Machado: un coltellino svizzero per il golpe continuato
La politica venezuelana degli ultimi due decenni non può essere compresa appieno senza analizzare il ruolo svolto dalle organizzazioni non governative (ONG) come strumenti di potere morbido al servizio di un’agenda geopolitica esterna. Al centro di questa trama si trova la figura di María Corina Machado, la cui traiettoria politica è intrinsecamente legata al finanziamento, alle strategie e agli obiettivi di queste strutture.
Lontana dall’essere una dirigente politica organica, Machado rappresenta un prodotto attentamente progettato e promosso per smantellare lo Stato venezuelano, utilizzando tattiche che vanno dalle “rivoluzioni colorate” e la manipolazione elettorale fino alla costruzione di narrative che conducono all’intervento militare.
Prodotto prefabbricato dalle ONG
María Corina Machado è emersa dal vuoto politico della destra venezuelana e da un piano che prevedeva di sostituire i politici tradizionali con figure corporative. Il suo ruolo fu modellato fin dall’inizio da una rete transnazionale di finanziamenti occulti che, sotto la maschera di “società civile” e “promozione democratica”, ha operato in Venezuela dall’ascesa al potere del comandante Hugo Chávez.
La sua organizzazione chiave, Súmate, fondata nel 2002 —lo stesso anno del fallito colpo di stato contro Chávez—, fu fin dall’inizio un progetto finanziato da agenzie USA come la National Endowment for Democracy (NED) e l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID). Secondo documenti ottenuti tramite il Freedom of Information Act (FOIA), detta ONG ricevette almeno 90 mila $ nel 2008 dalla NED per “promuovere il consolidamento di una rete nazionale di volontari impegnati con gli ideali di leadership, valori democratici e partecipazione civica”.
Tra il 2001 e il 2010, il Venezuela è stato la principale destinazione dei fondi della NED in America Latina, un’entità creata dal Congresso USA nel 1983 per fungere da strumento di “diplomazia morbida” in contesti dove l’intervento diretto risultava politicamente costoso.
Solo nel 2009, l’agenzia investì 1,8 milioni di $ in organizzazioni dell’opposizione venezuelana. Súmate pretese di funzionare come ente parallelo al Consiglio Nazionale Elettorale (CNE), legittimando meccanismi di destabilizzazione politica, come il referendum revocatorio del 2004. Quell’anno, Machado fu incriminata dalla giustizia venezuelana per aver firmato il “decreto Carmona” e per aver ricevuto fondi stranieri in modo opaco a favore di un’agenda anti-statale. Sebbene sia stata amnistiata da Chávez nel 2007, il suo legame con strutture di ingerenza internazionale è rimasto costante.
Oltre a NED e USAID, Súmate ricevette sostegno da entità come la Fondazione Konrad Adenauer, l’Atlas Network, la Fondazione Canadese per le Americhe e la Heritage Foundation. Queste organizzazioni, legate alla destra neoliberista internazionale, hanno promosso in molteplici paesi strategie di “democrazia promossa”, dove la partecipazione cittadina viene strumentalizzata per fini geopolitici.
In Venezuela, l’obiettivo è sempre stato smantellare lo Stato post-neoliberale e restaurare un modello di subordinazione al capitale USA.
Dal golpe morbido all’insurrezione
La strategia del “golpe morbido” o “rivoluzione colorata” implementata in Venezuela ha trovato in Machado una delle sue voci più attive. Dopo il fallimento dell’opposizione nel referendum revocatorio contro il comandante Hugo Chávez nel 2004, la dirigente approfondì il suo rifiuto delle istituzioni elettorali venezuelane e cominciò a sostenere vie extra-elettorali per rovesciare il governo.
Nel 2014, insieme a Leopoldo López e Antonio Ledezma, guidò la campagna “La Salida”, una mobilitazione che cercava di “far uscire Maduro da Miraflores” mediante proteste di strada. Questo piano, secondo cablogrammi diplomatici trapelati da Wikileaks, fu coordinato con consulenza e finanziamento esterno.
