Linciaggi extragiudiziali nei Caraibi

L’affondamento di lance disarmate da parte di effettivi statunitensi costituisce un crimine, non solo dalla prospettiva del diritto internazionale, ma anche a partire dalla legislazione dello stesso Paese.

Francisco Delgado Rodríguez

Il dispiegamento aeronavale che Trump ha ordinato di dispiegare in stato di massima allerta, minacciando l’integrità territoriale non solo del Venezuela, ma anche delle nazioni confinanti, costituisce la più grande sfida alla pace regionale, almeno dalla cosiddetta Crisi d’Ottobre del 1962. Si stima che sia disperso nei Caraibi almeno il 15% delle forze navali totali USA.

È ormai noto che l’obiettivo finale di questa parafernalia bellica è provocare quello che nel gergo della guerra non convenzionale si chiama “cambio di regime” in Venezuela. In altre parole, distruggere la Rivoluzione Bolivariana mediante la forza militare; qualsiasi altro pretesto, come la guerra ai narcoterroristi, è solo una giustificazione.

Dietro c’è un potente conglomerato transnazionale di interessi energetici e armamentistici USA che fa pressione sulla Casa Bianca per garantire il controllo assoluto delle straordinarie riserve petrolifere del Venezuela e, per di più, anche di paesi limitrofi.

Stimare l’evoluzione di questa aggressione contro la nazione sudamericana merita uno spazio speciale, in uno scenario che finora mantiene costante solo l’aumento di unità ed effettivi militari e della minaccia implicita.

L’esito finale o come continuerà questa aggressione dipenderà dalla decisione che prenderà il presidente Trump e, soprattutto, dalla capacità di persuasione e, in ultima istanza, di difesa del Venezuela.

In questo contesto, vale la pena soffermarsi su uno degli aspetti più riprovevoli di questa mega-operazione: le esecuzioni extragiudiziali che le forze armate USA stanno effettuando nei Caraibi e nel Pacifico orientale.

Sì, perché l’affondamento di lance disarmate senza preavviso, senza l’applicazione di qualche protocollo di detenzione, ad esempio come quello utilizzato dalla stessa Guardia Costiera del paese aggressore, costituisce un crimine, non solo dalla prospettiva del diritto internazionale, ma anche, e soprattutto, a partire dalla stessa legislazione USA.

Ad esempio, il Quinto Emendamento vieta qualsiasi privazione della vita senza un regolare processo; l’Ottavo Emendamento vieta punizioni crudeli e inusitate. Allo stesso modo, si applicano leggi specifiche come la Legge Federale sulla Pena di Morte, la Legge sul Controllo del Crimine Violento e l’Applicazione della Legge, nonché disposizioni molto concrete e dettagliate nel Codice Penale Federale, che qualifica come omicidio premeditato da agenti federali le esecuzioni extragiudiziali, considerandole un crimine federale punibile.

Altri aspetti importanti di questo insieme di legislazioni gettano anche chiara luce sugli agenti federali menzionati coinvolti, stabilendo che includono alti funzionari, come nel caso del Segretario di Stato, Marco Rubio, che, come noto, è il cervello e il principale promotore di questa guerra contro il Venezuela.

Rubio ora gode dell’immunità che gli conferisce la sua carica di Segretario di Stato. Ma questa non è eterna, terminerà a mezzanotte del giorno in cui lascerà quell’incarico, per definizione effimero, come lo è quella che viene chiamata negli USA l’incubo Trump, cioè la sua amministrazione.

In altre parole, i crimini che Rubio e altri stanno implementando, con l’affondamento di decine di imbarcazioni e un bilancio, ad oggi, di oltre 75 persone assassinate, comportano una condanna all’ergastolo, senza possibilità di riduzione della pena.

Un processo contro Marco Rubio avrebbe un alto profilo, ragione sufficiente perché non possa evitarlo facilmente. Non sarebbe nemmeno il primo ex funzionario di alto livello processato. Si veda, ad esempio, il caso di John Bolton, coinvolto anche nella progettazione di un’altra avventura anti-venezuelana, quando ricopriva una delle cariche che detiene ora Marco Rubio, Consigliere per la Sicurezza Nazionale; qualsiasi somiglianza con il passato «è pura coincidenza».

Un altro esempio, con senso provvisorio, è la prematura rinuncia al suo incarico del capo del Comando Sud, Alvin Hosley, che ha avvertito nel suo addio che «la gente non capisce quello che facciamo», ha detto, in relazione all’attacco alle “narcolance”.

Certo, Washington e il Dipartimento di Giustizia tentano di trovare una giustificazione legale per l’affondamento delle navi e l’assassinio indiscriminato di persone provatamente innocenti, come i pescatori trinitensi o due dei sopravvissuti, un messicano e un ecuadoriano, assolti dai loro stessi tribunali.

