Nelle ultime settimane, il governo USA ha scatenato le sue bordate retoriche contro il governo colombiano di Gustavo Petro, accusandolo di trafficare cocaina attraverso il Caraibi e l’Oceano Pacifico orientale. Quest’ultimo, a sua volta, non ha risparmiato epiteti contro il gruppo repubblicano, avvertendolo delle reazioni che scatenerà con la sua campagna militare nei mari che separano le due nazioni.
I governi di USA e Colombia sono in conflitto per la politica di lotta al narcotraffico, ma soprattutto per l’influenza che Washington intende esercitare sulle elezioni presidenziali del 2026 nel paese andino-caraibico. Tuttavia, le connessioni tra le due nazioni vanno molto oltre: il supporto familiare e d’affari che il Segretario di Stato Marco Rubio riceve dai colombo-americani a Miami e dal loro capi, l’ex presidente Álvaro Uribe Vélez, è lo strumento con cui quest’ultimo esercita un’enorme influenza sulla politica estera USA.
Álvaro Uribe lo scorso 12 novembre ha avvertito che anche la Colombia potrebbe essere bersaglio di bombardamenti USA per “ospitare terroristi” ed essere alleata con il regime di Nicolás Maduro. L’ex presidente ha rilasciato queste dichiarazioni durante il decimo dialogo presidenziale 2025 del gruppo IDEA, tenutosi al Miami Dade College, venti giorni dopo che il Tribunale Superiore di Bogotà aveva annullato la sentenza in primo grado per manipolazione di testimoni e corruzione che era stata emessa nel luglio di quest’anno.
Le manifestazioni si sono verificate in un contesto di tensione regionale segnato dai recenti attacchi USA contro presunti natanti del narcotraffico e dall’arrivo della più grande portaerei USA nei Caraibi. L’evento, svolto sotto il motto “America Latina e la fine delle sue dittature”, ha riunito ex presidenti iberoamericani, tra cui José María Aznar, Andrés Pastrana, Tuto Quiroga e Jamil Mahuad, tra gli altri.
Lo scorso 5 novembre, il presidente Gustavo Petro è tornato a pronunciarsi sulla sanzione politica che gli è stata imposta dal governo Trump in rappresaglia per le sue critiche su quanto accaduto a Gaza e l’escalation militare nei Caraibi, quando lo ha incluso nella lista OFAC di persone, aziende e paesi sanzionati dal governo degli USA. Nello stesso messaggio, il presidente ha ritenuto responsabile il senatore Marco Rubio, uno dei consulenti più influenti di Trump per la politica latinoamericana, di aver agito su consiglio di una squadra che, a sua volta, ha ascoltato politici colombiani legati al narcotraffico la cui missione era spingere alla rottura delle relazioni tra i due governi. Il messaggio associa le recenti decisioni del governo USA a una rete di influenza politica ed economica che trascende i limiti della diplomazia e minaccia la dignità nazionale.
In un pacchetto di sanzioni storiche, gli USA lo scorso 24 ottobre hanno incluso il presidente Petro nella Lista OFAC o lista Clinton, insieme a sua moglie, Verónica Alcocer, suo figlio Nicolás Petro e il ministro dell’Interno della Colombia, Armando Benedetti. L’Ufficio per il Controllo delle Attività Estere ha comunicato di aver designato Petro “in virtù di autorità relative al narcotraffico”.
La storia poco raccontata di Marco Rubio
Negli anni ’80 del secolo scorso, lo stato della Florida era uno dei luoghi più violenti al mondo. Miami era il terreno di scontro tra cartelli colombiani e bande locali che cercavano di controllare il traffico di droga. La città USA divenne così la principale porta d’ingresso per la cocaina e la marijuana verso il resto del paese.
Era il tempo dei cosiddetti “cowboy della cocaina”. Uno di loro era Mario Tabraue, figlio di immigrati cubani che combatterono nella Baia dei Porci nel 1961 e che gestiva gli affari della droga dietro la facciata di negozi di animali esotici. Non fu una sorpresa che l’operazione lanciata dalle autorità federali nel 1987 e terminata con la sua cattura fosse chiamata “Operazione Cobra”, poiché Tabraue aveva dozzine di questi animali in casa.
In quel colpo contro il capo cubano-americano cadde anche uno dei suoi complici più potenti: Orlando Cicilia, cognato di Marco Rubio, che partecipò attivamente alle rotte del narcotraffico che collegavano il sud della Florida con il Cartello di Medellín di Pablo Escobar Gaviria. In quel momento Cicilia viveva con sua moglie, la cubano-americana Bárbara Rubio. E ci sono prove giornalistiche che indicano che anche, tra giugno e luglio 1985, il fratello minore di Bárbara, allora quattordicenne, viveva con loro in casa. Si trattava dell’oggi “figura” della guerra alla droga e Segretario di Stato, Marco Rubio. Nella sua biografia An American Son, Rubio afferma di visitare la casa di Cicilia solo settimanalmente, per badare ai cani samoiedo di suo cognato, e di non essere mai venuto a conoscenza delle attività mafiose del marito di sua sorella.
Col tempo iniziò la sua carriera politica dall’ambito più locale. Nel 1993 si laureò in Scienze Politiche all’Università della Florida di Miami. Nel 1998 fu eletto commissario della città di West Miami e nel 2000 vinse l’elezione speciale per la Camera dei Rappresentanti della Florida con il 72% dei voti.
Lungo il percorso, Rubio conobbe Jeanette Dousdebes, statunitense figlia di genitori colombiani, madre di Cali e padre di Bogotà. Secondo sua madre, Jeanette preferisce mantenere un profilo basso e lavora per “un’organizzazione ebraica dedicata a programmi sociali”.
