La facciata antidroga degli USA

Franco Vielma

La cosiddetta “guerra alla droga”, promossa dagli USA, ha oltrepassato la sua retorica antidroga per trasformarsi in uno strumento strategico di ingerenza in America Latina.

Sotto il pretesto di “combattere il narcotraffico”, questa politica ha permesso a Washington di consolidare il proprio posizionamento politico, economico e militare nella regione, riproducendo il dispiegamento dell’egemonia nordamericana.

Quest’anno, il governo di Donald Trump ha portato con sé una nuova agenda di rilancio aggressivo che necessita di essere analizzata in prospettiva storica e alla luce delle particolarità dell’attuale momento geopolitico.

“GUERRA ANTIDROGA” E POSIZIONAMENTO STRATEGICO-MILITARE

 

La relazione aggressiva degli USA verso il resto del continente ha origine nelle loro storiche interventi giustificati su basi dottrinali, come la Dottrina Monroe.

Dalle “Banana Wars”, o interventi militari in Centroamerica e nei Caraibi a partire dalla fine del XIX secolo, gli USA hanno costruito un rapporto fisico e concreto con la regione basato sull’uso della forza, l’ingerenza, la coercizione e incentivi mirati, in modo da dispiegare e consolidare i propri interessi, muovendosi con “naturalezza” nel loro “spazio di influenza”.

Fu però Richard Nixon a delineare l’inizio formale della “guerra alla droga” nel continente americano, dichiarando, nel 1971, l’abuso di sostanze nel suo paese come “nemico pubblico numero uno” e lanciando una politica che combinava repressione interna e intervento in America Latina e nei Caraibi.

È evidente che, da 50 anni, gli USA hanno plasmato una politica espansiva regionale antidroga, esternalizzando le cause del problema sugli altri paesi produttori, invece di affrontare il nodo centrale: la popolazione consumatrice su suolo USA. Questo ha trasformato gli USA nel principale mercato di destinazione e nel vero epicentro della domanda e dell’importazione di stupefacenti. Gli statunitensi non amano mai menzionare l’altra faccia della medaglia.

Sebbene le politiche antidroga degli USA avessero precedenti, come la proibizione dell’oppio e della marijuana nel XX secolo, Richard Nixon istituzionalizzò la strategia moderna creando nel 1973 la Drug Enforcement Administration (DEA) e promuovendo trattati internazionali per criminalizzare il narcotraffico. In America Latina ciò si tradusse in pressioni su paesi produttori come Colombia e Messico affinché allineassero le proprie politiche, gettando le basi della militarizzazione e dell’ingerenza che si sarebbe consolidata negli anni successivi.

Con Ronald Reagan prese forma l’architettura politica, giuridica e militare che ancora oggi guida la strategia antidroga USA verso l’America Latina e i Caraibi.

Con Reagan la strategia avviata da Nixon si intensificò notevolmente, trasformandola in un pilastro della politica estera USA con un approccio militarizzato, ideologico e di contro-insurrezione.

Reagan amplificò la narrativa del narcotraffico come minaccia alla sicurezza nazionale, collegandola al concetto di “narcoterrorismo” per giustificare interventi nella regione, nel contesto della Guerra Fredda e della lotta contro i movimenti di sinistra.

Il presidente aumentò il bilancio destinato alla lotta antidroga, convogliando risorse massicce verso operazioni militari e di intelligence in America Latina. Nel 1986, la Direttiva di Sicurezza Nazionale 221 dichiarò, per la prima volta, il narcotraffico come una “minaccia diretta” agli USA, autorizzando l’impiego delle forze armate nelle operazioni.

Ciò segnò il passaggio verso la partecipazione attiva del Pentagono e della CIA in programmi di operazioni congiunte in paesi come Colombia, Messico, Bolivia e Perù, dove furono dispiegati consiglieri militari e agenti della DEA per addestrare le forze locali e condurre operazioni.

Reagan promosse inoltre l’espansione del Comando Sud e rafforzò la presenza militare nella regione, aumentando il numero di basi e di personale in paesi come Panama e Honduras, con il pretesto della lotta al narcotraffico.

Fu sempre durante la presidenza Reagan che si incentivò la lotta armata “antidroga” combinata con la lotta contro le sinistre nel contesto della Guerra Fredda.

Vale la pena ricordarlo: il presidente USA dirottò fondi della lotta antidroga per finanziare i Contras in Nicaragua, un gruppo controrivoluzionario ostile al governo sandinista. Lo scandalo Irán-Contra rivelò che parte di questi fondi proveniva da attività illecite, incluse reti di narcotraffico tollerate dalla CIA.

