Analisi speciale della nuova Strategia di Sicurezza Nazionale di Trump

Realismo imperiale, sovranità funzionale e l’accerchiamento strutturale del Venezuela

Diego Sequera / Ernesto Cazal

La Strategia di Sicurezza Nazionale 2025 degli USA, pubblicata la scorsa settimana ma datata novembre, è un testo che trascende l’impronta di un manuale tecnico o di una lista di desideri diplomatici.

È, piuttosto, un atto politico in un momento di svolta: il primo documento ufficiale degli USA che parte, sebbene in modo velato, dalla consapevolezza (qualcosa di meno velata) del declino USA come punto di partenza.

Ma il documento tenta di amministrare gli stracci del declino, riunirli attorno a una dottrina per la riaffermazione emisferica, lì dove si proclama il suo “cortile di casa” come geografia del suo potere.

E lo fa attraverso una doppia operazione: da un lato, una ridefinizione delle regole del gioco nell’emisfero occidentale; dall’altro, una riterritorializzazione coercitiva dell’ordine globale, dove l’economico diventa inseparabile dallo strategico, e dove il primo nasconde i livelli necessari di violenza(e) che non possono essere manifestati per iscritto.

Secondo il testo, la nuova strategia cerca di assicurare ciò che considera il suo diritto sovrano sulle Americhe per sopravvivere in esse. E in questa cornice ridefinisce le regole del gioco geopolitico, anche se non ha le carte necessarie per vincerlo.

Le correnti visibili

 

Come è stato il marchio di fabbrica degli anni Trump, e specialmente in questo secondo capitolo, la pubblicazione della Strategia di Sicurezza Nazionale 2025 (SSN, d’ora in poi) combina l’altisonanza di un altro evento che si suppone un punto di svolta, alla pari di, superato il trambusto, uno scrutinio che offre le sue vulnerabilità, incongruenze e inattuabilità.

In questo senso, come documento d’epoca —e lo è, inclusa la sua carica contraddittoria—, confluiscono visibilmente tre correnti perfettamente riconducibili al disordinato ed eterogeneo carattere dell’élite sostitutiva al comando dell’impero, senza che esista una uniformità stabile.

Lungo le 33 pagine, quattro parti e 16 paragrafi convivono, coesi ma non del tutto armonizzati:

·il narcisismo e l’esaltazione che hanno Trump come centro e oggetto —il “miracoloso” presidente imperatore— della presunta sterzata;

·la simulazione anti-elitaria che va oltre lo spirito MAGA, e che raggiunge la nuova mutazione neoconservatrice che le permette di operare all’interno della prima corrente annotata;

·e la riformulazione di base di una strategia con venature chiaramente basate su un realismo più conscio degli attuali limiti degli USA, ma nonostante le modifiche visibili con gli stessi obiettivi imperiali, sintetizzabili nella presenza dominante di Elbridge Colby, il Sottosegretario alla Difesa Aggiunto per la Strategia e lo Sviluppo delle Forze, responsabile degli elementi “innovatori” del nuovo sguardo estero dell’attuale amministrazione.

L’impressione di uniformità retorica del documento non riesce a nascondere l’indigestione ideologica interna.

E, ancora più importante, nonostante il suo carattere inconfessabile, si tratta del primo documento ufficiale che parte da una consapevolezza sotto voce del declino USA come punto di partenza.

Una combinazione di superficialità incurabile si accompagna all’ansia di attualizzare le linee d’azione immediate, persino perentorie, per riformulare il posto nel mondo degli USA come l’unica e “formidabile” superpotenza del pianeta.

Non è capriccioso che la prima premessa si concentri sulla deriva in cui si trova il paese, dentro e fuori, come conseguenza dell’addormentamento a cui “le élite”, afferma il documento (p.1), ha fatto perdere la bussola strategica e dissipare forza ed efficacia.

Le “élite della politica estera”, afferma, “si sono convinte da sole che il dominio permanente di tutto il mondo fosse a beneficio del nostro paese”.

Un errore di calcolo ha afflitto l’establishment, bipartitico, della politica estera, conducendolo ad assumere il costo di “carichi globali eterni” accentuando e rendendo ineludibile la disconnessione tra quella “responsabilità” verso il mondo e gli “interessi nazionali”.

Sulla strada, il correlato economico e commerciale di ciò, il neoliberismo del libero mercato, ha minato e smantellato la classe media e la base industriale “su cui dipendeva la preminenza economica e militare degli USA”.