Il cognato di Rubio, Orlando Cicilia, fu condannato a 25 anni di prigione, dei quali ne scontro solo 12, dopo aver negoziato con le autorità e ottenuto la libertà nel novembre 2000 per riduzione della pena. Vive oggi nella stessa casa della madre di Rubio a Miami e risulta nei registri come comproprietario di quella residenza. Rubio, già allora in ascesa politica, in quel momento gestì una raccomandazione affinché suo cognato ottenesse una licenza immobiliare. Tabraue, nel frattempo, fu condannato a 100 anni di prigione, ma beneficiò di una riduzione dell’85% della pena e oggi è libero. Ogni volta che è stato interrogato sulle incidenze “narco” del suo passato, Rubio si è rifiutato di rispondere. Secondo i suoi portavoce, l’argomento non dovrebbe essere motivo di “scrutinio giornalistico”.
Mentre è stato al Congresso, Rubio è stato immune a tutte le richieste e accuse. Sempre protetto da Ileana Ros-Lehtinen, sua madrina politica e la vera strega della giungla politica della Florida, né le sue numerose violazioni alle regole sulla raccolta di fondi per la campagna elettorale né le sue relazioni con colleghi corrotti sono riuscite a far deragliare questo ragazzo d’oro della politica di Miami.
Nel 2009 Rubio annunciò la sua candidatura al Senato USA. Fu allora che esplose un secondo scandalo sul finanziamento delle sue campagne. Secondo indagini giornalistiche, Rubio ricevette migliaia di dollari da un PAC (Comitato di Azione Politica, i gruppi civili che sostengono determinati candidati e possono raccogliere fondi per loro) legato a criminali che gestivano uno schema Ponzi.
Lo schema non coinvolgeva solo lui, ma anche il suo alleato, il controverso ex deputato David Rivera, indicato da organizzazioni civili come uno dei deputati più corrotti di quel periodo. L’indagine che il mezzo The Observer condusse all’epoca dettaglia non solo che Rubio ricevette quella donazione, ma anche il suo legame con un lobbista vicino a un criminale accusato di riciclare denaro di cartelli sudamericani e di montare uno schema Ponzi in Florida.
Si tratta di Joe Steinger, capo della truffa della corporazione Mutual Benefits, una rete di investimenti con sede a Fort Lauderdale, che acquistava polizze assicurative sulla vita da persone con malattie terminali e poi le vendeva a investitori promettendo alta redditività. Questa rete truffò più di 30000 persone per oltre 1200 milioni di $. Tredici persone ricevettero condanne, tra cui Steinger, che nel 2014 fu condannato a 20 anni di prigione.
Sia Rubio che Rivera si conoscevano dagli anni ’90 quando lavoravano per il deputato repubblicano Lincoln Díaz-Balart. Rivera, legato storicamente all’industria del gioco d’azzardo e delle scommesse, aiutò nelle campagne di Rubio e questi ricambiò i favori votando contro un accordo tra il governo statale e gli indiani Seminole che avrebbe permesso a questi di installare slot machine nella loro riserva, trasformandoli in una fastidiosa concorrenza per gli imprenditori bianchi già stabiliti.
Il denaro di Steinger arrivò alla campagna di Rubio attraverso il lobbista Alan Mendelsohn, che raccolse circa 2 milioni di $ che distribuì tra vari politici della Florida attraverso un comitato politico chiamato The Ophthalmology PAC. Su questo lobbista pesano anche accuse di riciclaggio di denaro di cartelli della droga sudamericani, secondo prove raccolte dall’FBI e dalla DEA.
Rubio avrebbe ricevuto il denaro attraverso il PAC Floridians for Conservative Leadership. La versione coincide con il fatto che pochi mesi prima delle elezioni del 2009 votò alla Camera dei Rappresentanti statale una misura che favoriva la Mutual Benefits Corp. Tuttavia, non fu mai processato judicialmente per questo fatto. Come se non bastasse, in un’altra indagine parallela contro Mutual Benefits si seppe che uno dei contractor di maggior successo della ditta era Jaime Rey Albornoz, un colombiano accusato nel 2004 di appartenere a un cartello della droga. Secondo report giudiziari e giornalistici, Mendelsohn raccolse fondi per Marco Rubio fino al 2009, anche quando lo schema Ponzi di Steinger era già stato smantellato.
Al Congresso federale Rubio ha come alleati perenni tre politici inflessibili della Florida con i quali ha condiviso il palco più di una volta. Si tratta di Mario Díaz-Balart, rappresentante per il distretto 25 della Florida, indicato da media e analisti come promotore di pressioni politiche contro il presidente Petro e vicino difensore di leader reazionari come l’ex presidente Álvaro Uribe Vélez. Gli altri due sono la rappresentante per la Florida María Elvira Salazar, ex giornalista di CNN in Español, anche lei cubano-americana, e il rappresentante Carlos Giménez, noto per la sua difesa della linea dura anti-immigrazione e sulla sicurezza, che arrivò persino a definire il presidente colombiano di sinistra come un tossicodipendente. Questo blocco della Florida ha accompagnato Marco Rubio nella sua carriera politica meteórica ed esercita un’influenza significativa sulla strategia di politica estera del governo Trump verso l’America Latina.
Nel frattempo, Marco Rubio si consolida al centro del potere a Washington. Insieme ad altri capi repubblicani come Ron DeSantis, Nikki Haley e l’attuale vicepresidente JD Vance, costituisce la prima linea di candidati designati per garantire la continuità del progetto politico di Donald Trump una volta concluso il suo mandato.
