Lo scandalo del narcotraffico che mette in scacco l’immagine di Milei

E scuote il partito La Libertad Avanza

Misión Verdad

Nel pieno del processo elettorale —le prossime elezioni legislative nazionali del 26 ottobre—, l’Argentina affronta uno degli scandali più gravi della sua storia recente: l’irruzione del narcotraffico nel cuore del potere politico.

Ciò che prima si sussurrava nei corridoi della giustizia o si denunciava dai margini del giornalismo investigativo, oggi si espone con crudezza in documenti giudiziari, testimonianze e dichiarazioni che coinvolgono direttamente il partito di governo, La Libertad Avanza (LLA), e il suo capo indiscusso, il presidente Javier Milei.

L’epicentro del caso è Federico “Fred” Machado, un presunto imprenditore minerario che, secondo la giustizia USA, è accusato di riciclaggio di capitali, frodi e narcotraffico. Machado non solo finanziò con almeno un milione di dollari la campagna del 2019 dell’economista José Luis Espert —che in seguito si integrò in LLA—, ma mantenne anche riunioni ricorrenti con Milei agli inizi dello spazio politico libertario.

Documenti trovati nella sua abitazione a Viedma, Río Negro, corroborano il vincolo contrattuale con Espert, il che costrinse quest’ultimo a rinunciare alla propria candidatura legislativa nelle elezioni di quest’anno.

Ma lo scandalo va ben oltre. In un’intervista concessa poche ore prima di essere trasferito in carcere —e a pochi giorni dalla sua estradizione negli USA, prevista per il 5 novembre—, Machado lanciò una minaccia che risuonò come un terremoto politico:

“Se io parlo, il Paese crolla domani”.

E lasciò chiaro che il suo messaggio era diretto al circolo più stretto del presidente: “A Santiago Caputo faccio arrivare un messaggio: Io non voglio andare negli USA. Se questo scoppia, io faccio saltare tutto.”

Milei, tra il silenzio e le contraddizioni

L’aspetto più esplosivo non è soltanto la vicinanza di Machado con figure di LLA, ma le stesse dichiarazioni del presidente. Gastón Alberdi, ex alleato vicino a Milei e uno dei primi a promuovere la sua carriera politica, ha rivelato in un’intervista che nel 2021, l’attuale mandatario gli confessò di aver dato consulenza a narcotrafficanti.

“Me lo disse lui. Che aveva dato consulenza a dei narcos”, affermò Alberdi, il quale inizialmente credette che si trattasse di un ruolo professionale precedente al suo ingresso in politica, ma oggi comprende che quel legame faceva parte della costruzione politica di LLA.

Alberdi ha dettagliato che, a quel tempo, vedeva entrare e uscire Machado, suo cugino Claudio Cicarelli, la sua compagna Lorena Villaverde, e altri funzionari chiave dell’entourage di Milei.

“A me lo presentarono come un imprenditore minerario che aveva aerei e stava collaborando con la campagna. Ma guardando indietro mi rendo conto che si trattava di narcofinanziamento illecito”, disse.

E aggiunse: “Io dissi a Milei di scrollarsi di dosso quei due pidocchi, Machado e Rosales. E lui mi rispose: Bene, che facciamo? Gli suggerii di invertire le parole: invece di Avanza Libertad, che fosse Libertad Avanza”.

“Io andai avanti perché credevo che fossero stati solo Espert e Rosales. Non pensai che fosse stato Javier. Pensavo che Milei avesse solo dato consulenza a dei narcos nel suo ruolo professionale”.

“Ma ora mi rendo conto che si trattava di ‘Fred’ Machado. Me lo disse lui. Che aveva dato consulenza a dei narcos. Non solo a me, lo disse anche a Santiago Cúneo. Io gli dissi che speravo non avesse nulla a che vedere con la costruzione politica. E lui mi rispose di no, che si incontravano con imprenditori e li consigliavano”, rivelò.

Infine dichiarò: “Sono quattro anni che lo vado dicendo: il matto non ero io. Ora tutti fanno finta di niente. Ieri ho pubblicato tutti i depositi che Machado fece ai Bada Vázquez (che poi contribuirono alla campagna di Bullrich). Sono tutti negatori seriali, ma lì ci sono i risultati”.