Naturalmente, la nuova formulazione che rappresenta questo documento è stata una “correzione benvenuta e necessaria”, potestà esclusiva del presidente Trump.

Questa dimensione, l’apparente ritorno a un’urgenza nativista che si concentri sulla rivendicazione degli USA come repubblica focalizzandosi sul “proteggere questo paese, il suo popolo, il suo territorio, la sua economia e il suo stile di vita” da pericoli militari, attori negativi, “pratiche economiche predatorie” sintetizzabili nella deregolamentazione migratoria e la minaccia conseguente dell’invasione che infiltra il “narcoterrorismo” entro i suoi confini: “Nessun avversario o pericolo deve essere in grado di esporre gli USA a rischi” (p.2).

Per questo è urgente avere l’esercito più “potente, letale e tecnologicamente avanzato” per “proteggere i nostri interessi” e, in caso di guerra, vincerle rapidamente senza un costo umano significativo.

Nonostante l’ammissione dei propri errori, il sogno/incubo eccezionalista rimane la base essenziale del suo posto nel mondo: ma “vogliamo” è la parola operativa. E “vogliamo” opera, in fondo, in opposizione ad “abbiamo”, anche se a volte si confondano.

“Vogliamo” il deterrente nucleare più “robusto, moderno e credibile”; come fondamento del suo potere militare, “vogliamo” l’economia più “forte, dinamica, innovativa e avanzata”; “vogliamo la base industriale più robusta del mondo”; “vogliamo” il settore energetico più idem di tutto quanto menzionato finora, reiterativamente; “vogliamo continuare ad essere” l’avanguardia scientifica e tecnologica; “vogliamo” che il nostro “soft power senza rivali” con cui si esercita l'”influenza positiva” permanga; e, infine, “vogliamo” un restauro della “salute culturale e spirituale” che conduca alla “nuova età dell’oro”.

Con questa ammissione indiretta dello stato di urgenza, e dell’imperativo di uno sforzo rinascimentale, si segna il primo punto di distanziamento da quelli che sono stati finora i modi in cui l’impero si rappresenta se prendiamo come riferimento contrastante la SSN del 2022 dell’amministrazione Biden, dove tutti questi ponderati continuavano a essere riconoscibili, inalterabili e indiscutibili.

La sterzata, sia retorica che operativa, si fa più pronunciata nei “principi strategici” (p.5) su ciò che gli USA “vogliono nel e dal mondo”, a rischio, si afferma, di ignorarlo: gli interessi “centrali e vitali”.

1.Che gli standard tecnologici in IA, biotecnologia e computazione quantistica siano quelli che “guidino il mondo in avanti”;

2.che si evitino le “guerre eterne” mentre si elude che una potenza antagonista domini le forniture di petrolio e gas nel “Medio Oriente” insieme ai punti di passaggio critici senza dover fare appello alle “guerre eterne”, un’allusione non dichiarata all’Iran;

3.che si “inverta il danno in corso” inflitto da “attori” stranieri mantenendo la libertà di navigazione nell'”Indo-Pacifico” assicurando le catene di approvvigionamento che, come in ambito tecnologico, sono riferimenti alla Cina e al suo mare meridionale;

4.supporto agli alleati mentre si inverte lo stato di decadenza in Europa e la sua “identità occidentale”; e

5.la svolta più importante e drammatica, “vogliamo assicurare che l’Emisfero Occidentale rimanga ragionevolmente stabile e sufficientemente ben governato per evitare e scoraggiare la migrazione di massa verso gli USA; vogliamo un emisfero i cui governi cooperino con noi contro i narcoterroristi, i cartelli e altre organizzazioni criminali transnazionali; vogliamo un emisfero che rimanga libero da incursioni straniere ostili o dalla proprietà di asset chiave, e che supporti catene di approvvigionamento critiche; e vogliamo assicurare il nostro accesso continuo a ubicazioni strategiche essenziali”; per cui si riattualizza, secondo questo, la Dottrina Monroe con il suo “Corollario Trump” come continuazione del Corollario Roosevelt, come si vedrà più avanti.

Ma ora questo sforzo deve essere prodotto dalla distribuzione di carichi e responsabilità tra “partner e alleati”, poiché sono finiti i giorni in cui gli USA sostenevano il mondo “come Atlante” (p.12).

È ufficiale, quindi, che il conto non lo paga solamente Washington e tutti devono contribuire. Ciò obbliga a riconoscere, quindi, che “l’unità politica fondamentale del mondo è e rimarrà lo Stato-nazione” (p.9).

