Tre lustri offrendo un aiuto decisivo sul piano militare e non meno sensibile su quello umano
Forse molti, alla luce del tempo e dell’immaginazione, non si sono fermati per qualche minuto a pensare a cosa sarebbe stato dell’Angola, mezzo secolo fa, se il suo legittimo presidente, il dottor Agostinho Neto, non si fosse rivolto a Fidel, a nome del suo popolo, per chiedere un aiuto che forse neppure lui pensava sarebbe finito per cambiare, in meglio, il corso della storia e i destini all’interno del continente africano.
La situazione era estremamente complicata. Gli USA avevano investito decine di milioni di dollari per rifornire di armi e istruttori la controrivoluzione interna angolana.
Truppe regolari dello Zaire avevano penetrato il territorio angolano, mentre forze militari del Sud Africa occupavano la zona di Cunene, avanzavano di circa 60-70 chilometri al giorno e rifornivano di armi e istruttori le bande dell’organizzazione controrivoluzionaria UNITA.
In sintesi, si trattava di una aperta e criminale cospirazione per impedire che si adempissero gli Accordi di Alvor (15 gennaio 1975, località turistica di Alvor, sulla costa atlantica portoghese), la cui firma, da parte del Portogallo, dell’MPLA, dell’UNITA e dell’FNLA, avrebbe dovuto aprire le porte alla decolonizzazione dell’Angola e fissava l’11 novembre di quell’anno come data ufficiale per proclamare la sua indipendenza.
L’aiuto solidale di Cuba non si fece attendere. Nacque così l’Operazione Carlota. All’arrivo, il nemico era già a 25 chilometri da Luanda, ma non avrebbe toccato un solo capello della capitale. Il panico si diffuse tra gli aggressori dopo il rombo dell’artiglieria reattiva cubana, a Quifangondo, il 9 novembre. Anche il sorriso con cui intendevano impadronirsi di Cabinda forze zairesi, battaglioni del cosiddetto Fronte di Liberazione dell’Enclave di Cabinda (FLEC) e mercenari bianchi, si trasformò in una smorfia.
Agostinho Neto deve aver sentito che il cuore non gli stava dentro nel petto. Che abbraccio avrebbe dato, in quel momento, a Fidel! L’Angola viveva il primo minuto del nuovo giorno 11 novembre e lui poteva annunciare, a piena voce, perché si sentisse da Cabinda a Cunene, la sospirata indipendenza del paese.
Il problema, tuttavia, non era risolto. Era solo l’inizio. Bisognava espellere l’aggressore. Dopo una riuscita offensiva, il 27 marzo 1976 varcò il confine, verso sud, in territorio namibiano, l’ultimo distaccamento di razzisti sudafricani.
LE ARMI DELL’ANIMA
Senza la presenza permanente e ostile della controrivoluzione – rifornita continuamente dall’esterno con denaro, armi, consulenza e qualsiasi rinforzo servisse a destabilizzare e rovesciare il governo – la permanenza di Cuba in Angola sarebbe stata molto più breve. Eliminare le bande interne, come era successo nell’Escambray e in altre zone, non sarebbe stato un problema per le truppe internazionaliste cubane, ma non era questo il motivo dell’aiuto offerto. Spettava a quel paese trovare una soluzione interna.
Non c’è bisogno di essere profeti, eruditi o esperti, per sapere cosa sarebbe aspettata quella nazione africana senza la presenza lì degli internazionalisti cubani.
Per una reazione logica, forse persino inconscia, è molto probabile che molte persone associno l’aiuto solo all’ambito militare. Coloro che ebbero l’opportunità di vivere o di apprezzare direttamente l’epopea, sanno che la mano generosa dei cubani andò molto oltre.
Non mi stanco mai di parlare – soprattutto ai più giovani – della sensibile impronta umana che, nel corso di quegli anni, le truppe cubane lasciarono nella vasta geografia angolana.
