Il 24 novembre 1956, lo yacht Granma salpò da Tuxpan, in Messico, con 82 membri della spedizione. Fidel Castro guidò il gruppo e, dopo un periodo di poco più di un anno di coordinamento con il Movimento del 26 Luglio a Cuba, addestramento militare e definizione dei dettagli essenziali, erano pronti a mantenere la promessa di essere liberi o martiri nel 1956. Dopo il viaggio, lo sbarco del 2 dicembre sulla costa cubana avvenne in condizioni difficili a causa del terreno.
Il comandante in capo Fidel Castro Ruz, nel prologo che scrisse al libro della combattente Georgina Leyva, Storia di un’impresa di liberazione, lo raccontò così:
Quando il Granma arrivò a Cuba con 82 uomini a bordo – un’imbarcazione che poteva ospitare comodamente 12 membri dell’equipaggio – ci vollero due giorni in più del previsto. Fu un miracolo che non affondasse lungo le oltre 1.000 miglia di costa, navigando contro i tempestosi venti settentrionali dell’epoca, o a sole 10 o 12 miglia dalla costa, sorpreso dalle cannoniere della dittatura. Uno dei nostri combattenti era caduto in acqua mentre era di guardia; nessuno sa se per caso o per sfinimento. Ci vollero almeno due ore per salvarlo. Era uno dei responsabili del governo della nave. Il capo navigatore, un ufficiale di marina con il grado di comandante, che era stato destituito da Batista, si era prontamente offerto di accompagnarci. Il problema era che in quel momento critico dello sbarco, si dimenticò dei fari che indicavano la rotta esatta attraverso quella zona insidiosa, vicino al faro situato all’estremità sud-occidentale dell’ex provincia di Oriente.
Il Granma aveva già fatto tre giri, e l’ex soldato ne chiedeva un quarto, perché l’alba stava per sorgere e il sole stava per sorgere. Gli dissi, con evidente irritazione: “Sei sicuro che quella sia la costa di Cuba?” – più per prenderlo in giro, visto che era chiaramente il nostro Paese – “Dirigiti a tutta velocità verso quel punto finché la prua non tocca la riva”. Fatto questo, un vecchio compagno, René Rodríguez Cruz, magro e basso, senza alcun carico, scese dalla prua. Seguendolo, e sentendomi sicuro, scesi con il fucile in mano, una bandoliera piena alla vita e uno zaino di oltre 27 chili, tra cui un mitra con molti proiettili e altri oggetti essenziali. Ma man mano che mi muovevo, le mie gambe sprofondavano sempre di più, fino a quasi annegare. Finalmente riuscii a uscire, aiutato da altri compagni, con il fucile, la bandoliera, la borraccia e tutta l’attrezzatura necessaria, e iniziai a camminare. Raúl rimase sulla barca finché non recuperammo l’ultima arma che avevamo portato come nascondiglio, e poi partimmo immediatamente. Ci vollero due ore per attraversare quelle paludi. La cosa incredibile è che eravamo a pochi metri da un molo, perfettamente visibile, se la barca avesse preso la rotta giusta.¹
Il generale dell’esercito Raúl Castro Ruz, allora capitano e capo del plotone di retroguardia, lo descrisse così nel diario di campagna che scrisse nel mezzo dell’intensità di quei giorni:
Verso le 5:30 o le 6:00 del mattino, per qualche motivo, abbiamo proseguito dritti e ci siamo arenati in una zona fangosa, sprofondando nella peggiore palude che abbia mai visto o di cui abbia mai sentito parlare. Sono rimasto fino alla fine, cercando di salvare il più possibile, ma poi, in quella maledetta palude di mangrovie, abbiamo dovuto abbandonare quasi tutto. Abbiamo trascorso più di quattro ore senza quasi fermarci, attraversando quell’inferno. Quando stavamo quasi per raggiungere la terraferma, il nostro gruppo ha incontrato Luis Cr.², che ci ha informato di aver localizzato una capanna e un contadino. Era il 2 dicembre. Lungo il cammino, ho incontrato continuamente compagni quasi privi di sensi, e quando mi sono diretto verso la capanna con Armando M.³, abbiamo sentito una serie di colpi di cannone e mitragliatrice, probabilmente diretti alla nostra nave abbandonata, la Granma.
Ho ricevuto anche la spiacevole notizia della perdita di 8 compagni⁴… Abbiamo passato il tempo nei dintorni, fino a pomeriggio inoltrato, per vedere se i compagni apparivano, con un aereo che girava incessantemente e a circa 2 chilometri da noi ha iniziato a mitragliare la capanna dove pensavamo di mangiare qualcosa.
