Congiunzione letale
In mezzo a un’escalation senza precedenti nel Caraibi, l’amministrazione Trump 2.0 ha dispiegato una campagna letale inserita in una strategia destituente contro il Venezuela, con ripercussioni negative sul contesto geopolitico più ampio.
Quanto viene presentato pubblicamente come operazione antidroga nasconde, sotto la superficie, un’architettura del potere molto più inquietante: la CIA «fornisce la maggior parte delle informazioni usate per condurre i controversi attacchi aerei letali», secondo fonti a conoscenza delle operazioni citate da The Guardian.
Una di queste fonti afferma senza mezzi termini: «Sono la parte più importante».
Questo ruolo centrale della CIA segna una rottura radicale rispetto alle operazioni marittime precedenti, tradizionalmente guidate dalla DEA o dalla Guardia Costiera, azioni che, pur controverse, operavano entro quadri di cattura e responsabilità.
Al contrario, «le informazioni dell’agenzia […] non sono pensate per servire come prove legali», spiega Mark Lowenthal, ex-vicedirettore dell’analisi CIA: «Non produciamo prove. Abbiamo informazioni. Non è la stessa cosa delle prove».
Questa distinzione è cruciale: mentre la giustizia richiede evidenze verificabili, l’intelligence opera nell’ombra con l’unico obiettivo di anticipare o neutralizzare minacce —reali o costruite— senza doverle dimostrare.
La conseguenza diretta è che «è probabile che le informazioni raccolte sull’eventuale contrabbandiere, vivo o morto, rimangano classificate e non vengano rese pubbliche, nonostante l’interesse pubblico mondiale e il dibattito sull’assassinio di civili».
Questa opacità deliberata consente decisioni di vita o morte prese senza trasparenza né possibilità di appello. Come osserva una fonte citata nel rapporto: «Le informazioni fornite dalla CIA […] sono progettate per ‘non arrivare mai ai tribunali’», perché l’agenzia «fa tutto il possibile per proteggere le sue fonti e i suoi metodi».
Riconfigurazioni imperiali
La narrativa ufficiale cerca di mascherare questa logica letale dietro il linguaggio della sicurezza nazionale. Anna Kelly, vicesegretaria stampa della Casa Bianca, dichiarò: «Tutti questi attacchi decisivi hanno colpito narcoterroristi designati che portano veleno mortale alle nostre coste».
Trump, dal canto suo, ha scritto sulle reti sociali che «i servizi d’intelligence USA hanno confermato che quella imbarcazione trasportava principalmente fentanil e altre droghe illegali».
Ma oltre a video di bassa qualità e dichiarazioni generiche, «l’amministrazione ha annunciato pubblicamente sei [attacchi] in più senza mai rivelare dettagli sugli obiettivi, salvo il numero di persone morte e l’accusa che le navi trasportassero narcotici».
Dal punto di vista del diritto internazionale, tali operazioni sono prive di fondamento. Harold Koh, professore di diritto internazionale a Yale ed ex-consulente legale del Dipartimento di Stato, è stato chiaro: «Il presidente non ha autorità per eseguire esecuzioni sommarie in alto mare, specialmente quando esiste l’opzione della cattura, che finora è stata utilizzata».
Il Caraibi non sono un campo di battaglia; i presunti contrabbandieri non sono combattenti in un conflitto armato. Perciò la loro eliminazione costituisce una violazione del diritto internazionale umanitario, che proibisce l’uso della forza letale contro civili fuori da un contesto di guerra.
Dietro questa strategia si delinea un’intenzione geopolitica più ampia: «Diverse fonti affermano che funzionari della CIA hanno cercato di giocare un ruolo più centrale negli obiettivi di politica estera dell’amministrazione Trump nell’emisfero».
