Le operazioni della CIA in Venezuela sono forse una novità?

Lo stesso assedio contro la sovranità energetica

Misión Verdad

Nei giorni scorsi, The New York Times ha pubblicato che Donald Trump avrebbe autorizzato la Central Intelligence Agency (CIA) a sviluppare “operazioni coperte destinate a indebolire il governo di Nicolás Maduro e a favorire una transizione politica in Venezuela”. La stessa fonte ha precisato che l’istruzione fu impartita “negli ultimi mesi” del mandato di Trump e che contò con l’appoggio del senatore Marco Rubio, il quale avrebbe agito come “ponte tra la Casa Bianca e settori dell’opposizione venezuelana”.

Secondo questa versione, funzionari anonimi assicurano che l’operazione comprende “il finanziamento di gruppi dissidenti, cyberattacchi e sabotaggi a infrastrutture critiche”. Nessun mezzo di comunicazione ha potuto corroborare in modo indipendente i dettagli del piano, ma è chiaro che l’ordine si iscrive nel quadro giuridico dell’“autorizzazione presidenziale” che la CIA riceve dal 1947 per agire senza rendere conto al Congresso in materia di “sicurezza nazionale”.

La presunta decisione è giunta dopo una nota in cui lo stesso giornale riferiva della cancellazione improvvisa dei negoziati guidati da Richard Grenell, inviato speciale della Casa Bianca, che era stato in contatto diretto con alti funzionari venezuelani, incluso lo stesso presidente della Repubblica.

Dietro questa narrazione si cela la logica storica dell’intervento sistematico degli USA in America Latina e nei Caraibi, finalizzato a rovesciare governi che si allontanano dalla loro orbita geopolitica ed economica. La presunta ordinanza di Trump non sarebbe altro che la continuazione di una dottrina di dominazione che ha già causato centinaia di migliaia di morti, dittature sanguinarie e la distruzione deliberata di progetti sovrani nella regione.

Il lungo braccio della CIA: una cronologia di ingerenza e terrore

Non c’è nulla di innovativo nella presunta ordinanza contro il Venezuela, bensì l’applicazione di un protocollo collaudato in numerosi laboratori geopolitici lungo tutto il continente. La storia della CIA in America Latina è una cronaca di governi democraticamente eletti rovesciati, movimenti sociali repressi e migliaia di desaparecidos e assassinati.

Guatemala (1954): il primo golpe significativo della CIA nella regione fu quello contro il presidente Jacobo Árbenz, destituito da un’operazione coperta dopo che il suo governo aveva promosso una riforma agraria che danneggiava gli interessi della United Fruit Company. Questa corporazione USA, strettamente legata ai servizi d’intelligence, cambiò volto ma mantenne le stesse connessioni. Il golpe installò una dittatura e inaugurò decenni di conflitto interno.

Cuba (anni ’60 in poi): dopo il trionfo della Rivoluzione, la CIA dispiegò una campagna multifaccettata che incluse il fallito sbarco alla Baia dei Porci (1961), centinaia di tentativi di assassinio contro Fidel Castro (come l’Operazione Mangusta) e un rigido embargo economico che perdura fino a oggi.

Brasile (1964): l’operazione “Brother Sam” della CIA fornì appoggio logistico e politico al golpe militare che depose il presidente João Goulart. La dittatura risultante durò 21 anni, segnata da una feroce repressione.

Cile (1973): l’intervento della CIA in Cile è un caso emblematico. L’Agenzia finanziò massicciamente i media di opposizione e i settori golpisti, nel quadro del progetto “FUBELT”, per destabilizzare il governo socialista di Salvador Allende, democraticamente eletto. Ciò culminò con il sanguinoso golpe di Augusto Pinochet, che instaurò una dittatura con migliaia di giustiziati, desaparecidos e torturati.

Operazione Condor (anni ’70-’80): una campagna di terrorismo di Stato internazionale coordinata dalle dittature del Cono Sud (Cile, Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay, Bolivia) con il sostegno logistico, finanziario e d’intelligence della CIA. Il suo obiettivo fu la persecuzione, il sequestro, la tortura e l’assassinio di oppositori politici in tutto il continente e oltre. Documenti declassificati hanno dimostrato la conoscenza e la complicità di Washington in questa macchina transnazionale di morte.

