L’impresa di Marco Rubio per il ritorno del narcostato in Honduras

Lobby, impunità, complicità e ipocrisia

Misión Verdad

La notizia che Donald Trump ha concesso la grazia a Juan Orlando Hernández (JOH), ex presidente dell’Honduras condannato a 45 anni di prigione per cospirazione narcotrafficante, non sorprende se si conosce la geopolitica USA in America Latina.

Ciò che risulta sconcertante è la crudezza con cui si espone la rete di interessi che unisce il Partito Repubblicano, l’industria della lobby a Washington e i circoli di potere honduregni in un sistema di protezione reciproca che disprezza la sovranità di quel paese e la giustizia. La connessione centrale passa attraverso Marco Rubio, attuale Segretario di Stato, e la società BGR Group, abituata a tessere alleanze tra dittatori, narcopolitici e l’establishment repubblicano.

La grazia presidenziale, la macchina elettorale e la rete di influenze di Washington

 

Si tratta dell’epilogo di una relazione costruita su fondamenta di lobby, denaro e interferenza politica diretta. La connessione Rubio-JOH è stata canalizzata attraverso l’influente società BGR Group. Registri dell’Ufficio di Registro degli Agenti Stranieri (FARA) rivelano che il governo honduregno ha assunto BGR almeno dal 2018, pagando somme che superavano i 660 mila $ all’anno per lavare la sua immagine a Washington.

BGR ha emesso comunicati elogiando JOH come “alleato chiave nella lotta al crimine organizzato” e ha contattato 11 consulenti del Congresso, tre dei quali legati direttamente a Marco Rubio. Quest’ultimo si è beneficiato di BGR durante tutta la sua carriera, inclusi eventi di raccolta fondi organizzati da tale società durante le sue campagne al Senato del 2010 e 2016, così come durante la sua breve candidatura presidenziale.

Il gruppo di lobby, con profonde radici nel Partito Repubblicano e legato a figure come Haley Barbour, ha lavorato attivamente per presentare JOH – anche quando le accuse di narcotraffico erano pubbliche – come un socio indispensabile in materia di sicurezza e controllo migratorio.

La figura di Marco Rubio è l’anello politico cruciale; l’attuale Segretario di Stato fu, come senatore della Florida, uno dei più fermi difensori dell’honduregno nel Campidoglio.

Nel settembre 2021, in un atto di aperto sostegno politico, Rubio incontrò JOH a Tegucigalpa, elogiando la loro “alleanza” in materia di sicurezza. Questo incontro avvenne quando il fratello di JOH, Tony Hernández, era già stato condannato per narcotraffico e le prove contro lo stesso ex presidente si accumulavano.

L’intromissione USA in Honduras, tuttavia, è anteriore e più profonda. Il colpo di stato del 2009 contro Manuel Zelaya, che spianò la strada al ritorno al potere del Partito Nazionale dell’Honduras (PNH), ebbe un silenzio complice e una successiva legittimazione da parte di Washington. Questa fu la “caparra” della lealtà richiesta affinché Hernández, come presidente del Congresso e poi come presidente, si consolidasse come il gendarme regionale preferito dagli USA, un ruolo che il suo governo pagò a caro prezzo in repressione interna e allineamento nei forum internazionali.

Prima delle elezioni presidenziali del 30 novembre scorso, Trump condizionò esplicitamente il suo sostegno a una vittoria di Nasry “Tito” Asfura, candidato del Partito Nazionale e successore politico di JOH: “Tito e io possiamo lavorare insieme per combattere i narcocomunisti e fornire l’aiuto necessario al popolo honduregno. Non posso collaborare con Moncada e i comunisti, e Nasralla non è un alleato affidabile per la libertà, e non ci si può fidare di lui”.

Questa minaccia ricorda tattiche usate in Argentina e altri paesi, e rivela che l’annuncio della grazia fu una leva di pressione politica. Asfura, da parte sua, ha nel suo carico diverse accuse di presunto riciclaggio di denaro, appropriazione indebita, frode, uso di documenti falsi e violazione dei doveri.

