La settimana scorsa l’Assemblea Generale dell’ONU ha offerto un’occasione ideale per valutare e confrontare i meriti di alcuni governanti che di solito occupano le prime pagine della stampa internazionale. Andiamo al sodo.
Il discorso inaugurale, che spetta tradizionalmente al presidente USA, ha mostrato un Donald Trump più scomposto del solito, intento a inanellare falsità e incoerenze di ogni tipo. Ha esordito affermando che “gli USA sono stati benedetti con l’economia più forte, le frontiere più sicure, l’esercito più potente, le amicizie più solide e lo spirito più vigoroso di tutte le nazioni della Terra. Senza dubbio, questa è l’età d’oro degli USA”. È evidente che il suo “discorso incendiario” – così lo ha definito un quotidiano apertamente filo-yankee come La Nación in Argentina – dice più delle fantasie che offuscano la mente del vecchio presidente che non della dura realtà dei fatti. Vi è un indubitabile parallelismo tra la patologia discorsiva di Trump, caso estremo di egocentrismo, e quella che contraddistingue l’insaziabile cortigiano che abita la Casa Rosada: entrambi scorgono segni di prosperità in mezzo al disastro.
L’economia nordamericana è attraversata da gravi problemi strutturali: è schiacciata da un debito pubblico mostruoso di 37000 miliardi di $ (cioè 37 milioni di milioni, i “trillions” in inglese), pari al 123% del PIL. Ha un deficit pubblico previsto per il 2025 del 6,1% del PIL – dunque, secondo Milei, Trump sarebbe l’incarnazione stessa del “degenerato fiscale” – e un disavanzo commerciale di circa 918 miliardi di $ nel 2024. Per quanto riguarda la concentrazione della ricchezza, le cifre USA sono semplicemente scandalose: il 10% più ricco detiene poco più del 70% della ricchezza nazionale, mentre il restante 90% della popolazione si contende le briciole del 30% residuo. Altri indicatori smentiscono la favoleggiata “età dell’oro” proclamata da Trump: calo della competitività industriale, egemonia del parassitario capitale finanziario, impoverimento dei ceti medi e ritardo tecnologico rispetto alla Cina.
Inoltre, nel suo intervento si è attribuito il merito di aver posto fine a sette guerre – un delirio palese – e di aver respinto, in pochi mesi, la “colossale invasione” che secondo lui attraverserebbe il confine sud, composta da gente della peggior specie: banditi fuggiti di prigione (o liberati in modo premeditato da governi ostili agli USA per esportare il crimine dall’altro lato della frontiera9, pazienti fuggiti da istituzioni psichiatriche e narcotrafficanti. Ubriaco delle proprie parole, ha minacciato di utilizzare il “potere supremo delle forze armate USA per distruggere i terroristi venezuelani e le reti di traffico guidate da Nicolás Maduro”. Ha condannato i “terroristi di Hamas per le loro atrocità”, ma ha taciuto vergognosamente sul genocidio industriale perpetrato dal regime sionista israeliano con il pieno appoggio di Washington e delle capitali europee. E, nonostante le continue menzioni al terrorismo, Trump non ha fatto alcun riferimento alla scandalosa presenza all’Assemblea Generale di Abú Mohamed al Golani, ex capo del gruppo jihadista Hayat Tahrir al-Sham, filiale di Al-Qaeda, che con l’aiuto di Israele e degli USA ha rovesciato Bashar al-Assad e si è insediato come presidente della Siria sotto il nome di Ahmed al Shara. La benedizione di Washington e delle “democrazie occidentali” ha compiuto il miracolo di trasformare un tagliatore di teste e fucilatore seriale di infedeli e oppositori in un rispettabile capo di Stato mediorientale. La verità è che fanno ribrezzo.