Dietro tutto c’è Álvaro Uribe Vélez
Secondo i dati del censimento, negli USA vivevano alla fine del 2024 1765862 persone di origine colombiana, delle quali 1153648 erano nate nel paese sudamericano, costituendo così la prima minoranza tra i sudamericani che abitano negli USA. Sebbene l’immigrazione colombiana negli USA sia molto antica, crebbe vertiginosamente negli anni ’80, concentrandosi originariamente in Little Havana, il sobborgo di Miami di origine prevalentemente cubana. Lì si concentrarono soprattutto colombiani benestanti che rapidamente strinsero legami con la comunità anticastrista.
Poi emigrarono verso altri quartieri e formarono la loro propria colonia. Durante gli anni ’80 questa comunità fu coinvolta nella cosiddetta “Guerra alla droga a Miami”. Nel 1981 la città era responsabile del 70% del traffico di cocaina del paese, del 70% della marijuana e del 90% del metaquolone falsificato. In quell’epoca il traffico era concentrato dal Cartello di Medellín, dopo il cui collasso la guerra alla droga diminuì. Dopo questo picco i tassi di criminalità in generale sono diminuiti, sebbene i reati contro la proprietà abbiano registrato alcuni aumenti e la città attualmente è in testa a livello nazionale per il numero di frodi denunciate.
Lo scorso 7 agosto il commissario di Miami-Dade, Roberto González, inaugurò l’Avenida Colombia, denominata così in omaggio all’ex presidente Álvaro Uribe Vélez. L’evento ebbe tra gli invitati speciali Tomás Uribe Moreno, figlio dell’ex presidente; e il suo ex vicepresidente Francisco Santos. Quando Uribe fu condannato in primo grado in Colombia lo scorso luglio, ritenuto colpevole di corruzione di funzionari giudiziari e di manipolazione di testimoni, a Miami si produsse una grande mobilitazione di supporto, che si trasformò in festeggiamento pochi mesi dopo, quando il Tribunale d’Appello di Bogotà revocò la sentenza.
Uribe fu un fermo alleato degli USA che governò la Colombia tra il 2002 e il 2010. Durante la sua presidenza, ci furono migliaia di esecuzioni extragiudiziali di civili poi identificati fraudolentemente come combattenti ribelli in quello che divenne noto come lo scandalo dei “falsi positivi”. Le esecuzioni ebbero luogo tra il 2004 e il 2008, quando l’esercito colombiano, appoggiato dagli USA, intensificò la repressione contro le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC).
Come afferma il senatore colombiano e attuale candidato alla presidenza per il Patto Storico, Iván Cepeda Castro, “così come il Cile fu a suo tempo il laboratorio del neoliberalismo, durante i due governi di Uribe la Colombia divenne il laboratorio delle nuove guerre di cui aveva bisogno l’estrema destra transnazionale per ottenere la restaurazione conservatrice che interrompesse il ciclo progressista nella regione”.
Quando la giudice Sandra Heredia lesse lo scorso luglio la sentenza con cui condannava Uribe, Rubio fu il primo a protestare. È che la relazione tra Marco Rubio e Álvaro Uribe ha basi molto più solide della mera affinità ideologica. “Negli anni ’90 Álvaro Uribe Vélez e Pablo Escobar Gaviria erano amici stretti e soci commerciali”, ricordano i ricercatori colombiani Norberto Emmerich e Joanna Rubio Pero. “Mentre Escobar morì in uno scontro con la polizia nel 1993, Uribe divenne presidente della Colombia”.
Anche il senatore Álvaro Uribe Vélez è originario di Antioquia, il cui padre, Alberto Uribe Sierra, era un riconosciuto narcotrafficante, che concesse la licenza a molti dei piloti dei narcos, quando fu direttore di Aerocivil, ricordano i due esperti. Alberto Uribe fu detenuto in un’occasione per essere estradato, ma Jesús Aristizábal Guevara, allora segretario del Governo di Medellín, riuscì a farlo mettere in libertà. Al funerale di Uribe Sierra, assassinato vicino alla sua tenuta in Antioquia, partecipò l’allora presidente della Repubblica, Belisario Betancur, e buona parte della crema della società di Antioquia.
Alberto Uribe Sierra possedeva l’allevamento di tori da combattimento “La Carolina”, che ereditò suo figlio, il senatore per Antioquia Álvaro Uribe Vélez. “È chiaro che parlare di Uribe è parlare di potere e di narcotraffico”, esprimono Emmerich e Joanna Rubio nella loro analisi del caso pubblicata sotto il titolo “Álvaro Uribe: il vero padrone del male”. Secondo l’indagine, Uribe applicò in Colombia ciò che apprese in un corso di risoluzione dei conflitti in una scuola affiliata all’Università di Harvard e finì per patteggiare con il capo paramilitare Carlos Castaño, grande socio e protettore del narcotrafficante Orlando Henao, che era presente in tutto il nord-est del paese fino al confine con l’Ecuador.
Nel suo libro “Colombia, laboratorio di stregonerie. Democrazia e terrorismo di Stato”, il giornalista e scrittore colombiano, residente a Parigi, Hernando Calvo Ospina, ricorda —tra molti altri dettagli rivelatori— come il 30 luglio 2004 la Presidenza della Colombia respinse pubblicamente un documento declassificato della Defense Intelligence Agency (DIA), uno dei servizi di sicurezza più segreti e potenti degli USA.