Questa lista non è esaustiva: l’ingerenza si estese a Uruguay, Argentina, Nicaragua —con l’appoggio ai “Contras” finanziato con denaro del narcotraffico—, Grenada —invasione del 1983— e, in tempi più recenti, a Honduras (golpe di Stato del 2009) e Bolivia (golpe del 2019).

Il modus operandi si è evoluto dai colpi di Stato militari espliciti verso meccanismi più sofisticati, che comprendono guerre giudiziarie (lawfare), guerre mediatiche e lo sfruttamento di conflitti sociali. I nuovi documenti declassificati continuano a rivelare la profondità di questa costante interferenza, dimostrando che l’ordine di Trump contro il Venezuela si inserisce in una dottrina imperiale di lunga data.

Lo stesso assedio alla sovranità energetica del Venezuela

Le operazioni coperte della CIA in America Latina sono intimamente legate al controllo delle risorse strategiche e, nel caso venezuelano, il petrolio è sempre stato l’epicentro della contesa geopolitica. Da quando il comandante Hugo Chávez assunse la presidenza nel 1999 e riaffermò il controllo statale sull’industria petrolifera —invertendo decenni di apertura neoliberale—, il Venezuela è diventato un bersaglio prioritario della politica estera USA.

Sotto il governo del presidente Nicolás Maduro, questa tensione si è intensificata, non solo per i fondamenti antimperialisti del chavismo, ma anche perché il Paese possiede le maggiori riserve provate di petrolio del mondo, stimate in oltre 300 miliardi di barili.

Documenti declassificati della CIA, come quello intitolato “Vulnerabilità al sabotaggio delle installazioni petrolifere in Venezuela, Aruba e Curaçao” (1948), già segnalavano l’interesse USA per conoscere a fondo l’industria petrolifera venezuelana al fine di difendere la capacità energetica USA in caso di una nuova guerra, essendo allora il Venezuela un fedele fornitore di greggio. Sebbene quel documento risalga alla Guerra Fredda, permane l’idea secondo cui ogni governo che metta in discussione l’egemonia energetica USA venga percepito come ostile.

Negli ultimi anni, la strategia della CIA si è evoluta verso metodi più sofisticati e meno visibili rispetto ai tradizionali golpe militari. Secondo un rapporto del Centro Nazionale Cinese di Risposta alle Emergenze Informatiche e dell’impresa di cybersicurezza 360, l’Agenzia utilizza almeno 5 tattiche contemporanee per destabilizzare governi: reti di comunicazione cifrate (come TOR), strumenti di coordinamento delle proteste (come il software Riot), sistemi anticensura finanziati dal Dipartimento di Stato, piattaforme di comunicazione offline (come Speak2Tweet) e tecnologie di “sciame” sviluppate dalla RAND Corporation per mobilitazioni di massa. Questi strumenti non solo facilitano l’organizzazione dell’opposizione, ma consentono anche l’infiltrazione digitale in infrastrutture critiche.

Proprio l’infrastruttura energetica venezuelana è stata un bersaglio ricorrente di sabotaggi. Nel 2012, la raffineria di Amuay —una delle più grandi del mondo— subì un’esplosione che causò 48 morti. Sebbene inizialmente attribuita a un incidente, indagini successive rivelarono indizi di un attacco deliberato a fini destabilizzatori. Tra il 2018 e il 2023, il Venezuela ha denunciato molteplici tentativi di cyberattacco contro la compagnia statale PDVSA, molti dei quali originati da server USA. Questi attacchi informatici mirano non solo a paralizzare la produzione, ma anche a erodere la legittimità dello Stato, generando scarsità, blackout e caos sociale.