Avanzammo attraverso un folto di erba alta e pochi alberi. Dovevamo sdraiarci costantemente a terra. Quel giorno non avevamo mangiato un solo boccone di cibo. Vagammo completamente smarriti per diverse volte finché, grazie alle indicazioni del primo contadino, riuscimmo a orientarci. Quella notte dormimmo tutti esausti senza mangiare. (74 uomini). Un’impresa immensa quel 2 dicembre.⁵
In quelle difficili circostanze, il gruppo di spedizione si riunì e raggiunse Alegría de Pío, dove il 5 dicembre, di fronte a un attacco nemico, il distaccamento fu disperso. Alcuni riuscirono a riorganizzarsi e a proseguire verso la Sierra, come previsto: fu il caso dei gruppi guidati da Fidel, Raúl e Almeida, che si riunirono giorni dopo a Cinco Palmas; altri presero sentieri la cui unica via d’uscita era cercare di eludere l’accerchiamento e raggiungere le pianure per cercare di salvarsi la vita; e altri ancora furono catturati e vilmente assassinati.
Riguardo all’incontro tra Fidel e Raúl a Cinco Palmas il 18 dicembre, è noto che quando il leader rivoluzionario venne informato che un giovane che diceva di essere suo fratello era stato localizzato e gli fu mostrata la patente messicana di Raúl, questi, eccitato dalla notizia ma anche cauto, disse a Primitivo Pérez, il contadino che gli aveva portato la notizia: “Ti darò i nomi degli stranieri che sono venuti con noi. … Impara questi nomi e torna indietro e chiedigli di dirti i loro nomi, insieme ai loro soprannomi. Se te li dice tutti correttamente, quello è Raúl”.
E così fu. E si svolse l’incontro che suggellò per sempre la certezza storica che “ogni Alegría de Pío ha le sue Cinco Palmas”.
Ma chi erano quei quattro stranieri arrivati con il Granma? il domenicano Ramón Emilio Mejías del Castillo, Pichirilo; l’italiano Gino Doné; il messicano Alfonso Guillén Zelaya; e l’argentino Ernesto Guevara de la Serna, Che.
I quattro stranieri nel viaggio del secolo…
Dopo lo sbarco del 2 dicembre e la dispersione di Alegría de Pío, i quattro spedizionieri stranieri sopravvissero, anche se solo il Che rimase con il gruppo rimasto sulle montagne – era nel gruppo di Juan Almeida Bosque – che lì crebbe e divenne un gigante, poiché fu il primo ribelle promosso al grado di comandante e nominato a capo della seconda colonna guerrigliera, decisioni adottate dal capo supremo già nel 1957… le sue gesta nel 1958 e le sue azioni dopo il 1959 sarebbero state conosciute in tutto il mondo.
Pichirilo e Gino, da parte loro, riuscirono a sfuggire alla cattura dopo la dispersione e a salvarsi la vita. Protetti dai membri del Movimento Rivoluzionario 26 Luglio, riuscirono a lasciare Cuba, ma rimasero coinvolti nella lotta contro il tiranno Fulgencio Batista, sperando in diverse occasioni di riunirsi ai loro compagni sulle montagne della Sierra Maestra, ma senza successo.
Zelaya, il messicano, fu catturato e condannato a sei anni di prigione e tredici mesi dopo deportato nel suo paese.
Zelaya, Pichirilo e Gino si recarono inizialmente in Messico, un fatto strettamente legato all’epoca all’opera dell’ambasciatore messicano a Cuba, Gilberto Bosques Saldívar, che salvò la vita a molti rivoluzionari che cercavano asilo presso l’ambasciata messicana. Questo ambasciatore fu nominato dal governo messicano di Adolfo Ruiz Cortines per lavorare a Cuba e rimase nel Paese per tutto il periodo dell’insurrezione e per alcuni anni dopo il trionfo della Rivoluzione.
Dopo il trionfo rivoluzionario, Pichirilo e Zelaya tornarono sull’Isola, mentre Gino lo fece solo molti anni dopo, anche se, per modestia, seguì sempre la causa di Fidel, di cui si sentiva parte.
Pichirilo
Ramón Emilio Mejías del Castillo nacque il 12 febbraio 1922 a San Pedro de Macorís, in una famiglia di pescatori e marinai, duramente perseguitata dal dittatore Rafael Leónidas Trujillo, che lo costrinse ad abbandonare la sua terra natale in tenera età.
Si avventurò in diverse nazioni latinoamericane e si unì alla spedizione di Cayo Confites organizzata a Cuba per combattere il tiranno dominicano.
Fu lì che incontrò Fidel, uno studente universitario del suo battaglione, che, colpito dalla sua abilità nel manovrare le imbarcazioni e dal suo amore per la libertà, lo invitò anni dopo a diventare uno dei timonieri dello yacht Granma.
Fu così che Pichirilo entrò nella storia della Rivoluzione cubana.
Dopo lo sbarco, chiese asilo all’ambasciata messicana e partì per il Messico, dove collaborò alla lotta. In seguito, per la stessa causa, si trasferì in Venezuela e vi assistette alla vittoria rivoluzionaria. Si recò poi a Cuba, dove rimase fino al 1963, quando decise di tornare nella sua amata patria, ora sotto il governo del venerabile rivoluzionario Juan Bosch.