Nonostante le prove accumulate, Milei ha difeso Espert, definendo lo scandalo una ‘campagna sporca’, ed ha evitato di pronunciarsi sui propri incontri con Machado.

Nel frattempo, il suo governo promuove una politica di regolarizzazione dei capitali che, secondo esperti e giudici federali, facilita l’ingresso di denaro illecito nel sistema finanziario argentino. Il presidente ha dichiarato che “il narcotraffico è un problema di Sicurezza, non lo si combatte con l’Economia”, una posizione che, secondo fonti giudiziarie consultate da Página/12, potrebbe configurare istigazione al reato di riciclaggio di denaro.

Peggio ancora: Milei ha proposto di eliminare i Report di Operazioni Sospette (ROS), uno strumento chiave nella lotta contro il riciclaggio, utilizzato nel caso dell’avvocato narco Carlos Salvatore, la cui rete fu smantellata proprio grazie a un ROS emesso da un notaio.

L’ombra di Villaverde e l’intreccio a Río Negro

Il caso Machado trascina con sé anche Lorena Villaverde, deputata nazionale e candidata al Senato per Río Negro nella lista di La Libertad Avanza (LLA). Registri giudiziari della Florida confermano che nel 2002 fu arrestata a Miami per aver tentato di acquistare un chilo di cocaina con 17000 dollari, e che per questo motivo le è vietato l’ingresso negli USA.

Villaverde nega le accuse e attribuisce le fughe di notizie a una “campagna sporca”, ma la sua relazione con Claudio Cicarelli, cugino e presunto prestanome di Machado, rafforza i sospetti di un intreccio locale a Río Negro legato a affari di sabbie silicee e permessi concessi da funzionari vicini al governatore Alberto Weretilneck.

Di fronte allo scandalo, deputati dell’opposizione chiedono le sue dimissioni e la rimozione dalla Commissione Energia, sostenendo che la sua inabilitazione a viaggiare negli USA —paese con cui l’Argentina negozia costantemente nel settore energetico— la rende funzionalmente inidonea. Milei, che aveva pianificato un tour nella provincia di Río Negro, ha cancellato la visita.

Il terreno fertile: strutture che alimentano un narcostato

Al di là degli scandali puntuali, ciò che preoccupa specialisti, ricercatori e organizzazioni sociali è la profonda adattabilità strutturale del narcotraffico al tessuto politico, economico e territoriale argentino. Come segnalano numerosi studi recenti —tra cui i libri Narcosur (Cecilia González), País narco (Mauro Federico) e El poder narco (Eugenio Burzaco e Sergio Berensztein)—, il crimine organizzato ha smesso di essere un fenomeno marginale per trasformarsi in un attore sistemico, che opera con logiche imprenditoriali, reti transnazionali e una capacità inedita di infiltrazione istituzionale.

L’Argentina non è più soltanto un paese di transito, come si credeva decenni fa. Si è trasformata in un centro logistico, finanziario e di consumo cruciale per i cartelli latinoamericani —soprattutto il PCC brasiliano e le reti messicane—, che hanno trovato nelle sue debolezze istituzionali, nella sua geografia di confini porosi e nella sua economia sommersa un terreno di coltura ideale.

La “macdonaldizzazione” del narcotraffico, come la definisce González, implica l’esternalizzazione delle funzioni, la creazione di franchigie locali e l’investimento in settori legittimi: immobiliare, agroindustriale, energetico, perfino nei mezzi di comunicazione.

Questo processo non avviene nel vuoto. Richiede una connivenza attiva o passiva: giudici che archiviano cause, forze di sicurezza che guardano dall’altra parte, politici che accettano finanziamenti opachi, o funzionari che promuovono normative che facilitano il riciclaggio.

In questo contesto, il progetto economico di Javier Milei non solo non frena questa dinamica, ma la potenzia deliberatamente.

La proposta di condono senza domande, l’eliminazione dei Report delle Operazioni Sospette (ROS), la deregulation finanziaria estrema e l’apertura indiscriminata all’ingresso di valuta estera —senza chiedere né provenienza né destinazione— costituiscono, in pratica, un’amnistia mascherata per il denaro illecito.

