Il Messico dimostra il fallimento della guerra militarizzata contro il narcotraffico

Più costi che benefici

Eder Peña

Nel dicembre 2006, l’allora presidente messicano Felipe Calderón dispiegò l’esercito per combattere i cartelli della droga, segnando l’inizio formale di una guerra destinata a definire il XXI secolo nel Paese. Questa offensiva, sostenuta politicamente e finanziariamente dagli USA nell’ambito dell’Iniziativa Mérida, trasformò la violenza criminale e la sicurezza nazionale.

Nel corso di tre sessenni, le strategie hanno oscillato tra la confrontazione militarizzata, la ricentralizzazione retorica e l’ambiguità della “pace e fraternità”. Quella che era stata presentata come una strategia di sicurezza si è convertita in una guerra prolungata che ha lasciato oltre 450000 morti e scomparsi, secondo i registri delle organizzazioni civili.

Il conflitto armato prolungato è stato alimentato dalla militarizzazione, dalla frammentazione criminale, dal flusso di armi – soprattutto provenienti dagli USA – e dalla trasformazione del Messico in paese produttore, di transito e di consumo di droghe sintetiche. È uno specchio della relazione asimmetrica con il vicino del Nord, principale consumatore di stupefacenti e fonte di armamenti illegali, che coinvolge attori transnazionali beneficiari di un lucroso affare globale.

SESSENNIO DI FELIPE CALDERÓN (2006-2012): MILITARIZZAZIONE E FRAMMENTAZIONE CRIMINALE

L’arrivo di Calderón alla presidenza fu segnato da una legittimità contestata dopo un’elezione molto combattuta. In tale contesto, lanciare un’offensiva frontale contro il narcotraffico divenne una strategia per consolidare la propria autorità e rispondere alla crescente violenza tra cartelli.

L’11 dicembre 2006 fu avviata l’“Operazione Congiunta Michoacán” con il dispiegamento di migliaia di effettivi militari. Questa decisione segnò una rottura con i precedenti accordi di non aggressione e ricevette un appoggio cruciale con l’Iniziativa Mérida del 2008, attraverso la quale gli USA destinarono oltre 3,2 miliardi di $ in assistenza per sicurezza, intelligence e forniture militari.

L’obiettivo dichiarato era “decapitare” i cartelli mediante la cattura o l’eliminazione dei loro capi. Durante il suo mandato furono arrestate 96 persone appartenenti a 8 diversi cartelli, principalmente dei Los Zetas (37), del cartello dei Beltrán Leyva (17) e del cartello di Sinaloa (15). Tuttavia, questo successo tattico ebbe conseguenze strategiche disastrose: la frammentazione dei grandi cartelli – Sinaloa, Golfo, Beltrán Leyva – non indebolì la criminalità organizzata, ma provocò un’esplosione di violenza. Sorsero nuovi gruppi più violenti e decentralizzati, come i Zetas e il Cartello di Jalisco Nueva Generación (CJNG), che si contesero ferocemente territori e piazze.

Le cifre parlano da sole: durante il sessennio di Calderón si registrarono oltre 60000 omicidi legati alla criminalità organizzata. Il tasso di omicidi dolosi passò da 8867 nel 2007 a 27199 nel 2011. Il conflitto generò una crisi umanitaria con circa 250000 sfollati, 30000 scomparsi, 20000 orfani e 5000 bambini uccisi. L’“efficacia” militare fu pagata con un costo sociale immenso, ponendo le basi di una guerra di lunga durata.

La corruzione fu una marca indelebile di questa militarizzazione della presunta lotta al narcotraffico. Genaro García Luna, segretario alla Sicurezza Pubblica e architetto della strategia antinarco, fu arrestato in Texas nel 2019 per aver protetto il cartello di Sinaloa in cambio di tangenti milionarie.

ENRIQUE PEÑA NIETO (2012-2018): CAMBIO DISCURSIVO E CONTINUITÀ SOTTOSTANTE

Con la promessa di ridurre la violenza e puntare sulla prevenzione, Enrique Peña Nieto cercò di distanziarsi dalla retorica bellica del suo predecessore. Inizialmente smise di pubblicizzare gli arresti di narcotrafficanti, ma nella pratica mantenne la strategia militarizzata, mentre la crisi dei diritti umani si aggravava.

La sua strategia, battezzata come “Strategia Nazionale di Prevenzione Sociale della Violenza e della Delinquenza”, cercava, nel discorso, di spostare l’enfasi dalla cattura dei capi alla riduzione degli omicidi e dei delitti di forte impatto contro i cittadini. Fu annunciata la creazione di una Gendarmeria Nazionale e si tentò di ridurre il protagonismo mediatico delle azioni contro il narcotraffico.

Il numero di truppe militari aumentò del 50% rispetto all’amministrazione calderonista. Il totale delle forze militari che partecipavano alle operazioni della lotta contro il narcotraffico passò da 50000 a 76500 tra il 2012 e il 2013. Inoltre, più di 20000 membri della Polizia Federale presero parte anch’essi a tali attività.

