La grande sfida: mantenere la sovranità

Verónica Navia

Una volta noti i risultati delle elezioni generali —al primo e al secondo turno—, dopo la sorpresa del primo turno (dove è emerso il cosiddetto “voto Lara”), le sorprese si sono dissolte nel secondo. In fondo, è stato lo stesso Lara a sottrarre voti, ma l’apporto di Juan Pablo contro Tuto ha pesato di più. Tuttavia, ciò che colpisce è la quantità di sostenitori del MAS che si attribuisce la vittoria: nemmeno Evo Morales ne è rimasto fuori, anche se lo fa in tono di avvertimento… dietro al quale, però, si intravede il riconoscimento che il suo voto duro si è spostato a destra —una constatazione anche dura, dolorosa (con una ridondanza più che giustificata).

Al di là di questo —che può dissolversi in soggettività a favore o contro—, o del modo in cui siamo arrivati a questa situazione, credo che dobbiamo cominciare a prepararci per ciò che ci si prospetta come futuro immediato.

Dobbiamo chiederci perché a Trump non importasse che fosse Tuto o Paz. In realtà, per il secondo turno non c’è stata una preferenza visibile, come invece era accaduto nel primo, quando Doria Medina rappresentava chiaramente la pedina dell’imprenditoria straniera, mentre Tuto manteneva legami più istituzionali con lo Stato USA.

Non possiamo negare che la Bolivia stia attraversando un grave calo economico che, in realtà, ha cominciato a manifestarsi già dal 2019, ma che si è camuffato dietro una crisi politica della quale Evo, apparentemente, non fu debitamente avvertito. Questa crisi, a seconda del punto di vista con cui la si analizzi, è attribuibile a diversi fattori:

1-l’imprenditoria privata nazionale non sta reintegrando nel sistema finanziario le divise ricevute per produrre quanto esporta; cioè, investe nella produzione —con molti costi sovvenzionati—, esporta tale produzione e trattiene all’estero i proventi delle esportazioni, che dovrebbero invece rientrare nel sistema finanziario in dollari;

2-l’Assemblea Legislativa Plurinazionale (ALP) non ha approvato in tempo i crediti già contrattati dall’Esecutivo, fondi che avrebbero potuto generare circolazione di valuta estera, non solo per coprire il debito accumulato negli anni, ma anche per pagare spese come l’acquisto di benzina e diesel;

3-la speculazione sui prezzi al consumo, giustificata con la presunta scarsità di carburanti, che in molti casi non era reale. Tutto questo ha instillato nella popolazione l’idea di una “crisi” economica, quando in realtà chi ne ha fatto le spese è stato il popolo lavoratore: chi vive di ciò che guadagna ogni giorno, o chi sente che il proprio salario non copre più nemmeno i bisogni di base, figurarsi quelli tipici di una classe media consumista.

Tutti/e dobbiamo inoltre conoscere il perché dell’atteggiamento tanto aperto di Trump, oltre alla calorosa congratulazione inviata al binomio vincente. Gli USA detengono oggi il più alto debito estero del mondo: la loro celebrata economia capitalista è sull’orlo del collasso e trascina da tempo una crisi strutturale. Secondo i dati dello stesso Fondo Monetario Internazionale (FMI), al 20 ottobre 2025 il debito USA ammontava a oltre 30,62 bilioni di $, pari al 123% del suo Prodotto Interno Lordo (PIL) —vale a dire, devono più di quanto producano, uno scenario tipico di un’economia capitalista basata sul consumo tramite indebitamento.

Un altro dato cruciale, che spiega molte delle mosse del “paese del Nord”, è il deficit commerciale con la Cina: nel 2024 gli USA importarono dalla Cina merci per 526 miliardi di $, mentre esportarono verso Pechino solo per 382 miliardi, comprando dunque quasi il doppio di quanto vendono. Inoltre, la Cina presta ogni anno agli USA circa 80 miliardi di $, e ha iniziato a ridurre significativamente la propria detenzione di titoli del Tesoro USA —non più ritenuti affidabili—, volgendo invece lo sguardo verso le borse europee.

Non stupisce, quindi, che Trump “salvi” Milei con 20 miliardi di $ in cambio della rottura delle relazioni con la Cina, permettendogli nel contempo di sfruttare il litio argentino; né sorprende che ora stia felicitando il vincitore delle elezioni nel nostro paese e offra “aiuti” per uscire dalla “crisi”. Queste e altre azioni contro i paesi del Sud non sono altro che tentativi disperati per uscire dalla propria catastrofe economica, dato che l’affare della guerra questa volta non è servito a nulla.