Anni dopo, in Colombia, gli aiuti in fomdi antidroga dagli USA furono destinati a rafforzare l’esercito colombiano contro le Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (FARC). Ma allo stesso tempo la DEA e il Comando Sud tolleravano la collaborazione con paramilitari e narcotrafficanti come il Cartello di Medellín, che operarono congiuntamente all’esercito colombiano in azioni contro la guerriglia rivoluzionaria.

L’assistenza USA alla Colombia (in particolare in forniture militari), insieme al denaro del narcotraffico, ai contributi di imprenditori colombiani e ai fondi dell’Esercito e della Polizia Nazionale, avrebbe poi alimentato la formazione delle Autodefensas Unidas de Colombia (AUC), il più grande gruppo paramilitare di destra.

Gli USA hanno saputo combinare le proprie lotte ideologiche con l’ingerenza e gli interventi armati regolari o irregolari sotto diversi pretesti, inclusa la lotta al narcotraffico.

Nel 2008, con il dispiegamento della IV Flotta e strategie come il Plan Colombia, si amplificò ulteriormente la caratterizzazione militare della presunta lotta antidroga nella nazione neogranadina.

Questo accrebbe il contingente militare USA e la sua presenza militare USA in Colombia e nella regione, strutturando una rete di interessi che intrecciava l’ingerenza politica, l’ambito economico e l’apparato militare.

In Messico e in Centroamerica, l’Iniziativa Mérida (dal 2008) ha canalizzato miliardi di dollari in equipaggiamento antidroga e rafforzato la presenza militare, in particolare in Honduras ed El Salvador.

Oggi il dispiegamento militare USA e la sua proiezione regionale si articolano attraverso le infrastrutture e i centri operativi in Porto Rico, Cuba (Guantánamo), Honduras, El Salvador, Aruba-Curaçao, Panama e Colombia, come principali punti logistici e basi – proprie o di paesi alleati – per le diverse attività del Comando Sud e della IV Flotta. 

IL NUOVO DISPIGLIAMENTO NEI CARAIBI

 

A differenza di altre regioni del mondo, l’America Latina e i Caraibi sono, in essenza, una regione politicamente stabile e prevalentemente sicura, soprattutto per l’assenza di grandi conflitti armati tra paesi.
I conflitti o le situazioni di insicurezza prolungata che implicano l’uso delle armi, come in Colombia e ad Haiti, pur essendo stati gravi per quelle nazioni, non si sono irradiati in maniera catastrofica nella regione né hanno compromesso in profondità la sicurezza strategica regionale.

La presenza di potenze straniere nel continente, come Cina e Russia, è stata strettamente pacifica e si fonda su relazioni politiche e commerciali con le nazioni della regione. Sebbene alcuni governi abbiano firmato accordi di fornitura di armamenti con questi paesi, né la Cina né la Russia dispongono di basi militari da questo lato del mondo, né hanno mantenuto una presenza militare prolungata.

Nonostante queste condizioni oggettive, e pur in assenza di minacce vitali ed esistenziali per gli USA, la nazione nordamericana è riuscita a imporre una chiara egemonia e un controllo militare evidente nel suo cosiddetto “cortile di casa”. Il suo dispiegamento armato sul terreno è stato ingiustificato e sproporzionato nella regione.

Ancora una volta, gli USA si riposizionano nei Caraibi in nome della “lotta antidroga”. L’ampiezza delle operazioni e l’impiego di ingenti mezzi militari non rappresentano una novità in sé. Ma oggi, di fronte alla costa caraibica del Venezuela, si trovano cacciatorpediniere con missili guidati, navi d’assalto anfibio, un incrociatore, una nave da combattimento litorale e un sottomarino d’attacco a propulsione nucleare.

Altre minacce nell’aria includono caccia F-35, droni da attacco e ricognizione Reaper e aerei da sorveglianza radio-elettronica.

È evidente che la proporzionalità e la natura di questi mezzi militari differiscono radicalmente da una semplice operazione antidroga. Si tratta in realtà di un’operazione polivalente che, sotto la facciata della lotta al narcotraffico internazionale, ha come obiettivo centrale un cambio di regime in Venezuela, riaffermando la proiezione degli USA nello spazio continentale.