Calvo Ospina segnala che il rapporto dice in una parte che “Álvaro Uribe Vélez, politico e senatore colombiano, collabora con il cartello di Medellín da alti incarichi nel governo. Uribe fu implicato in attività di narcotraffico negli USA. Suo padre fu assassinato in Colombia per connessioni con il traffico di narcotici. Uribe ha lavorato per il cartello di Medellín ed è amico personale di Pablo Escobar Gaviria…”
Il comunicato della Presidenza non smentì una così grave dichiarazione, precisa il ricercatore, che commenta quanto segue: “La cosa singolare è che contro molti dei numerosi narcotrafficanti che si trovano lì descritti sì si utilizzò quella informazione in indagini e processi”.
Nel novembre del 2014, Rubio era considerato con forza come precandidato dei repubblicani alla presidenza del 2016. In quella data visitò il potentissimo capogruppo del Centro Democratico. In quel momento si svolgevano in Colombia i dialoghi di pace tra il governo Santos e le FARC. Rubio era membro del Comitato per l’Intelligence del Senato nordamericano. Nell’incontro trovarono affinità per quanto riguarda la loro opposizione al governo venezuelano e ai dialoghi di pace. Più tardi, nel 2015, Uribe realizzò un giro per gli USA in cui espresse preoccupazione per l’imminenza della firma di un accordo di pace tra il governo Santos e le FARC. Secondo riportò il diario El Colombiano all’epoca: “Sebbene i membri del CD (Centro Democratico, il partito di Uribe), ‘per rispetto’, non rivelarono i nomi dei congressisti con i quali si intervistarono (l’ex presidente e la sua comitiva), sulle reti sociali si seppe che furono con il senatore repubblicano Marco Rubio, così come i rappresentanti repubblicani Ileana Ros-Lehtinen, Mario Diaz-Balart e il democratico Henry Cuéllar”.
Nell’aprile del 2025, invece, in mezzo allo scandalo che generò il processo a suo carico, Álvaro Uribe si riunì a Washington con l’ormai Segretario di Stato Marco Rubio, che sottolineò all’ex presidente l’aiuto irrevocabile che gli avrebbe fornito il governo di Trump. L’influenza dell’ex presidente colombiano sulla Casa Bianca è così grande che fu vitale l’intervento di Uribe, affinché in quello stesso aprile la Colombia non fosse punita con la questione delle tariffe, ed è stata anche molto importante, affinché si abbassasse il tono delle sanzioni che Trump annunciò ai primi di novembre contro la Colombia, dopo aver dichiarato che Petro era il capo di un cartello mafioso.
Questa alleanza tra Trump, Rubio e Uribe si fonda sul gigantesco potere finanziario che l’interpenetrazione tra la politica latinoamericana e quella interna degli USA ha dato a Miami. Ogni anno lì si moltiplicano gli investimenti speculativi di emigrati dal continente che canalizzano la loro rappresentanza parlamentare attraverso la minoranza cubano-colombiana, la più grande e antica e con i legami più oliati a Washington. Viceversa, questi legami politici e finanziari hanno ripercussioni su tutta la regione e la Spagna, dove la destra del PP (Partito Popolare) e l’ultradestra di Vox contano su un lauto finanziamento dal sud della Florida. Infine, la trama di affari, crimine e politica che lega entrambi i paesi ha altre applicazioni lucrative, come l’invio in Ucraina di migliaia di mercenari colombiani che lì sono mandati al fronte come carne da cannone.
L’alleanza tra Marco Rubio, la sua base di appoggio a Miami e in altri stati e Álvaro Uribe è uno dei pilastri che sostengono il trumpismo. Il Segretario di Stato non è in carica per un’abilità speciale e neanche per l’appoggio che gli fornisce la comunità cubano-colombiana della metropoli floridana, ma perché rappresenta alla Casa Bianca l’ex presidente colombiano e il suo potere transnazionale.
Si tratta di una relazione di anni, annodata molto prima che i due politici si conoscessero. La loro relazione fu canalizzata fin dall’inizio dalle reti di affari illegali e legali che li uniscono in entrambi gli angoli del Mar dei Caraibi.
Questa trama di interessi va molto oltre la Colombia e gli USA e trascende il vincolo tra il narcotraffico e il riciclaggio nello stato del sud del denaro malamente ottenuto con lo stesso. Si estende al traffico di armi, equipaggiamento e addestramento militare, ambiti in cui lo Stato di Israele è maestro e guadagna cospicue somme. Droga, armi, traffico di mercenari, operazioni coperte e crimine sono elementi strutturanti dell’alleanza tra il governo trumpista, l’uribismo internazionale e lo Stato di Israele.
Donald Trump ha bisogno di questo appoggio, perché manca di strutture proprie e richiede i voti e il denaro che i cubano-colombiani della Florida e i loro alleati in altri stati possono mettere a sua disposizione. Tuttavia, sa che gli interessi di quella mafia limitano il suo spazio di manovra politica internazionale. Questo restringimento fu evidente nel caso del suo rimandato incontro con Vladimir Putin a Budapest: nel loro dialogo telefonico entrambi i presidenti stabilirono il quadro dell’incontro e concordarono di incontrarsi pochi giorni dopo, ma Marco Rubio rovinò tutto nella sua conversazione con Sergej Lavrov.
Può anche essere esemplificato con l’attuale campagna militare nei Caraibi: Marco Rubio e il Segretario alla Guerra Pete Hegseth accumulano forze di fronte alla costa del Venezuela e bombardano lance ovunque. Allora apparve il presidente per dichiarare che non pensava di invadere il paese caraibico.