D’altro canto, alcuni dati aiutano a capire che la “crisi economica” in Bolivia non è tale, o è stata indirizzata deliberatamente contro chi doveva votare alle elezioni generali:

  • L’Autorità di Supervisione del Sistema Finanziario (ASFI) ha informato che, a luglio 2025, il sistema bancario ha raggiunto un record storico nel numero di conti aperti, con un incremento di 1,6 milioni in soli 12 mesi;
  • Il Ministero dell’Economia ha comunicato che il sistema bancario boliviano ha registrato utili per 2670 milioni di bolivianos nel 2024, con una crescita del 29,5% rispetto al 2020; a giugno 2025, il portafoglio lordo del sistema finanziario superava i 33 miliardi di $;
  • Tra il 2021 e il 2024, il valore medio delle esportazioni ha superato gli 11100 milioni di $, dunque gli imprenditori esportatori hanno guadagnato più ogni anno, ma i proventi non sono rientrati nel paese;
  • L’ammontare erogato dei crediti SIBolivia ha erogato, al 30 giugno 2025, 1916 milioni di bolivianos per sostenere imprenditori nazionali che sostituiscono importazioni —cioè producono per il mercato interno o per l’esportazione—, e sappiamo già che fine ha fatto il denaro proveniente dalle esportazioni.

In sintesi, ci hanno fatto credere che l’economia fosse in crisi, ma —come dimostrano i dati— non è stata l’economia di tutti a soffrire: alcuni, come le banche, ne hanno persino beneficiato. Gli esportatori privati sono stati i maggiori vincitori della “crisi” del popolo: hanno aumentato i prezzi dei beni di prima necessità continuando a godere di sussidi. Il tasso di disoccupazione non è cresciuto, ma il potere d’acquisto dei salari è diminuito.

A questo punto, ci chiediamo: quale paese è davvero in crisi economica? Quale paese ha più bisogno delle nostre risorse per uscire dalla propria crisi? Ci conviene rompere le relazioni con la Cina? Sono domande che, in nome della sovranità nazionale, dobbiamo affrontare con serietà, e che il nuovo governante deve porsi senza pensare che vincere le elezioni gli dia il diritto di depredare, espropriare, privatizzare o “fare la milei” a spese dell’economia del popolo.

Verónica Navia, boliviana, ex ministra del Lavoro, dell’Occupazione e della Previdenza Sociale.


El gran desafío: mantener la soberanía

Por Verónica Navia

Una vez conocidos los resultados de las Elecciones Generales en primera y segunda vuelta, después de la sorpresa de la primera vuelta –donde emerge el «voto Lara»– las sorpresas se disiparon para la segunda, obviamente, pues más allá de que fue el mismo Lara el que restó votos, el aporte de Juan Pablo contra Tuto pudo más. Sin embargo, la sorpresa es la cantidad de gente masista que se atribuye la victoria ya que ni siquiera Evo Morales se salvó de eso, aunque lo hace en tono advertencia… aunque detrás está el reconocer que su voto duro se fue a la derecha, lo que debe ser duro también (redundancia más que justificada).

Más allá de eso, que podría diluirse en subjetividades a favor o en contra, o de cómo llegamos a esta situación, creo que hay que empezar a prepararse para lo que se nos propone como futuro inmediato.

Debemos preocuparnos del por qué a Trump le dio lo mismo Tuto que Paz. En realidad, para la segunda vuelta no hubo una preferencia visible, como lo hubo para la primera que Doria Medina estaba como ficha del empresariado de afuera, mientras Tuto tenía relación por la vía más institucional del Estado gringo.

No podemos negar que Bolivia está atravesando un tremendo bajón en su economía que, justamente, empezó a advertirse desde 2019, pero que se camufló en una crisis política de la que Evo aparentemente no fue debidamente advertido. Esta crisis, dependiendo del cristal con que se la analice, es atribuible a varios factores:

1) El empresariado privado nacional no está devolviendo divisas que el sistema financiero le entrega para producir lo que exportan, es decir, invierten en producción –con muchos costos subvencionados–, esa producción la exportan y lo que reciben de esa exportación se queda fuera del sistema financiero al que debería retornar en dólares;

2) La Asamblea Legislativa Plurinacional (ALP) no aprobó de manera oportuna los créditos ya contratados por el Ejecutivo, dinero que podía generar circulación de divisas no solamente para cubrir la deuda que se tiene desde hace años, sino para cubrir otros gastos como la compra de gasolina y diésel;

3) La especulación en los precios al consumidor, precisamente ocasionados con la excusa de falta de combustibles y que, en muchos casos, no tenían esa probable causa. Todo este escenario generó que en la cabeza de la gente empiece a calar la idea de crisis, claro, si el único que salió perdiendo con todo esto es precisamente el pueblo trabajador, el que vive de lo que genera en el día o aquel que siente que su salario ya no cubre las necesidades no solo básicas, sino aquellas típicas de una clase media consumista.