Quale esercito venuto da oltremare – chiedo spesso – offre assistenza medica urgente alla popolazione nativa? Quali combattenti condividono la loro razione di cibo con bambini affamati che aspettano, chiedendo con lo sguardo triste ciò che le loro labbra non esprimono? Quali truppe costruiscono parchi giochi o piccole scuole a beneficio dell’infanzia sofferente o innalzano impressionanti sculture e monumenti alla fratellanza e alla vittoria, prima di fare ritorno al loro paese…?
Quale popolo si riversa in strada in massa per salutare le truppe di un altro paese, come fece Luanda, nel gennaio 1989, tra lacrime ed espressioni di gratitudine?
Di tutto ciò c’è abbondante evidenza, non solo grafica o documentale, ma anche dentro il petto, soprattutto di coloro che furono assistiti.
Spesso mi torna in mente la frase di quella donna della tribù mujimba quando, curata dal medico cubano, rimase ad osservarlo per alcuni secondi, fino a quando, con la gratitudine che si trasformava in voce, gli disse: «quanto siete diversi…, voi ci curate, i sudafricani ci uccidono».
Alla fine del 1987, dimenticando la lezione del 1975, il Sud Africa avrebbe posto le basi per la sua propria e definitiva sconfitta. Incoraggiata dal fallimento di un’operazione che Cuba non aveva mai consigliato di realizzare, Pretoria avanzò pericolosamente con l’intenzione di prendere Cuito Cuanavale e continuare l’offensiva.
Intensi combattimenti fecero sì che il nemico si rompesse di nuovo i denti di fronte alla difesa stoica di cubani e angolani. L’impetuoso avanzamento, poi, sul fianco sud-occidentale, e colpi come quello assestato dall’aviazione cubana a Calueque, obbligarono Pretoria a uscire dal territorio angolano e a sedersi irrimediabilmente al tavolo delle trattative, senza alcun condizionamento, in qualità di sconfitta.
Risultato: l’Angola ottenne la sua agognata pace, fu finalmente applicata la Risoluzione 435 del 1978 per l’indipendenza della Namibia, e cadde bocconi nella sua propria tomba l’obbrobrioso regime dell’apartheid in Sud Africa.
La mano en el hombro amigo
Tres lustros ofreciendo una ayuda determinante en el terreno militar y no menos sensible en el sentido humano
Autor: Pastor Batista
Tal vez muchos, a la luz del tiempo y de la imaginación, no nos hemos detenido por unos minutos a pensar qué hubiera sido de Angola, medio siglo atrás, si su legítimo presidente, el doctor Agostinho Neto, no acude a Fidel, en nombre de su pueblo, para pedirle una ayuda que quizá ni él mismo pensó terminaría cambiando, para bien, el curso de la historia y los destinos dentro del continente africano.
La situación era en extremo complicada. Estados Unidos había invertido decenas de millones de dólares en abastecer de armas e instructores a la contrarrevolución interna angolana.
Tropas regulares de Zaire habían penetrado a territorio angolano, mientras fuerzas militares de África del Sur ocupaban la zona de Cunene, avanzaban a unos 60-70 kilómetros por día, y suministraban armas e instructores a las bandas de la organización contrarrevolucionaria Unita.
En fin, se trataba de una abierta y criminal conjura para impedir que se cumplieran los Acuerdos de Alvor (15 de enero de 1975, centro turístico de Alvor, en la costa atlántica portuguesa), cuya rúbrica, por parte de Portugal, el mpla, la Unita y el fnla, debía abrir puertas a la descolonización de Angola y fijaba el 11 de noviembre de ese año como fecha oficial para proclamar su independencia.
La ayuda solidaria de Cuba no se hizo esperar. Nacía así la Operación Carlota. Al arribar, ya el enemigo estaba a 25 kilómetros de Luanda, pero no le tocaría ni un cabello a la ciudad capital. El pánico cundió entre los agresores tras el rugido de la artillería reactiva cubana, en Quifangondo, el 9 de noviembre. También se tornaría mueca la sonrisa con que pretendían apoderarse de Cabinda fuerzas zairenses, batallones del llamado Frente de Liberación del Enclave de Cabinda (flec), y mercenarios blancos.