È evidente che le politiche internazionali di Trump e di Rubio differiscono, ma il primo non può fare a meno del secondo e quest’ultimo non ha ancora sufficiente forza, per smentire pubblicamente il suo capo nominale. Gli USA mancano di politica estera. L’hanno privatizzata e, nel farlo, hanno ipotecato il loro futuro dando ai settori più criminali del capitale finanziario speculativo globale il potere di decidere dove si collocherà la grande nazione del nord nei decenni a venire.
(Preso da Tektónikos)
Uribe y la conexión colombiana de la política exterior de Trump
Por: Eduardo J. Vior
Durante las últimas semanas, el gobierno de EE.UU. ha descerrajado sus andanadas retóricas contra el gobierno colombiano de Gustavo Petro, acusándolo de medrar con el envío de cocaína a través del Caribe y del Pacífico Oriental. Este, a su vez, no ha ahorrado epítetos contra el equipo republicano, advirtiéndole sobre las reacciones que va a despertar con su campaña militar en los mares que separan a ambas naciones.
Es que los gobiernos de EE.UU. y Colombia están enfrentados por la política de combate al narcotráfico, pero sobre todo por la influencia que Washington pretende ejercer sobre la elección presidencial de 2026 en el país andino-caribeño. Sin embargo, las imbricaciones entre ambas naciones van mucho más allá: el apoyo familiar y de negocios que el secretario de Estado Marco Rubio recibe de los colomboamericanos en Miami y de su líder, el expresidente Álvaro Uribe Vélez, es el instrumento con el cual éste último ejerce una influencia enorme sobre la política exterior estadounidense.
Álvaro Uribe advirtió el pasado 12 de noviembre que Colombia también podría ser blanco de bombardeos estadounidenses por “albergar terroristas” y estar aliado con el régimen de Nicolás Maduro. El expresidente realizó estas declaraciones durante el décimo diálogo presidencial 2025 del grupo IDEA, celebrado en el Miami Dade College, veinte días después de que el Tribunal Superior de Bogotá anulara la sentencia en primera instancia por manipulación de testigos y soborno que había sido dictada en julio de este mismo año.
Las manifestaciones se produjeron en un contexto de tensión regional marcado por los recientes ataques de Estados Unidos contra supuestas narcolanchas y la llegada del mayor portaaviones estadounidense al Caribe. El evento, realizado bajo el lema “América Latina y el fin de sus dictaduras”, reunió a expresidentes iberoamericanos, incluyendo a José María Aznar, Andrés Pastrana, Tuto Quiroga y Jamil Mahuad, entre otros.
El pasado 5 de noviembre, el presidente Gustavo Petro volvió a pronunciarse sobre la sanción política que le fuera impuesta por el gobierno Trump en represalia a sus críticas sobre lo sucedido en Gaza y la escalada militar en el Caribe, cuando lo incluyó en la lista OFAC de personas, empresas y países sancionados por el gobierno de los Estados Unidos. En el mismo mensaje, el mandatario responsabilizó al senador Marco Rubio, uno de los asesores más influyentes de Trump en política latinoamericana, de haber actuado bajo el consejo de un equipo que, a su vez, atendió a políticos colombianos vinculados con el narcotráfico cuya misión era impulsar el rompimiento de relaciones entre los dos gobiernos. El mensaje asocia las recientes decisiones del gobierno estadounidense con una red de influencia política y económica que trasciende los límites de la diplomacia y amenaza la dignidad nacional.
En un paquete de sanciones históricas Estados Unidos incluyó el pasado 24 de octubre al presidente Petro en la Lista OFAC o lista Clinton, junto a su esposa, Verónica Alcocer, su hijo Nicolás Petro y el ministro del Interior de Colombia, Armando Benedetti. La Oficina de Control de Activos Extranjeros informó que designó a Petro “en virtud de autoridades relacionadas con el narcotráfico”.
La historia poco contada de Marco Rubio
En la década de 1980 del siglo pasado, el estado de Florida era uno de los lugares más violentos del mundo. Miami era el sitio de disputa entre cárteles colombianos y bandas locales que buscaban controlar el tráfico de drogas. La ciudad estadounidense se convirtió entonces en la principal puerta de entrada de la cocaína y la marihuana al resto del país.
Era el tiempo de los llamados “jinetes de la cocaína”. Uno de ellos era Mario Tabraue, hijo de inmigrantes cubanos que combatieron en Bahía de Cochinos en 1961 y que movía los negocios de la droga tras la fachada de tiendas de animales exóticos. No fue sorpresa que la operación que lanzaron las autoridades federales en 1987 y terminó con su captura fuera llamada “Operación Cobra”, ya que Tabraue tenía docenas de estos animales en su casa.
En ese golpe contra el capo cubanoamericano también cayó uno de sus cómplices más poderosos: Orlando Cicilia, cuñado de Marco Rubio, quien participó activamente de las rutas del narcotráfico que conectaban el sur de Florida con el Cartel de Medellín de Pablo Escobar Gaviria. En ese momento Cicilia vivía con su esposa, la cubanoamericana Bárbara Rubio. Y hay evidencias periodísticas que señalan que también, entre junio y julio de 1985, el hermano menor de Bárbara, entonces de 14 años, vivía con ellos en la casa. Se trataba de la hoy “figura” de la guerra contra las drogas y secretario de Estado, Marco Rubio. En su biografía An American Son Rubio dice que sólo visitaba la casa de Cicilia semanalmente, para cuidar los perros samoyedos de su cuñado, y que no llegó a conocer las actividades mafiosas del esposo de su hermana.
Con el tiempo empezó su carrera política desde el ámbito más local. En 1993 se graduó como licenciado en Ciencia Política de la Universidad de Florida en Miami. En 1998 fue elegido comisionado de la ciudad de West Miami y en 2000 ganó la elección especial para la Cámara de Representantes de Florida con el 72% de los votos.