Questo impulso non risponde solo alla lotta contro la droga —narrativa già smentita da rapporti della stessa DEA e di altre agenzie internazionali, che non indicano il Venezuela come fattore significativo nel traffico verso gli USA— bensì a una logica di contenimento e destabilizzazione. Criminalizzando lo Stato venezuelano con l’etichetta di «narcoterrorista», Washington costruisce un pretesto per giustificare sanzioni extraterritoriali, deportazioni massive e, potenzialmente, un’intervento militare diretto.
In questo scenario la CIA non è un mero ente d’intelligence, ma il braccio operativo coperto di una politica di cambio di regime.
La sua partecipazione permette all’amministrazione Trump di agire con impunità istituzionale: «Un portavoce della CIA si è rifiutato di commentare e ha rimandato ogni altra domanda al Pentagono. Un portavoce del Comando Sud […] ha rimandato le domande alla Casa Bianca». Questa triangolazione deliberata di responsabilità rafforza un sistema di potere che opera ai margini del diritto, della trasparenza e della sovranità degli Stati.
Ciò che avviene nel Caraibi non è un episodio isolato bensì la materializzazione di una dottrina imperiale ricalibrata: la guerra ibrida come politica di Stato, in cui l’intelligence sostituisce il diritto, la narrativa prende il posto delle prove e la violenza si normalizza sotto la foglia di fico della sicurezza.
Congiunzione letale
La politica estera della seconda amministrazione Trump ha imboccato una svolta strategica radicale: il ripiegamento sull’emisfero occidentale, che costituisce un’aggiornamento esplicito – e militarizzato – della Dottrina Monroe.
Questa scelta non è solo retorica. Un progetto del nuovo National Defense Strategy redatto sotto la direzione del segretario della Difesa Pete Hegseth e del capo della politica del Pentagono Elbridge Colby, recensito da Politico, mostra che la priorità del Dipartimento della Guerra non è più la Cina o la Russia, ma la «protezione del territorio nazionale e dell’emisfero occidentale».
Questa decisione segna una rottura con la stessa politica della prima amministrazione Trump, che nel 2018 aveva dichiarato la Cina come “il principale rivale strategico”.
In questo nuovo quadro CIA e Pentagono hanno stabilito una divisione di ruoli letalmente efficiente: l’agenzia d’intelligence agisce come cervello decisionale nascosto, mentre le forze armate eseguono operazioni con un’escalation senza precedenti nel Caraibi e alla frontiera sud.
Sappiamo già che «la CIA fornisce intelligence in tempo reale raccolta da satelliti e intercettazioni di segnali […] facendo raccomandazioni su quali imbarcazioni devono essere colpite dai missili».
Il risultato è una catena decisionale in cui civili —etichettati come narcotrafficanti senza prove— vengono eliminati in alto mare senza possibilità di difesa, appello o perfino identificazione pubblica.
L’emisfero minacciato
Parallelamente, il Pentagono ha direzionato le proprie capacità verso l’emisfero americano con rapidità e fermezza inusitate. Politico riferisce che il dipartimento ha attivato migliaia di truppe della Guardia Nazionale per «supportare la polizia» in varie città USA e ha dispiegato numerose navi da guerra e aerei F-35 nel Caraibi «per interrompere il flusso di droga».
Questo comportamento non è solo simbolico. Gli attacchi militari in acque caraibiche sono stati un passo senza precedenti nell’uso della forza letale contro non combattenti.
Inoltre è stata creata una «zona militarizzata» alla frontiera sud con il Messico che autorizza le truppe a fermare civili, funzione tradizionalmente riservata alle forze di polizia.
Tale convergenza tra intelligence e potenza militare rivela un altro tratto della nuova dottrina operativa: la guerra ibrida domestica e regionale, in cui le linee tra sicurezza nazionale, applicazione della legge e operazioni di combattimento si dissolvono deliberatamente.
Dietro questa ristrutturazione strategica emerge una razionalità geopolitica chiara. Riposizionando la strategia difensiva sull’emisfero occidentale, l’amministrazione Trump riafferma la premessa monroista: l’America per gli Stati Uniti.