Tuttavia, la proiezione regionale degli USA deve considerarsi multipla. Punta al Venezuela, ma anche a Colombia, Messico e Honduras. Crea una zona di esclusione marittima di fatto, limitando le attività economiche. Trump e J. D. Vance hanno ironizzato su questo, dicendo che ormai nessuno pesca più in quella zona, il che implica un impatto sulle economie locali dei Caraibi.

L’estensione della presenza fisica USA nel continente impone una nuova dinamica politico-giuridica.

Un modo per comprenderlo è notare che l’operazione nei Caraibi sta “giustiziando” presunti narcotrafficanti, senza un giusto processo giudiziario, senza che rappresentino una minaccia diretta a truppe o equipaggiamenti militari. Questa chiara violazione del diritto internazionale deve essere compresa nella logica distruttiva della stessa operazione militare nei Caraibi.

Washington crea una zona di “sicurezza” attraverso una forza militare sproporzionata, imponendo un’area di esclusione delle attività economiche, senza mediazione con i governi, senza rispetto delle acque giurisdizionali, invalidando di fatto zone economiche esclusive e violando principi legali elementari come il diritto alla vita.

Gli USA stanno cambiando la loro interazione fisico-concreta con la regione. La trascinano in un nuovo spazio di fatto, estendendo le frontiere giuridiche degli stessi USA, soprattutto mediante l’iper-utilizzo del termine “narcoterrorismo” e del narcotraffico come “causa di morte” di cittadini USA.

Applicano questa logica nei Caraibi, come se si trattasse del Lago Michigan, ma senza rispettare le norme che invece tutelerebbero in quel lago. Pretendono trasformare i Caraibi in un “mare di nessuno”, una zona senza regole.

Trump ha emesso designazioni di “organizzazioni narcoterroristiche” contro il Tren de Aragua e il cosiddetto, ma inesistente, Cartello dei Soles. Allo stesso tempo, il suo governo discute davanti alla Corte Suprema l’applicazione della “Legge sui Nemici Stranieri”, che cataloga come “criminali” in maniera indiscriminata la popolazione migrante venezuelana negli USA.

Il Mar dei Caraibi diventa così un’estensione, molto ampia, della disputa sulle extra-limitazioni giuridiche che la politica di Trump applica all’interno del suo stesso paese.

Di recente, il presidente ha dichiarato (in un delirio comprensibile per la sua età) che 300 milioni di statunitensi erano morti per droga. Lo ha detto per giustificare il bombardamento di imbarcazioni nei Caraibi. Ammesso che in realtà intendesse riferirsi a 300 mila morti all’anno per overdose negli USA, anche questo dato è errato: il Centro Nazionale di Statistiche Sanitarie di quel paese ha indicato che nel 2024 poco più di 80 mila persone sono morte per overdose da droghe.

Trump ha inoltre affermato che “ogni nave con droga dal Venezuela uccide circa 25 mila persone, principalmente con fentanyl. Le eliminiamo. Ne abbiamo eliminate quattro (imbarcazioni)”.

È delirante affermare, senza alcuna prova o rapporto esaustivo, che il Venezuela produca fentanyl. E ancora di più sostenere che ogni imbarcazione con droga che entra negli USA uccida 25 mila cittadini, quando è evidente che in quel paese entrano ogni anno migliaia di navi, aerei e camion con migliaia di tonnellate di droga.

Il presidente mente deliberatamente, distorce i fatti per giustificare la sua intenzione di estendere le frontiere giuridiche. Tutto con gli stessi fini e gli stessi stili con cui si combina la presenza fisica e militare che hanno già costruito di fatto nei Caraibi.

QUESTIONI DI FONDO

 

Dalle voci ufficiali di Washington, in particolare dal Dipartimento di Stato, si parla del rilancio di una politica volta a rafforzare la “tradizionale area di influenza” nordamericana. A ridimensionare lo scontro geopolitico con Cina e Russia in certe aree, corrisponde un ritorno allo “spazio naturale” americano. Questo è condito con la Dottrina Monroe 2.0 e con nuovi discorsi “civilizzatori”, come quello di J. D. Vance, che ha dichiarato che la riaffermazione USA punta a “domare questo continente selvaggio”, attraverso la “dominazione regionale” come punto centrale della sicurezza emisferica e della “difesa della civiltà occidentale”.

Il presunto ripiegamento tattico USA da altri fronti geopolitici e teatri di operazioni viene annunciato senza la chiusura di alcuna base in Asia Occidentale o in Europa. Quella struttura rimane intatta. Neppure è vero che Washington sia “tornata” nella regione, perché in realtà non se n’è mai andata.

