L’Ecuador sprofondato nella narcoviolenza, nella pirateria e nel sicariato
Mentre l’autoproclamato poliziotto del mondo, gli USA, perseguita il Venezuela e costruisce un racconto criminalizzante, il suo alleato Daniel Noboa, presidente ecuadoriano, attraversa una crisi di Stato che si è acuita dopo la sconfitta strepitosa nel referendum del 16 novembre scorso.
L’erede dell’impero bananiero del paese andino-amazzonico cercava un avallo popolare per l’installazione di basi militari USA, ma ciò che ottenne fu di innescare un’implosione istituzionale che espose le crepe di un modello di sicurezza fallito e le contraddizioni di un’alleanza geografica con Washington che, lungi dal contenere la violenza, l’ha esacerbata.
Mentre gli USA dispiegano la loro potenza navale nelle acque caraibiche e del Pacifico, nella periferia sudamericana i pescatori dell’Ecuador e del Perù sono vittime di una pirateria narco che il gigante del nord sembra non vedere.
Sull’orlo di una crisi di governabilità?
Il 16 novembre 2025 il “no” si impose nelle quattro domande poste nella consultazione, con percentuali che andarono dal 61% per la stesura di una nuova Costituzione al 53% per la riduzione a metà del numero dei congressisti. Una sconfitta che passò dall’elettorale al simbolico, dato che Noboa aveva presentato le riforme come un meccanismo per “rafforzare la sicurezza nazionale”. Subì un rpvescio che smascherò la sua disconnessione dalle maggioranze.
Nei giorni successivi si scatenò un’ondata di dimissioni nel gabinete ministeriale, la più recente di una catena di instabilità che ormai accumula oltre 20 modifiche da quando assunse il potere nel novembre 2023. L’uscita di figure chiave come la ministra dell’Interno, Mónica Palencia, rivela la fragilità di un Esecutivo che ha prioritizzato l’immagine sulla governabilità e il fallimento della militarizzazione della lotta al narco.
Ciò che preoccupa maggiormente i settori critici è che il governo abbia utilizzato il referendum per cercare un avallo cittadino all’installazione di basi militari USA, una proposta che resuscita il vecchio progetto della base di Manta chiusa nel 2009 da Rafael Correa.
La CNN riferì lo scorso marzo che Noboa aveva discusso con il presidente USA, Donald Trump, a Mar-a-Lago, il club del magnate — quello USA, per chiarire —, un “piano per militarizzare l’Ecuador”, ciò che ora viene interpretato come un tentativo fallito di legittimare un’agenda esterna senza sostegno interno. D’altra parte, analisti segnalano che “Noboa visita Israele e difende Netanyahu, ma perde il sostegno del suo stesso popolo”.
Noboa come arte e parte della violenza
Mentre Noboa prometteva “mano dura”, l’Ecuador diventava il paese più violento del Sudamerica. Il tasso di omicidi ha raggiunto 38,8 ogni 100000 abitanti nel 2024, cifra che quintuplica i livelli del 2019.
Un rapporto della Iniziativa Globale contro il Crimine Organizzato Transnazionale (GI-TOC) ha rivelato che l’Ecuador è tra i quattro paesi con il più alto indice di criminalità. In quattro anni il paese è salito di 75 posizioni; nel 2021 era al 79° posto con 4,23 punti su 10; nel 2023 è salito al 10° posto con 7,07.
L’incremento del tasso di omicidi, che per fine anno è previsto a 52 ogni 100.000 abitanti, si deve al fatto che le strutture interne delle organizzazioni criminali restano intatte nonostante i frequenti assassinii dei loro capi, un fenomeno avvenuto in Messico che ha portato alla frammentazione massiva delle organizzazioni criminali. Ciò causa la proliferazione di gruppi dissidenti violenti e la carenza di una politica dello Stato per combatterli.
Un altro punto evidenziato dal rapporto è la portata dell’infiltrazione di questi gruppi nei sistemi giudiziario e politico per influenzare le sentenze e finanziare campagne elettorali. Questo mese è stato anche presentato un rapporto sulla criminalità da parte dell’Organizzazione Crisis Group, con sede a Bruxelles, che ha considerato il 2025 come l’anno più violento nella storia dell’Ecuador, per la quantità di omicidi intenzionali.