Si appellano, ad esempio, alla normativa nota come Autorizzazione per l’Uso della Forza Militare (AUMF), promossa dall’ex presidente George W. Bush e approvata il 18 settembre 2001, sette giorni dopo l’attacco alle Torri Gemelle, quando iniziava la sua peculiare guerra al terrorismo, e in virtù di questa legislazione si auto-attribuirono il diritto di qualificare come terrorista il primo musulmano che incrociavano.

Lo stesso che ora, a loro libero arbitrio, i governanti USA possono etichettare chiunque vogliano come narcoterroristi, sotto il manto, di per sé assurdo, dell’AUMF. Non bisogna dimenticare neanche l’unilaterale lista di paesi che presumibilmente sostengono o tollerano il terrorismo, in cui includono nazioni vittime di atti terroristici progettati e finanziati negli USA, come l’emblematico caso di Cuba.

Qui potrebbe applicarsi la logica elementare. Le autorità competenti USA non hanno potuto dimostrare, tanto meno davanti a una corte federale, come impone la loro stessa legislazione, che le vittime sono terroriste; spiegano in modo evasivo che si tratta di rapporti di intelligence, senza ulteriori dettagli.

Anche in un recente incontro “chiuso” (briefing classificato) di Marco Rubio e del Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, con dirigenti bipartitici del Senato, non si è potuta stabilire la legalità degli attacchi a queste imbarcazioni, non hanno nemmeno presentato un dato chiave, l’identità delle vittime degli affondamenti.

Aggiungiamo che è inammissibile che il governo USA agisca all’unisono come polizia, giudice ed esecutore della pena capitale, tutto in segreto e secondo il suo sleale arbitrio.

Di fronte a tanta prepotenza, è improrogabile l’urgenza che gli USA fermino le stragi contro lance disarmate e rimandino nelle loro basi il menzionato 15% del loro potere aeronavale.

Procedere verso un’incursione militare contro il territorio bolivariano scatenerebbe conseguenze politiche e un rifiuto netto, non solo nella Nostra America, ma anche nella stessa base trumpista, ostinata riguardo al coinvolgimento del suo Paese in successive e inutili guerre, come ha riconosciuto recentemente lo stesso mandatario imperiale, riferendosi ad altri conflitti in cui il suo paese è stato coinvolto.


Linchamientos extrajudiciales en el Caribe

El hundimiento de lanchas desarmadas, por parte de efectivos estadounidenses, constituye un crimen, no solo desde la perspectiva de las leyes internacionales, sino incluso a partir de la propia legislación de ese país

Francisco Delgado Rodríguez

El despliegue aeronaval que Trump ordenó disponer en zafarrancho de combate, amenazando la integridad territorial no solo de Venezuela, sino de las naciones colindantes, constituye el mayor desafío a la paz regional, al menos desde la llamada Crisis de Octubre de 1962. Se calcula que está disperso en el Caribe al menos un 15 % de las fuerzas navales totales estadounidenses.

Ya se sabe, el destino final de esta parafernalia bélica es provocar lo que en el argot de la guerra no convencional se denomina como cambio de régimen en Venezuela. En otras palabras, destruir a la Revolución Bolivariana mediante la fuerza militar; cualquier otro pretexto, por caso, la guerra contra los narcoterroristas, es eso, pura justificación.

Detrás está un poderoso conglomerado transnacional de intereses energéticos y armamentísticos estadounidenses, que presionan sobre la Casa Blanca, a fin de garantizar el control absoluto de las extraordinarias reservas petroleras de Venezuela y, por añadidura, también de países limítrofes.

Estimar la evolución de esta agresión contra la nación sudamericana merece un espacio especial, en un escenario que hasta ahora lo único que mantiene constante es el incremento de unidades y efectivos militares, y de la amenaza implícita.

El desenlace final o cómo continúa esta agresión, dependerá de qué decisión tome el presidente Trump y, sobre todo, de la capacidad de persuasión y, en última instancia, de defensa de Venezuela.

En este contexto, viene al caso detenerse en uno de los aspectos más repudiables de este megaoperativo: las ejecuciones extrajudiciales que las fuerzas armadas estadounidenses están realizando en el Caribe y en el Pacífico oriental.

Sí, porque el hundimiento de lanchas desarmadas sin aviso previo, sin la aplicación de algún protocolo de detención, por ejemplo, como el que emplea la propia Guardia Costera del país agresor, constituye un crimen, no solo desde la perspectiva de las leyes internacionales, sino incluso, y sobre todo, a partir de la propia legislación estadounidense.