Durante l’invasione statunitense della Repubblica Dominicana del 1965, nota come Guerra d’Aprile, Pichirilo combatté contro gli invasori come parte dell’esercito in difesa della legittima Costituzione. Era riconosciuto e temuto dai suoi avversari, perché era un uomo molto coraggioso e parlava sempre con franchezza di tutto.
Una volta terminata la guerra, con un esito tragico per i sostenitori del governo Bosch e i seguaci del fervore di Francisco Caamaño, iniziò una sorta di regolamento di conti contro tutti coloro che avevano fatto parte dei “costituzionalisti”, incluso Pichirilo. Per questo motivo, fu fucilato a tradimento il 12 agosto 1966 e morì poco dopo per le ferite riportate. La sua morte causò costernazione tra la popolazione, che lo riconobbe come uno degli eroi della rivolta di aprile.
Gino
L’unico europeo a bordo del Granma fu l’italiano Gino Done, nato a San Biaggio di Callalta, Treviso, il 18 maggio 1924. Partigiano che combatté nella Seconda Guerra Mondiale e la cui esperienza lo aiutò ad essere accettato come membro della spedizione del gruppo organizzato da Fidel.
Dopo la fine della guerra, arrivò a Cuba negli anni ’50, dove lavorò in una brigata impegnata nella costruzione dell’autostrada Circuito Sud Cienfuegos-Trinidad. Lì conobbe Norma Turiño, una giovane donna di famiglia molto unita, che sposò e con la quale si impegnò nelle attività rivoluzionarie nella provincia di Las Villas.
Lavorò all’Avana e a Trinidad finché non fu convocato dal Movimento 26 Luglio per unirsi a coloro che si addestravano in Messico per combattere a Cuba. Gino, amante della libertà e testimone della difficile situazione del popolo cubano e dell’oppressione del dittatore Fulgencio Batista, accettò prontamente.
Una volta in Messico, servì come messaggero per il Movimento e la sua esperienza di combattente gli valse un posto tra i selezionati. Dopo la dispersione ad Alegría de Pío, riuscì a fuggire. A Las Villas, apprese che Fidel era vivo e si trovava sulle montagne della Sierra Maestra, ma gli era impossibile tornare sulle montagne e tornare vivo. Dovette lasciare la sua patria e tentò più volte di tornare e riprendere la guerra, ma diverse circostanze glielo impedirono.
L’Ufficio Affari Storici conserva documenti appartenenti a Gino Doné. Uno di questi è una lettera scritta in Messico a Pichirilo, che viveva anch’egli in esilio in quel Paese.
Veracruz, 10 luglio 1958.
Mio caro amico:
sono arrivato stamattina. Ci sono molte navi in porto, per lo più norvegesi, ed è una bella vista. Sono già stato alla compagnia e mi hanno promesso il loro interesse, quindi non devo aspettare oltre.
Non ho ancora contattato i signori cubani, ma cercherò di rintracciarli oggi.
Qui fa piacevolmente caldo e mi sento già benissimo. Ti ho mandato una cartolina da Puebla. Ci ho trascorso due giorni. È molto interessante.
Helia ne sarebbe entusiasta. Non mancare di andarci se ne hai la possibilità.
Sto facendo tutto il possibile per aiutarci a risolvere meglio le cose e spero di avere notizie. Ti scriverò domani o dopodomani. Tutto qui è la cosa più vicina a Cuba, il che è sufficiente a farmi sentire meglio che a Città del Messico. Mi siete mancati tutti moltissimo, ma confido di rivedervi presto e di potervi dimostrare tutto il mio affetto.
Il tuo ,
Gino Doné.
Dopo il 1° gennaio 1959, ormai sistemato negli Stati Uniti, tentò di rientrare; tuttavia, una comunicazione errata riguardante i suoi documenti scaduti e la decisione di non rivelare la sua identità di membro della spedizione del Granma, lo portarono ad adottare un atteggiamento distante e discreto, pur rimanendo aggiornato sugli eventi di quell’isola che lo aveva da sempre affascinato.
Nel luglio 2006, riabbracciò il Comandante in Capo nella provincia di Granma, dove era sbarcato cinquant’anni prima. Come era solito dire, “A Fidel, lealtà”. Fu il principio guida della sua vita e del lavoro che svolse per Cuba dopo il ritorno in Italia. Morì il 22 marzo 2008 e il suo ultimo desiderio fu che le sue ceneri riposassero a Cuba, dove si trovano dal 2 dicembre 2023, insieme ad altri eroi della spedizione.
Zelaya
Alfonso Guillén Zelaya, originario del Messico, fu l’unico di quella nazione gemella a salire a bordo del Granma, tra i tanti che avrebbero voluto farlo. Nacque il 9 agosto 1936 a Coahuila.