Il 21 novembre scorso, l’ex ambasciatore dell’amministrazione Trump 1.0 presso l’OSA, Carlos Trujillo, ha testimoniato durante un’audizione del Sottocomitato per gli Affari dell’Emisfero Occidentale della Camera dei Rappresentanti sull’integrità elettorale in Honduras. Il cubano-americano, vicino a Rubio, ha reiterato che il partito al governo Libertà e Rifondazione (Libre) stava cercando di rubare le elezioni presidenziali del 30 novembre, ma ha omesso di menzionare che la sua società di lobbying, Continental Strategy LLC, ha lavorato per circa quattro istituzioni dell’élite finanziaria honduregna, inclusa “Honduras Próspera”, una controversa città charter privata in Honduras sostenuta da miliardari della Silicon Valley.

In totale, questi clienti honduregni hanno pagato la società di Trujillo almeno 670 mila $ solo quest’anno, e molte delle entità che rappresenta hanno un chiaro interesse a rovesciare il partito Libre a favore di un governo più favorevole alle imprese.

La grazia, quindi, è la moneta di pagamento finale. Sono state riportate presunte donazioni milionarie canalizzate attraverso lobby per gestire il perdono, sebbene queste affermazioni non siano state provate giudizialmente.

Tuttavia, la logica è che non si perdona l’innocenza ma i servizi resi. La grazia è lo strumento definitivo dell’ingerenza che invia un messaggio chiaro alla regione: la lealtà a Washington ha un valore superiore alle sentenze dei propri tribunali.

Il partito dell’impunità torna in Honduras?

 

L’ascesa e l’impunità di JOH sono incomprensibili senza analizzare il PNH come la macchina che lo ha sostenuto. Il suo candidato, Nasry Asfura, è il possibile vincitore delle recenti elezioni sotto accuse di frode.

I governi del suddetto partito sono stati l’espressione massima di un progetto politico plutocratico con un curriculum documentato di crimini e violazioni. Dopo il golpe del 2009, ha ricostruito lo Stato come un bottino e la sua traiettoria è definita da tre pilastri intrecciati:

*Corruzione sistemica. Scandali come la malversazione all’Istituto Honduregno di Sicurezza Sociale (IHSS), dove sono stati deviati centinaia di milioni di dollari, hanno coinvolto la cupola del partito. Il PNH ha operato sotto una logica di “cattura cooptativa” dello Stato, dove le istituzioni esistevano per il beneficio privato della rete al potere. Sebbene fosse diffuso come atti di corruzione di funzionari individuali, era il modus operandi della struttura.

*Violazioni dei diritti umani. La repressione è stata istituzionalizzata e l’omicidio della dirigente indigena Berta Cáceres nel 2016, per la sua opposizione al progetto idroelettrico Agua Zarca, è il caso emblematico. Gli autori intellettuali legati all’élite imprenditoriale e politica hanno goduto di impunità iniziale sotto il governo di JOH. Le proteste di massa successive alla rielezione fraudolenta di JOH nel 2017 sono state brutalmente represse da forze di sicurezza che hanno lasciato 32 morti secondo l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. Manifestanti sono stati uccisi da forze di sicurezza, e il PNH ha fatto ricorso alla militarizzazione della Polizia Nazionale attraverso l’unità TIGRES, creata da JOH e addestrata dagli USA.

*Nessi strutturali con il crimine organizzato. Il partito ha fornito la copertura politica perfetta per l’infiltrazione del narcotraffico. Devis Leonel Rivera, informatore della DEA e capo della banda Los Cachiros, ha narrato di aver pagato tangenti a JOH, nel 2012, attraverso sua sorella Hilda Hernández. Lo stesso all’ex presidente honduregno Porfirio Lobo – anche lui del PNH – che li ha aiutati dando contratti del governo alla loro azienda denominata “Inrimar” in cambio di tangenti.