Ma l’approccio aggressivo e tangibile nei Caraibi è segno di una nuova agenda, governata dal pretesto della lotta al narcotraffico come vettore.

In questo modo si combinano gli ingredienti per un nuovo ciclo di tensioni, aggressioni e instabilità regionale. Sono tempi estremamente pericolosi.


La fachada antidrogas de EE.UU.

Despliegue en el Caribe: denominación armada de la Doctrina Monroe 2.0

Franco Vielma

La “guerra contra las drogas”, impulsada por Estados Unidos, ha trascendido su retórica antidrogas para convertirse en una herramienta estratégica de injerencia en América Latina.

Bajo el señalamiento de “combatir el narcotráfico”, esta política ha permitido a Washington consolidar su posicionamiento político, económico y militar en la región, reproduciendo el despliegue de la hegemonía norteamericana.

Este año, el gobierno de Donald Trump ha traído consigo una nueva agenda de relanzamiento agresivo que es necesario analizar en perspectivas históricas y desde las particularidades del actual momento geopolítico.

“LUCHA ANTIDROGAS” Y POSICIONAMIENTO ESTRATÉGICO-MILITAR 

La relación agresiva de Estados Unidos ante el resto del continente tiene su punto de partida en las intervenciones históricas justificadas en bases doctrinales, como la Doctrina Monroe.

Desde las “Banana Wars“, o intervenciones militares en Centroamérica y el Caribe desde finales del siglo XIX, Estados Unidos construyó una relación físico-concreta con la región basada en el uso de la fuerza, la injerencia, la coerción y los estímulos, a fin de desplegar y consolidar sus intereses, desplazándose con “naturalidad” en su “área de influencia”.

Pero fue Richard Nixon quien delineó el inicio formal de la “guerra contra las drogas” en el continente americano al declarar el abuso de esas sustancias en su país como “enemigo público número uno” en 1971, lanzando una política que combinó represión doméstica con intervención en América Latina y el Caribe.

Es evidente que, desde hace 50 años, Estados Unidos ha dado forma a una política expansiva-regional antidrogas, tercerizando los factores causales del problema en torno a los narcóticos y determinando las responsabilidades en terceros países, en lugar de abordar el asunto de la población consumidora en suelo norteamericano, situación que ha convertido a ese país en el principal mercado-destino y nudo crítico central de la demanda e importación de estupefacientes. Los estadounidenses nunca desean mencionar la otra cara de la moneda.

Aunque las políticas antidrogas de Estados Unidos tenían antecedentes, como la prohibición de opio y marihuana en el siglo XX, Richard Nixon institucionalizó la estrategia moderna al crear la Administración para el Control de Drogas (DEA) en 1973 y promover tratados internacionales para criminalizar el narcotráfico. En América Latina, esto se tradujo en presión sobre países productores como Colombia y México para alinear sus políticas, sentando las bases de la militarización e injerencia que vendría en años posteriores.

En la era de Ronald Reagan tomó forma la arquitectura política, jurídica y militar que rige la estrategia antidrogas de Estados Unidos frente a Latinoamérica y el Caribe.

Con Reagan se intensificó significativamente la estrategia iniciada por Nixon, transformándola en un pilar de la política exterior estadounidense con un enfoque militarizado, ideológico y de contrainsurgencia.

Reagan amplificó la narrativa del narcotráfico como amenaza a la seguridad nacional, vinculándolo al “narcoterrorismo” para justificar intervenciones en la región, en el contexto de la Guerra Fría y el combate a movimientos izquierdistas.

El mandatario elevó el presupuesto antidrogas destinando recursos masivos a operaciones militares y de inteligencia en América Latina. En 1986, la Directiva de Seguridad Nacional 221 declaró al narcotráfico, por primera vez, como una “amenaza directa” a Estados Unidos, autorizando el uso de fuerzas militares en operaciones.

Esto marcó un cambio hacia la participación activa del Pentágono y la CIA en programas de operaciones conjuntas en países como Colombia, México, Bolivia y Perú, donde se desplegaron asesores militares y agentes de la DEA para entrenar fuerzas locales y realizar operativos.

Reagan promovió la expansión del Comando Sur y fortaleció la presencia militar en la región, aumentando el número de bases y personal en países como Panamá y Honduras bajo el pretexto de combatir el narcotráfico.

Del mismo modo, fue en la presidencia de Reagan donde se impulsó la lucha armada “antidrogas” aunada a una lucha contra las izquierdas en el contexto de la Guerra Fría.