I suoi risultati più pubblicizzati furono catture significative come quella di Joaquín “El Chapo” Guzmán nel 2014 e nel 2016, e di capi dei Zetas e del Cartello dei Beltrán Leyva. Tuttavia, queste azioni non riuscirono a pacificare il Paese. La violenza si ricentrò e mutò: emersero con forza gruppi di delinquenza organizzata di portata regionale e il CJNG si affermò come un potere egemonico in vaste regioni del Paese.

Il caso di violenza istituzionale più rilevante fu la sparizione forzata dei 43 studenti normalisti di Ayotzinapa nel 2014, con la presunta partecipazione di autorità municipali e di polizia; inoltre, è stato rivelato recentemente che l’Amministrazione per il Controllo della Droga (DEA) degli USA avrebbe occultato informazioni rilevanti sull’accaduto. In quello stesso anno avvenne anche il massacro di Tlatlaya, dove soldati eseguirono extragiudizialmente 22 persone. Entrambi gli episodi si trasformarono in simboli internazionali dell’impunità e della collusione tra Stato e crimine.

Le statistiche mostrano un peggioramento della sicurezza pubblica. Il sessennio di Peña Nieto si chiuse con 156437 omicidi, 34824 in più rispetto all’amministrazione di Felipe Calderón, il che rappresentò la cifra più alta degli ultimi quattro sessenni. La strategia della “pace simulata”, come venne criticata, consistette nella continuazione del modello calderonista con una gestione della comunicazione diversa, ma con risultati altrettanto tragici.

Colui che fu ministro della Difesa del Messico per tutto il governo di Peña Nieto, Salvador Cienfuegos, fu arrestato a Los Angeles tra accuse di narcotraffico e riciclaggio di denaro proveniente dalla droga tra il 2015 e il 2017, quando faceva parte del gabinetto.

La corruzione strutturale, l’impunità – il 98% dei delitti non risolti – e la mancanza di professionalizzazione della polizia impedirono qualsiasi reale progresso; continuarono a essere fattori chiave del problema, ma non furono affrontati in modo efficace. Ciò dimostrava che, senza una profonda riforma istituzionale, le operazioni militari erano insufficienti.

ANDRÉS MANUEL LÓPEZ OBRADOR (2018-2024): APPROCCIO STRUTTURALE IN PIENA INERZIA DELLA MILITARIZZAZIONE

Andrés Manuel López Obrador (AMLO) arrivò alla presidenza con una critica feroce alla strategia dei suoi predecessori. Propose un cambio di paradigma sotto lo slogan “Abbracci, non proiettili”. Tuttavia, il suo governo rimase avvolto nell’inerzia della militarizzazione della sicurezza pubblica, anche se la retorica era pacificatrice. Il suo governo creò la Guardia Nazionale, un corpo di natura civile ma sotto comando militare.

Tra i risultati rivendicati dalla sua amministrazione vi sono la cattura di diversi capi, come Ovidio Guzmán López. Tuttavia, la violenza non diminuì in modo sostanziale, con un numero di circa 30000 omicidi all’anno durante il suo mandato I cartelli hanno diversificato le loro attività; secondo la DEA, i cartelli di Sinaloa e CJNG sono responsabili della grande maggioranza del narcotraffico negli USA, fornendo metanfetamine, cocaina, eroina, marijuana e altre droghe.
Una quantità sempre maggiore di fentanil, la principale causa di overdose negli USA, sarebbe anch’essa contrabbandata attraverso la frontiera sud da questi cartelli e dai loro soci.

La strategia di non-scontro è stata interpretata da alcuni analisti come una tolleranza tacita che ha permesso ai gruppi criminali di consolidare il loro controllo territoriale ed economico. Tuttavia, si discute poco dei fallimenti della militarizzazione, che non affronta le cause strutturali del Messico – punto sul quale AMLO accentuò le linee di azione.

L’Informe Mundial sobre las Drogas 2025 ha rivelato che i cartelli messicani generano 12,1 miliardi di $ annuali attraverso il traffico di cocaina, eroina e metanfetamine, il che li colloca come le organizzazioni criminali più redditizie del mondo in questo settore.

L’approccio strutturale alla povertà messicana ha permesso di gettare le basi per superare le cause strutturali che inducono parte della popolazione a lavorare per l’economia illegale. Il governo di AMLO ottenne importanti progressi come l’aumento delle pensioni, la riduzione della povertà, la creazione di impieghi, il rafforzamento dell’economia, la realizzazione di progetti infrastrutturali e una risposta efficace ai disastri naturali.

LA REDDITIVITÀ DELLA VIOLENZA LIQUIDA

La mappa del crimine organizzato in Messico è dinamica ed è evoluta al ritmo delle politiche di sicurezza. Durante l’offensiva di Calderón, i grandi cartelli si frammentarono, dando origine a uno sciame di organizzazioni più piccole ma altrettanto violente.