Per contrasto, i discorsi di Luiz Inácio Lula da Silva e di Gustavo Petro hanno rappresentato esempi di sobrietà, aderenza ai fatti e notevole forza argomentativa – agli antipodi delle allucinazioni di Trump. Lula ha attaccato duramente Washington di attentare alla sovranità brasiliana, per la sua ingerenza nel processo giudiziario contro Jair Bolsonaro per la sua partecipazione al fallito tentativo golpista dell’8 gennaio 2023. Ha anche accusato gli USA come “complici del genocidio a Gaza” ed ha inoltre condannato i bombardamenti di imbarcazioni nel Caribe – di cui non si sa nulla: se le vittime fossero migranti, narcotrafficanti, pescatori né la loro identità, né quanti fossero e come mai il presunto carico di stupefacenti non è stato maii sequestratodalle forze USA. In linea con questa critica ha denunciato la nuova inclusione di Cuba nella lista dei paesi patrocinatori del terrorismo. Lula ha esortato il dialogo tra Venezuela e USA e ha insistito sulla necessità di riformare l’ONU e l’Organizzazione Mondiale del Commercio per eliminare le misure coercitive unilaterali che danneggiano il commercio internazionale e infliggono enormi sofferenze alle popolazioni colpite.
Gustavo Petro ha pronunciato un discorso più lungo e al contempo più combattivo nei confronti del governo USA. Oserei dire che, per la sua franchezza radicale, sia stato una sorta di continuazione della celebre orazione del Comandante Hugo Chávez in quello stesso podio nel 2006, quando denunciò che “Ieri qui è stato il diavolo; si sente ancora odore di zolfo”, riferendosi a George W. Bush (figlio). Petro ha criticato la fallimentare politica antidroga di Washington, definendola un comodo pretesto per estorcere i popoli e i governi dell’America Latina. Ha denunciato inoltre l’assassinio di “giovani poveri e disarmati” da parte di missili USA nel Mar dei Caraibi – crimine che, con barbarie inaudita, il governo Trump ha ripetuto proprio venerdì scorso, mentre scrivo queste righe.
Dopo aver dimostrato che il suo è stato il governo che più e meglio ha combattuto il narcotraffico in Colombia, Petro ha denunciato che, forse proprio per questo, l’amministrazione Trump ha “decertificato” il suo governo, accusandolo di non collaborare nella lotta al narcotraffico promossa da Washington. Come Lula, ha definito genocidio ciò che accade a Gaza, ma è andato oltre: ha proposto la creazione di una forza armata internazionale dipendente dall’Assemblea Generale – e non dallo screditato Consiglio di Sicurezza dell’ONU – con il mandato di fermare il genocidio del regime sionista israeliano. Ha concluso la sua brillante allocuzione, in parte improvvisata rispetto al testo preparato, con una fervente difesa delle energie rinnovabili per porre fine alla distruzione ambientale e alla catastrofe climatica aggravata dalle politiche di Trump, volte irresponsabilmente ad espandere l’uso dei combustibili fossili.
L’unica stonatura in questo coro di dignità latinoamericana è venuta dal presidente argentino Javier Milei, che ha elogiato senza riserve la gestione di Trump negli USA, dimostrando che la sua vocazione di servo dell’impero non conosce limiti. Alla sua totale subordinazione ai dettami di Washington – che oggi decide e disfa la politica economica argentina – si aggiunge la sua criminale difesa del regime neonazista israeliano e il totale negazionismo del genocidio palestinese. Con Milei, l’Argentina si trova isolata non solo dai suoi vicini latinoamericani, ma da tutto il Sud Globale. I voti dell’Argentina all’Assemblea Generale dell’ONU mostrano un’allineamento quasi totale con quelli di USA ed Israele, qualcosa che non si era visto neppure sotto il governo di Carlos Menem, che pure aveva teorizzato le “relazioni carnali” con il paese del Nord. La vile sottomissione di Milei ai dettami di Washington è un’aberrazione senza precedenti nella storia argentina, e si spera che, più prima che poi, possa essere finalmente corretta.
