i precedenti dello Skipper
La recente incursione militare USA contro una petroliera nei Caraibi, a breve distanza dalle acque venezuelane, ha nuovamente rivelato il tipo di operazioni che Washington esegue sotto la copertura delle sue sanzioni unilaterali. L’abbordaggio, realizzato mediante elicotteri e personale armato, è stato presentato dalle autorità USA come un’azione “legale” derivata da un mandato federale, nonostante non esista alcun riconoscimento internazionale per queste misure extraterritoriali né alcuna giurisdizione che le convalidi al di fuori del loro territorio.
Da Caracas, la vicepresidentessa Delcy Rodríguez ha denunciato il furto finalizzato ad appropriarsi del petrolio venezuelano e ha avvertito che il paese si sarebbe rivolto a istanze multilaterali per denunciare la flagrante violazione del diritto internazionale.
L’operazione si inserisce in una tendenza crescente di interdizioni marittime eseguite da Washington in scenari dove intende imporre la sua autorità al di là di qualsiasi quadro giuridico riconosciuto.
L’abbordaggio nei Caraibi e l’espansione della dottrina d’interdizione USA
L’operazione contro la petroliera M/T SKIPPER, eseguita da forze speciali, marine e personale della Guardia Costiera, espone la logica che Washington tenta di normalizzare nei Caraibi: applicare sanzioni unilaterali mediante dispiegamenti militari in acque internazionali o adiacenti a zone giurisdizionali senza il riconoscimento degli Stati.
Secondo i report diffusi, due elicotteri MH-60 hanno inserito truppe nell’imbarcazione nelle prime ore del mattino, in una procedura che ricorda operazioni di cattura di obiettivi in zone di guerra più che azioni di presunta “sicurezza marittima”.
L’argomento USA si basa su accuse di legami con i Guardiani della Rivoluzione iraniani e Hezbollah, etichette ricorrenti nella sua politica estera per giustificare misure extraterritoriali. Tuttavia, la stessa amministrazione nordamericana ha condannato abbordaggi simili quando sono eseguiti da un altro paese. Quando l’Iran ha intercettato una nave nel 2024, il Comando Centrale ha qualificato il fatto come “violazione del diritto internazionale” e minaccia alla libertà di navigazione. La contraddizione mette a nudo il doppio standard giuridico che Washington impiega per legittimare azioni che nessuna convenzione marittima autorizza.
La risposta del Governo venezuelano ha sottolineato questa illegalità. Nella sua dichiarazione ufficiale, Delcy Rodríguez ha affermato che l’operazione rivela che il vero obiettivo degli USA è appropriarsi del petrolio venezuelano senza mediazione legale né compensazione alcuna. Ha anche annunciato l’inizio di un percorso di denunce internazionali, sottolineando che l’incidente costituisce un illecito che coinvolge la responsabilità dello Stato nordamericano.
Un modello consolidato
Per Washington, la pirateria di Stato in alto mare è diventata una pratica normalizzata, presentata sotto le vesti di “operazioni di adempimento” o “azioni di sicurezza”, ma orientata in realtà alla confisca di carichi energetici strategici. Negli ultimi anni, questa logica si è dispiegata con particolare intensità contro navi legate a Iran, Russia e Venezuela, estendendo all’oceano l’applicazione extraterritoriale di sanzioni che nessun organismo internazionale ha autorizzato e che violano la libera navigazione. Questo “prontuario” permette di capire che quanto accaduto con il Skipper non costituisce un’eccezione, ma la continuità di un metodo sistematico.
Nell’agosto 2020, il Dipartimento di Giustizia ha annunciato la confisca di quattro petroliere che trasportavano benzina iraniana verso il Venezuela (le navi Bella, Bering, Pandi e Luna) in un’operazione appoggiata da “partner stranieri” e presentata come un atto di adempimento delle sanzioni.
Tre anni dopo, nel 2023, gli USA hanno ripetuto la formula con la petroliera Suez Rajan, accusata di trasportare greggio iraniano verso l’Asia. Il carico è stato trattenuto e confiscato dopo pressioni legali e finanziarie sull’operatore, una procedura che Teheran ha apertamente qualificato come furto di Stato.