I cartelli messicani sono passati da strutture gerarchiche a organizzazioni più orizzontali e frammentate. La guerra è mutata da un conflitto tra questi gruppi per le rotte della droga a una disputa per il controllo dei territori dove si realizzano attività di estorsione, sequestro e spaccio al dettaglio:

  • Cartello di Sinaloa (CDS): attualmente diviso in fazioni (Los Chapitos, Mayo Zambada), mantiene il controllo delle rotte verso gli USA. Storicamente guidato da “El Chapo”, rimane una delle strutture più potenti, con una presenza globale nel traffico di fentanil e metanfetamine. La sua rete è sofisticata e si è adattata alla frammentazione con divisioni interne.
  • Cartello Jalisco Nueva Generación (CJNG): controlla 24 stati ed è guidato da Nemesio Oseguera Cervantes, “El Mencho”. Possiede un’ampia rete di distribuzione in Europa e Asia, nonostante sia il gruppo di più rapida crescita dal 2011. Si caratterizza per la violenza estrema, le tattiche di tipo militare – uso di droni, esplosivi artigianali, uniformi contraffatte – e un dominio territoriale espansivo, in competizione diretta con il CDS.
  • Altri gruppi: esistono cartelli storici frammentati come La Familia Michoacana, Los Viagras, La Unión Tepito, Santa Rosa de Lima, resti dei Zetas, Guerreros Unidos, Cartello del Golfo, tra altri nuovi gruppi locali dediti allo spaccio e a delitti di forte impatto sociale. Utilizzano una violenza brutale per assicurarsi il controllo locale e hanno diversificato i propri affari verso l’estorsione, la miniera illegale e le piantagioni di avocado.

La guerra ha catalizzato l’evoluzione morfologica e tattica della violenza fino a renderla capace di affrontare diversi ostacoli e di sfruttare i vantaggi offerti dalla liberalizzazione economica della regione. L’offensiva calderonista trasformò un panorama criminale di oligopoli relativamente stabili in un mercato iper-frammentato e competitivo. La scomparsa di cartelli come quello dei Beltrán Leyva creò un vuoto che fu colmato da queste entità, più aggressive e diversificate.

La loro evoluzione tattica è stata notevole. Hanno sviluppato sofisticate capacità di intelligence, cyberattività e finanza. Le tattiche si sono raffinate, includendo l’uso di droni armati e corazze artigianali – un’evoluzione ampiamente documentata. Nel frattempo, la loro violenza si è strumentalizzata, usando la diffusione di esecuzioni brutali e la seminagione del terrore come strumenti di controllo territoriale e di negoziazione.

In questo modo è aumentato il controllo di economie illecite diversificate come l’estorsione generalizzata (il cosiddetto cobro de piso), il traffico di migranti, il furto di idrocarburi e lo sfruttamento di risorse naturali come l’avocado e il legno. Questa adattabilità dimostra la resilienza di tali organizzazioni di fronte a politiche statali centrate quasi esclusivamente sull’uso della forza.

L’economia criminale messicana genera entrate annuali di miliardi di $. Secondo la DEA, recentemente il Messico si è consolidato come un centro globale di produzione di droghe sintetiche su larga scala, in particolare di fentanil, il che ha trasformato la dinamica criminale e le alleanze internazionali.

Secondo Oswaldo Zavala, nel suo libro Los cárteles no existen, queste organizzazioni non operano più come strutture piramidali, ma come reti fluide la cui resilienza si basa sul controllo territoriale.

Fonti interne del Dipartimento di Giustizia consultate da media internazionali affermano che, tenendo conto dell’inflazione degli ultimi 15 anni, il narcotraffico in Messico genera tra 37 e 58 miliardi di $ annui solo per il denaro contante che ritorna nel Paese, superando il PIL di vari paesi dell’America Centrale.

Il fentanil è diventato il prodotto più redditizio: un chilo di precursore chimico costa 2000 $ e si vende a 2 milioni nelle strade USA. Inoltre, i cartelli incassano 3 miliardi di $ annui dall’estrazione mineraria illegale (ferro, carbone, oro) e 1,5 miliardi dall’estorsione di trasportatori e produttori di avocado e limone.

Il consumo interno di droghe è aumentato: secondo l’Indagine Nazionale sul Consumo 2022, 5,3 milioni di messicani hanno fatto uso di droghe illegali, un incremento dell’87% rispetto al 2016, con predominanza di metanfetamine e fentanil.

CIRCOLO VIZIOSO DI MILITARIZZAZIONE, VIOLENZA E TRAFFICO DI ARMI

La militarizzazione della sicurezza pubblica è stata una costante in crescita. Da risorsa d’emergenza sotto Calderón, le Forze Armate si sono trasformate nell’attore centrale e inamovibile della sicurezza.