(Tratto da Página 12)
Dispares melodías en la Asamblea General de la ONU
Por: Atilio Borón
La semana pasada la Asamblea General de la ONU ofreció una oportunidad inmejorable para evaluar y comparar los méritos de algunos gobernantes que suelen ocupar las primeras planas de la prensa internacional. Vamos al grano.
El discurso inaugural que siempre corresponde al presidente de Estados Unidos mostró a un Donald Trump más desaforado que de costumbre e incurriendo en todo tipo de falsedades e incoherencias. Comenzó afirmando, que “Estados Unidos ha sido bendecido con la economía más fuerte, las fronteras más seguras, el ejército más poderoso, las amistades más sólidas y el espíritu más fuerte de todas las naciones de la Tierra. Sin duda, esta es la edad de oro de Estados Unidos”. Es obvio que su “incendiario discurso” –así lo califica un diario abiertamente pro-yankee como La Nación en Argentina– habla más de las fantasías que enturbian la mente del anciano presidente que de los duros datos de la realidad. Hay un indudable paralelismo entre la patología discursiva de Trump, un caso extremo de egocentrismo, y la que caracteriza al insaciable lambiscón que habita la Casa Rosada: ambos ven signos venturosos en medio de la debacle.
La economía norteamericana está atravesada por gravísimos problemas estructurales: está agobiada por una deuda pública monstruosa de 37 billones de dólares (o sea, 37 millones de millones de dólares, que en inglés son 37 trillions), lo que equivale al 123 % de su PBI. Tiene un déficit público pronosticado para el 2025 del 6.1 % del PBI, o sea que según Milei Trump sería la personificación misma del “degenerado fiscal”; y un desequilibrio en la balanza comercial del orden de los 918.000 millones de dólares durante el año 2024. En lo tocante a la concentración de la riqueza las cifras estadounidenses sólo pueden calificarse como escandalosas: el 10% más rico se apropia de poco más del 70 % de la riqueza nacional mientras que el 90% de la población pugna por apoderarse las migajas del 30% restante. Otros indicadores desmienten la ilusoria “edad de oro” proclamada por Trump en su discurso: caída en la competitividad industrial, hegemonía del parasitario capital financiero, empobrecimiento de las capas medias y retraso en la carrera de las nuevas tecnologías por comparación con China.
Aparte, en su discurso se adjudicó el mérito de haber finalizado siete guerras, un notorio delirio; dijo que en pocos meses logró repeler la, según sus dichos, colosal invasión que penetra por su frontera sur y compuesta por gentes de la peor ralea: bandidos escapados de las cárceles (o liberados premeditadamente por gobiernos enemigos de EEUU para exportar el crimen al otro lado de la frontera), pacientes fugados de instituciones psiquiátricas y narcotraficantes. Embriagado por sus propias palabras amenazó con utilizar el “poder supremo de los militares de Estados Unidos para destruir a los terroristas venezolanos y las redes de tráfico lideradas por Nicolás Maduro.” Condenó a los “terroristas de Hamás por sus atrocidades” pero guardó un vergonzoso silencio sobre el genocidio a escala industrial siendo practicado por el régimen sionista israelí con el firme apoyo de Washington y las capitales europeas. Y pese a sus repetidas referencias al terrorismo Trump no hizo mención alguna a la escandalosa presencia en la Asamblea General de Abú Mohamed al Golani, ex líder del grupo jihadista Hayat Tahrir al Sham, una filial de Al-Qaeda, que con la ayuda de Israel y Estados Unidos derrocó a Bashar al-Ásad y se posesionó como presidente de Siria bajo el nombre de Ahmed al Shara. La bendición de Estados Unidos y las potencias democráticas de Occidente obró el milagro de convertir a un degollador y fusilador serial de infieles y opositores en un respetable mandatario de un país de Oriente Medio. La verdad es que dan asco.