Quest’anno la violenza non è diminuita. Città come Guayaquil ed Esmeraldas vivono sotto assedio di bande come i Choneros, i Lobos e i Tiguerones, con attività significative nel narcotraffico, estorsione, traffico di armi, estrazione mineraria illegale e tratta di persone.
La famiglia del presidente è legata a una delle aziende più contestate nella catena esportatrice delle banane, settore storicamente usato per il trasporto di cocaina. Diverse indagini rivelano che Noboa e suo fratello John sono beneficiari finali della Lanfranco Holdings SA, società offshore a Panama che controlla il 51% della Noboa Trading Co. Quest’ultima è stata intercettata almeno tre volte dalla Polizia Nazionale con carichi di cocaina nascosti in container di banane: 160 kg nel 2020, 320 kg nel 2022 e 76 kg nel 2024, già durante la presidenza di Noboa.
Il presidente ha negato la responsabilità diretta affermando che “membri della mia famiglia sono coinvolti”. Tuttavia, esperti come Franklin Ramírez, della Flacso Quito, segnalano che già dal governo di Guillermo Lasso si consolidò una struttura di collusione tra crimine organizzato e Stato, ereditata e approfondita da Noboa. La nomina a ministro della Salute di Édgar Lama, avvocato che difese un supervisore dei carichi della Noboa Trading arrestato per narcotraffico, rafforza i sospetti.
In questo contesto, la strategia di Noboa — basata su militarizzazione e operativi di polizia — è fallita. Come sottolinea The Grayzone, “il presunto contrasto al narcotraffico del presidente ecuadoriano nasconde una trama dove i suoi stessi affari familiari sono al centro dello scandalo”.
Le navi che Trump non attacca
Mentre il Comando Sud USA realizza bombardamenti spettacolari contro imbarcazioni “sospette” nei Caraibi, la pirateria nel Pacifico ecuadoriano e peruviano è diventata un punto cieco per Washington. Secondo reportage di Mongabay pubblicati tra ottobre e novembre di quest’anno, pescatori artigianali sono vittime costanti di pirati armati che li estorcono, rubano il loro pescato e, in molti casi, li rapiscono o uccidono. Le comunità costiere di Esmeraldas, Manabí e El Oro sono rimaste isolate, senza protezione dello Stato né reazione delle potenze marittime.
Organizzazioni criminali come Los Lobos operano in totale libertà nelle acque di confine tra Ecuador e Perù usando motoscafi veloci e armamento pesante. È stato documentato che le donne pescatrici hanno abbandonato il mestiere per paura di essere stuprate o fatte sparire, il che ha trasformato l’economia locale e ha approfondito il caos senza che si sia dichiarata alcuna “emergenza umanitaria”. “L’assenza dello Stato e la mancanza di politiche integrali permettono a narcos e pirati di contendersi il controllo del litorale”, ha dichiarato un esperto di sicurezza consultato.
Nel frattempo, gli USA hanno intensificato le loro operazioni nei Caraibi, con attacchi a imbarcazioni presumibilmente legate al traffico, ma in Ecuador, dove la maggior parte della contaminazione con droga — il 70% — avviene nelle banane, fuori dalle terminal — secondo la Commissione Europea —, non si osserva un’azione coordinata. Ciò suggerisce che la politica antidroga di Washington priorizza obiettivi geopolitici sulla sicurezza reale nella regione.
La proposta di Noboa di aprire le porte a basi militari USA non risponde a una minaccia reale ma a un’alleanza ideologica con il trumpismo. L’ironia è che, mentre Noboa corteggia Washington, il suo paese si dissangua tra narcotraffico, estorsione e controllo territoriale delle bande criminali. Il segnale eloquente fu il suo viaggio con “agenda classificata” negli USA immediatamente dopo essere stato sconfitto alle urne il 16 novembre scorso.
L’Ecuador vive una crisi multidimensionale sotto il governo di Daniel Noboa: istituzionale, per l’instabilità del suo gabinetto; sociale, per l’escalation della violenza; economica, per la connivenza tra potere politico e reti di narcotraffico; e geopolitica, per la sua subordinazione a un’agenda esterna che ignora le necessità reali del paese.
La sconfitta elettorale fu un grido d’allarme che denota il rifiuto popolare a convertirsi in piattaforma militare USA mentre i suoi mari sono presi dai pirati e le sue strade dai sicari. La domanda ora non è se Noboa correggerà la rotta; la certezza è che questo episodio sfocerà in una rappresaglia autoritaria che approfondirà il caos e la terapia shock necessaria ad allineare l’economia a favore di interessi egemonici.