No está de más recordarlo: el presidente estadounidense canalizó fondos de la lucha antidrogas para apoyar a los Contras en Nicaragua, un grupo contrarrevolucionario opuesto al gobierno sandinista. El escándalo Irán-Contra reveló que parte de este financiamiento provenía de actividades ilícitas, incluidas redes de narcotráfico toleradas por la CIA.

Años después, en Colombia, la asistencia en fondos antidrogas desde Estados Unidos se destinó a fortalecer el ejército colombiano contra las Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (FARC). Pero al mismo tiempo la DEA y el Comando Sur toleraban la colaboración de paramilitares y narcotraficantes como el Cartel de Medellín, quienes participaron conjuntamente con el Ejército colombiano en acciones contra el ejército revolucionario.

La ayuda estadounidense a Colombia (especialmente en pertrechos militares), junto a dinero del narcotráfico, aportes de empresarios colombianos y fondos del Ejército y la Policía Nacional de Colombia, alimentarían posteriormente la formación de las Autodefensas Unidas de Colombia (AUC), el mayor grupo paramilitar de derecha.

Estados Unidos ha sabido articular sus luchas ideológicas con la injerencia e intervenciones armadas regulares o irregulares bajo otros pretextos, incluyendo la lucha contra el narco.

En 2008, aunado al despliegue de la IV Flota y estrategias como el “Plan Colombia”, se amplificó la denominación militar de la supuesta lucha antidrogas en la nación neogranadina.

Esto incrementó el pie de fuerza norteamericano y su presencia militar en Colombia y la región, dando forma a una estructura de intereses compartimentada en la injerencia política, el ámbito económico y el despliegue armado.

En México y Centroamérica, la Iniciativa Mérida (desde 2008) ha canalizado miles de millones en equipo antidrogas y un afianzamiento de la presencia militar, especialmente en Honduras y El Salvador.

En el presente, el despliegue militar de Estados Unidos y su proyección regional ha tomado forma desde sus infraestructuras y centros de operaciones en Puerto Rico, Cuba (Guantánamo), Honduras, El Salvador, Aruba-Curazao, Panamá y Colombia como principales puntos logísticos y empleo de bases propias o bases nacionales de esos países para las distintas actividades del Comando Sur y la IV Flota.

EL NUEVO DESPLIEGUE EN EL CARIBE 

A diferencia de otras regiones del mundo, América Latina y el Caribe es en esencia una región políticamente estable y predominantemente segura, especialmente a falta de grandes conflictos armados entre países.

Los conflictos o situaciones de inseguridad prolongada que implican el uso de las armas, en Colombia y Haití, si bien han sido graves para esas naciones, no se han irradiado de manera catastrófica en la región, ni han comprometido profundamente la seguridad estratégica regional.

La presencia de potencias foráneas en el continente, como China y Rusia, ha sido estrictamente pacífica y se cimenta en relaciones políticas y comerciales con las naciones de la región. Aunque algunos gobiernos han construido acuerdos de dotación de armamento desde estos países, ni China ni Rusia tienen bases militares en este lado del mundo, ni han tenido presencia militar prolongada.

Pese a esas condiciones objetivas, y aún a falta de amenazas vitales y existenciales para Estados Unidos, la nación norteamericana ha logrado una hegemonía y control militar evidentes en su llamado “patio trasero”. Su despliegue presencial armado ha sido injustificado y desproporcionado en la región.

Nuevamente, Estados Unidos se reposiciona en el Caribe en nombre de la “lucha antidrogas”. El perímetro de acciones y el empleo de cuantiosos equipos militares no es realmente nuevo. Pero la fachada Caribe de Venezuela tiene ahora buques destructores con misiles guiados, buques de asalto anfibio, un buque crucero, un buque de combate litoral y un submarino de ataque de propulsión nuclear.

Otras amenazas en el aire incluyen aviones caza F-35, aviones drones de ataque y reconocimiento Reaper y aviones de vigilancia radioelectrónica.

Es evidente que la proporcionalidad y característica de estos elementos militares difieren de una operación antidrogas. Es en realidad una operación polivalente que, como fachada, persigue elementos del narcotráfico internacional, pero su nudo central es un cambio de régimen en Venezuela reafirmando el posicionamiento de Estados Unidos en el espacio continental.

Sin embargo, la proyección regional de Estados Unidos debe considerarse múltiple. Apunta a Venezuela, pero también a Colombia, México, Honduras. Crea una zona de exclusión marítima de facto, limitando las actividades económicas. Trump y J.D. Vance se han mofado de esto al indicar que ya nadie pesca en esa zona, lo cual implica un impacto en las economías locales del Caribe.