Questo conflitto interno si alimenta di un flusso costante di armi da fuoco provenienti dall’estero. Si stima che oltre il 70% delle armi illegali sequestrate in Messico siano trafficate dagli USA. Il rapporto Conflagración en México (2019) descrive come il traffico si realizzi attraverso un’“architettura dell’impunità” alla frontiera.

Il flusso è massiccio: secondo il governo messicano, centinaia di migliaia di armi attraversano la frontiera ogni anno. Questo commercio illegale è facilitato da leggi permissive sul controllo delle armi negli USA, in particolare dalla “Legge di Protezione del Commercio Legale delle Armi”, che rende difficile perseguire i fabbricanti, e dalla proliferazione delle fiere di armi.

Il problema passa per gli USA e si “globalizza”. Documenti della Commissione Messicana di Difesa e Promozione dei Diritti Umani (CMDPDH) segnalano la partecipazione di imprese e governi di altri paesi. Israele è stato un fornitore significativo di armi e tecnologia di sorveglianza. Allo stesso modo, paesi europei come Italia, Spagna e Germania hanno esportato armi lunghe e munizioni che, legalmente o per deviazione, sono finite nel conflitto messicano. Questo commercio internazionale arma entrambi i fronti del conflitto, perpetuando un ciclo di violenza.

La domanda di droghe al nord e l’offerta di armi nella stessa direzione creano un circolo vizioso di violenza e morte. Fucili d’assalto Galil israeliani, granate di frammentazione tedesche e fucili di precisione austriaci sono stati sequestrati a gruppi criminali. Questa dinamica genera un circolo vizioso: più armi → più violenza → più militarizzazione → più domanda di armi da parte dei cartelli.

Questa internazionalizzazione del traffico d’armi mostra che la guerra in Messico è un conflitto con profonde radici transnazionali. L’industria bellica globale, con una forte partecipazione USA ed europea, ha trasformato il Messico in un mercato secondario ad alto rischio, mentre la mancanza di cooperazione effettiva da parte di Washington nel controllo delle esportazioni aggrava la crisi.

CHIUSURA E BILANCIO: CIFRE CHIAVE

*Omicidi dolosi accumulati tra il 2006 e il 2023: 380000. Il tasso è salito da 8,5 per 100000 abitanti nel 2007 a 24 nel 2023. Tuttavia, secondo un recente rapporto sull’incidenza delittuosa, da giugno 2024 a giugno 2025 la media giornaliera di omicidi dolosi a livello nazionale è scesa da 89,3 a 65,6.

*Secondo i dati del Registro Nazionale delle Persone Scomparse e Non Localizzate (RNPDNO), tra il 2006 e il 2022 si sono registrate in Messico 218885 persone scomparse, non localizzate e localizzate.

*Secondo la Segreteria della Difesa Nazionale (Sedena), tra gennaio 2007 e dicembre 2022 furono sequestrate 186000 armi, il 13% di esse durante il sessennio di AMLO.

*Tra dicembre 2018 e giugno 2024, i corpi di sicurezza hanno identificato e distrutto 2592 laboratori clandestini di metanfetamina. Durante l’attuale amministrazione di Sheinbaum, ne sono stati smantellati 1564.

*La spesa pubblica in sicurezza e difesa è aumentata da 3 miliardi di $ nel 2006 a 11,8 miliardi nel 2023.

*Secondo Human Rights Watch, tra il 2010 e il 2022 le procure statali hanno aperto circa 300000 indagini per omicidio doloso, e solo in 51000 casi si è potuto identificare formalmente un sospettato — cioè un tasso di risoluzione del 17%.

*Secondo uno studio pubblicato su Science, nel 2022 il narcotraffico era il quinto datore di lavoro del Messico, con circa 175000 persone coinvolte e un volume d’affari di circa 6 miliardi di $i annui.

La guerra contro il narcotraffico ha prodotto uno scenario complesso per un paese il cui peso nella regione latinoamericana e caraibica è indiscutibile. L’evoluzione del conflitto tra lo Stato messicano e il crimine organizzato legato al narcotraffico è caratterizzata dalla sua elevata letalità, dalla profonda militarizzazione, dalla resilienza delle organizzazioni criminali e da un contesto internazionale che perpetua la violenza. Da ciò si può concludere che:

^La strategia di scontro militare del 2006 ha soltanto frammentato i cartelli, facendo schizzare il tasso di omicidi volontari a livelli storici e generando una crisi umanitaria con più di 200000 persone scomparse.

^La violenza è alimentata dal flusso incessante di armi illegali provenienti dagli USA e dal dirottamento di armamenti legali da paesi europei e da Israele, in violazione delle normative internazionali. Due milioni di armi illegali e una domanda insaziabile di droghe finanziano la violenza.

^I cartelli si sono evoluti in strutture ibride, imprenditoriali e paramilitari, al di là del controllo statale. Hanno approfittato dell’instabilità e dell’elevata domanda di droghe proveniente dagli USA per espandere il proprio controllo territoriale, diversificare le attività e consolidarsi come poteri di fatto in vaste aree del paese.