Le guarimbas del 2014 lasciarono un bilancio di oltre 40 morti —la maggior parte civili— in un’escalation violenta che fu accompagnata da un’intensa campagna mediatica internazionale, finanziata in parte con fondi USAID destinati alla rete di ONG legata all’antichavismo. Queste ricevettero centinaia di migliaia di dollari per “promuovere la libertà di espressione”, tra altre agende.
Queste azioni si inquadrano in una strategia più ampia che combina il finanziamento all’opposizione, sanzioni economiche e operativi mercenari coordinati dall’estero. In questo senso, Machado ha reiterato il suo rifiuto di partecipare a elezioni che non fossero avallate da attori internazionali. Nel 2018, chiamò a boicottare le elezioni presidenziali; nell’aprile 2019 accompagnò l’ex deputato Juan Guaidó e López in un tentativo di colpo di stato denominato “Operazione Libertà”.
Nel 2024, Machado guidò un tentativo di non riconoscimento dei risultati elettorali, basato su pretesti infondati di frode, e ripeté le azioni di violenza stradale attraverso “Comanditos” che operavano con finanziamento esterno e una logistica precisa per generare ingovernabilità. Durante la violenza post-elettorale, parteciparono bande criminali che lasciarono un bilancio di 25 morti; il legame di Machado con queste strutture e con la presenza di mercenari nel territorio nazionale è stato ampiamente segnalato dal governo nazionale.
La presenza di Machado in queste campagne è parte di un modello di attivismo politico professionalizzato, i cui capi sono addestrati, finanziati e promossi da strutture di potere transnazionali.
Icona dell’anti-politica transnazionale
Con il fallimento delle guarimbas e di altre strategie di forza, il progetto dell’opposizione aveva bisogno di riciclarsi. María Corina Machado è stata riposizionata come una figura “outsider” che, paradossalmente, è rimasta per oltre 20 anni nel cuore dell’establishment dell’opposizione finanziata dall’estero; si presenta come un’alternativa che lotta contro un sistema corrotto.
Sotto questa narrazione, incarna un tipo di dirigenza politica che rifiuta l’istituzionalità, delegittima i processi elettorali e appella direttamente all’intervento internazionale. Questo posizionamento si è evidenziato nella sua partecipazione alle primarie dell’opposizione nel 2023, dove si impose con una retorica di pugno di ferro e un chiaro allineamento con l’agenda di Washington.
Il suo movimento interno è caratterizzato da una struttura verticale e autoritaria, dove i partiti politici tradizionali sono subordinati ai suoi voleri. Spesso il suo gruppo ha emesso avvertimenti ai partiti che “violano le sue linee guida”, consolidando una dirigenza che contraddice il suo discorso democratico.
Il suo appello all’astensione in elezioni in cui l’opposizione non era in testa nei sondaggi è stato criticato persino da settori della sua stessa coalizione, il che riflette una strategia costante di delegittimazione di qualsiasi processo elettorale che non le garantisca il potere, indebolendo così come può la legittimità dell’istituzionalità democratica venezuelana.
In questo modo diventa il veicolo perfetto per un’agenda elitista che non cerca di vincere le elezioni secondo le regole del gioco, ma di cambiare le regole del gioco stesso, utilizzando la pressione internazionale e la destabilizzazione come principali strumenti.
Pezzo di un metabolismo di influenze e poteri transnazionali
La recente concessione del Premio Nobel per la Pace a Machado non può essere letta come un riconoscimento a risultati pacifici, ma come il culmine di una campagna di pubbliche relazioni di alto livello e una mossa calcolata all’interno della geopolitica del cambio di regime.