Por ejemplo, la Quinta enmienda prohíbe cualquier privación de vida sin un proceso judicial adecuado; la Octava enmienda prohíbe castigos crueles e inusuales. Asimismo, se aplican leyes específicas como la Ley Federal de Pena de Muerte, la Ley de Control de Crimen Violento y Aplicación de la Ley, así como precisiones muy concretas y detalladas en el Código Penal Federal, que califica como asesinato por agentes federales predeterminados, las ejecuciones extrajudiciales, considerándolas un crimen federal punible.

Otros aspectos importantes de este racimo de legislaciones también arrojan meridiana claridad sobre los mencionados agentes federales involucrados, estableciendo que incluye a altos funcionarios, como es el caso del secretario de Estado, Marco Rubio, como se conoce, el cerebro y principal impulsor de esta guerra contra Venezuela.

Rubio ahora disfruta de la inmunidad que le otorga su condición de secretario de Estado. Pero esta no es eterna, terminará a las 12 de la noche del día en que abandone ese cargo, por definición efímero, como lo es lo que se denomina en EE. UU. la pesadilla Trump, es decir, su administración.

En otras palabras, los crímenes que Rubio y otros están implementando, con el hundimiento de decenas de embarcaciones, con un saldo, a la fecha, de más de 75 personas asesinadas, conllevan una condena de cadena perpetua, sin posibilidades de reducción de pena.

Un proceso judicial contra Marco Rubio tendría un alto perfil, razón suficiente para que no pueda evadirlo fácilmente. Ni siquiera sería el primer exfuncionario de alto vuelo procesado. Vean, por ejemplo, el caso de John Bolton, involucrado también en el diseño de otra aventura antivenezolana, cuando ocupaba uno de los cargos que detenta ahora Marco Rubio, asesor de Seguridad Nacional; cualquier semejanza con el pasado «es pura coincidencia».

Otro ejemplo, con sentido provisorio, es la prematura renuncia a su cargo del jefe del Comando Sur, Alvin Hosley, quien advirtió en su despedida que «la gente no entiende lo que hacemos», dijo, en relación con el ataque a las «narcolanchas».

Claro, Washington y el Departamento de Justicia hacen intentos por buscarles una justificación legal al hundimiento de naves y al asesinato a mansalva de personas probadamente inocentes, como el de los pescadores trinitenses o dos de los sobrevivientes, un mexicano y un ecuatoriano, absueltos por sus propios tribunales.

Apelan por caso a la normativa conocida como Autorización para el Uso de la Fuerza Militar (AUMF), impulsada por el exmandatario George W. Bush, y aprobada el 18 de septiembre de 2001, siete días después del ataque a las Torres Gemelas, cuando arrancaba su peculiar guerra contra el terrorismo, y en virtud de esta legislación autoadquirieron el derecho de calificar de terrorista al primer musulmán que se le cruzaba por delante.

Lo mismo que ahora, a su libre antojo, los gobernantes estadounidenses pueden etiquetar a quien les parezca como narcoterroristas, bajo el manto, de por sí absurdo, de la AUMF. No debe olvidarse tampoco la unilateral lista de países que supuestamente auspician o toleran el terrorismo, en la que incluyen a naciones víctimas de actos terroristas diseñados y financiados en EE. UU., como es el emblemático caso de Cuba.

Aquí podría aplicarse la lógica elemental. Las autoridades competentes estadounidenses no han podido demostrar, mucho menos ante una corte federal, como lo impone su propia legislación, que las víctimas son terroristas; explican evasivamente que son informes de inteligencia, sin más detalles.

Incluso en un reciente encuentro «cerrado» (briefing clasificado) de Marco Rubio y el secretario de Guerra, Pete Hegseth, con líderes bipartidistas del Senado, no se pudo establecer la legalidad de los ataques a estas embarcaciones, ni siquiera presentaron un dato clave, la identidad de las víctimas de los hundimientos.

Añádase que es inadmisible que el Gobierno estadounidense actúe al unísono como policía, juez y ejecutor de la pena capital, todo en secreto y según su desleal entender.

Ante tanta prepotencia es impostergable la urgencia de que EE. UU. debe parar las matanzas contra lanchas desarmadas, y enviar al mencionado 15 % de su poder aeronaval a sus bases.

Avanzar hacia una incursión militar contra territorio bolivariano desencadenaría consecuencias políticas y un rechazo contundente, no solo en Nuestra América, sino también hasta en la propia base trumpista, obstinada del involucramiento de su país en sucesivas e inútiles guerras, como reconoció recién el propio mandatario imperial, refiriéndose a otros conflictos en el que su país ha estado involucrado.

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