Come ha avvertito José Sbatella, ex direttore della UIF, queste misure violano gli standard internazionali e nazionali contro il riciclaggio e collocano nuovamente l’Argentina sulla strada della “lista grigia” del GAFI.

Peggio ancora: presentando il narcotraffico come un “problema di sicurezza, non economico”, Milei disarma concettualmente la risposta statale. Disarticola l’intelligence finanziaria, neutralizza contabili, notai e banche come attori chiave della prevenzione e consegna al mercato —quel dio liberale— la responsabilità di autoregolarsi.

Ma il mercato non autoregola il crimine: lo assorbe, lo normalizza e lo converte in capitale.

Questa connivenza non ha bisogno di essere esplicita per essere efficace. Basta creare le condizioni strutturali perché il denaro sporco circoli liberamente. E questo è esattamente ciò che sta accadendo.

In uno scenario in cui lo Stato si ritira dalla regolazione, la politica si subordina alla logica del “lasciar fare” e i controlli vengono bollati come “interventismo”, il narcotraffico non solo sopravvive: prospera.

Autori come Burzaco e Berensztein avvertono già che l’Argentina è sull’orlo di una transizione verso un narcostato: non nel senso classico di un paese governato dai capi del narcotraffico, ma in quello di un sistema in cui le decisioni politiche, giudiziarie ed economiche sono catturate o condizionate da interessi illeciti.

Il caso Machado, con i suoi legami diretti con il cerchio intimo del presidente, non sembra un episodio isolato: è un sintomo.

E se nulla verrà corretto, potrebbe trasformarsi nel prologo di una nuova fase: quella di un paese in cui il potere legittimo e quello criminale non si distinguono più chiaramente. Tutto in nome del dio mercato.

L’impunità geopolitica: l’ombrello di Trump

Ciò che rende ancora più inquietante questo scenario è la totale assenza di pressione internazionale, specialmente da Washington. Diversamente dai governi precedenti —come quello di Cristina Fernández de Kirchner, che dovette combattere strenuamente per uscire dalla “lista grigia” del GAFI—, il governo di Milei non affronta critiche significative dagli USA, nonostante Donald Trump abbia già assunto la presidenza a gennaio 2025 e abbia intensificato un’offensiva geopolitica e militare contro il Venezuela, giustificata proprio con accuse di narcotraffico.

Il contrasto è sorprendente: mentre il Venezuela è bersaglio di un dispiegamento militare USA nei Caraibi sotto l’accusa di essere un “narco-stato” —una narrativa sempre più contestata perfino a Washington, dove si riconosce che il vero obiettivo è un cambio di regime a Caracas—, l’Argentina, con uno scandalo reale e documentato che coinvolge il presidente e il suo partito, rimane al di fuori di qualsiasi sanzione o censura.

Questa doppia misura non è casuale. Milei è un alleato ideologico e strategico di Trump, la cui amministrazione vede nel governo argentino un partner affidabile in America Latina. Questa vicinanza geopolitica funge da paracadute protettivo, permettendo all’Argentina di procedere verso politiche che, in un altro contesto, sarebbero state severamente sanzionate dagli organismi internazionali.

Come ha sottolineato l’ex direttore dell’UIF José Sbatella, il capitalismo globale non tollera la concorrenza sleale del denaro illecito, perché distorce i mercati, corrompe le istituzioni e finisce per accumulare potere politico e giudiziario.
Tuttavia, nel caso argentino, questa logica sembra sospendersi quando entrano in gioco interessi ideologici e geopolitici degli USA.

Un avvertimento dalle periferie

Mentre la classe politica argentina si dibatte tra lealtà e silenzi, dalle periferie urbane arriva un avvertimento urgente. Il padre Pablo Viola, della Pastoral de Adicciones, denuncia che il narcotraffico non può espandersi “senza la connivenza della politica, della giustizia e delle forze di sicurezza”.

Per lui, la “politica prostituita”, lontana dal popolo e vicina agli affari oscuri, è quella che permette alle mafie di occupare il vuoto statale e seminare povertà, violenza e dipendenza.

L’Argentina sembra aver attraversato un crocevia, dove ha deciso di correre il rischio di normalizzare una narcopolitica che ha già devastato i paesi vicini.