Nel 1955, quando ascoltò Fidel Castro parlare al Parco di Chapultepec, ne fu profondamente commosso e decise di collaborare con il giovane che parlava con tanta passione di libertà, dei sogni di un popolo e della storia dell’America Latina. Si unì alle truppe che si preparavano a combattere la dittatura di Batista. Le sue eccellenti prestazioni durante l’addestramento gli valsero la selezione. Dopo lo sbarco del Granma, fu arrestato e deportato in patria, ma continuò a collaborare: raccolse fondi per la lotta contro Batista e si esibì persino come mago in Honduras, Guatemala ed El Salvador.
Il 2 gennaio 1959 tornò e ottenne il grado di capitano dell’Esercito Ribelle. Nel 1963 collaborò con Che Guevara a progetti per il Ministero dell’Industria e, tra gli altri incarichi, fu anche consigliere del Ministero dell’Industria
Leggera nel 1967; vicepresidente dell’Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli nel 1979; e nel 1991 fu nominato consigliere per le Relazioni Internazionali presso il Ministero dell’Istruzione fino al 22 aprile 1994, data della sua morte avvenuta durante un evento nel suo Messico natale.
Zelaya decise anche che i suoi resti sarebbero stati sepolti a Cuba, accanto ai suoi compagni, e così fu fatto.
Il messicano era uno dei più giovani esploratori (aveva vent’anni nel 1956) quando si innamorò della causa cubana e la fece sua, e il nostro popolo lo accolse per sempre.
Che
Il più famoso dei quattro stranieri che giunsero sul Granma, e dell’Esercito Ribelle e della Rivoluzione nel suo complesso, è senza dubbio il Che, l’argentino Ernesto Guevara de la Serna. Il nostro Che.
Nato il 14 giugno 1928 a Rosario, divenne uno dei leader della causa cubana e il suo esempio e la sua dedizione lo resero uno degli eroi più amati e ammirati. La sua morte in Bolivia, in lotta per l’emancipazione degli uomini e delle donne dell’America Latina, lo rese un paradigma globale per ribelli e generazioni nel corso della storia, fino ai giorni nostri.
E forse, proprio per la sua leadership e perché era il mitico leader della Rivoluzione che non era nato a Cuba, gli altri membri della spedizione che si trovavano nella stessa condizione mantennero sempre un legame con lui.
Nel caso del dominicano Ramón Emilio Mejías del Castillo, egli salpò nel 1963 per tornare nella sua patria dominicana su una barca e, secondo alcuni testimoni, Che Guevara era a conoscenza del suo viaggio di ritorno. Zelaya, da parte sua, lavorò con il Che e fu testimone dello stile di leadership di quel giovane argentino, della sua dedizione alla causa, dell’esempio di un vero comunista e di un’autentica scuola di cultura rivoluzionaria. Nel caso di Gino, il suo legame con il Che risale ai giorni in Messico, durante i preparativi per la spedizione. Ebbe l’opportunità di parlare con quell’argentino disciplinato e risoluto, che parlava di idee comuniste e che avrebbe prestato servizio come medico da combattimento durante la spedizione. Gino lo trovò molto curioso, interessato a conoscere l’Italia, il periodo del fascismo e la riforma agraria. Gino gli raccontò le sue esperienze e, in più di un’occasione, il sudamericano espresse il desiderio di viaggiare in quelle terre.
Dopo lo sbarco, quando il Che faticava a muoversi tra le mangrovie a causa dell’asma, Gino tornò indietro per aiutarlo e, grazie a questo, poté ricongiungersi al resto del gruppo. Più avanti, durante la guerra, quando l’italiano tornò per cercare di unirsi alla lotta in montagna, si recò nella regione di Las Villas, dove sua moglie, i suoi contatti più stretti e il Che si trovavano sui Monti Escambray. E sebbene non si unisse ai ribelli, se lo avesse fatto, sarebbe stato con le truppe del suo amico argentino.
Guevara era una specie di centro e di sostegno, una figura di rispetto e ammirazione per quel piccolo gruppo di internazionalisti che, mossi dalla storia cubana e dal loro leader Fidel Castro Ruz, avevano un concetto molto chiaro dell’internazionalismo e della lotta per qualsiasi popolo del mondo.
Le storie di quegli ottantadue uomini, uniti da una causa comune, a volte passano inosservate nel contesto di una narrazione più ampia. Tuttavia, in questo giorno, condividiamo le storie di quei quattro uomini coraggiosi che hanno amato la nostra patria come la propria e hanno dato tutto per essa, per la sua Rivoluzione e per il suo popolo. Per questo motivo, anche loro sono cubani che hanno rischiato la vita per il bene comune.