I fili che collegano questo premio alla macchina delle grandi ONG puntano a una figura chiave come Thor Halvorssen Mendoza, cugino di Leopoldo López e membro del comitato del Premio Nobel per la Pace. Halvorssen, un lobbista di lungo corso legato all’ultradestra internazionale e a fondazioni di origine USA, avrebbe esercitato un’influenza determinante nella decisione. Questo fatto, da solo, svela la natura politica del premio.
La stessa NED ha emesso un comunicato congratulandosi con Machado, mettendo in evidenza la connessione diretta tra la premiata e l’organizzazione che ha finanziato la sua carriera. Di modo che il premio si riassume come un riconoscimento a una carriera dedicata alla destabilizzazione del suo paese in funzione degli interessi di Washington. Si tratta di un atto di potere morbido destinato a ripulire una figura controversa e fornirle una piattaforma globale per esercitare pressione sul governo venezuelano.
L’obiettivo ultimo di questa operazione, al di là della figura di Machado, è il controllo dell’emisfero occidentale da parte di Washington e delle sue élite; ciò include le risorse naturali e le rotte strategiche della regione latinoamericana e caraibica.
La metamorfosi di María Corina Machado da attivista di ONG a candidata presidenziale è stata il risultato di una strategia di “incubazione di dirigente” promossa da centri studi come l’Atlas Network, rete globale che promuove l’agenda della nuova destra dal 1981. Questa rete di capitali ha identificato in Machado le qualità necessarie per incarnare il discorso della “resistenza democratica”: proveniente dall’élite imprenditoriale, con accesso ai media internazionali e disposta ad adottare posizioni massimaliste che polarizzano la società.
La sua candidatura non è stata altro che la continuazione di un’operazione di cambio di regime che è iniziata con il colpo di stato del 2002 ed è evoluta verso meccanismi di “guerra ibrida” che combinano sanzioni economiche, pressione diplomatica e destabilizzazione interna.
In questo senso, la sua carriera politica è un prodotto prefabbricato, non una dirigenza nata dalle basi. È stata fabbricata in laboratori di potere globale ed esportata in Venezuela come strumento per smantellare lo Stato.
Documenti, flussi di finanziamento e una cronologia di fatti pubblici disegnano un modello coerente che permette di decifrare i meccanismi che vengono applicati contro gli Stati sovrani che si rifiutano di sottomettersi ai voleri dell’egemone in decadenza.
Machado: navaja suiza para el golpe continuado
Un premio Nobel para el diseño transnacional contra la soberanía
La política venezolana de las últimas dos décadas no puede entenderse en su totalidad sin analizar el papel que han desempeñado las organizaciones no gubernamentales (ONG) como instrumentos de poder blando al servicio de una agenda geopolítica externa. En el centro de este entramado se encuentra la figura de María Corina Machado, cuya trayectoria política está intrínsecamente ligada a la financiación, estrategias y objetivos de estas estructuras.
Lejos de ser una líder política orgánica, Machado representa un producto cuidadosamente diseñado y promocionado para desmantelar el Estado venezolano, utilizando tácticas que van desde las “revoluciones de colores” y la manipulación electoral hasta la elaboración de relatos que conduzcan a la intervención militar.
Producto prefabricado por las ONG
María Corina Machado emergió del vacío político en la derecha venezolana y de un plan que contempló sustituir a los políticos tradicionales por figuras corporativas. Su rol fue modelado desde temprano por una red transnacional de financiamiento encubierto que, bajo el disfraz de “sociedad civil” y “promoción democrática”, ha operado en Venezuela desde la llegada del comandante Hugo Chávez al poder.
Su organización clave, Súmate, fundada en 2002 —el mismo año del fallido golpe de Estado contra Chávez—, fue desde sus inicios un proyecto financiado por agencias estadounidenses como la National Endowment for Democracy (NED) y la Agencia de Estados Unidos para el Desarrollo Internacional (USAID). Según documentos obtenidos mediante la Ley de Libertad de Información (FOIA), dicha ONG recibió al menos 90 mil dólares en 2008 de la NED para “promover la consolidación de una red nacional de voluntarios comprometidos con los ideales de liderazgo, valores democráticos y participación cívica”.