Con la Russia, lo schema ha acquisito nuove dimensioni. Dopo le sanzioni del 2022, diverse navi con petrolio o derivati legati a compagnie russe sono state intercettate o reindirizzate sotto la minaccia di sanzioni secondarie, con carico successivamente confiscato e venduto a beneficio del Tesoro USA.
Il Venezuela è stato uno dei principali obiettivi. Tra il 2019 e il 2021, molteplici carichi di carburante inviati dall’Iran sono stati perseguitati, ostacolati o confiscati dagli USA, a volte successivamente messi all’asta sul mercato interno USA.
Più di 30 navi petroliere sanzionate dagli USA che operano in Venezuela potrebbero affrontare azioni simili dopo la confisca del Skipper, secondo Reuters. La misura ha messo in allerta le società di navigazione, gli operatori e gli agenti marittimi, molti dei quali stanno riconsiderando la partenza dai porti venezuelani di fronte al rischio di essere abbordati in alto mare.
Pirateria come dottrina
Quando Washington decide di agire in questo modo nel Mar dei Caraibi, lo fa partendo dalla premessa tacita che qualsiasi spazio dove circolano risorse energetiche può trasformarsi, da un momento all’altro, in uno scenario di “interdizione legittima”. Non importa se l’operazione si presenta come compito di polizia, manovra di sicurezza o semplice estensione delle sanzioni; il risultato punta sempre a far sentire la sua autorità su navi e carichi che non gli appartengono.
Queste azioni creano un ambiente dove l’eccezionalità cessa di essere eccezionale. La cattura di carichi iraniani, la confisca di altri legati alla Russia, le manovre contro navi che trasportano greggio venezuelano stanno consolidando un precedente che si applica senza mediazione multilaterale e senza sottomettersi ai quadri del diritto internazionale. Ogni nuova azione amplia un territorio operativo che Washington amministra a suo piacimento, anche quando le sue stesse agenzie hanno condannato manovre identiche quando sono eseguite da terzi che non favoriscono i suoi interessi.
Da qui l’insistenza del Venezuela nel portare il caso alle istanze internazionali. Fermare l’avanzata di questa pratica significa anche impedire che si normalizzi un modello di spoliazione dove le risorse di un paese possono essere saccheggiate senza alcuna conseguenza. In un Mar dei Caraibi che gli USA intendono militarizzare sempre di più, comprendere questo modello risulta essenziale.
Trump y la piratería de Estado en alta mar: precedentes del Skipper
La reciente irrupción militar de Estados Unidos sobre un tanquero en el Caribe, a escasa distancia de las aguas venezolanas, volvió a revelar el tipo de operaciones que Washington ejecuta bajo el amparo de sus sanciones unilaterales. El abordaje, realizado mediante helicópteros y personal armado, fue presentado por las autoridades estadounidenses como una acción “legal” derivada de un mandato federal, pese a que no existe reconocimiento internacional para esas medidas extraterritoriales ni jurisdicción alguna que las valide fuera de su territorio.
Desde Caracas, la vicepresidenta Delcy Rodríguez denunció el robo dirigido a apropiarse del petróleo venezolano y advirtió que el país acudiría a instancias multilaterales para exponer la violación flagrante del derecho internacional.
La operación encaja en una tendencia creciente de interdicciones marítimas ejecutadas por Washington en escenarios donde pretende imponer su autoridad más allá de cualquier marco jurídico reconocido.
El abordaje en el Caribe y la expansión de la doctrina de interdicción estadounidense
La operación contra el tanquero M/T SKIPPER, ejecutada por fuerzas especiales, infantes de marina y personal del Coast Guard, expone la lógica que Washington intenta normalizar en el Caribe: aplicar sanciones unilaterales mediante despliegues militares en aguas internacionales o adyacentes a zonas jurisdiccionales sin reconocimiento de los Estados.
Según los reportes difundidos, dos helicópteros MH-60 insertaron tropas en la embarcación a primera hora de la mañana, en un procedimiento que recuerda operativos de captura de objetivos en zonas de guerra más que acciones de supuesta “seguridad marítima”.