Il tempo delle scuse sta per scadere. E anche se Washington guarda altrove —per convenienza geopolitica—, noi che osserviamo in slow motion come l’Argentina si stia infangando nella barbarie del capitalismo predatore non dimenticheremo chi ha taciuto, chi ha mentito e chi ha permesso che il narco si sedesse al tavolo della Casa Rosada.


Y sacude al partido La Libertad Avanza

El narcoescándalo que pone en jaque la imagen de Milei

 

En pleno proceso electoral —las próximas elecciones legislativas nacionales del 26 de octubre—, Argentina enfrenta uno de los escándalos más graves de su historia reciente: la irrupción del narcotráfico en el corazón del poder político.

Lo que antes se susurraba en los pasillos de la justicia o se denunciaba desde los márgenes del periodismo de investigación, hoy se expone con crudeza en documentos judiciales, testimonios y declaraciones que involucran directamente al partido de gobierno, La Libertad Avanza (LLA), y a su líder indiscutido, el presidente Javier Milei.

El epicentro del caso es Federico “Fred” Machado, un supuesto empresario minero que, según la justicia estadounidense, está acusado de lavado de activos, estafas y narcotráfico. Machado no solo financió con al menos un millón de dólares la campaña de 2019 del economista José Luis Espert —quien luego se integró a LLA—, sino que también mantuvo reuniones recurrentes con Milei en los inicios del espacio político libertario.

Documentos encontrados en su domicilio en Viedma, Río Negro, corroboran el vínculo contractual con Espert, lo que obligó a este último a renunciar a su candidatura legislativa en las elecciones de este año.

Pero el escándalo va mucho más allá. En una entrevista concedida horas antes de ser trasladado a prisión —y a días de su extradición a Estados Unidos, prevista para el 5 de noviembre—, Machado lanzó una amenaza que resonó como un terremoto político: “Si yo hablo, se cae el país mañana”.

Y dejó claro que su mensaje iba dirigido al círculo íntimo del presidente: “A Santiago Caputo le hago llegar un mensaje: ‘Yo no quiero ir a Estados Unidos. Si esto explota, yo fundo todo'”.

Milei, entre el silencio y las contradicciones

Lo más explosivo no es solo la proximidad de Machado con figuras de LLA, sino las propias declaraciones del presidente. Gastón Alberdi, exaliado cercano de Milei y uno de los primeros en impulsar su carrera política, reveló en una entrevista que en 2021, el hoy mandatario le confesó haber asesorado a narcotraficantes.

“Él me lo dijo. Que había asesorado narcos”, afirmó Alberdi, quien creyó inicialmente que se trataba de un rol profesional previo a su incursión en la política, pero hoy entiende que el vínculo era parte del armado político de LLA.

Alberdi detalló que, en aquel entonces, veía entrar y salir a Machado, a su primo Claudio Cicarelli, a su pareja Lorena Villaverde, y a otros funcionarios clave del entorno de Milei.

“A mí me lo presentaron como un empresario minero que tenía aviones y estaba colaborando con la campaña. Pero mirando para atrás me doy cuenta de que era narco-financiamiento espurio”, dijo.

Y añadió: “Yo le dije a Milei que se sacudiera a los dos piojos, a Machado y a Rosales. Y él me respondió: ‘Bueno, qué hacemos’. Le sugerí que invirtiéramos las palabras: en lugar de Avanza Libertad, que sea Libertad Avanza”.

“Yo seguí porque creí que habían sido solo Espert y Rosales. No pensé que había sido Javier. Yo pensé que Milei solo había asesorado a narcos en su rol profesional”.

“Pero ahora me doy cuenta de que era ‘Fred’ Machado. Él me lo dijo. Que había asesorado narcos. No sólo a mí, se lo dijo también a Santiago Cúneo. Yo lo que le dije es que esperaba que no tenga nada que ver con el armado político. Y me dijo que no, que se reunían con empresarios y los asesoraban”, reveló.

Finalmente, dijo: “Yo hace cuatro años lo vengo diciendo: el loco no era yo. Ahora todos se hacen los boludos. Yo ayer publiqué todos los depósitos que le hizo Machado a los Bada Vázquez (quienes luego aportaron a la campaña de Bullrich). Todos son negadores seriales, pero ahí están los resultados”.