Questi nomi – Pichirilo, Gino, Zelaya e Che – fanno parte della nostra storia, della rinascita della speranza… Con loro, gli aspetti più belli e rivoluzionari della Repubblica Dominicana, dell’Italia, del Messico e dell’Argentina ci hanno accompagnato sul Granma, nel viaggio del secolo, il viaggio della nostra Rivoluzione…
Traduzione:italiacuba.it
Fonte: http://www.cubadebate.cu/…/12/02/en-la-travesia-del-siglo/
En la travesía del siglo
Por: Daily Sánchez Lemus
El 25 de noviembre de 1956 zarpó el yate Granma desde Tuxpan, México, con 82 expedicionarios. Al frente del grupo estaba Fidel y, luego de un periodo de poco más de un año de coordinaciones con el Movimiento Revolucionario 26 de Julio en Cuba, el exilio, de preparación militar, y de ajustar detalles imprescindibles, venían dispuestos a cumplir la palabra empeñada de que en 1956 serían libres o mártires. Luego de la travesía, el desembarco el día 2 de diciembre por costas cubanas fue tuvo lugar en difíciles condiciones por las características de la zona.
El Comandante en Jefe, Fidel Castro Ruz, en el prólogo que escribiese al libro de la combatiente Georgina Leyva, Historia de una gesta libertadora, así lo contó:
Cuando el Granma llegó a Cuba con 82 hombres a bordo, donde podían viajar con cierta comodidad 12 tripulantes, había tardado dos días más de lo previsto y por ello, de puro milagro, no se hundió a lo largo de más de mil millas, por los “nortes” tempestuosos de la época; o a 10 o 12 millas de la costa por las cañoneras de la tiranía. Un combatiente nuestro había caído al agua estando de guardia, nadie sabe si por casualidad o por cansancio, nos ocupó dos horas como mínimo a fin de salvarlo. Era de los que atendían el rumbo de la embarcación. El navegante principal, uno de los oficiales de la marina con el grado de Comandante, desplazado por Batista, se había ofrecido gustoso para acompañarnos. El problema es que en ese momento crítico del desembarco se olvidó de los faros que indicaban la ruta exacta de la entrada por aquella zona llena de riesgos, en las proximidades del faro ubicado en el extremo suroeste de la antigua provincia de Oriente.
El Granma había dado ya 3 vueltas y el exmilitar estaba solicitando una cuarta cuando ya amanecía e iba a salir el sol. Le dije con evidente irritación ¿tú estás seguro de que esa es la costa de Cuba?, más para fastidiar porque evidentemente era nuestro país: “Enfila a toda máquina hacia ese punto hasta que penetre la proa en la orilla”. Hecho esto, un viejo compañero, René Rodríguez Cruz, delgado y bajito, sin carga alguna, descendió por la proa. Tras él y confiado desciendo yo con fusil en mano, canana repleta en la cintura, y mochila en la espalda que pesaba más de 60 libras, incluyendo una pistola-ametralladora con muchas balas y otras cosas esenciales, pero a medida que me movía las piernas se enterraban más y más hasta que estuve a punto de ahogarme. Pude al fin salir auxiliado por otros compañeros, con fusil, canana, cantimplora, la dotación correspondiente, y comienzo a caminar. Raúl permanece en la nave hasta extraer la última arma que traíamos como alijo y comenzamos de inmediato a marchar. Dos horas tardamos en cruzar aquellos pantanos. Lo increíble es que estábamos a unos cuantos metros de un muelle, perfectamente visible, si la embarcación hubiese hecho el recorrido correcto.¹
El General de Ejército Raúl Castro Ruz, entonces capitán y jefe del pelotón de la retaguardia, lo reflejó así en el diario de campaña que por aquellos redactó en medio de la intensidad de las jornadas:
Como a las 5:30 o 6:00 a. m. por equis motivos, se tomó en línea recta y encallamos en un lugar lodoso para meternos en la peor ciénaga que jamás haya visto u oído hablar. Me quedé hasta lo último tratando de sacar la mayor cantidad de cosas, pero después en aquel maldito manglar tuvimos que abandonar casi todas las cosas. Más de cuatro horas sin parar apenas, atravesando aquel infierno. Al salir casi a tierra firme nos encontramos, el grupo nuestro, a Luis Cr.² y nos informó que ya tenían un bohío y un campesino localizado. Era el 2 de diciembre. Me iba encontrando, a lo largo del camino, a compañeros casi desmayados y cuando me dirigí al bohío con Armando M.³ oímos una serie de cañonazos y ametralladoras, probablemente contra nuestro barco abandonado, el Granma.
También recibí la desagradable noticia de la pérdida por extravío de 8 compañeros⁴… Hicimos tiempo por los alrededores, hasta bien avanzada la media tarde, para ver si aparecían los compañeros, con un avión constantemente dando vueltas y a cosa de 2 kilómetros de nosotros empezó a ametrallar el bohío donde pensábamos comer algo.
Avanzamos por una manigua de mucha hierba, pero de pocos árboles. Había que tirarse en el suelo a cada rato. Ese día no habíamos probado bocado alguno de comida. Estuvimos dando varias vueltas completamente perdidos, hasta que valiéndonos de las orientaciones del primer campesino pudimos orientarnos algo. Dormimos todos extenuados esa noche y sin comer. (74 hombres). Faena inmensa la de ese 2 de diciembre.⁵
En aquellas circunstancias difíciles, el grupo de expedicionarios se reunió, y llegó a Alegría de Pío, donde el día 5 de diciembre, ante el ataque enemigo, tuvo lugar la dispersión del destacamento. Algunos lograron reunirse y seguir camino a la Sierra, como estaba previsto: así fue el caso de los grupos encabezados por Fidel, Raúl y Almeida, que se reencontraron días más tarde en Cinco Palmas; otros tomaron por caminos cuya única salida fue tratar de evadir el cerco y llegar al llano para intentar salvar sus vidas; y otros fueron capturados y vilmente asesinados.