^La “Guerra alla Droga” ha fallito nei suoi obiettivi principali. È costata centinaia di migliaia di vite umane e ha consolidato il potere dei gruppi armati, dimostrando l’urgente necessità di una strategia integrale e smilitarizzata.


Más costos que beneficios

México demuestra el fracaso de la guerra militarizada contra el narco

Eder Peña

En diciembre de 2006 el entonces presidente mexicano, Felipe Calderón, desplegó al ejército para combatir a los cárteles de la droga, marcando el inicio formal de una guerra que definiría el siglo XXI en ese país. Esta ofensiva, apoyada política y financieramente por Estados Unidos bajo la Iniciativa Mérida, transformó la violencia criminal y la seguridad nacional.

A lo largo de tres sexenios, las estrategias han oscilado entre la confrontación militarizada, la recentralización discursiva y la ambigüedad de la “paz y fraternidad”. Lo que se presentó como una estrategia de seguridad se convirtió en una guerra prolongada que ha dejado más de 450 mil muertos y desaparecidos, según registros de organizaciones civiles.

El conflicto armado prolongado ha sido alimentado por la militarización, la fragmentación criminal, el flujo de armas –sobre todo desde Estados Unidos– y la consolidación de México como país productor, tránsito y consumidor de drogas sintéticas. Es un espejo de la relación asimétrica con el vecino del norte, principal consumidor de drogas y fuente de armamento ilegal, e involucra a actores transnacionales que se benefician de un lucrativo negocio global.

SEXENIO DE FELIPE CALDERÓN (2006-2012): MILITARIZACIÓN Y FRAGMENTACIÓN CRIMINAL

La llegada de Felipe Calderón a la presidencia estuvo marcada por una legitimidad cuestionada tras una elección reñida. En este contexto, lanzar una ofensiva frontal contra el narcotráfico se convirtió en una estrategia para consolidar autoridad y responder a la creciente violencia intercarteles.

El 11 de diciembre de 2006 se inició la “Operación Conjunta Michoacán” con el despliegue de miles de efectivos militares. Esta decisión marcó una ruptura con los acuerdos de no-agresión de administraciones anteriores y recibió un respaldo crucial con la Iniciativa Mérida en 2008, mediante la cual Estados Unidos comprometió más de 3 mil 200 millones de dólares en asistencia para seguridad, inteligencia y equipo militar.

El objetivo declarado era “decapitar” a los cárteles mediante la captura o eliminación de sus líderes. Durante su mandato, fueron detenidas 96 personas de ocho diferentes cárteles, principalmente de Los Zetas (37); del Cártel de los Beltrán Leyva (17) y del Cártel de Sinaloa (15). Sin embargo, este éxito táctico tuvo consecuencias estratégicas desastrosas debido a que la fragmentación de los grandes cárteles –como el de Sinaloa, Golfo y Beltrán Leyva– no debilitó al crimen organizado, sino que provocó una explosión de violencia. Surgieron nuevos grupos más violentos y descentralizados, como los Zetas y el Cártel de Jalisco Nueva Generación (CJNG), que se disputaron ferozmente los territorios y plazas.

Las estadísticas son elocuentes. Según datos oficiales, durante el sexenio de Calderón se registraron más de 60 mil homicidios relacionados con la delincuencia organizada. La tasa de homicidios dolosos se disparó desde 8 mil 867 homicidios en 2007 hasta 27 mil 199 en 2011. Además, el conflicto generó una crisis humanitaria con aproximadamente 250 desplazados de manera forzada, 30 mil desaparecidos, 20 mil huérfanos y 5 mil niños asesinados. El “éxito” en bajas del enemigo se logró a un costo social inmenso, sentando las bases para una guerra de larga duración.

La corrupción fue una marca indeleble de esta militarización de la supuesta lucha contra el narcotráfico. Genaro García Luna, secretario de Seguridad Pública de Calderón y arquitecto de la estrategia antinarco, fue arrestado en Texas en 2019 por proteger al cártel de Sinaloa a cambio de sobornos millonarios.

ENRIQUE PEÑA NIETO (2012-2018): CAMBIO DISCURSIVO Y CONTINUIDAD SUBYACENTE

Con la promesa de reducir la violencia y enfocarse en la prevención, Enrique Peña Nieto llegó al poder buscando distanciarse de la narrativa bélica de su predecesor. Inicialmente, su gobierno dejó de dar publicidad a las capturas de narcotraficantes. Sin embargo, en la práctica, la estrategia de seguridad mantuvo su esencia militarizada mientras la crisis de derechos humanos se profundizaba.

Su estrategia, bautizada como “Estrategia Nacional de Prevención Social de la Violencia y la Delincuencia”, buscaba, en el discurso, desplazar el énfasis de la captura de capos a la reducción de los homicidios y los delitos de alto impacto contra la ciudadanía. Se anunció la creación de una Gendarmería Nacional y se intentó restar protagonismo mediático a las acciones contra el narcotráfico.