L’obiettivo ultimo non è solo politico, ma anche economico. Gli USA cercano di recuperare il controllo su un settore che, al suo apice, generava oltre il 90% delle entrate in valuta del Paese. Imprese come Chevron, ExxonMobil e Halliburton hanno storicamente esercitato pressioni su Washington affinché venisse invertita la politica di piena sovranità petrolifera accelerata dal 2007. In questo contesto, le accuse di “narcoterrorismo” contro Maduro —promosse da figure come Marco Rubio— servono da pretesto legale per giustificare operazioni militari o sanzioni che minano ulteriormente l’industria nazionale.

La CIA opera in rete con attori locali, mezzi di comunicazione, ONG finanziate dall’estero e settori imprenditoriali. La sua strategia attuale combina pressione economica, guerra mediatica, cyberattacchi e promozione di un’opposizione interna digitalmente articolata. Ma il cuore della sua operazione resta lo stesso dal 1954 in Guatemala: neutralizzare qualsiasi progetto che metta in pericolo l’accesso USA alle risorse strategiche.

Nulla di nuovo da Washington

Il presidente Nicolás Maduro ha definito le informazioni “filtrate” da The New York Times una “grossolana e sfrontata politica interventista” e ha ricordato il passato documentato dell’agenzia USA nella regione. Inoltre, ha messo in dubbio la pretesa novità di tali operazioni:

“Qualcuno può credere che la CIA non operi in Venezuela da 60 anni? O che non abbia cospirato per 26 anni contro Chávez e contro di me?”

Il mandatario ha citato come esempio di ingerenza attuale lo scambio umanitario dello scorso luglio, in cui il Venezuela ha liberato “10 terroristi legati alla CIA” in cambio di 252 cittadini venezuelani sequestrati in El Salvador. Questi erano stati incarcerati quando il pretesto contro il Venezuela era la banda criminale El Tren de Aragua, ma oggi la scusa per minacciare il Paese è il presunto Cartello dei Soles.

Nulla di nuovo, dunque, in ciò che ha “rivelato” il quotidiano USA, noto per il suo ruolo ambiguo nella campagna di pressione e minacce in corso. Sebbene alcune settimane fa abbia pubblicato una nota sul rifiuto maggioritario del popolo venezuelano a un intervento militare da parte USA, il suo comportamento abituale consiste nel privilegiare questo tipo di notizie per esercitare una portavoce passivo-aggressiva dei piani di un settore del falco USA guidato da Rubio, che contende la propria influenza sulle decisioni esecutive di Trump ai settori del movimento MAGA.


El mismo asedio contra la soberanía energética

¿Son nuevas las operaciones de la CIA en Venezuela?

 

En días pasados, The New York Times publicó que Donald Trump habría autorizado a la Agencia Central de Inteligencia (CIA) para que desarrollase “operaciones encubiertas destinadas a debilitar al gobierno de Nicolás Maduro y favorecer una transición política en Venezuela”. La misma fuente precisó que la instrucción fue impartida “en los últimos meses” del mandato de Trump y que contó con el respaldo del senador Marco Rubio, quien habría actuado como “puente entre la Casa Blanca y sectores de la oposición venezolana”.

Según la versión, funcionarios anónimos aseguran que la operación incluye “financiamiento de grupos disidentes, ciberataques y sabotajes a infraestructura crítica”. Ningún medio ha podido corroborar de manera independiente los detalles del plan, pero se entiende que la orden se inscribe dentro del marco legal de la “autorización presidencial” que la CIA recibe desde 1947 para actuar sin rendir cuentas al Congreso en asuntos de “seguridad nacional”.

La supuesta decisión llegó luego de una nota en la que el mismo medio difundió la cancelación abrupta de las negociaciones encabezadas por Richard Grenell, enviado especial de la Casa Blanca, quien había estado en contacto directo con altos funcionarios venezolanos, incluido el propio presidente venezolano.

Detrás de esta narrativa reside la lógica histórica de intervención sistemática de Estados Unidos en América Latina y el Caribe para derrocar gobiernos que se apartan de su órbita geopolítica y económica. La supuesta orden de Trump sería la prolongación de una doctrina de dominación que ha costado cientos de miles de vidas, dictaduras sanguinarias y la destrucción deliberada de proyectos soberanos en la región.