Entre 2001 y 2010, Venezuela fue el principal destino de los fondos de la NED en América Latina, una entidad creada por el Congreso de Estados Unidos en 1983 para fungir como instrumento de “diplomacia suave” en contextos donde la intervención directa resultaba políticamente costosa.
Solo en 2009, la agencia invirtió 1,8 millones de dólares en organizaciones opositoras venezolanas. Súmate pretendió funcionar como ente paralelo al Consejo Nacional Electoral (CNE), legitimando mecanismos de desestabilización política, como el referéndum revocatorio de 2004. Ese año, Machado fue imputada por la justicia venezolana por haber firmado el “decreto Carmona” y por recibir fondos extranjeros de manera opaca a favor de una agenda antiestatal. Aunque fue amnistiada por Chávez en 2007, su vinculación con estructuras de injerencia internacional se mantuvo constante.
Además de la NED y la USAID, Súmate recibió apoyo de entidades como la Fundación Konrad Adenauer, Atlas Network, la Fundación Canadiense para las Américas y Heritage Foundation. Estas organizaciones, vinculadas a la derecha neoliberal internacional, han impulsado en múltiples países estrategias de “democracia promovida”, donde la participación ciudadana se instrumentaliza para fines geopolíticos.
En Venezuela, el objetivo siempre fue desmantelar el Estado postneoliberal y restaurar un modelo de subordinación al capital estadounidense.
Del golpe suave a la insurrección
La estrategia de “golpe suave” o “revolución de colores” implementada en Venezuela encontró en Machado una de sus voces más activas. Tras el fracaso opositor en el referéndum revocatorio contra el comandante Hugo Chávez, en 2004, la dirigente profundizó su rechazo a las instituciones electorales venezolanas y comenzó a abogar por vías extraelectorales para derrocar al gobierno.
En 2014, junto a Leopoldo López y Antonio Ledezma, lideró la campaña “La Salida”, una movilización que buscaba “sacar a Maduro de Miraflores” mediante protestas callejeras. Este plan, según cables diplomáticos filtrados por Wikileaks, fue coordinado con asesoría y financiamiento externo.
Las guarimbas de 2014 dejaron un saldo de más de 40 muertos —la mayoría civiles— en una escalada violenta que estuvo acompañada de una intensa campaña mediática internacional, financiada parcialmente con fondos de USAID destinados al entramado de ONG vinculado al antichavismo. Estas recibieron cientos de miles de dólares para “promover la libertad de expresión”, entre otras agendas.
Estas acciones se enmarcan en una estrategia más amplia que combina el financiamiento a la oposición, sanciones económicas y operativos mercenarios coordinados desde el exterior. En ese sentido, Machado ha reiterado su rechazo a participar en elecciones que no estuvieran avaladas por actores internacionales. En 2018, llamó a boicotear los comicios presidenciales; en abril de 2019 acompañó al exdiputado Juan Guaidó y a López en un intento de golpe de Estado denominado “Operación Libertad”.
En 2024, Machado encabezó un intento de desconocimiento de los resultados electorales, basado en alegatos infundados de fraude, y repitió las acciones de violencia callejera a través de “Comanditos” que operaban con financiamiento externo y una logística precisa para generar ingobernabilidad. Durante la violencia postelectoral, participaron bandas criminales que dejaron un saldo de 25 muertes; la vinculación de Machado con estas estructuras y con la presencia de mercenarios en territorio nacional ha sido planteada ampliamente desde el gobierno nacional.
La presencia de Machado en estas campañas es parte de un modelo de activismo político profesionalizado, cuyos líderes son entrenados, financiados y promovidos por estructuras de poder transnacionales.
Ícono de la antipolítica transnacional
Con el fracaso de las guarimbas y otras estrategias de fuerza, el proyecto opositor necesitaba reciclarse. María Corina Machado fue reposicionada como una figura “outsider” que, paradójicamente, ha permanecido más de 20 años en el corazón del establishment opositor financiado desde el exterior; se presenta como una alternativa que lucha contra un sistema corrupto.