Proprio la sorella di JOH è stata ministra dello Sviluppo Sociale, ha creato 279 fondazioni di carta secondo l’Unità Fiscale Specializzata contro le Reti di Corruzione (UFERCO). Tra il 2010 e il 2014, ha deviato fino a 360,6 milioni di $ dal Fondo di Sviluppo Dipartimentale, controllato dal Congresso che presiedeva suo fratello.

Il caso “Scatola di Pandora”, archiviato nel 2020 dal governo di JOH, ha documentato come 12 milioni siano stati deviati a ONG fantasma che hanno finanziato campagne dal 2013. La Missione di Supporto contro la Corruzione e l’Impunità (MACCIH) non ha mai potuto terminare l’indagine perché, nel 2020, Hernández non ha rinnovato il suo mandato e ha smantellato l’unico organismo internazionale che indagava sulla corruzione sistemica.

I narcostati si forgiano al Nord

 

L’8 marzo 2024, una giuria federale a New York ha dichiarato colpevole JOH di cospirazione per importare narcotici, uso di armi da fuoco e cospirazione per importare armi, condannandolo a 45 anni di prigione. Il giudice Kevin Castel è stato implacabile: “Gli Hernández hanno trasformato l’Honduras in un narcostato utilizzando la struttura del Partito Nazionale”.

Testimonianze di narcotrafficanti come Geovanny Fuentes Ramírez hanno rivelato che JOH offriva “protezione dell’Esercito e della Procura” in cambio di tangenti destinate a finanziare le sue campagne. Documenti giudiziari citano una frase attribuita a JOH: “Voglio infilare la droga nel naso agli gringos”.

Inoltre, è stato provato che ha ricevuto milioni dal cartello di Sinaloa, inclusi pagamenti diretti di Joaquín “El Chapo” Guzmán. Nei processi, i pubblici ministeri USA lo hanno definito un “co-cospiratore chiave” in una rete che ha mosso più di 400 tonnellate di cocaina.

Nonostante ciò, alti funzionari come l’ammiraglio Craig Faller, ex capo del Comando Sud, hanno elogiato pubblicamente la sua “cooperazione antidroga”, e il Pentagono ha mantenuto legami operativi con le forze armate honduregne sotto il suo comando, nonostante il suo legame diretto con i cartelli.

Per questo, l’ipocrisia raggiunge il suo culmine con la grazia di Trump, che punisce piccoli trafficanti con operazioni letali nei Caraibi, ma perdona chi ha trasformato l’Honduras in un narcostato, secondo il Dipartimento di Giustizia stesso.

Il magnate USA, divenuto “statista”, contrasta il discorso con le azioni: ha firmato l’ordine di dispiegare navi da guerra nei Caraibi per “combattere il narcotraffico” ma ha liberato un dimostrato capo del narcotraffico la cui struttura ha infiltrato lo Stato honduregno. Rubio, che promuove sanzioni a funzionari venezuelani e colombiani per presunto narcotraffico, è lo stesso che ha ricevuto contributi da BGR Group e ha elogiato JOH come “garante di stabilità”.

Questo doppio standard ha precedenti. BGR Group ha firmato un contratto di 2,15 milioni di $ per difendere il principe saudita Mohammed bin Salman dopo l’omicidio di Khashoggi, argomentando “interessi strategici”.

La realtà è più prosaica: il PNH, attraverso BGR, ha comprato accesso ai repubblicani e i 660 mila $ all’anno investiti in lobby, dal 2017 al 2021, hanno generato ritorni multimilionari in aiuti militari e sborsi del FMI che, secondo l’accusa, JOH deviava a fondazioni fantasma.

La grazia a JOH è la certificazione che l’Honduras tornerà a essere un narcostato e un modello funzionale per la politica estera USA. Il PNH, con più di un secolo di storia, ha dimostrato di poter saccheggiare un paese, assassinare oppositori, trafficare tonnellate di cocaina e continuare a essere “alleato”.