El largo brazo de la CIA: Una cronología de injerencia y terror

No hay nada innovador en la supuesta orden contra Venezuela, sino la aplicación de un protocolo probado en numerosos laboratorios geopolíticos a lo largo del continente. La historia de la CIA en América Latina es una crónica de gobiernos democráticamente electos derribados, movimientos sociales reprimidos y miles de desaparecidos y asesinados.

  • Guatemala (1954): El primer golpe significativo de la CIA en la región fue contra el presidente Jacobo Árbenz, derrocado por una operación encubierta, luego de que su gobierno impulsara una reforma agraria que afectó los intereses de la United Fruit Company. Esta corporación estadounidense ha mutado y tiene fuertes vínculos con la inteligencia de ese país. El golpe instaló una dictadura e inauguró décadas de conflicto interno.
  • Cuba (décadas de 1960 en adelante): Tras el triunfo de la Revolución, la CIA desplegó una campaña multifacética que incluyó la fallida invasión de Bahía de Cochinos (1961), cientos de intentos de asesinato contra Fidel Castro (como la Operación Mangosta) y un férreo embargo económico que persiste hasta hoy.
  • Brasil (1964): La operación “Brother Sam” de la CIA proporcionó apoyo logístico y político al golpe militar que derrocó al presidente João Goulart. La dictadura resultante duró 21 años y fue marcada por una severa represión.
  • Chile (1973): La intervención de la CIA en Chile es un caso emblemático. La Agencia financió masivamente a medios de oposición y a sectores golpistas, en el contexto del proyecto “FUBELT“, para desestabilizar al gobierno socialista de Salvador Allende, electo democráticamente. Esto culminó con el sangriento golpe de Augusto Pinochet, que instauró una dictadura con miles de ejecutados, desaparecidos y torturados.
  • Operación Cóndor (décadas de 1970-80): Una campaña de terrorismo de Estado internacional coordinada por las dictaduras del Cono Sur (Chile, Argentina, Brasil, Uruguay, Paraguay, Bolivia) con el apoyo logístico, financiero y de inteligencia de la CIA. Su objetivo fue la persecución, secuestro, tortura y asesinato de opositores políticos en todo el continente y más allá. Archivos desclasificados han demostrado el conocimiento y la complicidad de Washington en esta maquinaria transnacional de muerte.

Esta lista no es exhaustiva; la injerencia se extendió a Uruguay, Argentina, Nicaragua –apoyo a los “Contras” con dinero del narcotráfico–, Granada –invasión de 1983– y, en tiempos más recientes, a Honduras –golpe de Estado de 2009– y Bolivia –golpe de Estado de 2019–.

El modus operandi ha evolucionado desde los golpes militares explícitos hacia mecanismos más sofisticados que incluyen guerras judiciales (o lawfare), guerras mediáticas y la explotación de conflictos sociales. Los nuevos documentos desclasificados continúan revelando la profundidad de esta intervención constante, demostrando que la orden de Trump contra Venezuela se inscribe en una doctrina imperial de larga data.

El mismo asedio a la soberanía energética de Venezuela

Las operaciones encubiertas de la CIA en América Latina están íntimamente ligadas al control de recursos estratégicos y, en el caso venezolano, el petróleo ha sido el epicentro de la disputa geopolítica. Desde que el comandante Hugo Chávez asumió la presidencia en 1999 y reafirmó el control estatal sobre la industria petrolera —reversando décadas de apertura neoliberal—, Venezuela se convirtió en un blanco prioritario de la política exterior estadounidense.

Bajo el gobierno del presidente Nicolás Maduro, esta tensión se ha intensificado, no solo por los fundamentos antiimperialistas del chavismo, sino porque el país posee las mayores reservas probadas de petróleo del mundo, estimadas en más de 300 mil millones de barriles.

Documentos desclasificados de la CIA, como el titulado “Vulnerabilidad al sabotaje de instalaciones petroleras en Venezuela, Aruba y Curazao” (1948), ya advertían el interés estadounidense por tener un conocimiento suficiente de la industria petrolera venezolana con el fin de defender la capacidad energética de Estados Unidos ante una nueva guerra, siendo Venezuela un fiel abastecedor de crudo en la época. Aunque ese documento data de la Guerra Fría, persiste la idea basada en que cualquier gobierno que cuestione la hegemonía energética del país norteamericano es percibido como hostil.

