Ecuador: la sfida indigena al potere

Juan J. Paz-y-Miño Cepeda

A partire dalla metà di settembre (2025) il movimento indigeno dell’Ecuador ha deciso di avviare uno sciopero nazionale con l’obiettivo di ottenere l’abrogazione del Decreto 126 (13 settembre), che aveva aumentato il prezzo del diesel da 1,80 a 2,80 dollari al gallone. Il provvedimento è stato giudicato inflazionistico e dannoso per la vita delle comunità indigene e delle fasce più povere della popolazione. Nonostante un iniziale “dialogo” con il governo il 15 ottobre, la CONAIE e le comunità hanno proseguito con la paralisi del Paese.

Il decreto è stato soltanto il detonatore di una situazione che ha radici più profonde: l’imposizione, dal 2017, di un modello economico che ha favorito i grandi imprenditori, consolidando un settore oligopolistico e oligarchico come egemone e che è stato garantito attraverso il controllo politico dell’Esecutivo sulle altre funzioni dello Stato e sui suoi principali apparati, comprese forze armate e polizia.

È vero che tale “modello” è stato imposto attraverso gli accordi firmati con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) nell’ambito dell’Extended Fund Facility (EFF, 31 maggio 2024) e rafforzati nella seconda revisione (18 luglio 2025), che deve ancora essere pienamente attuata, soprattutto per quanto riguarda privatizzazioni e flessibilità del lavoro. Ma occorre considerare che nel Paese le élite imprenditoriali hanno dimostrato una notevole capacità di adattare le ricette del Fondo ai propri interessi specifici, andando anche oltre quanto previsto.

Inoltre, un governo composto da imprenditori non riesce a comprendere la necessità di contare su uno Stato che fornisca infrastrutture, beni e servizi pubblici in un contesto in cui il 70% della popolazione è disoccupata o sottoccupata, con un livello di informalità lavorativa di tale portata, salari bassi, carenze in sanità e istruzione, un sistema di sicurezza sociale a rischio, un’ampia popolazione povera e un’estrema concentrazione della ricchezza, che rendono l’Ecuador uno dei Paesi più diseguali del mondo.

Pensare che l’impresa privata e il libero mercato possano garantire uno sviluppo con benessere umano è un’idea che non si applica neppure negli Stati Uniti e ancor meno in Europa, dove prevalgono economie di tipo sociale.

E se si guarda esclusivamente all’America Latina, il modello della “libertà economica” non solo è stato imposto letteralmente con il sangue e con la forza, ma non ha mai funzionato dal punto di vista sociale in nessun Paese, come dimostrano il Cile dai tempi di Pinochet, il Perù o l’attuale Argentina del presidente Javier Milei, dove – secondo statistiche e studi internazionali – le condizioni di vita, di lavoro e di pensione della maggioranza della popolazione si sono deteriorate.

In Ecuador, la gran parte dei funzionari dell’Esecutivo, a cominciare dal capo di Stato, provengono dal mondo imprenditoriale della costa, in particolare dalla città di Guayaquil. Fin dalla presidenza di León Febres Cordero (1984-1988) e, soprattutto, durante la sua successiva gestione municipale (1992-2000), poi proseguita da Jaime Nebot (2000-2019), si è costruita una peculiare identità locale nel settore privato, convinto che il proprio modello di amministrazione pubblica sia “di successo”, che l’autorità dell’imprenditore sia legittimata dall’accumulo di ricchezza e che la propria storia, interpretata in chiave regionale, rifletta soltanto la forza di una città in cui gli indigeni sono sempre stati pochi, anche oggi.

Questa visione impedisce alle élite di comprendere il mondo indigeno, i valori storici della vita comunitaria, la giustizia indigena, la cosmo visione ambientale e il legame con il territorio. Di conseguenza, come già accadde con il governo di Febres Cordero, l’Esecutivo si struttura attorno a un’autorità centralizzata, alla quale bisogna obbedire e che non ammette dissenso né opposizione.

È una concezione condivisa anche dal settore oligarchico nazionale, che disprezza le classi popolari, considera gli indigeni come una zavorra del passato e non riesce a comprendere la lotta sociale rivendicativa come reazione alle politiche di governo, alla dominazione politica e a ogni forma di razzismo e classismo, retaggi culturali e storici ancora irrisolti nella società.

D’altra parte, il movimento indigeno si è trovato limitato dal fatto che lo sciopero si è concentrato solo in alcune regioni, con epicentro nella provincia di Imbabura, dove – secondo studi sociologici – si trova una popolazione indigena istruita, produttiva, con professionisti universitari e persino con una vera borghesia indigena, come si nota nella città di Otavalo, dove la popolazione ha subito il peso della repressione.

Le classi dominanti non hanno capito che non hanno più di fronte gli indigeni delle haciendas di un tempo, ma comunità consapevoli dei propri diritti come popoli e nazionalità, un tema che non viene ancora riconosciuto come fondamento di un nuovo Stato nazionale.

Il movimento indigeno ha comunque suscitato appoggio e solidarietà da ampi settori, soprattutto nella Sierra, meno nell’Amazzonia e scarsamente nella Costa. Tuttavia, non si è ancora costruito un blocco popolare organico e coordinato, basato su interessi nazionali comuni e non solo settoriali. È inoltre paradossale che la reazione antigovernativa provenga da popolazioni indigene che, non avendo votato per il “correismo”, abbiano dato il loro voto a Daniel Noboa, contribuendo alla sua vittoria elettorale: un fatto che il movimento dovrà analizzare internamente se vuole dare uno sbocco storico alle proprie rivendicazioni.

La repressione contro le comunità indigene è stata senza precedenti in quattro decenni di governi costituzionali, con centinaia di feriti e tre persone uccise. Le violazioni dei diritti umani sono state documentate in video diffusi sui social e nei media alternativi, attirando l’attenzione della stampa e di organismi internazionali come Amnesty International, la CIDH, Human Rights Watch, Reuters, DW ed El País.

Ciò dimostra che neppure tra le forze dell’ordine si comprende il potenziale esplosivo del deterioramento sociale provocato, in appena otto anni, dall’avanzata del perverso modello della “libertà economica”.

Come di consueto, dagli ambienti ufficiali si è scelto di affrontare lo sciopero con una strategia propagandistica: collegarlo al “correismo”, alla “violenza” e persino insinuare che facesse parte del “terrorismo” promosso dai “gruppi della criminalità organizzata”. Ancora una volta, si rivela la totale incomprensione delle radici che generano l’esplosione sociale nel Paese.

Di fronte alla persistente resistenza indigena, il governo ha annunciato di voler porre fine allo sciopero “una volta per tutte”. L’esperienza della brutale repressione e il timore di una reazione ancora più violenta da parte dello Stato hanno portato la CONAIE, il 22 ottobre, a decidere la fine dello sciopero e il ritorno delle comunità nei propri territori, per ricostruire da lì la propria resistenza. Una fine dolorosa, che ha mostrato il potere politico contrapposto al popolo, sordo alle sue richieste.

Tuttavia, in Ecuador non si intravede una soluzione stabile nel lungo periodo. Legato alle condizioni imposte dal FMI e alla voracità con cui agisce l’imprenditoria oligarchica, non si vede alcun percorso capace di garantire un progresso economico duraturo, orientato al benessere umano, alla pace, alla sicurezza dei cittadini, alla redistribuzione della ricchezza e al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro del popolo ecuadoriano.

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