Nella versione aggiornata, la sovranità di Paesi come Venezuela, Colombia, Trinidad e Tobago o perfino Messico è percepita come minaccia diretta alla sicurezza interna. La narrativa del «narco-stato» e delle «bande transnazionali» è il pretesto per interventi che, nella pratica, mirano a ristabilire il controllo egemonico USA su risorse, rotte e governi.
Il ridirezionamento di risorse dalla difesa europea —come l’annullamento dell’Iniziativa di Sicurezza Baltica— e la possibile riduzione della presenza in Asia occidentale non sono isolazionismo ma riconcentrazione imperiale.
Come osserva un diplomatico europeo citato da Politico, i fondi che prima finanziavano difese in Lettonia o Lituania vengono ora reindirizzati a operazioni nel Caraibi e alla frontiera sud, molte delle quali acquistano sistemi militari USA e consolidano contratti con l’industria della difesa nazionale.
Un asse di potere senza responsabilità
La congiunzione tra CIA e Pentagono in questa nuova fase della politica estera USA costituisce un asse di potere autonomo che opera con minima supervisione del Congresso, senza trasparenza giudiziaria e con una narrativa mediatica accuratamente orchestrata.
La CIA decide chi vive e chi muore; il Pentagono preme il grilletto. Entrambi agiscono sotto l’ombrello della «sicurezza nazionale», ma perseguono obiettivi che trascendono la lotta contro la droga o il crimine: il ristabilimento di una sfera d’influenza esclusiva in America Latina, mediante coercizione, sabotaggio e forza letale.
In questo contesto il Venezuela non è un caso isolato ma il laboratorio principale della nuova dottrina. Se il dispiegamento attuale proseguirà, è probabile che vedremo non solo altri attacchi nel Caraibi ma anche la normalizzazione della guerra coperta come politica di Stato nell’intero emisfero occidentale.
Conjunción letal
La CIA como cerebro y el Pentágono como brazo en la Doctrina Monroe 2.0
En medio de una escalada sin precedentes en el Caribe, la administración Trump 2.0 ha desplegado una campaña letal en el marco de una estrategia destituyente contra Venezuela, pero que en general ha repercutido negativamente en el entorno geopolítico.
Lo que se presenta públicamente como una operación antidrogas revela, bajo la superficie, una arquitectura de poder mucho más inquietante: la Agencia Central de Inteligencia (CIA) “está proporcionando la mayor parte de la información utilizada para llevar a cabo los polémicos ataques aéreos letales”, según fuentes familiarizadas con las operaciones, citadas por The Guardian.
Más aun, una de ellas afirma sin ambages: “Son la parte más importante”.
Este rol central de la CIA marca una ruptura radical con las operaciones anteriores de interdicción marítima, tradicionalmente lideradas por la DEA o la Guardia Costera, cuyas acciones, aunque controvertidas, operaban dentro de marcos de detención y rendición de cuentas.
En cambio, “la información de la agencia […] no está diseñada para servir como prueba legal”, explica Mark Lowenthal, exsubdirector de análisis de la CIA, y sigue: “No producimos pruebas. Tenemos información. No es lo mismo que pruebas”.
Esta distinción es crucial: mientras que la justicia requiere evidencia verificable, la inteligencia opera en la sombra, con el único objetivo de anticipar o neutralizar amenazas —reales o construidas— sin necesidad de demostrarlas.
La consecuencia directa es que “es probable que la información que la agencia recopila sobre cualquiera de los presuntos contrabandistas, vivos o muertos, siga siendo clasificada y no se haga pública”, incluso frente al “interés público mundial y del debate sobre el asesinato de civiles”.