Un narcoestado aliado de Washington
Ecuador sumido en la narcoviolencia, la piratería y el sicariato
Mientras el autoproclamado policía del mundo, Estados Unidos, acosa Venezuela y construye un relato criminalizador, su aliado Daniel Noboa, presidente ecuatoriano, atraviesa una crisis de Estado que se agudizó tras la derrota estrepitosa en el referéndum del pasado 16 de noviembre.
El heredero del imperio bananero del país andino-amazónico buscaba aval popular para la instalación de bases militares estadounidenses, pero lo que logró fue detonar una implosión institucional que expuso las fisuras de un modelo de seguridad fallido y las contradicciones de una alianza geográfica con Washington que, lejos de contener la violencia, la ha exacerbado.
Mientras Estados Unidos despliega su poderío naval en aguas caribeñas y del Pacífico, en la periferia suramericana los pescadores de Ecuador y Perú son víctimas de una piratería narco que el gigante del norte parece no ver.
¿Al borde de una crisis de gobernabilidad?
El pasado 16 de noviembre de 2025 el “no” se impuso en las cuatro preguntas planteadas en la consulta, con porcentajes que fueron de 61% para la redacción de una nueva Constitución y 53% para la reducción a la mitad del número de congresistas. Una derrota que fue de lo electoral a lo simbólico dado que Noboa había presentado las reformas como un mecanismo para “fortalecer la seguridad nacional”. Sufrió un revés que desnudó su desconexión con las mayorías.
En los días posteriores se desató una ola de renuncias en el gabinete ministerial, la más reciente de una cadena de inestabilidad que ya acumula más de 20 modificaciones desde que asumió el poder en noviembre de 2023. La salida de figuras claves como la ministra del Interior, Mónica Palencia, revela la fragilidad de un Ejecutivo que ha priorizado la imagen sobre la gobernabilidad y el fracaso de la militarización del combate al narco.
Lo que más preocupa a los sectores críticos es que el gobierno haya utilizado el referéndum para buscar aval ciudadano para la instalación de bases militares estadounidenses, una propuesta que resucita el viejo proyecto de la base de Manta cerrada en 2009 por Rafael Correa.
CNN informó en marzo pasado que Noboa había discutido con el presidente estadounidense, Donald Trump, en Mar-a-Lago, el club del magnate —el estadounidense, cabe aclarar—, un “plan para militarizar Ecuador”, lo que ahora se interpreta como un intento fallido de legitimar una agenda externa sin respaldo interno. Por otra parte, analistas señalan que “Noboa visita Israel y defiende a Netanyahu, pero pierde el respaldo de su propio pueblo”.
Noboa como arte y parte de la violencia
Mientras Noboa prometía “mano dura”, Ecuador se convertía en el país más violento de Sudamérica. La tasa de homicidios alcanzó 38,8 por cada 100 mil habitantes en 2024, cifra que quintuplica los niveles de 2019.
Un informe de la Iniciativa Global contra el Crimen Organizado Transnacional (GI-TOC, por sus siglas en inglés) reveló que Ecuador está entre los cuatro países con mayor índice de criminalidad. En cuatro años el país escaló 75 puestos; en 2021 estuvo en el 79 con 4,23 puntos de 10; en 2023 subió al puesto 10 con 7,07.
El incremento de la tasa de homicidios, que para finales de año se proyecta a 52 por cada 100 mil habitantes, se debe a que las estructuras internas de las organizaciones criminales se mantienen intactas pese a los frecuentes asesinatos de sus cabecillas, un fenómeno que ocurrió en México y ha derivado en la fragmentación masiva de las organizaciones criminales. Eso causa la proliferación de grupos disidentes violentos y la carencia de una política del Estado para combatirlos.
Otro punto que resalta el informe es el alcance de la infiltración de estos grupos en los sistemas judicial y político para influir en fallos y financiar campañas electorales. Este mes también se presentó un informe de criminalidad por parte de la Organización Crisis Group, con sede en Bruselas, que consideró el 2025 como el año más violento en la historia de Ecuador, por la cantidad de homicidios intencionales.