Se incrementó el número de tropas militares en un 50 % en comparación con la administración calderonista. El número total de las fuerzas militares que participan en las operaciones de la lucha contra el narcotráfico aumentó de 50 mil a 76 mil 500 entre 2012 y 2013. Además, más de 20 mil miembros de la Policía Federal también participaron en estas actividades.

Sus logros más publicitados fueron capturas significativas como la de Joaquín “El Chapo” Guzmán en 2014 y 2016, y líderes de los Zetas y el Cártel de los Beltrán Leyva. No obstante, estas acciones no lograron pacificar el país. La violencia se reconcentró y mutó, emergieron con fuerza grupos de delincuencia organizada de alcance regional y el CJNG emergió como un poder hegemónico en vastas regiones del país.

El caso de violencia institucional más destacado fue la desaparición forzada de los 43 estudiantes normalistas de Ayotzinapa en 2014 con la presunta participación de autoridades municipales y policiales, además se reveló recientemente que la Administración de Control de Drogas (DEA) de Estados Unidos habría ocultado información relevante sobre el hecho. Ese año también ocurrió la masacre de Tlatlaya, donde soldados ejecutaron extrajudicialmente a 22 personas. Ambos sucesos se convirtieron en símbolos internacionales de la impunidad y la colusión entre el Estado y el crimen.

Las estadísticas muestran un empeoramiento de la seguridad pública. El sexenio de Peña Nieto cerró con 156 mil 437 homicidios, 34 mil 824 más que en la administración de Felipe Calderón, lo que constituyó la cifra más alta de los últimos cuatro sexenios. La estrategia de “paz simulada”, como fue criticada, consistió una continuación del modelo calderonista con un manejo de comunicación distinto, pero con resultados igualmente trágicos.

Quien fuera ministro de Defensa de México durante todo el gobierno de Peña Nieto, Salvador Cienfuegos, fue arrestado en Los Ángeles entre acusaciones de narcotráfico y lavado de dinero de la droga entre 2015 y 2017, cuando integraba el gabinete.

La corrupción estructural, la impunidad –98% de delitos no resueltos– y la falta de profesionalización policial impidieron cualquier avance real, seguían siendo factores clave del problema pero no fueron abordadas de manera efectiva. Esto demostraba que sin una reforma institucional profunda, los operativos militares eran insuficientes.

ANDRÉS MANUEL LÓPEZ OBRADOR (2018-2024): ABORDAJE ESTRUCTURAL EN PLENA INERCIA DE LA MILITARIZACIÓN

Andrés Manuel López Obrador (AMLO) llegó a la presidencia con una crítica feroz a la estrategia de sus antecesores. Propuso un cambio de paradigma bajo la consigna “Abrazos, no balazos”. Sin embargo, su gobierno quedó envuelto en la inercia de la militarización de la seguridad pública aunque la retórica era pacificadora. Su gobierno creó la Guardia Nacional, una corporación de naturaleza civil, pero bajo mando militar.

Los logros que esgrime su administración incluyen la captura de varios capos, como Ovidio Guzmán López. No obstante, la violencia no cedió de manera sustancial, con un acumulado de homicidios que ronda los 30 mil al año durante su mandato. Los cárteles han diversificado sus actividades, según la DEA, los cárteles de Sinaloa y CJNG son responsables de la gran mayoría del narcotráfico en Estados Unidos, suministrando metanfetaminas, cocaína, heroína, marihuana y otras drogas. Una cantidad cada vez mayor de fentanilo, la principal causa de sobredosis en Estados Unidos, también es supuestamente contrabandeada a través de la frontera sur por estos cárteles y sus socios.

La estrategia de no confrontación ha sido interpretada por algunos analistas como una tolerancia tácita que ha permitido a los grupos criminales consolidar su control territorial y económico, pero poco se debate respecto a los fracasos de la militarización que no aborda las fallas estructurales de México, punto en el que AMLO acentuó las líneas de acción.

Sin embargo, el Informe Mundial de Drogas 2025 reveló que los cárteles mexicanos generan 12,1 mil millones de dólares anuales a través del tráfico de cocaína, heroína y metanfetaminas, lo que los ubica como las organizaciones criminales más lucrativas del mundo en este rubro.

El abordaje estructural de la pobreza mexicana permitió sentar bases para superar las causas estructurales que inducen a parte de la población a trabajar para la economía ilegal. El gobierno de AMLO logró importantes avances como el aumento de pensiones, reducción de la pobreza, creación de empleos, fortalecimiento de la economía, proyectos de infraestructura y respuesta eficaz a desastres naturales.

LA RENTABILIDAD DE LA VIOLENCIA LÍQUIDA

El mapa del crimen organizado en México es dinámico y ha evolucionado al ritmo de las políticas de seguridad. Durante la ofensiva de Calderón, los grandes cárteles se fragmentaron, dando paso a un enjambre de organizaciones más pequeñas pero igualmente violentas.