Por contraposición los discursos de Luiz Inácio Lula da Silva y el de Gustavo Petro fueron muestras de sobriedad, apego a los datos de la experiencia (en las antípodas de las alucinaciones de Trump) y una gran elocuencia argumentativa. Lula atacó duramente a Washington por atentar contra la soberanía brasileña al entrometerse en el juicio contra Jair Bolsonaro por su participación en la frustrada tentativa golpista del 8 de enero del 2023. No sólo eso, también acusó a Estados Unidos de ser “cómplice del genocidio en Gaza” y condenó el bombardeo a las lanchas en el Caribe, de las cuales nada se sabía: si eran migrantes, narcotraficantes, pescadores, ni cuántos eran y cómo fue que su supuesto cargamento de estupefacientes no fue incautado por las fuerzas estadounidenses. En línea con esta crítica el presidente brasileño fustigó la nueva inclusión de Cuba en la lista de países patrocinadores del terrorismo al paso que exhortó la necesidad del diálogo entre Venezuela y los Estados Unidos y abogó por avanzar en la reforma de la ONU y de la Organización Mundial de Comercio, para erradicar las medidas coercitivas unilaterales que atentan contra el comercio internacional y provocan enormes sufrimientos en las poblaciones afectadas.
Gustavo Petro hizo un discurso más extenso y, al mismo tiempo, más beligerante en relación al gobierno de Estados Unidos. Me atrevería a decir que por su franca radicalidad fue una suerte de continuación de la célebre intervención del Comandante Hugo Chávez en ese mismo podio, en 2006, cuando denunció que “Ayer estuvo el diablo aquí, en este mismo lugar, huele a azufre todavía”, en alusión a la presencia de George W. Bush (hijo). Petro criticó a la política antidrogas de Washington. Es un fracaso absoluto pero, dijo, es un pretexto muy conveniente para extorsionar a los pueblos y gobiernos de Latinoamérica. Criticó también el asesinato de “jóvenes pobres y desarmados” por misiles estadounidenses en aguas del Caribe, crimen que en un alarde de salvajismo el gobierno de Trump volvió a cometer este viernes mientras escribo esta nota.
Después de demostrar que fue su gobierno quien más y mejor combatió al narcotráfico en Colombia denunció que, tal vez por eso, la Administración Trump “descertificó” a su gobierno porque, supuestamente, no colabora en la lucha contra el narcotráfico que promueve Washington. Tal como lo hiciera Lula, calificó de genocidio lo que estaba ocurriendo en Gaza pero fue un paso más allá: propuso la creación de una fuerza armada internacional dependiente de la Asamblea General y no del desprestigiado Consejo de Seguridad de la ONU con potestades suficientes para detener el genocidio del régimen sionista de Israel. Petro remató su brillante alocución, parte de la cual fue improvisada al margen del documento que había traído, con una fervorosa defensa de las energías renovables para poner fin a la destrucción del medio ambiente y la catástrofe climática acentuada por las políticas de Trump de promover irresponsablemente la expansión en el uso de los combustibles fósiles.
La excepción a estas demostraciones de dignidad latinoamericana estuvo a cargo del presidente argentino, Javier Milei, que elogió sin reservas la gestión de Donald Trump en Estados Unidos y demostró que su pasión por ser el lamebotas mayor del imperio no tiene límites. A su absoluta subordinación a los dictados de Washington, que hoy es quien hace y deshace la política económica de la Argentina, añade su criminal defensa del régimen neonazi de Israel y su total negacionismo del genocidio palestino. Con Milei la Argentina está aislada no sólo de sus vecinos latinoamericanos sino de todos los países del Sur Global. Las votaciones de Argentina en la Asamblea General de la ONU demuestran una casi total coincidencia con los votos de Estados Unidos e Israel, algo que ni siquiera existió durante el gobierno de Carlos S. Menem que había proclamado la necesidad de mantener una política de “relaciones carnales” con el país del Norte. La abyecta sumisión de Milei a los dictados de Washington es una aberración que no tiene precedentes en la historia argentina y que, esperemos, más pronto que tarde pueda ser debidamente corregida.
(Tomado de Página 12)