La extensión de la proyección física presencial de Estados Unidos en el continente impone una nueva cinética política-jurídica.

Una forma de comprender esto es notar que la operación en el Caribe está ajusticiando supuestos narcotraficantes, sin debido proceso judicial, sin que representen una amenaza directa a efectivos y pertrechos militares. Esta clara violación al derecho internacional debe encuadrarse en la lógica disruptiva de la propia operación militar en el Caribe.

Washington crea una zona de aseguramiento mediante una exagerada fuerza militar, una zona de exclusión de actividades económicas, sin mediar con gobiernos, sin respetar aguas jurisdiccionales, inhabilitando de hecho zonas económicas exclusivas y violentando hitos legales elementales como el derecho a la vida.

Estados Unidos está cambiando su interacción física-concreta con la región. La lleva a un nuevo espacio fáctico, extendiendo las fronteras jurídicas desde Estados Unidos, especialmente mediante la hiperutilización del término “narcoterrorismo” y la actividad narcotraficante como “causa de muerte” de estadounidenses.

Aplican esa lógica en el Caribe, como si se tratara del Lago Michigan, pero sin salvaguardar ciertas normas que sí cuidarían en el Lago Michigan. Pretenden hacer del Caribe un “mar de nadie”, una zona sin reglas.

Trump ha emitido designaciones de “organizaciones narcoterroristas” al Tren de Aragua y al llamado e inexistente Cartel de los Soles, pero al mismo tiempo su gobierno discurre frente al Tribunal Supremo de su país el empleo de la “Ley de Enemigos Extranjeros” que cataloga de “criminales” indiscriminadamente a población inmigrante venezolana en Estados Unidos.

El Caribe pasa a ser una extensión, muy prolongada, de la disputa por la extralimitación jurídica que la política de Trump aplica dentro de su país.

Hace poco, el mandatario indicó (en un desvarío comprensible por su edad) que 300 millones de estadounidenses habían muerto por drogas. Lo dijo para justificar el bombardeo de embarcaciones en el Caribe. Suponiendo que en realidad quería referir 300 mil muertes al año por sobredosis en Estados Unidos, ese dato también es erróneo. El Centro Nacional de Estadísticas de Salud de ese país indicó que en 2024 poco más de 80 mil personas murieron por sobredosis de drogas.

Trump también señaló que “cada barco con drogas desde Venezuela mata unas 25 mil personas, principalmente con fentanilo. Los eliminamos. Hemos eliminado cuatro (embarcaciones)”.

Es delirante plantear, sin ningún tipo de aval, prueba o informe exahustivo, que Venezuela produce fentanilo. E incluso, que cada embarcación con drogas que ingrese a Estados Unidos mate 25 mil ciudadanos, siendo evidente que a ese país ingresan miles de embarcaciones, aviones y camiones con miles de toneladas de drogas al año.

El presidente miente deliberadamente, estira los relatos para dar forma a su intención de extender las fronteras jurídicas. Todo mediante los mismos fines y estilos con los que se conjuga la presencia física y militar que ya han construido de facto en el Caribe.

CUESTIONES DE FONDO 

Desde vocerías de Washington, concretamente desde el Departamento de Estado, se habla del relanzamiento de una política enfocada en afianzar el “área de influencia” tradicional norteamericana. Desescalar el enfrentamiento geopolítico con China y Rusia en ciertas latitudes, y regresar al “espacio natural” americano. Y esto va aderezado con Doctrina Monroe 2.0 y nuevos discursos civilizatorios, como el de J. D. Vance, quien ha dicho que la reafirmación estadounidense apunta a “domar este continente salvaje”, vía “dominación regional” como un punto central de la seguridad hemisférica y “defensa de la civilización occidental”.

El supuesto repliegue táctico de Estados Unidos de otros frentes geopolíticos y teatros de operaciones se anuncia sin cierre de alguna base en Asia Occidental o Europa. Esa estructura sigue intacta. Tampoco es cierto que Washington haya regresado a la región, pues nunca se han ido.

Pero el planteamiento agresivo palpable en el Caribe sí es denominador de una agenda nueva agenda regida desde la supuesta lucha contra el narcotráfico como vector.

De esta manera se conjugan los ingredientes para un nuevo ciclo de tensiones, agresiones e inestabilidad regional. Son tiempos absolutamente peligrosos.

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