Este año la violencia no ha cedido. Ciudades como Guayaquil y Esmeraldas viven bajo asedio de bandas como los Choneros, los Lobos y los Tiguerones, con actividad significativa en narcotráfico, extorsión, tráfico de armas, minería ilegal y trata de personas.
La familia del presidente está vinculada con una de las empresas más cuestionadas en la cadena exportadora del banano, sector históricamente usado para el trasiego de cocaína. Distintas investigaciones revelan que Noboa y su hermano John son beneficiarios últimos de Lanfranco Holdings SA, sociedad offshore en Panamá que controla el 51% de Noboa Trading Co. Esta última fue interceptada en, al menos, tres ocasiones por la Policía Nacional con cargamentos de cocaína ocultos en contenedores de banano: 160 kg en 2020, 320 kg en 2022 y 76 kg en 2024, ya durante la presidencia de Noboa.
El presidente ha negado responsabilidad directa alegando que “miembros de mi familia están involucrados”. Sin embargo, expertos como Franklin Ramírez, de Flacso Quito, señalan que desde el gobierno de Guillermo Lasso se consolidó una estructura de colusión entre crimen organizado y Estado, heredada y profundizada por Noboa. El nombramiento como ministro de Salud de Édgar Lama, abogado que defendió a un supervisor de embarques de Noboa Trading detenido por narcotráfico, refuerza las sospechas.
En este contexto, la estrategia de Noboa —basada en militarización y operativos policiales— ha fracasado. Como destaca The Grayzone, “el supuesto combate al narcotráfico del presidente ecuatoriano esconde una trama donde sus propios negocios familiares están en el centro del escándalo”.
Los barcos que Trump no ataca
Mientras el Comando Sur estadounidense realiza bombardeos espectaculares contra embarcaciones “sospechosas” en el Caribe, la piratería en el Pacífico ecuatoriano y peruano se ha convertido en un punto ciego para Washington. Según reportajes de Mongabay publicados entre octubre y noviembre de este año, pescadores artesanales son víctimas constantes de piratas armados que los extorsionan, roban sus capturas y, en muchos casos, los secuestran o asesinan. Las comunidades costeras de Esmeraldas, Manabí y El Oro han quedado aisladas, sin protección del Estado ni reacción de las potencias marítimas.
Organizaciones criminales como Los Lobos operan con total libertad en las aguas fronterizas entre Ecuador y Perú usando lanchas rápidas y armamento pesado. Se ha documentado que las mujeres pescadoras han desertado del oficio por miedo a ser violadas o desaparecidas, lo cual ha transformado la economía local y ha profundizado el caos sin que se declare alguna “emergencia humanitaria”. “La ausencia del Estado y la falta de políticas integrales permiten que narcos y piratas se disputen el control del litoral”, señaló un experto en seguridad consultado.
Mientras tanto, Estados Unidos ha intensificado sus operativos en el Caribe, con ataques a embarcaciones supuestamente vinculadas con el tráfico, pero en Ecuador, donde la mayor parte de la contaminación con drogas —70%— se realiza en el banano, fuera de las terminales —según la Comisión Europea—, no se observa acción coordinada. Esto sugiere que la política antidrogas de Washington prioriza objetivos geopolíticos sobre la seguridad real en la región.
La propuesta de Noboa de abrir las puertas a bases militares estadounidenses no responde a una amenaza real sino a una alianza ideológica con el trumpismo. La ironía es que, mientras Noboa corteja a Washington, su país se desangra entre el narcotráfico, la extorsión y el control territorial de las bandas criminales. La señal elocuente fue su viaje con “agenda clasificada” a Estados Unidos inmediatamente luego de ser derrotado en las urnas el pasado 16 de noviembre.
Ecuador vive una crisis multidimensional bajo el gobierno de Daniel Noboa: institucional, por la inestabilidad de su gabinete; social, por la escalada de violencia; económica, por la connivencia entre poder político y redes de narcotráfico; y geopolítica, por su subordinación a una agenda exterior que ignora las necesidades reales del país.
El revés electoral fue un grito de alerta que denota el rechazo popular a convertirse en plataforma militar de Estados Unidos mientras sus mares son tomados por piratas y sus calles por sicarios. La pregunta ahora no es si Noboa rectificará; la certeza es que este episodio desembocará en una represalia autoritaria que profundice el caos y la terapia de shock que requiere para alinear la economía a favor de intereses hegemónicos.