El argumento estadounidense se sostiene en acusaciones de vínculos con la Guardia Revolucionaria iraní y Hezbolá, etiquetas recurrentes en su política exterior para justificar medidas extraterritoriales. Sin embargo, la propia administración norteamericana ha condenado abordajes similares cuando los ejecuta otro país. Cuando Irán interceptó un buque en 2024, el Comando Central calificó el hecho de “violación del derecho internacional” y de amenaza a la libertad de navegación. La contradicción deja al descubierto la doble vara jurídica que Washington emplea para legitimar acciones que ninguna convención marítima autoriza.
La respuesta del Gobierno venezolano subrayó esta ilegalidad. En su declaración oficial, Delcy Rodríguez afirmó que la operación revela que el verdadero objetivo de Estados Unidos es apropiarse del petróleo venezolano sin mediación legal ni compensación alguna. También anunció el inicio de una ruta de denuncias internacionales, al señalar que el incidente constituye un ilícito que compromete la responsabilidad del Estado norteamericano.
Un patrón consolidado
Para Washington, la piratería de Estado en alta mar se ha convertido en una práctica normalizada, presentada bajo el ropaje de “operaciones de cumplimiento” o “acciones de seguridad”, pero orientada en realidad a la confiscación de cargamentos energéticos estratégicos. En los últimos años, esta lógica se ha desplegado con especial intensidad contra buques vinculados a Irán, Rusia y Venezuela, extendiendo al océano la aplicación extraterritorial de sanciones que ningún organismo internacional ha autorizado y que vulneran la libre navegación. Ese prontuario permite entender que lo ocurrido con el Skipper no constituye una excepción, sino la continuidad de un método sistemático.
En agosto de 2020, el Departamento de Justicia anunció la confiscación de cuatro tanqueros que transportaban gasolina iraní hacia Venezuela (los buques Bella, Bering, Pandi y Luna) en una operación apoyada por “socios extranjeros” y presentada como un acto de cumplimiento de sanciones.
Tres años después, en 2023, Estados Unidos repitió la fórmula con el petrolero Suez Rajan, acusado de movilizar crudo iraní hacia Asia. El cargamento fue retenido y confiscado tras presiones legales y financieras sobre el operador, un procedimiento que Teherán calificó abiertamente de robo estatal.
Con Rusia, el esquema adquirió nuevas dimensiones. Tras las sanciones de 2022, varios buques con petróleo o refinados relacionados con compañías rusas han sido interceptados o redirigidos bajo la amenaza de sanciones secundarias, con carga posteriormente confiscada y vendida en beneficio del Tesoro estadounidense.
Venezuela ha sido uno de los principales blancos. Entre 2019 y 2021, múltiples embarques de combustible enviados desde Irán fueron perseguidos, obstaculizados o confiscados por Estados Unidos, en ocasiones subastados luego en el mercado interno estadounidense.
Más de 30 buques petroleros sancionados por Estados Unidos que operan en Venezuela podrían enfrentar acciones similares tras la incautación del Skipper, según Reuters. La medida ha puesto en alerta a navieras, operadores y agentes marítimos, muchos de los cuales están reconsiderando zarpar de puertos venezolanos ante el riesgo de ser abordados en alta mar.
Piratería como doctrina
Cuando Washington decide actuar de este modo en el mar Caribe, lo hace desde la premisa tácita de que cualquier espacio donde circulen recursos energéticos puede transformarse, de un momento a otro, en escenario de “interdicción legítima”. No importa si la operación se presenta como tarea policial, maniobra de seguridad o simple extensión de sanciones; el resultado apunta siempre a hacer sentir su autoridad sobre buques y cargas que no le pertenecen.
Estas acciones crean un ambiente donde la excepcionalidad deja de ser excepcional. La captura de cargamentos iraníes, la confiscación de otros vinculados a Rusia, las maniobras contra buques que transportan crudo venezolano están asentando un precedente que se aplica sin mediación multilateral y sin someterse a los marcos del derecho internacional. Cada nueva acción amplía un territorio operativo que Washington administra a conveniencia, aun cuando sus propias agencias han condenado maniobras idénticas cuando son ejecutadas por terceros que no les favorece.
De ahí que Venezuela insista en llevar el caso a las instancias internacionales. Detener el avance de esta práctica significa también impedir que se normalice un modelo de despojo donde los recursos de un país pueden ser saqueados sin consecuencia alguna. En un Caribe al que Estados Unidos pretende tener cada vez más militarizado, comprender este patrón resulta esencial.