Los cárteles mexicanos han evolucionado de estructuras jerárquicas a organizaciones más horizontales y fragmentadas. La guerra ha mutado de un conflicto entre estos grupos por rutas de drogas a una disputa por el control de territorios para realizar actividades de extorsión, secuestro y narcomenudeo:

Cártel de Sinaloa (CDS). Actualmente dividido en facciones (Los Chapitos, Mayo Zambada), mantiene el control de rutas hacia Estados Unidos. Fue liderado históricamente por “El Chapo”, se mantiene como una de las estructuras más poderosas, con una presencia global en el tráfico de fentanilo y metanfetaminas. Su red es sofisticada y se ha adaptado a la fragmentación con divisiones internas.

Cártel Jalisco Nueva Generación (CJNG). Controla 24 estados y es liderado por Nemesio Oseguera Cervantes, “El Mencho”. Posee una amplia red de distribución en Europa y Asia a pesar de ser el grupo de más rápido crecimiento desde su aparición en 2011. Se caracteriza por su extrema violencia, tácticas de tipo militar –uso de drones, explosivos improvisados, uniformes apócrifos– y un dominio territorial expansivo, compitiendo directamente con el CDS.

Otros Grupos. Existen cárteles históricos fragmentados como La Familia Michoacana, Los Viagras, La Unión Tepito, Santa Rosa de Lima, remanentes de Los Zetas, Guerreros Unidos, Cártel del Golfo, entre otros nuevos grupos locales que se dedican al narcomenudeo y delitos de alto impacto social. Utilizan la violencia brutal para asegurar el control local y diversificaron sus negocios hacia la extorsión, minería ilegal y huertos de aguacate.

La guerra ha catalizado la evolución morfológica y táctica de la violencia al punto de hacerla apta para enfrentar diversos obstáculos y aprovechar las ventajas que le ofrece la liberalización económica de la región. La ofensiva calderonista transformó un panorama criminal de oligopolios relativamente estables en un mercado hiperfragmentado y competitivo. La desaparición de cárteles como los Beltrán Leyva creó un vacío que fue llenado por estas entidades que son más agresivas y diversificadas.

Su evolución táctica ha sido notable. Han desarrollado sofisticadas capacidades de inteligencia, cibernéticas y financieras. Las tácticas se han sofisticado, incluyendo el uso de drones armados y blindajes artesanales, una evolución táctica que ha sido ampliamente documentada. En tanto que su violencia se ha instrumentalizado, usando la diseminación de ejecuciones brutales y la siembra de terror como herramientas de control territorial y negociación.

Así ha aumentado el control de economías ilícitas diversificadas como la extorsión generalizada (cobro de piso), el tráfico de migrantes, el robo de hidrocarburos y la explotación de recursos naturales como el aguacate y la madera. Esta adaptación demuestra la resiliencia de estas organizaciones frente a unas políticas estatales centradas casi exclusivamente en el uso de la fuerza.

La economía criminal mexicana genera ingresos anuales multimillonarios. Según la DEA, recientemente, México se ha consolidado como un centro global de producción de drogas sintéticas a gran escala, particularmente fentanilo, lo que ha transformado la dinámica criminal y las alianzas internacionales.

Según Oswaldo Zavala, en su libro Los cárteles no existen, ya estas agrupaciones no se desempeñan como organizaciones piramidales, sino como redes fluidas que basan su resiliencia en el control territorial.

Fuentes internas del Departamento de Justicia consultadas por medios internacionales afirman que, tomando en cuenta la inflación de los últimos 15 años, el narcotráfico en México genera entre 37 mil y 58 mil millones de dólares anuales solo por el dinero en efectivo que regresa a México., superando el PIB de varios países centroamericanos.

El fentanilo se ha convertido en el producto más rentable: un kilo de precursor químico costaba 2 mil dólares y se vendía en 2 millones en calles estadounidenses. Además, los cárteles facturan 3 mil millones anuales por minería ilegal (hierro, carbón, oro) y mil 500 millones por extorsión a transportistas y productores de aguacate y limón.

El consumo interno de drogas también creció: la Encuesta Nacional de Consumo 2022 reveló que 5,3 millones de mexicanos han usado drogas ilegales, un aumento de 87 % respecto a 2016, liderado por la metanfetamina y el fentanilo.

CÍRCULO VICIOSO DE MILITARIZACIÓN, VIOLENCIA Y TRÁFICO DE ARMAS

La militarización de la seguridad pública ha sido una constante ascendente. De ser un recurso de emergencia bajo Calderón, las Fuerzas Armadas se convirtieron en el actor central e inamovible de la seguridad.

Este conflicto interno se alimenta de un flujo constante de armas de fuego provenientes del extranjero. Se estima que más del 70% de las armas ilegales incautadas en México son traficadas desde Estados Unidos. El informe “Conflagración en México” (2019) detalla cómo el tráfico se realiza a través de la “arquitectura de la impunidad” en la frontera.