L’operazione “antidroga” di Trump nei Caraibi si rivela come ciò che è sempre stata: un teatro geopolitico che cerca un cambio di regime in Venezuela mentre i veri operatori del narcostato pagano il loro ingresso nel club degli “incondizionati”.


Lobby, impunidad, complicidad e hipocresía

La gesta de Marco Rubio para el retorno del narcoestado en Honduras

 

La noticia de que Donald Trump indultó a Juan Orlando Hernández (JOH), expresidente de Honduras condenado a 45 años de prisión por conspiración narcotraficante, no sorprende si se tiene conocimiento de la geopolítica estadounidense en América Latina.

Lo que sí resulta llamativo es la crudeza con la que se expone el entramado de intereses que une al Partido Republicano, la industria del lobby en Washington y los círculos de poder hondureños en un sistema de protección mutua que desprecia la soberanía de ese país y la justicia. La conexión central pasa por Marco Rubio, actual Secretario de Estado, y la firma BGR Group, habituada a tejer alianzas entre dictadores, narcopolíticos y el establishment republicano.

El perdón presidencial, la maquinaria electoral y la red de influencias de Washington

Se trata del epílogo de una relación construida sobre cimientos de lobby, dinero e interferencia política directa. La conexión Rubio-JOH se canalizó a través de la influyente firma BGR Group. Registros de la Oficina de Registro de Agentes Extranjeros (FARA) revelan que el gobierno hondureño contrató a BGR desde al menos 2018, pagando sumas que superaban los 660 mil dólares anuales para lavar su imagen en Washington.

BGR emitió comunicados elogiando a JOH como “aliado clave en la lucha contra el crimen organizado” y contactó a 11 asesores del Congreso, tres de ellos vinculados directamente a Marco Rubio. Este se ha beneficiado de BGR a lo largo de su carrera, incluyendo eventos de recaudación de fondos organizados por dicha compañía durante sus campañas al Senado de 2010 y 2016, así como durante su breve candidatura presidencial.

El grupo de lobby, con profundas raíces en el Partido Republicano y vinculado a figuras como Haley Barbour, trabajó activamente para presentar a JOH —aun cuando las acusaciones de narcotráfico eran públicas— como un socio indispensable en seguridad y control migratorio.

La figura de Marco Rubio es el eslabón político crucial, el ahora Secretario de Estado fue, como senador por Florida, uno de los más firmes defensores del hondureño en el Capitolio.

En septiembre de 2021, en un acto de abierto respaldo político, Rubio se reunió con JOH en Tegucigalpa, elogiando su “alianza” en materia de seguridad. Esta reunión ocurrió cuando el hermano de JOH, Tony Hernández, ya estaba condenado por narcotráfico y las pruebas contra el propio expresidente se acumulaban.

La intromisión estadounidense en Honduras, sin embargo, es anterior y más profunda. El golpe de Estado de 2009 contra Manuel Zelaya, que allanó el camino para el regreso al poder del Partido Nacional de Honduras (PNH), contó con un silencio cómplice y posterior legitimación por parte de Washington. Esta fue la “cuota inicial” de la lealtad exigida para que Hernández, como presidente del Congreso y luego como presidente, se consolidara como el gendarme regional preferido por Estados Unidos, un papel que su gobierno pagó con creces en represión interna y alineamiento en foros internacionales.

Previo a las elecciones presidenciales del pasado 30 de noviembre, Trump condicionó explícitamente su apoyo a una victoria de Nasry “Tito” Asfura, candidato del Partido Nacional y sucesor político de JOH: “Tito y yo podemos trabajar juntos para combatir a los narcocomunistas y brindar la ayuda necesaria al pueblo hondureño. No puedo colaborar con Moncada y los comunistas, y Nasralla no es un aliado confiable para la libertad, y no se puede confiar en él”.