A pesar de las pruebas acumuladas, Milei ha defendido a Espert, calificando el escándalo como una “campaña sucia”, y ha evitado pronunciarse sobre sus propios encuentros con Machado.

Mientras tanto, su gobierno impulsa una política de blanqueo de capitales que, según especialistas y jueces federales, facilita el ingreso de dinero ilícito al sistema financiero argentino. El presidente ha dicho que “el narcotráfico es un problema de Seguridad, no se lo combate con la Economía”, una postura que, según fuentes judiciales consultadas por Página/12, podría configurar instigación al delito de lavado de dinero.

Peor aún: Milei ha propuesto eliminar los Reportes de Operaciones Sospechosas (ROS), una herramienta clave en la lucha contra el lavado, utilizada en el caso del abogado narco Carlos Salvatore, cuya red fue desmantelada gracias justamente a un ROS emitido por un escribano.

La sombra de Villaverde y el entramado en Río Negro

El caso Machado también arrastra a Lorena Villaverde, diputada nacional y candidata a senadora por Río Negro en la lista de LLA. Registros judiciales de Florida confirman que en 2002 fue detenida en Miami por intentar comprar un kilo de cocaína con 17.000 dólares, y que tiene prohibido el ingreso a Estados Unidos por ese motivo.

Villaverde niega las acusaciones y atribuye las filtraciones a una “campaña sucia”, pero su relación con Claudio Cicarelli, primo y supuesto testaferro de Machado, refuerza las sospechas de un entramado local en Río Negro vinculado a negocios de arenas silíceas y permisos otorgados por funcionarios cercanos al gobernador Alberto Weretilneck.

Ante el escándalo, diputados opositores exigen su renuncia y su remoción de la Comisión de Energía, argumentando que su inhabilitación para viajar a Estados Unidos —país con el que Argentina negocia constantemente en el sector energético— la inhabilita funcionalmente. Milei, que planeaba una gira por Río Negro, canceló su visita.

El terreno fértil: estructuras que abonan un narcoestado

Más allá de los escándalos puntuales, lo que preocupa a especialistas, investigadores y organizaciones sociales es la profunda adaptación estructural del narcotráfico al tejido político, económico y territorial argentino. Como señalan múltiples estudios recientes —entre ellos los libros Narcosur (Cecilia González), País narco (Mauro Federico) y El poder narco (Eugenio Burzaco y Sergio Berensztein)—, el crimen organizado ha dejado de ser un fenómeno marginal para convertirse en un actor sistémico que opera con lógicas empresariales, redes transnacionales y una capacidad inédita de infiltración institucional.

Argentina ya no es solo un país de tránsito, como se creía décadas atrás. Se ha transformado en un centro logístico, financiero y de consumo clave para los cárteles latinoamericanos —especialmente el PCC brasileño y las redes mexicanas—, que han encontrado en sus debilidades institucionales, su porosa geografía fronteriza y su economía en negro un caldo de cultivo ideal.

La “macdonalización” del narcotráfico, como la define González, implica la tercerización de funciones, la creación de franquicias locales y la inversión en sectores legítimos: inmobiliario, agroindustrial, energético, incluso medios de comunicación.

Este proceso no ocurre en el vacío. Requiere connivencia activa o pasiva: jueces que archivan causas, fuerzas de seguridad que miran hacia otro lado, políticos que aceptan financiamiento opaco o funcionarios que promueven normativas que facilitan el blanqueo.

En este contexto, el proyecto económico de Javier Milei no solo no frena esa dinámica, sino que la potencia deliberadamente.

La propuesta de blanqueo sin preguntas, la eliminación de los Reportes de Operaciones Sospechosas (ROS), la desregulación financiera extrema y la apertura indiscriminada al ingreso de divisas —sin exigir origen ni destino— constituyen, en la práctica, una amnistía encubierta para el dinero ilícito.

Como advirtió José Sbatella, exdirector de la UIF, estas medidas violan estándares internacionales y nacionales contra el lavado, y sitúan a Argentina nuevamente en el camino de la “lista gris” del GAFI.