El flujo es masivo, según el gobierno mexicano, cientos de miles de armas cruzan la frontera anualmente. Este comercio ilegal es facilitado por leyes laxas de control de armas en Estados Unidos, particularmente la “Ley de Protección del Comercio Legal de Armas” que dificulta el enjuiciamiento de armeros, y la proliferación de ferias de armas.

El problema pasa por Estados Unidos y se “globaliza”. Documentos de la Comisión Mexicana de Defensa y Promoción de los Derechos Humanos (CMDPDH) señalan la participación de empresas y gobiernos de otros países. Israel ha sido un proveedor significativo de armas y tecnología de vigilancia. Asimismo, países europeos como Italia, España y Alemania han exportado armas largas y municiones que, de manera legal o desviada, han terminado en el conflicto mexicano. Este comercio internacional arma a ambos bandos del conflicto, perpetuando un ciclo de violencia.

La demanda de drogas en el norte y la oferta de armas en la misma dirección crean un círculo vicioso de violencia y muerte. Fusiles de asalto Galil israelíes, granadas de fragmentación alemanas y fusiles de alta precisión austríacos han sido incautados a grupos criminales. Esta dinámica crea un círculo vicioso: más armas → más violencia → más militarización → más demanda de armamento por parte de cárteles.

Esta internacionalización del tráfico de armas evidencia que la guerra en México es un conflicto con profundas raíces transnacionales. La industria armamentista global, con fuerte participación estadounidense y europea, ha convertido a México en un mercado secundario de alto riesgo mientras la falta de cooperación efectiva de Washington en el control de exportaciones agrava la crisis.

CIERRE Y BALANCE: CIFRAS CLAVE

Homicidios dolosos acumulados entre 2006 y 2023: 380 mil. La tasa ascendió desde 8,5 por cada 100 mil habitantes en 2007 a 24 en 2023. Sin embargo, según un informe reciente de incidencia delictiva, desde junio de 2024 a junio de 2025, el promedio diario de homicidios dolosos a nivel nacional descendió de los 89,3 a los 65,6.

Según datos del Registro Nacional de Personas Desaparecidas y No Localizadas (RNPDNO), entre 2006 y 2022 se registraron en México 218 mil 885 personas desaparecidas, no localizadas y localizadas.

Según la Secretaría de la Defensa Nacional (Sedena), entre enero de 2007 y diciembre de 2022 fueron decomisadas 186 mil armas, 13% de ellas durante el sexenio de AMLO.

Entre diciembre de 2018 y junio de 2024 los cuerpos de seguridad identificaron y destruyeron 2 mil 592 laboratorios clandestinos de metanfetamina. En lo que va de la administración Sheinbaum se han desmantelado mil 564 narcolaboratorios y áreas de concentración

El gasto público en seguridad y defensa aumentó de 3 mil millones de dólares en 2006 a 11,8 mil millones de dólares en 2023.

Según Human Rights Watch, entre 2010 y 2022, las fiscalías estatales abrieron alrededor de 300 mil investigaciones por homicidio doloso y solo en 51 mil casos pudieron identificar formalmente un sospechoso, lo que equivale a una tasa de esclarecimiento del 17 %.

Según un estudio publicado en la revista Science, en 2022 el narcotráfico era el quinto empleador de México e involucraba a unas 175 mil personas, mientras que su cifra de negocio ascendía al entorno de los 6 mil millones de dólares anuales.

La guerra contra el narco ha derivado en un escenario complejo para un país cuyo peso en la región latinocaribeña es indiscutible. La evolución del conflicto entre el Estado mexicano y el crimen organizado en torno al narcotráfico está caracterizado por su alta letalidad, la profunda militarización, la resiliencia del crimen organizado y un contexto internacional que perpetúa la violencia. De allí que se puede concluir que:

La estrategia de confrontación militar de 2006 solo fragmentó a los cárteles, lo que disparó la tasa de homicidios dolosos a niveles históricos y generó una crisis humanitaria con más de 200 mil desaparecidos.

La violencia es alimentada por el flujo incesante de armas ilegales desde Estados Unidos y el desvío de armamento legal de países europeos e Israel, que violan normativas internacionales. Dos millones de armas ilegales y una demanda insaciable de drogas financian la violencia.

Los cárteles evolucionaron hacia estructuras híbridas, empresariales y paramilitares, más allá del control estatal. Han aprovechado la inestabilidad y la alta demanda de drogas desde Estados Unidos para expandir su control territorial, diversificar sus actividades y consolidarse como poderes fácticos en vastas zonas del país.

La “Guerra contra las Drogas” ha fracasado en sus objetivos principales. Ha costado cientos de miles de vidas y consolidado el poder de los grupos armados, demostrando la necesidad urgente de una estrategia integral y desmilitarizada.

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