Esta amenaza recuerda tácticas usadas en Argentina y otros países, y revela que el anuncio del indulto fue una palanca de presión política. Asfura, por su parte, tiene en su haber distintas acusaciones de presunto lavado de activos, malversación, fraude, uso de documento falso y violación de deberes.

El pasado 21 de noviembre, el exembajador de la administración Trump 1.0 en la OEA, Carlos Trujillo, testificó durante una audiencia del del Subcomité del Hemisferio Occidental de Asuntos Exteriores de la Cámara de Representantes sobre la integridad electoral en Honduras. El cubanoamericano, cercano a Rubio, reiteró que el partido gobernante Libertad y Refundación (Libre) estaba tratando de robar las elecciones presidenciales del 30 de noviembre, pero omitió mencionar que su firma de cabildeo, Continental Strategy LLC, trabajó para unas cuatro instituciones de la élite financiera hondureña, incluida “Honduras Próspera”, una controvertida ciudad chárter privada en Honduras respaldada por multimillonarios de Silicon Valley.

En total, estos clientes hondureños pagaron a la firma de Trujillo al menos 670 mil dólares solo este año, y muchas de las entidades que representa tienen un claro interés en derrocar al partido Libre en favor de un gobierno más proempresarial.

El indulto, por lo tanto, es la moneda de pago final. Se han reportado sobre presuntos pagos millonarios canalizados a través de lobbies para gestionar el perdón, aunque estas afirmaciones no han sido probadas judicialmente.

No obstante, la lógica es que no se perdona la inocencia sino los servicios prestados. El indulto es la herramienta definitiva de la injerencia que envía un mensaje nítido a la región: la lealtad a Washington tiene un valor superior a las sentencias de sus propios tribunales.

¿El partido de la impunidad vuelve a Honduras?

El ascenso y la impunidad de JOH son incomprensibles sin analizar al PNH como la maquinaria que lo sostuvo. Su candidato, Nasry Asfura, es el posible vencedor de las recientes elecciones bajo acusaciones de fraude.

Los gobiernos del mencionado partido fueron la expresión máxima de un proyecto político plutocrático con un historial documentado de delitos y violaciones. Tras el golpe de 2009, reconstruyó el Estado como un botín y su trayectoria se define por tres pilares entrelazados:

Corrupción sistémica. Escándalos como el desfalco al Instituto Hondureño de Seguridad Social (IHSS), donde se desviaron cientos de millones de dólares, implicaron a la cúpula partidaria. El PNH operó bajo una lógica de “captura cooptativa” del Estado, donde las instituciones existían para el beneficio privado de la red en el poder. Aunque se difundió como actos de corrupción de funcionarios individuales, era el modus operandi de la estructura.

Violaciones a los derechos humanos. La represión fue institucionalizada y el asesinato de la lideresa indígena Berta Cáceres en 2016, por su oposición al proyecto hidroeléctrico Agua Zarca, es el caso emblemático. Los autores intelectuales vinculados a la élite empresarial y política gozaron de impunidad inicial bajo el gobierno de JOH. Las protestas masivas posteriores a la reelección fraudulenta de JOH en 2017 fueron brutalmente reprimidas por fuerzas de seguridad que dejó 32 muertos según la Oficina del Alto Comisionado de las Naciones Unidas para los Derechos Humanos. Manifestantes fueron asesinados por fuerzas de seguridad, y el PNH recurrió a la militarización de la Policía Nacional a través de la unidad TIGRES, creada por JOH y entrenada por Estados Unidos.

Nexos estructurales con el crimen organizado. El partido proporcionó la cobertura política perfecta para la infiltración del narcotráfico. Devis Leonel Rivera, informante de la DEA y capo de la banda Los Cachiros narró que pagó sobornos a JOH, en 2012, a través de su hermana Hilda Hernández. Lo mismo al expresidente hondureño Porfirio Lobo —también del PNH— quien les ayudó dándole contratos del gobierno a su empresa denominada “Inrimar” a cambio de sobornos.