Algo que debemos conocer todas y todos del por qué la actitud tan abierta de Trump, además de la cálida felicitación al binomio ganador, es que los Estados Unidos tienen la mayor deuda externa en todo el mundo, su famosa economía capitalista está a punto de la catástrofe y se arrastra desde hace bastante tiempo. Según datos del propio Fondo Monetario Internacional (FMI), la deuda de los Estados Unidos, al 20 de octubre de 2025, es de más de 30.62 billones de dólares, el 123% de su Producto Interno Bruto (PIB), es decir, debe más de lo que genera para pagar, escenario propio de una economía capitalista de consumo vía endeudamiento.

Otro dato importante, que hace que muchas actitudes del país del Norte tengan explicación, es el déficit comercial que mantiene con China: en 2024 mientras que los Estados Unidos recibieron de China 382 mil millones de dólares, China recibió de los Estados Unidos 526 mil millones de dólares, es decir, estos compran casi el doble de lo que le vende a aquellos. Pero, además, China presta a los Estados Unidos aproximadamente 80 mil millones de dólares por año, lo que ha llevado al país asiático a reducir de manera considerable la tenencia de bonos del Tesoro Estadounidense, porque ya no le son confiables, y ha volcado su mirada a las bolsas europeas.

Por lo tanto, no es de extrañarse que Trump «salve» a Milei con 20 mil millones de dólares a cambio de que rompa relaciones con China, pero, de paso, le permita explotar el litio de su país; como tampoco es extraño que ahora esté felicitando al ganador de las elecciones en nuestro país y ofreciendo apoyo para que salgamos de la «crisis». Éstas, entre otras acciones contra los países del Sur, solo son un intento más de salir de su propia catástrofe económica, ya que el negocio de la guerra no ayudó para nada esta vez.

Por otro lado, unos datos más para que sepamos que la «crisis económica» en Bolivia no es tal o que está dirigida solamente contra quienes debían votar en las Elecciones Generales:

  • La Autoridad de Supervisión del Sistema Financiero (ASFI) informó que, a julio de 2025, el sistema financiero alcanzó un récord histórico en el número de cuentas bancarias, con un incremento de 1.6 millones, en un período de 12 meses;
  • El Ministerio de Economía brindaba la siguiente información: el sistema financiero boliviano, es decir los bancos nacionales, alcanzó utilidades de bs dos mil 670 millones en 2024, un crecimiento del 29.5% respecto a 2020; mientras que, a junio de 2025, la cartera bruta del sistema financiero superó los 33 mil millones de dólares;
  • Entre 2021 y 2024 el valor promedio de las exportaciones superó los 11 mil 100 millones de dólares, es decir, los empresarios exportadores ganaron más plata cada año de gestión, pero esa plata no retornó al país;
  • El monto desembolsado de los créditos SIBolivia llegó a bs mil 916 millones al 30 de junio de 2025, crédito creado por el Gobierno Nacional para beneficio de las y los empresarios bolivianos que sustituían importaciones, es decir, que producían para el mercado interno o la exportación, y ya sabemos qué pasó con el dinero de lo exportado.

En resumen, nos hicieron creer que la economía estaba en crisis, pero como se demuestra con algunos datos no fue la economía de todas y todos la que sufrió ya que algunos incluso (como los bancos) se beneficiaron. Las y los empresarios exportadores son lo que más ganaron con la «crisis» del pueblo e hicieron aumentar precios de la canasta familiar mientras se siguen beneficiando de precios subsidiados. La tasa de desempleo no creció, pero el poder adquisitivo de los salarios disminuyó.

Ante esto, ¿qué país está en verdadera crisis económica? ¿Qué país necesita más de nuestros recursos para poder salir de su crisis? ¿Nos conviene romper relaciones con China? Estas son algunas de las preguntas que, en nombre de la soberanía nacional, debemos responder con seriedad y que el nuevo gobernante no esté pensando que ganar las elecciones le da el derecho a desfalcar, expropiar, privatizar o hacer la «milei» a costa de la economía del pueblo.

__________________________

Verónica Navia Boliviana, exministra del Trabajo, Empleo y Previsión Social

Share Button

One thought on “La grande sfida: mantenere la sovranità”

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.