En el trayecto Rubio conoció a Jeanette Dousdebes, estadounidense hija de padres colombianos de madre caleña y papá bogotano. Según su madre, Jeanette prefiere mantener un perfil bajo y trabaja para “una organización judía dedicada a programas sociales”.
El cuñado de Rubio, Orlando Cicilia, fue condenado a 25 años de prisión, de los cuales solo cumplió 12, tras negociar con las autoridades y salir en libertad en noviembre de 2000 por reducción de pena. Vive hoy en la propia casa de la madre de Rubio en Miami y figura en los registros como copropietario de esa residencia. Rubio, ya entonces en ascenso político, gestionó en ese momento una recomendación para que su cuñado obtuviera una licencia en bienes raíces. Tabraue, en tanto, fue condenado a 100 años de prisión, pero resultó beneficiado con una reducción del 85 por ciento de la pena y hoy está libre. Cada vez que fue interrogado sobre las incidencias “narco” de su pasado, Rubio se negó a contestar. Según sus voceros, el tema no debe ser motivo de “escrutinio periodístico”.
Mientras estuvo en el Congreso, Rubio fue inmune a todas las requisitorias y acusaciones. Siempre protegido por Ileana Ros-Lehtinen, su madrina política y la verdadera bruja de la selva política floridana, ni sus numerosas infracciones a las reglas sobre la recaudación de los fondos de campaña ni sus relaciones con colegas corruptos lograron descarrillar a este niño lindo de la política de Miami.
En 2009 Rubio anunció su candidatura al Senado de Estados Unidos. Fue entonces cuando estalló un segundo escándalo sobre la financiación de sus campañas. Según investigaciones periodísticas, Rubio recibió miles de dólares de un PAC (Comité de Acción Política, los grupos civiles que apoyan a determinados candidatos y pueden recaudar fondos para ellos) vinculado a criminales que operaban un esquema Ponzi.
El esquema no lo involucraba sólo a él, sino también a su aliado, el cuestionado excongresista David Rivera, señalado por organizaciones civiles como uno de los congresistas más corruptos de ese periodo. La investigación que el medio The Observer realizó en esa época detalla no sólo que Rubio recibió esa donación, sino su vínculo con un lobista cercano a un criminal acusado de lavar dinero de carteles sudamericanos y de montar un esquema Ponzi en Florida.
Se trata de Joe Steinger, cabecilla de la estafa de la corporación Mutual Benefits, una red de inversiones con sede en Fort Lauderdale, que compraba pólizas de seguros de vida a personas con enfermedades terminales y luego las vendía a inversores prometiendo alta rentabilidad. Esa red estafó a más de 30.000 personas por más de 1.200 millones de dólares. Trece personas recibieron condenas, entre ellas Steinger, quien en 2014 fue sentenciado a 20 años de prisión.
Tanto Rubio como Rivera se conocían desde los años de 1990 cuando trabajaron para el congresista republicano Lincoln Díaz-Balart. Rivera, vinculado históricamente a la industria del juego y de las apuestas, ayudó en las campañas de Rubio y éste devolvió los favores votando contra un acuerdo entre el gobierno estadual y los indios Seminola que habría permitido a éstos instalar tragamonedas en su reserva, convirtiéndolos en una molesta competencia para los empresarios blancos ya establecidos.
El dinero de Steinger llegó a la campaña de Rubio a través del lobista Alan Mendelsohn, quien recaudó cerca de dos millones de dólares que distribuyó entre varios políticos de Florida a través de un comité político llamado The Ophthalmology PAC. Sobre este lobista también pesan acusaciones de lavado de dinero de cárteles de drogas sudamericanos, según pruebas recopiladas por el FBI y la DEA.
Rubio habría recibido el dinero a través del PAC Floridians for Conservative Leadership. La versión coincide con que apenas unos meses antes de la elección de 2009 votó en la Cámara de Representantes estadual una medida que favorecía a Mutual Benefits Corp. Sin embargo, nunca fue procesado judicialmente por este hecho. Como si no fuera suficiente, en otra investigación paralela contra Mutual Benefits se supo que uno de los más exitosos contratistas de la firma fue Jaime Rey Albornoz, un colombiano acusado en 2004 de pertenecer a un cartel de la droga. De acuerdo con reportes judiciales y periodísticos, Mendelsohn recaudó fondos para Marco Rubio hasta 2009, aun cuando el esquema Ponzi de Steinger ya había sido desmantelado.
En el Congreso federal Rubio tiene como aliados perennes a tres incombustibles políticos de Florida con los que ha compartido escenario en más de una ocasión. Se trata de Mario Díaz-Balart, representante por el distrito 25 de Florida, señalado por medios y analistas de promover presiones políticas contra el presidente Petro y cercano defensor de líderes reaccionarios como el expresidente Álvaro Uribe Vélez. Los otros dos son la representante por Florida María Elvira Salazar, ex periodista de CNN en Español, también cubanoamericana, y el representante Carlos Giménez, conocido por su defensa de la línea dura antimigratoria y de seguridad, quien incluso llegó a tachar de adicto a las drogas al presidente colombiano de izquierda. Este bloque de Florida ha acompañado a Marco Rubio en su meteórica carrera política y ejerce una influencia significativa sobre la estrategia de política exterior del gobierno Trump hacia América Latina.
Mientras tanto, Marco Rubio se consolida en el centro del poder en Washington. Junto a otros líderes republicanos como Ron DeSantis, Nikki Haley y el actual vicepresidente JD Vance, conforma la primera línea de postulantes a la sucesión designada para garantizar la continuidad del proyecto político de Donald Trump una vez concluya su mandato.