Precisamente, la hermana de JOH fue ministra de Desarrollo Social, creó 279 fundaciones de papel según la Unidad Fiscal Especializada Contra Redes de Corrupción (UFERCO). Entre 2010 y 2014, desvió hasta 360,6 millones de dólares del Fondo de Desarrollo Departamental, controlado por el Congreso que presidía su hermano.

El caso “Caja de Pandora”, archivado en 2020 por el gobierno de JOH, documentó cómo 12 millones fueron desviados a ONG fantasma que financiaron campañas desde 2013. La Misión de Apoyo contra la Corrupción e Impunidad (MACCIH) nunca pudo terminar la investigación porque, en 2020, Hernández no renovó su mandato y desmanteló el único órgano internacional que investigaba la corrupción sistémica.

Los narcoestados se fraguan en el Norte

El 8 de marzo de 2024, un jurado federal en Nueva York declaró culpable a JOH de conspiración para importar narcóticos, uso de armas de fuego y conspiración para importar armas, por lo que lo condenó a 45 años de prisión. El juez Kevin Castel fue implacable: “Los Hernández convirtieron a Honduras en un narcoestado utilizando la estructura del Partido Nacional”.

Testimonios de narcotraficantes como Geovanny Fuentes Ramírez revelaron que JOH ofreció “protección del Ejército y la Fiscalía” a cambio de sobornos destinados a financiar sus campañas. Documentos judiciales citan una frase atribuida a JOH: “Quiero meterles las drogas por la nariz a los gringos”.

Además, se probó que recibió millones del cártel de Sinaloa, incluyendo pagos directos de Joaquín “El Chapo” Guzmán. En los juicios, fiscales estadounidenses lo calificaron como un “co-conspirador clave” en una red que movió más de 400 toneladas de cocaína.

A pesar de esto, altos funcionarios como el almirante Craig Faller, exjefe del Comando Sur, elogiaron públicamente su “cooperación antidrogas”, y el Pentágono mantuvo lazos operativos con las fuerzas armadas hondureñas bajo su mando, pese a su vinculación directa con carteles.

Por esto, la hipocresía alcanza su clímax con el indulto de Trump, quien castiga a pequeños traficantes con operativos letales en el Caribe, pero perdona a quien transformó a Honduras en un narcoestado, según el propio Departamento de Justicia.

El magnate estadounidense, devenido en “estadista”, contrasta el discurso con las acciones, firmó la orden de desplegar buques de guerra en el Caribe para “combatir el narcotráfico” pero ha liberado a un demostrado capo del narcotráfico cuya estructura infiltró al Estado hondureño. Rubio, que promueve sanciones a funcionarios venezolanos y colombianos por supuesto narcotráfico, fue el mismo que recibió contribuciones de BGR Group y elogió a JOH como “garante de estabilidad”.

Este doble rasero tiene precedentes. BGR Group firmó un contrato de 2,15 millones de dólares para defender al príncipe saudita Mohammed bin Salman tras el asesinato de Khashoggi, argumentando “intereses estratégicos”.

La realidad es más prosaica: el PNH, a través de BGR, compró acceso a los republicanos y los 660 mil dólares anuales invertidos en lobby, desde 2017 a 2021, generaron retornos multimillonarios en ayuda militar y desembolsos del FMI que, según la fiscalía, JOH desviaba a fundaciones fantasmas.

El indulto a JOH es la certificación de que Honduras volverá a ser un narcoestado y un modelo funcional para la política exterior estadounidense. El PNH, con más de un siglo de historia, demostró que puede saquear un país, asesinar opositores, traficar toneladas de cocaína y seguir siendo “aliado”.

La operación “antidrogas” de Trump en el Caribe se revela como lo que siempre fue: un teatro geopolítico que procura un cambio de régimen en Venezuela mientras los verdaderos operadores del narcoestado pagan su entrada al club de los “incondicionales”.

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