Esta opacidad deliberada permite que decisiones de vida o muerte se tomen sin transparencia ni posibilidad de apelación. Como señala una fuente citada en el reporte: “La información proporcionada por la CIA […] está diseñada para ‘no llegar nunca a los tribunales'” ya que la agencia “hace todo lo posible por proteger sus fuentes y métodos”.
Reconfiguraciones imperiales
La narrativa oficial intenta enmascarar esta lógica letal bajo una retórica de seguridad nacional. Anna Kelly, subsecretaria de prensa de la Casa Blanca, declaró: “Todos estos ataques decisivos han sido contra narcoterroristas designados que traen veneno mortal a nuestras costas”.
Trump, por su parte, afirmó en redes sociales que “los servicios de inteligencia estadounidenses confirmaron que esta embarcación transportaba principalmente fentanilo y otras drogas ilegales”.
Pero más allá de videos de baja calidad y declaraciones genéricas, “la administración ha anunciado públicamente seis [ataques] más sin revelar nunca detalles sobre los objetivos, salvo el número de personas muertas y la acusación de que los barcos transportaban narcóticos”.
Desde el punto de vista del Derecho Internacional, estas operaciones carecen de fundamento. Harold Koh, profesor de esa especialidad en Yale y exasesor legal del Departamento de Estado, ha sido contundente: “El presidente no tiene autoridad para llevar a cabo ejecuciones sumarias en alta mar, especialmente cuando existe la opción de captura, que es la que se ha utilizado hasta ahora”.
El Caribe no es un campo de batalla; los supuestos contrabandistas no son combatientes en un conflicto armado. Por tanto, su eliminación constituye una violación del Derecho Internacional humanitario, que prohíbe el uso de fuerza letal contra civiles fuera de un contexto de guerra.
Detrás de esta estrategia se perfila una intención geopolítica más amplia: “Varias fuentes afirman que los funcionarios de la CIA han estado tratando de desempeñar un papel más central en los objetivos de política exterior de la administración Trump en el hemisferio”.
Este impulso no responde únicamente a la lucha contra el narcotráfico —una narrativa ya desmentida por informes de la propia DEA y otras agencias estadounidenses e internacionales, que en ninguna parte mencionan Venezuela como un factor de importancia en el tráfico de drogas hacia Estados Unidos— sino a una lógica de contención y desestabilización. Al criminalizar al Estado venezolano mediante la etiqueta de “narcoterrorista”, Washington construye un pretexto para justificar sanciones extraterritoriales, deportaciones masivas y, potencialmente, una intervención militar directa.
En este escenario la CIA no actúa como un mero órgano de inteligencia sino como el brazo operativo encubierto de una política de cambio de régimen.
Su participación permite a la administración Trump actuar con impunidad institucional: “Un portavoz de la CIA se negó a comentar esta noticia y remitió cualquier otra pregunta al Pentágono. Un portavoz del Comando Sur […] remitió las preguntas a la Casa Blanca”. Esta triangulación deliberada de la responsabilidad institucional refuerza un sistema de poder que opera al margen del derecho, de la transparencia y de la soberanía de los Estados.
Lo que ocurre en el Caribe no es una operación aislada sino la materialización de una doctrina imperial recalibrada: la guerra híbrida como política de Estado, en la que la inteligencia sustituye el derecho, la narrativa reemplaza la evidencia y la violencia se normaliza bajo el disfraz de la seguridad.
Conjunción letal
La política exterior de la segunda administración Trump ha dado un giro estratégico radical: el repliegue hacia el hemisferio occidental, en lo que constituye una actualización explícita —y militarizada— de la Doctrina Monroe.
Este giro no es meramente retórico. Como revela un borrador del nuevo National Defense Strategy (NDS) elaborado bajo la dirección del secretario de Defensa Pete Hegseth y el jefe de política del Pentágono Elbridge Colby, reseñado por Politico, la prioridad del Departamento de Guerra ya no es China ni Rusia sino la “protección del territorio nacional y del hemisferio occidental”.