En torno al reencuentro de Fidel y Raúl en Cinco Palmas, el 18 de diciembre, se conoce que cuando le informan al jefe revolucionario que hay localizado un joven que dice ser su hermano y le muestran la licencia de conducción mexicana de Raúl, él emocionado por la noticia pero a la vez con cautela, le dice a Primitivo Pérez, el campesino portador de la noticia: “yo te voy a dar los nombres de los extranjeros que vinieron con nosotros. … Tú te aprendes estos nombres, y regresas, y le preguntas a él que te los diga, con los apodos. Si te los dice todos bien, ese es Raúl”.
Y así fue. Y se produjo el encuentro que selló para siempre la certeza histórica de que “todo Alegría de Pío tiene su Cinco Palmas”.
Pero ¿quiénes fueron esos cuatro extranjeros que vinieron en el Granma? El dominicano Ramón Emilio Mejías del Castillo, Pichirilo; el italiano Gino Doné; el mexicano Alfonso Guillén Zelaya; y el argenitno Ernesto Guevara de la Serna, Che.
Los cuatro extranjeros de la travesía del siglo…
Después del desembarco, el 2 de diciembre, y de la dispersión de Alegría de Pío, los cuatro expedicionarios extranjeros sobrevivieron, aunque solo el Che se mantuvo con el grupo que permaneció en las montañas –iba en el grupo de Juan Almeida Bosque-, quien allí creció y se hizo gigante, pues fue el primer rebelde ascendido al grado de comandante y designado al frente de la segunda columna guerrillera, decisiones adoptadas por el máximo jefe ya en 1957…conocidas en el mundo serían sus proezas en 1958 y su actuar después de 1959.
Por su parte Pichirilo y Gino lograron burlar el cerco tras la dispersión y salvar la vida. Protegidos por miembros del Movimiento Revolucionario 26 de Julio lograron salir de Cuba, pero se mantuvieron vinculados a la lucha contra el tirano Fulgencio Batista, con la idea, en varias ocasiones, de reunirse con sus compañeros en la Sierra, aunque no lo consiguieron.
Zelaya, el mexicano, fue capturado y condenado a seis años de prisión y a los trece meses deportado a su país.
Tanto Zelaya, como Pichirilo y Gino, tuvieron a México como destino inicial, algo que en la época estuvo muy relacionado con la labor del embajador de ese país en Cuba, Gilberto Bosques Saldívar, quien salvó la vida de muchos revolucionarios que buscaron asilo en la embajada mexicana. Este embajador fue designado por el gobierno mexicano de Adolfo Ruiz Cortines para trabajar en Cuba y se mantuvo en nuestro país durante el periodo de lucha insurreccional y algunos años posteriores al triunfo de la Revolución.
Después del triunfo revolucionario, Pichirilo y Zelaya regresaron a la Isla, mientras que Gino no lo hizo hasta muchos años más tarde, aunque siempre, desde su modestia, siguió la causa de Fidel de la que se sentía parte.
Pichirilo
Ramón Emilio Mejías del Castillo nació el 12 de febrero de 1922 en San Pedro de Macorís, en una familia de pescadores y marineros, muy perseguida por el dictador Rafael Leónidas Trujillo, por lo cual se vio precisado a abandonar su patria siendo muy joven.
Incursionó por varias naciones de América Latina y se enroló en la expedición de Cayo Confites organizada en Cuba para combatir al tirano quisqueyano.
Fue allí donde conoció a Fidel, estudiante universitario que estaba en su batallón y, quien al apreciar sus cualidades en el manejo de las embarcaciones y amor por la libertad, lo convocó años más tarde a ser uno de los timoneles del yate Granma.
Fue así que Pichirilo entró a la historia de la Revolución Cubana.
Luego del desembarco se asiló en la embajada mexicana y salió hacia ese territorio, desde donde colaboró con la lucha. Con posterioridad y por la misma causa se trasladó a Venezuela y conoció en este lugar de la victoria revolucionaria, por tal motivo viajó hasta la Isla y permaneció en ella hasta el año 1963, momento en que decidió volver a su amada tierra, ya bajo el gobierno del venerable revolucionario Juan Bosh.
Cuando la invasión yanqui a Dominicana en 1965, la llamada Guerra de Abril, Pichirilo combatió a los invasores como parte del ejército que defendía la legítima Constitución. Fue reconocido y temido por sus adversarios, pues era un hombre muy valiente y siempre iba de frente en todos los asuntos.