Detrás de todo está Álvaro Uribe Vélez
De acuerdo a datos censales, en EE.UU. vivían a fines de 2024, 1.765.862 personas de origen colombiano, de los cuales 1.153.648 habían nacido en el país suramericano, constituyendo así la primera minoría entre los suramericanos que habitan en Estados Unidos. Si bien la inmigración colombiana en EE.UU. es muy antigua, creció vertiginosamente en la década de 1980, concentrándose originariamente en Little Havana, el suburbio de Miami de origen predominantemente cubano. Allí se concentraron sobre todo colombianos adinerados que rápidamente estrecharon vínculos con la comunidad anticastrista.
Luego emigraron hacia otros barrios y formaron su propia colonia. Durante la década de 1980 esta comunidad estuvo envuelta en la llamada “Guerra contra las drogas en Miami”. En 1981 la ciudad fue responsable por el 70% del tráfico de la cocaína del país, el 70% de la marihuana y el 90% de metacualona falsificada. En esa época el tráfico estaba concentrado por el Cártel de Medellín, tras cuyo colapso la guerra contra las drogas disminuyó. Después de este pico las tasas de criminalidad en general han bajado, aunque los delitos contra la propiedad experimentaron algunas alzas y la ciudad actualmente lidera a nivel nacional el número de fraudes reportados.
El pasado 7 de agosto el comisionado de Miami-Dade, Roberto González, inauguró la Avenida Colombia, denominada así en homenaje al expresidente Álvaro Uribe Vélez. El eventotuvo entre los invitados especiales a Tomás Uribe Moreno, hijo del expresidente; y a su exvicepresidente Francisco Santos. Cuando Uribe fue condenado en primera instancia en Colombia en julio pasado, hallado culpable de soborno a funcionarios judiciales y de manipulación de testigos, en Miami se produjo una gran movilización de apoyo, que se convirtió en festejo pocos meses después, cuando el Tribunal de Apelación e Bogotá revocó la sentencia.
Uribe fue un firme aliado de Estados Unidos que gobernó Colombia entre 2002 y 2010. Durante su presidencia, hubo miles de ejecuciones extrajudiciales de civiles luego identificados fraudulentamente como combatientes rebeldes en lo que se conoció como el escándalo de los “falsos positivos”. Las ejecuciones tuvieron lugar entre 2004 y 2008, cuando el ejército colombiano, respaldado por Estados Unidos, intensificó su represión contra las Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (FARC).
Como afirma el senador colombiano y actual candidato a la presidencia por el Pacto Histórico, Iván Cepeda Castro, “así como, Chile fue en su momento el laboratorio del neoliberalismo, durante los dos gobiernos de Uribe Colombia se convirtió en el laboratorio de las nuevas guerras que requería la extrema derecha transnacional para lograr la restauración conservadora que interrumpiera el ciclo progresista en la región”.
Cuando la jueza Sandra Heredia leyó el pasado julio la sentencia con la que condenaba a Uribe, Rubio fue el primero en protestar. Es que la relación entre Marco Rubio y Álvaro Uribe tiene bases mucho más sólidas que la mera afinidad ideológica. “En los años 90 Álvaro Uribe Vélez y Pablo Escobar Gaviria eran amigos cercanos y socios comerciales”, recuerdan los investigadores colombianos Norberto Emmerich y Joanna Rubio Pero. “Mientras que Escobar murió en un enfrentamiento policíaco en 1993, Uribe se convirtió en presidente de Colombia”.
También es oriundo de Antioquia el senador Álvaro Uribe Vélez, cuyo padre, Alberto Uribe Sierra, era un reconocido narcotraficante, quien les otorgó licencia a muchos de los pilotos de los narcos, cuando fue director de Aerocivil, recuerdan los dos expertos. Alberto Uribe estuvo detenido en una ocasión para ser extraditado, pero Jesús Aristizábal Guevara, entonces secretario de Gobierno de Medellín, logro que lo pusieran en libertad. Al entierro de Uribe Sierra, asesinado cerca de su finca en Antioquía, asistió el entonces presidente de la República, Belisario Betancur, y buena parte de la crema y nata de la sociedad antioqueña.
Alberto Uribe Sierra poseía la ganadería brava “La Carolina”, que heredó su hijo, el senador por Antioquía Álvaro Uribe Vélez. “Es claro que hablar de Uribe es hablar de poder y de narcotráfico”, expresan Emmerich y Joanna Rubio en su análisis del caso publicado bajo el título “Álvaro Uribe: el verdadero patrón del mal”. Según la investigación, Uribe aplicó en Colombia lo que aprendió en un curso de resolución de conflictos en una escuela afiliada a la Universidad de Harvard y terminó pactando con el líder paramilitar Carlos Castaño, gran socio y protector del narcotraficante Orlando Henao, que estaba presente en todo el nordeste del país hasta la frontera con el Ecuador.
En su libro “Colombia, laboratorio de embrujos. Democracia y terrorismo de Estado”, el periodista y escritor colombiano, residente en París, Hernando Calvo Ospina, recuerda —entre otros muchos detalles reveladores— cómo el 30 de julio del 2004 la Presidencia de Colombia rechazó públicamente un documento desclasificado de la Defense Intelligence Agency (DIA) uno de los servicios de seguridad más secretos y poderosos de Estados Unidos.