Esta decisión marca una ruptura con la propia política de la primera administración Trump, que en 2018 declaró a China como “el principal rival estratégico”.
En este nuevo marco, la CIA y el Pentágono han establecido una división de roles letalmente eficiente: la agencia de inteligencia actúa como órgano decisorio encubierto, mientras que las fuerzas armadas ejecutan operaciones con una escalada sin precedentes en el Caribe y en la frontera sur.
Ya sabemos que “la CIA está proporcionando inteligencia en tiempo real recopilada por satélites e interceptaciones de señales […] haciendo recomendaciones sobre qué embarcaciones deben ser alcanzadas por misiles”.
El resultado es una cadena de decisión en la que civiles —presuntamente narcotraficantes, cuestión nunca probada— son ejecutados en alta mar sin posibilidad de defensa, apelación o siquiera identificación pública.
El hemisferio amenazado
Paralelamente, el Pentágono ha redirigido sus capacidades hacia el hemisferio americano con una velocidad y contundencia inusitadas. Comenta el reporte de Politico que el Pentágono ha activado miles de tropas de la Guardia Nacional para “apoyar a la policía” en varias ciudades de Estados Unidos y ha desplegado múltiples buques de guerra y aviones F-35 al Caribe “para interrumpir el flujo de drogas”.
Este comportamiento, ya lo sabemos, no es simbólico. Los ataques militares en aguas caribeñas fueron un paso sin precedentes en el uso de fuerza letal contra no combatientes.
Además, se ha establecido una “zona militarizada” en la frontera sur con México que autoriza a tropas a detener civiles, una función históricamente reservada a la policía.
Tal convergencia entre inteligencia y poderío militar revela otro matiz en la nueva doctrina operativa: la guerra híbrida doméstica y regional, en la que las líneas entre seguridad nacional, aplicación de la ley y operaciones de combate se disuelven deliberadamente.
Detrás de esa reconfiguración estratégica subyace una racionalidad geopolítica clara. Al reorientar la estrategia de defensa hacia el hemisferio occidental, la administración Trump reafirma la vieja premisa monroísta: América para Estados Unidos.
Pero en su versión actualizada la soberanía de países como Venezuela, Colombia, Trinidad y Tobago o, incluso, México se percibe como una amenaza directa a la seguridad interna. La narrativa del “narcoestado” y las “bandas transnacionales” sirve como pretexto para justificar intervenciones que, en la práctica, buscan restablecer el control hegemónico estadounidense sobre recursos, rutas y gobiernos.
El repliegue de tropas de Europa —como la cancelación de la Baltic Security Initiative— y la posible reducción de presencia en Asia Occidental no indican aislacionismo sino reconcentración imperial.
Como señala un diplomático europeo citado por Politico, el dinero que antes financiaba defensas en Letonia o Lituania ahora se redirige hacia operaciones en el Caribe y la frontera sur, muchas de las cuales compran sistemas militares estadounidenses y consolidan contratos con la industria de defensa nacional.
Un eje de poder sin rendición de cuentas
La conjunción entre la CIA y el Pentágono en esta nueva fase de la política exterior estadounidense configura un eje de poder autónomo, que opera con mínima supervisión del Congreso, sin transparencia judicial y con una narrativa mediática cuidadosamente orquestada.
La CIA decide quién vive o muere; el Pentágono dispara los misiles. Ambos actúan bajo el paraguas de la “seguridad nacional”, pero con objetivos que trascienden la lucha contra las drogas o el crimen: el restablecimiento de una esfera de influencia exclusiva en América Latina, mediante la coerción, el sabotaje y la fuerza letal.
En este contexto Venezuela no es un caso aislado sino el laboratorio principal de la nueva doctrina. Y si el despliegue actual continúa su curso, es probable que veamos no solo más ataques en el Caribe sino una normalización de la guerra encubierta como política de Estado en el propio hemisferio occidental.