Una vez terminada la guerra, con un saldo infeliz para los defensores del gobierno de Bosh y seguidores del ímpetu de Francisco Caamaño, comenzó una especie de ajuste de cuentas a todos los que habían formado parte de los “constitucionalistas”, entre ellos, Pichirilo, razón por la cual le dispararon a traición el 12 de agosto de 1966, y poco después murió a causa de las heridas. Su pérdida produjo consternación en el pueblo, que lo reconoció como uno de los héroes de la gesta de abril.
Gino
El único europeo que vino en el Granma fue el italiano Gino Done, nacido en San Biaggio de Callalta, Treviso, el 18 de mayo de 1924. Partisano que peleó en la Segunda Guerra Mundial y cuya experiencia le sirvió para ser aceptado como expedicionario del grupo organizado por Fidel.
Finalizada la guerra, llegó a Cuba en la década del cincuenta del pasado siglo, donde laboró en una brigada en la construcción de la autopista del circuito Sur, Cienfuegos-Trinidad. Allí conoció a Norma Turiño, una joven de familia integrada, con la cual se casó y se vinculó, en Las Villas, a las tareas revolucionarias.
Trabajó en La Habana y en Trinidad, hasta que fue convocado por el Movimiento Revolucionario 26 de Julio a sumarse a quienes se preparaban en México para venir a pelear en Cuba. Gino, amante de la libertad, testigo de la difícil situación del pueblo y de la opresión del dictador Fulgencio Batista, dijo rápidamente que sí.
Una vez en México, sirvió como mensajero del Movimiento y su experiencia de combatiente le permitió ganarse un lugar entre los seleccionados. Tras la dispersión de Alegría de Pío logró escapar. En Las Villas supo que Fidel estaba vivo y se mantenía en la Sierra, pero le fue imposible regresar a las montañas y llegar con vida. Tuvo que salir de la patria y varias veces trató de volver e incorporarse a la guerra, pero no le fue posible por diferentes coyunturas.
En la Oficina de Asuntos Históricos se conservan documentos de Gino Doné. Uno de ellos es una carta escrita en México a Pichirilo, quien también radicaba exiliado en esa nación.
Veracruz, julio 10 de 1958
Mi querido amigo:
Llegué esta mañana. Hay muchos barcos en puerto, las mayorías noruegos y eso me alegra la vista. Ya estuve a la compañía y me prometieron su interesamiento, así que no me queda que esperar.
Todavía no es preguntado de los señores cubanos, pero hoy mismo buscaré de localizarlos.
Aquí hace un calorcito agradable y ya me siento de lo mejor. Te mandé una tarjeta de Puebla. Estuve dos días allí. Es de lo más interesante.
Le encantaría a Helia. No deje de ir si se presenta la oportunidad.
Hago todo para que resuelva lo nuestro de forma mejor y espero (ilegible) nuevas. Yo no dejaré de escribirte mañana o pasado. Todo lo de aquí es lo más parecido de Cuba, eso es bastante para sentirse mejor que en Ciudad México. A ustedes le heché -sic- mucho de menos pero confío verlos pronto y poder demostrarle todos mi cariños,
De ustedes
Gino Doné
Posterior al 1ero de enero de 1959, ya establecido en Estados Unidos intentó regresar; sin embargo, una comunicación errónea de sus papeles ya vencidos y la decisión de no dar su identidad como expedicionario del Granma, lo hicieron adoptar una posición lejana y discreta, a pesar de que se mantuvo al tanto de los pasos de aquella Isla que lo había enamorado para siempre.
En julio de 2006 volvió a abrazarse con el Comandante en Jefe en la provincia de Granma, donde desembarcó cincuenta años antes. Como él decía: “A Fidel, fidelidad”. Fue la máxima de su vida y de la labor que desarrolló en favor de Cuba desde que regresó a Italia. Murió el 22 de marzo de 2008, y su última voluntad fue que sus cenizas reposaran en Cuba, donde se encuentran desde el 2 de diciembre de 2023, junto a otros héroes expedicionarios.
Zelaya
El mexicano Alfonso Guillén Zelaya fue el único de aquella nación hermana que vino en el Granma, entre tantos que lo hubieran deseado. Nació el 9 de agosto de 1936 en Coahuila.
En 1955, cuando escuchó hablar a Fidel en el bosque de Chapultepec, quedó impactado y decidió colaborar con el joven que hablaba con tanta pasión de la libertad, de los sueños de un pueblo y de la historia de América Latina. Fue así que se integró a la tropa que se preparaba para combatir a la dictadura de Batista. Por su buen desempeño en los entrenamientos fue seleccionado. Tras el desembarco del Granma, fue apresado y deportado a su país, aunque continuó colaborando: recaudó fondos para la lucha contra Batista e, incluso, actuó en funciones como mago en Honduras, Guatemala y El Salvador.