En los últimos años, la estrategia de la CIA ha evolucionado hacia métodos más sofisticados y menos visibles que los golpes militares clásicos. Según un informe del Centro Nacional de Respuesta a Emergencias de Virus Informáticos de China y la empresa china de ciberseguridad 360, la Agencia utiliza al menos cinco tácticas contemporáneas para desestabilizar gobiernos: redes de comunicación cifrada (como TOR), herramientas de coordinación de protestas (como el software “Riot”), sistemas anticensura financiados por el Departamento de Estado, plataformas de comunicación offline (como “Speak2Tweet”) y tecnologías de “enjambre” desarrolladas por la Corporación RAND para movilizaciones masivas. Estas herramientas no solo facilitan la organización de opositores, sino que permiten la infiltración digital en infraestructuras críticas.

Precisamente, la infraestructura energética venezolana ha sido blanco recurrente de sabotajes. En 2012, la refinería de Amuay —una de las más grandes del mundo— sufrió una explosión que dejó 48 muertos. Aunque inicialmente se atribuyó a un accidente, investigaciones posteriores revelaron indicios de un ataque deliberado con fines desestabilizadores. Entre 2018 y 2023, Venezuela reportó múltiples intentos de ataque cibernético contra la estatal petrolera, PDVSA, muchos de ellos originados en servidores estadounidenses. Estos ciberataques buscan no solo paralizar la producción, sino erosionar la legitimidad del Estado al generar escasez, apagones y caos social.

El objetivo último no es solo político, sino económico. Estados Unidos trata de recuperar el control sobre un sector que, en su apogeo, generaba más del 90% de las divisas a Venezuela. Empresas como Chevron, ExxonMobil y Halliburton han presionado históricamente a Washington para revertir la recuperación de la Plena Soberanía Petrolera acelerada desde 2007. En este contexto, las acusaciones de “narcoterrorismo” contra Maduro —como las promovidas por Marco Rubio— sirven como pretexto legal para justificar operaciones militares o sanciones que socavan aún más la industria.

La CIA opera en red con actores locales, medios de comunicación, ONGs financiadas desde el exterior y sectores empresariales. Su estrategia actual combina presión económica, guerra mediática, ciberataques y el fomento de una oposición interna articulada digitalmente. Pero el corazón de su operación sigue siendo el mismo desde 1954 en Guatemala: neutralizar cualquier proyecto que ponga en riesgo el acceso de Estados Unidos a recursos estratégicos.

Nada nuevo desde Washington

El presidente Nicolás Maduro calificó la información “filtrada” por The New York Times como una “burda y grosera política intervencionista” y recordó el historial desclasificado de la agencia estadounidense en la región. Además, cuestionó la narrativa de que estas operaciones sean algo nuevo:

“¿Alguien se puede creer que la CIA no está operando en Venezuela desde hace 60 años? ¿O que no ha conspirado durante 26 años contra Chávez y contra mí?”.

El mandatario puso como ejemplo de la injerencia actual el intercambio humanitario de julio pasado, donde Venezuela liberó a “10 terroristas vinculados a la CIA” a cambio de 252 venezolanos secuestrados en El Salvador. Estos fueron recluidos cuando la excusa contra Venezuela era la banda criminal El Tren de Aragua, pero hoy la excusa para amenazar al país es el supuesto Cartel de los Soles.

Nada nuevo hay en lo que “filtró” el medio estadounidense, reconocido por su papel díscolo en la campaña de presión y amenazas en marcha. Si bien hace unas semanas publicó una nota respecto al rechazo mayoritario de la población venezolana a una intervención militar por parte de Estados Unidos, su comportamiento usual consiste en privilegiar este tipo de informaciones para ejercer vocería pasivo-agresiva de los planes de un sector del halconato estadounidense encabezado por Rubio, quien disputa su influencia sobre las decisiones ejecutivas de Trump frente a sectores MAGA.

Share Button

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.