Peor aún: al presentar el narcotráfico como un “problema de seguridad, no económico”, Milei desarma conceptualmente la respuesta estatal. Desarticula la inteligencia financiera, neutraliza a contadores, escribanos y bancos como actores clave en la prevención, y entrega al mercado —ese dios liberal— la responsabilidad de autorregularse.

Pero el mercado no autorregula el crimen; lo absorbe, lo normaliza y lo convierte en capital.

Esta connivencia no necesita ser explícita para ser efectiva. Basta con crear las condiciones estructurales para que el dinero sucio circule libremente. Y eso es exactamente lo que está ocurriendo.

En un escenario donde el Estado se retira de la regulación, donde la política se subordina a la lógica del “dejar hacer” y donde los controles se consideran “intervencionismo”, el narcotráfico no solo sobrevive: prospera.

Autores como Burzaco y Berensztein ya advierten que Argentina está al borde de una transición hacia un narcoestado: no en el sentido clásico de un país gobernado por capos, sino en el de un sistema donde las decisiones políticas, judiciales y económicas están capturadas o condicionadas por intereses ilícitos.

El caso Machado, con sus vínculos directos con el círculo íntimo del presidente, no parece un episodio aislado: es un síntoma.

Y si nada se corrige, podría convertirse en el prólogo de una nueva etapa: la de un país donde el poder legítimo y el poder criminal ya no se distinguen con claridad. Todo en nombre del dios mercado.

La impunidad geopolítica: el paraguas de Trump

Lo que hace aún más inquietante este escenario es la ausencia total de presión internacional, especialmente desde Washington. A diferencia de gobiernos anteriores —como el de Cristina Fernández de Kirchner, que debió librar una ardua batalla para salir de la “lista gris” del GAFI—, el gobierno de Milei no enfrenta críticas significativas desde Estados Unidos, a pesar de que Donald Trump ya asumió la presidencia en enero de 2025 y ha intensificado una ofensiva geopolítica y militar contra Venezuela, justificada precisamente en acusaciones de narcotráfico.

Resulta llamativo el contraste: mientras Venezuela es blanco de un despliegue militar estadounidense en el Caribe bajo la acusación de ser un “narcoestado” —una narrativa cada vez más cuestionada incluso dentro de Washington, donde se reconoce que el verdadero objetivo es un cambio de régimen en Caracas—, Argentina, con un escándalo real y documentado que involucra al presidente y su partido, permanece al margen de cualquier sanción o cuestionamiento.

Esta doble vara no es casual. Milei es un aliado ideológico y estratégico de Trump, cuya administración ve en el gobierno argentino un socio confiable en América Latina. Esta cercanía geopolítica actúa como un paraguas protector, permitiendo que Argentina avance hacia políticas que, en otro contexto, serían severamente sancionadas por organismos internacionales.

Como señaló el exdirector de la UIF José Sbatella, el capitalismo global no tolera la competencia desleal del dinero ilícito, porque distorsiona mercados, corrompe instituciones y termina acumulando poder político y judicial.

Sin embargo, en el caso argentino, esa lógica parece suspenderse cuando los intereses ideológicos y geopolíticos de Estados Unidos entran en juego.

Una advertencia desde las periferias

Mientras la clase política argentina se debate entre lealtades y silencios, desde las periferias urbanas llega una advertencia urgente. El padre Pablo Viola, de la Pastoral de Adicciones, denuncia que el narcotráfico no puede expandirse “sin una connivencia de la política, la justicia y las fuerzas de seguridad”.

Para él, la “política prostituida”, alejada del pueblo y cercana a los negocios oscuros, es la que permite que las mafias ocupen el vacío estatal y siembren pobreza, violencia y adicción.

Argentina parece haber cruzado una encrucijada, donde decidió correr el riesgo de normalizar una narcopolítica que ya ha devastado a países vecinos.

El tiempo de las excusas se agota. Y aunque Washington mire hacia otro lado —por conveniencia geopolítica—, quienes estamos viendo en cámara lenta cómo Argentina se está enlodando en la barbarie del capitalismo depredador no olvidaremos quién calló, quién mintió y quién permitió que el narco se sentara en la mesa de la Casa Rosada.

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