El 2 de enero de 1959 volvió y le otorgaron el grado de capitán del Ejército Rebelde. En el año 1963 laboró con el Che en proyectos del Ministerio de Industrias y, entre otras funciones, se desempeñó también como asesor en el Ministerio de la Industria
Ligera, en 1967; vicepresidente del Instituto Cubano de Amistad con los Pueblos, en 1979, y en 1991 fue nombrado asesor de Relaciones Internacionales en el Ministerio de Educación hasta el 22 de abril de 1994, fecha de su fallecimiento en un evento en su natal México.
Zelaya también decidió que sus restos reposaran en Cuba, junto a sus compañeros, y se cumplió.
El mexicano fue uno de los expedicionarios más jóvenes —veinte años tenía en 1956— cuando se enamoró de la causa cubana y la hizo suya, y el pueblo nuestro lo acogió para siempre.
Che
El más conocido de los cuatro extranjeros que vinieron en el Granma, y del Ejército Rebelde y de la Revolución en toda su dimensión, es —sin dudas— el Che, el argentino Ernesto Guevara de la Serna. Nuestro Che.
Nacido el 14 de junio de 1928, en Rosario, se convirtió en uno de los líderes de la causa cubana, y su ejemplo y entrega lo convirtieron en uno de los héroes más queridos y admirados. Su caída en Bolivia, combatiendo por la emancipación de los hombres y mujeres de América Latina, hizo de él un paradigma mundial para los rebeldes y generaciones de las diferentes épocas hasta hoy.
Y quizás, por su liderazgo y por ser el mítico jefe de la Revolución que no era nacido en Cuba, los demás expedicionarios que tenían esa misma condición siempre mantuvieron un vínculo con él.
En el caso del dominicano Ramón Emilio Mejías del Castillo, zarpó en el año 1963 para regresar a su patria dominicana en una embarcación y, según narran algunos testimoniantes, su trayecto de vuelta a casa fue de conocimiento del Che. Zelaya, por su parte, trabajó con el Che y ello lo hizo testigo del estilo de dirección de aquel joven argentino, de la entrega a la causa, del ejemplo del verdadero comunista, y auténtica escuela de revolucionario. En el caso de Gino, su vínculo con el Che se remonta a los días de México, durante los preparativos de la expedición. Con aquel argentino disciplinado, recio, que hablaba de ideas comunistas y que fungiría como médico combatiente en la expedición, tuvo la oportunidad de conversar y le parecía muy curioso, interesado en conocer sobre Italia, sobre el periodo del fascismo allí y la reforma agraria. Gino le contó sobre sus experiencias y en algún que otro momento el sudamericano le manifestó su deseo de viajar a aquellas tierras.
Tras el desembarco, cuando atravesando el mangle el Che estaba en malas condiciones físicas debido al asma, Gino volvió atrás para ayudarlo y, gracias a ello, pudo incorporarse al resto del grupo. Por otra parte, ya avanzada la guerra, cuando el italiano retornó para intentar incorporarse a la lucha en las montañas, lo hizo por la zona de Las Villas, donde estaban su esposa, contactos cercanos y, además, el Che en el Escambray. Y aunque no se concretó su unión a los rebeldes, de haberlo hecho, hubiera sido con la tropa de su amigo el argentino.
Guevara fue una especie de centro y apoyo, de respeto y admiración de aquel pequeño grupo de internacionalistas que, conmovidos por la historia cubana y por su líder Fidel Castro Ruz, tenían muy claro el concepto de internacionalismo y de lucha por cualquier pueblo del mundo.
Las historias de aquellos ochenta y dos hombres, unidas en una causa común, a veces pasan desapercibidas ante la historia mayor. Sin embargo, en esta fecha compartimos las de esos cuatro valientes que amaron a nuestra patria como suya y dieron todo por ella, por su Revolución y por su pueblo. Por eso, ellos son también cubanos que pusieron en juego sus vidas por el bien común.
Estos nombres: Pichirilo, Gino, Zelaya y Che, forman parte de nuestra historia, del renacer de la esperanza…. Con ellos, lo más hermoso y revolucionario de Dominicana, Italia, México y Argentina vino con nosotros en el Granma, en la travesía del siglo, la de nuestra Revolución…
Notas al pie
(1) Georgina Leyva Pagán: Historia de una gesta libertadora, Ciencias Sociales, La Habana 2014, p. XVII-XVIII.
(2) Luis Crespo Castro (1923-2002). Expedicionario del Granma y comandante del Ejército Rebelde. Tras el triunfo de la Revolución ocupó responsabilidades en las FAR y el Gobierno.
(3) Armando Mestre Martínez (1927-1956). Obrero. Asaltante del cuartel Moncada. Expedicionario del Granma. Asesinado después del combate de Alegría de Pío.
(4) Se refiere a un grupo de ocho compañeros entre los que estaba Juan Manuel Márquez, que estuvieron extraviados por más de cuarenta y ocho horas, pero luego se reunieron otra vez con el grueso del destacamento.
(5) Diario de campaña, Obras Escogidas del General de Ejército Raúl Castro Ruz, Tomo 1, p. 40-41.