Señala Calvo Ospina que el informe dice en un aparte que “Álvaro Uribe Vélez, político y senador colombiano, colabora con el cartel de Medellín desde altos cargos en el gobierno. Uribe estuvo implicado en actividades de narcotráfico en Estados Unidos. Asesinaron a su padre en Colombia por conexiones con el tráfico de narcóticos. Uribe ha trabajado para el cartel de Medellín y es amigo personal de Pablo Escobar Gaviria…”
El comunicado de la Presidencia no da ningún desmintió tan grave señalamiento, precisa el investigador, que comenta lo siguiente: “Lo llamativo es que contra muchos de los numerosos narcotraficantes que se encuentran ahí descritos sí se utilizó esa información en investigaciones y juicios”.
En noviembre del 2014, Rubio sonaba y con fuerza para ser precandidato de los republicanos a la presidencia del 2016. Por esa fecha visitó al todo poderoso jefe de filas del Centro Democrático. En ese momento se llevaban a cabo en Colombia los diálogos de paz entre el gobierno Santos y las FARC. Rubio era miembro del Comité de Inteligencia del Senado norteamericano. En la reunión encontraron afinidades en cuanto a su oposición al gobierno venezolano y a los diálogos de paz. Más tarde, en 2015, Uribe realizó una gira por los Estados Unidos en donde expresó la preocupación por la inminencia de la firma de un acuerdo de paz entre el gobierno Santos y las FARC. Según reportó el diario El Colombiano en su momento: “Aunque los integrantes del CD (Centro Democrático, el partido de Uribe), “por respeto”, no revelaron los nombres de los congresistas con los que se entrevistaron (el expresidente y su comitiva), en redes se supo que estuvieron con el senador republicano Marco Rubio, así como los representantes republicanos Ileana Ros-Lehtinen, Mario Diaz-Balart y el demócrata Henry Cuéllar”.
En abril de 2025, en tanto, en medio del escándalo que generó el juicio en su contra, Álvaro Uribe se reunió en Washington con el ya secretario de Estado Marco Rubio, quien recalcó al expresidente la ayuda irrevocable que le brindaría el gobierno de Trump. La influencia del expresidente colombiano sobre la Casa Blanca es tan grande que fue vital la intervención de Uribe, para que en ese mismo abril no se castigara a Colombia con el tema de los aranceles, y también ha sido muy importante, para que se bajara el tono de las sanciones que Trump anunció a principios de noviembre contra Colombia, después de declarar que Petro era líder de un cartel mafioso.
Esta alianza entre Trump, Rubio y Uribe se asienta sobre el gigantesco poder financiero que la interpenetración entre la política latinoamericana y la interna de EE.UU. ha dado a Miami. Cada año se multiplican allí las inversiones especulativas de emigrados del continente que canalizan su representación parlamentaria a través de la minoría cubano-colombiana, la mayor y más antigua y con lazos más aceitados en Washington. Viceversa, esos lazos políticos y financieros repercuten sobre toda la región y España, donde la derecha del PP (Partido Popular) y la ultraderecha de Vox cuenta con un jugoso financiamiento desde el sur de Florida. Finalmente, la trama de negocios, crimen y política que ata a ambos países tiene otras aplicaciones lucrativas, como el envío a Ucrania de miles de mercenarios colombianos que allí son mandados al frente como carne de cañón.
La alianza entre Marco Rubio, su base de apoyo en Miami y otros estados y Álvaro Uribe es uno de los pilares que sostienen al trumpismo. El secretario de Estado no está en el cargo por una habilidad especial y ni siquiera por el apoyo que le brinda la comunidad cubano-colombiana de la metrópolis floridana, sino porque representa en la Casa Blanca al expresidente colombiano y su poder transnacional.
Se trata de una relación de años, anudada mucho antes de que ambos políticos se conocieran. Su relación fue canalizada desde el principio por las redes de negocios ilegales y legales que los unen en ambos rincones del Mar Caribe.
Esta trama de intereses va mucho más allá de Colombia y Estados Unidos y trasciende al vínculo entre el narcotráfico y el lavado en el estado sureño del dinero mal habido con el mismo. Se extiende al tráfico de armas, equipamiento y entrenamiento militar, ámbitos en los que el Estado de Israel es maestro y gana cuantiosas sumas. Droga, armas, tráfico de mercenarios, operaciones encubiertas y crimen son elementos estructurantes de la alianza entre el gobierno trumpista, el uribismo internacional y el Estado de Israel.
Donald Trump necesita este apoyo, porque carece de estructuras propias y requiere de los votos y el dinero que los cubano-colombianos de Florida y sus aliados en otros estados pueden poner a su disposición. Sin embargo, sabe que los intereses de esa mafia limitan su espacio de maniobra política internacional. Este angostamiento fue evidente en el caso de su postergado encuentro con Vladimir Putin en Budapest: en su diálogo telefónico ambos presidentes establecieron el marco de la reunión y acordaron reunirse pocos días después, pero Marco rubio arruinó todo en su conversación con Serguei Lavrov.
También puede ejemplificarse con la presente campaña militar en el Caribe: Marco Rubio y el secretario de Guerra Pete Hegeseth acumulan fuerzas frente a la costa de Venezuela y bombardean lanchas por doquier. Entonces apareció el presidente para declarar que no pensaba invadir el país caribeño.
Es evidente que las políticas internacionales de Trump y de Rubio difieren, pero el primero no puede prescindir del segundo y éste no tiene aún suficiente fuerza, como para desmentir públicamente a su jefe nominal. EE.UU. carece de política exterior. La ha privatizado y, al hacerlo, ha hipotecado su futuro dando a los sectores más criminales del capital financiero especulativo global el poder de decidir dónde se ubicará la gran nación del norte en las décadas venideras.
(Tomado de Tektónikos)