Bajo dicho relato, encarna un tipo de liderazgo político que rechaza la institucionalidad, deslegitima los procesos electorales y apela directamente a la intervención internacional. Este posicionamiento se evidenció en su participación en las primarias de la oposición en 2023, donde se impuso con una retórica de mano dura y un claro alineamiento con la agenda de Washington.
Su movimiento interno se caracteriza por una estructura vertical y autoritaria, donde los partidos políticos tradicionales son subordinados a sus designios. Cada cuanto su equipo ha emitido advertencias a los partidos que “violen sus lineamientos”, consolidando un liderazgo que contradice su discurso democrático.
Su llamado a la abstención en elecciones en las que la oposición no ha encabezado encuestas ha sido criticado incluso por sectores de su propia coalición, lo que refleja una estrategia constante de deslegitimación de cualquier proceso electoral que no le garantice el poder, así debilitando como puede la legitimidad de la institucionalidad democrática venezolana.
De esta manera se convierte en el vehículo perfecto para una agenda elitista que no busca ganar elecciones dentro de las reglas del juego, sino cambiar las reglas del juego mismo, utilizando la presión internacional y la desestabilización como principales herramientas.
Pieza de un metabolismo de influencias y poderes transnacionales
La reciente concesión del Premio Nobel de la Paz a Machado no puede leerse como un reconocimiento a logros pacíficos, sino como el cénit de una campaña de relaciones públicas de alto nivel y un movimiento calculado dentro de la geopolítica del cambio de régimen.
Los hilos que conectan este galardón con la maquinaria de las grandes ONG apuntan a una figura clave como Thor Halvorssen Mendoza, primo de Leopoldo López y miembro del comité del Premio Nobel para la Paz. Halvorssen, un lobista de larga data vinculado a la ultraderecha internacional y a fundaciones de origen estadounidense, habría ejercido una influencia determinante en la decisión. Este hecho, por sí solo, desnuda la naturaleza política del premio.
La propia NED emitió un comunicado congratulando a Machado, dejando en evidencia la conexión directa entre la galardonada y la organización que ha financiado su carrera. De manera que el premio se resume como un reconocimiento a una carrera dedicada a la desestabilización de su país en función de los intereses de Washington. Se trata de un acto de soft power destinado a lavar a una figura controversial y proporcionarle una plataforma global que presione al gobierno venezolano.
El objetivo último de esta operación, más allá de la figura de Machado, es el control del hemisferio occidental por parte de Washington y sus élites; esto incluye los recursos naturales y las rutas estratégicas de la región latinoamericana y caribeña.
La metamorfosis de María Corina Machado de activista de ONG a candidata presidencial ha sido el resultado de una estrategia de “incubación de líderes” promovida por think tanks como el Atlas Network, red global que impulsa la agenda de la nueva derecha desde 1981. Esta red de capitales identificó en Machado las cualidades necesarias para encarnar el discurso de la “resistencia democrática”: proveniente de la élite empresarial, con acceso a medios internacionales y dispuesta a adoptar posiciones maximalistas que polarizan la sociedad.
Su candidatura no fue más que la continuidad de una operación de cambio de régimen que comenzó con el golpe de Estado de 2002 y evolucionó hacia mecanismos de “guerra híbrida” que combinan sanciones económicas, presión diplomática y desestabilización interna.
En este sentido, su carrera política es un producto prefabricado, no un liderazgo que nació de las bases. Ha sido manufacturada en laboratorios de poder global y exportada a Venezuela como herramienta de desmontaje del Estado.
Documentos, flujos de financiamiento y una cronología de hechos públicos dibujan un patrón coherente que permite descifrar los mecanismos que se aplican contra los Estados soberanos que se resisten a doblegarse a los designios del decadente hegemón.