Agostinho Neto debe haber sentido que el corazón no le cabía, completo, dentro del pecho. ¡Qué clase de abrazo le hubiera dado, en ese instante, a Fidel! Angola vivía el primer minuto del nuevo día 11 de noviembre y él podía anunciar, a viva voz, para que se escuchase desde Cabinda hasta Cunene, la deseada independencia del país.
El problema, sin embargo, no quedaba resuelto. Era apenas el comienzo. Había que expulsar al agresor. Tras una exitosa ofensiva, el 27 de marzo de 1976 se internó, en suelo namibio, al sur, el último destacamento de racistas sudafricanos.
LAS ARMAS DEL ALMA
Sin la permanente y hostil presencia de la contrarrevolución –transfundida todo el tiempo desde fuera con dinero, armas, asesoría y cuanto refuerzo sirviera para desestabilizar y derrocar al gobierno–, la permanencia de Cuba en Angola hubiera sido mucho más corta. Eliminar a las bandas internas, tal y como sucedió en el Escambray y en otras zonas, no hubiese sido problema para las tropas internacionalistas cubanas, pero no era ese el motivo de la ayuda ofrecida. Correspondía a aquel país hallar una solución interna.
No hay que ser profeta, erudito o experto, para saber lo que le hubiera esperado a aquella nación africana sin la presencia allí de los internacionalistas cubanos.
Por una reacción lógica, tal vez hasta inconsciente, es muy probable que muchas personas asocien la ayuda solo al ámbito militar. Quienes tuvimos la oportunidad de vivir o de apreciar directamente la epopeya, sabemos que la mano generosa de los cubanos fue mucho más allá.
Nunca me cansaré de hablar –sobre todo para los más jóvenes– acerca de la sensible huella humana que, a lo largo de aquellos años, fueron dejando las tropas cubanas en la vasta geografía angolana.
¿Qué ejército venido de ultramar –suelo preguntar– le ofrece urgente asistencia médica a la población nativa?, ¿qué combatientes comparten su ración de alimento con niños hambrientos que aguardan, pidiendo con la triste mirada lo que sus labios no expresan?; ¿qué tropas construyen parques infantiles o pequeñas escuelas para beneficio de la sufrida niñez o levantan impresionantes esculturas y monumentos a la hermandad y a la victoria, antes de retornar a su país…?
¿Qué pueblo se lanza en peso a la calle para despedir a tropas de otro país, como hizo Luanda, en enero de 1989, entre lágrimas y expresiones de gratitud?
Acerca de todo ello hay abundante evidencia, no solo gráfica o documental, sino también dentro del pecho, sobre todo de los asistidos.
A menudo acude a mi memoria la frase de aquella mujer de la tribu mujimba cuando, curada por el médico cubano, se quedó observándolo durante unos segundos, hasta que, con el agradecimiento convertido en voz, le dijo: «qué distintos…, ustedes nos curan, los sudafricanos nos matan».
A finales de 1987, olvidando la lección de 1975, Sudáfrica sentaría las bases para su propia y definitiva derrota. Envalentonada por el fracaso de una operación que Cuba nunca aconsejó realizar, Pretoria avanzó peligrosamente con la intención de tomar Cuito Cuanavale y continuar la ofensiva.
Intensos combates harían que el enemigo volviera a partirse los dientes frente a la estoica defensa de cubanos y angolanos. El impetuoso avance, luego, por el flanco sudoccidental, y golpes como el asestado por la aviación cubana en Calueque, obligarían a Pretoria a salir de territorio angolano y sentarse irremediablemente a la mesa de negociaciones, sin condicionamiento alguno, en calidad de derrotada.
Resultado: Angola logró su ansiada paz, por fin fue aplicada la Resolución 435, de 1978, para la independencia de Namibia, y caía de bruces en su propia tumba el oprobioso régimen del apartheid en Sudáfrica