Dove, assicura, i “diritti sovrani” sono supportati, dove gli USA, partendo dai propri interessi, “incoraggeranno” altri a fare lo stesso contro le istituzioni che li sottraggono e che devono essere riformate, alludendo, ancora una volta in modo non esplicito, alle organizzazioni multilaterali che devono essere “riformate” (p.9).

Ma questa rivendicazione, circoscrivendoci esclusivamente al documento, si scaglia contro la visione dissolutiva delle frontiere del “globalismo” con la sua immigrazione irrestrettta per assicurare il proprio passaggio alla reindustrializzazione e rivitalizzazione della base industriale militare, il controllo diretto delle catene di approvvigionamento, il predominio energetico e finanziario.

Ancora una volta nell’uso degli aggettivi e del dispositivo retorico, si vedono le fessure e le crepe: “Preservare e far crescere il nostro dominio (finanziario) implica sfruttare il nostro dinamico sistema di libero mercato e la nostra guida nelle finanze digitali e nell’innovazione per assicurare che i nostri mercati continuino ad essere i più dinamici, liquidi e sicuri, sempre che continuino ad essere l’invidia del mondo” (p.15).

Alla dichiarazione permanente della “grande sterzata” e di un apparente rilocalizzazione degli sforzi, un atto che di per sé dovrebbe incarnare un esercizio di auto-esame, riconoscimento del luogo e quindi di minima umiltà, si sovrappone un carico narcisistico che offusca la sua presunta riforma interna di interessi e strategie.

L’altisonanza che permea i principi postulati e i ponderati strategici che presuppongono la “sterzata” falliscono nel nascondere, appunto, la presunta svolta copernicana della sua visione.

La combinazione dell’arrivo miracoloso del presidente-imperatore, l’ammissione del fallimento dell’ordine liberale e le urgenze di un realismo sfumato non riescono a sintetizzare quell’immagine se sottoposte al corrispondente esame.

La nostalgia della grandezza lascia inalterata la base essenziale che è stata la continuità dell’aspirazione egemonica a cui si aggiunge la riserva di trovarsi in quel limite che non si ammette completamente, lasciando intatta l’allucinazione geopolitica dei neoconservatori, derivando nel fatto che il nuovo “pensiero” strategico è un accumulo di “tattiche” dove l’obiettivo superiore non differisce da assolutamente nessun governo precedente che abbia occupato la Casa Bianca.

Realismo “flessibile” e imperiale e la presunta “grande sterzata”

 

“La politica estera del presidente Trump è pragmatica senza essere ‘pragmatista’, realista senza essere ‘realista’, di principio senza essere ‘idealista’, muscolare senza essere ‘militarista’ e moderata senza essere ‘pacifista’. Non si basa sull’ideologia politica tradizionale. È motivata soprattutto da ciò che serve agli USA o, in due parole: ‘America First'” (p.8), manifesta la SSN.

In questo modo si presume di distanziarsi da quanto detto nel paragrafo precedente, intendendole come problemi di fondo che ora cambiano e superano gli errori e i modi di rappresentarsi in questo XXI secolo.

In opposizione sia alla Strategia di Sicurezza Nazionale del 2018 che a quella del 2022, smette di ammettere di trovarsi nell’era della grande competizione con altre potenze globali emergenti.

Al contrario, attraverso dispositivi eufemistici e lo sforzo, lì dove si possa, si impegna enfaticamente a non menzionare gli altri concorrenti.

Ma, dato riconosciuto e pubblico, l’autore e principale forza del documento è, come detto, Elbridge Colby, un thinktanker con un cervello ben arredato, ma ugualmente riconosciuto per essere un falco anti-cinese.

E nonostante tutte le omissioni, e le apparenti ammissioni delle minacce esterne e il loro impatto interno, il principio guida è lo stesso: si afferma che il focus è nazionale, America First; che non si tratta della Cina, quando tutto si tratta della Cina. L’unico concorrente che realmente minaccia, secondo Colby, il predominio USA.

“Questo è”, come afferma un articolo di The Atlantic su Colby, che “per rimanere superpotente, gli USA forse hanno bisogno, temporaneamente, di smettere di fare i superpotenti”.

“Istituzionalista consumato” della Washington ufficiale, come sottolinea anche l’articolo, Colby, nipote di William Colby, l’ex direttore della CIA e creatore del Programma Fénix (il modello di scomparsa e sterminio che ci affligge fino a questi giorni), è un quadro di apparato che ha collaborato con diverse amministrazioni e centri di pensiero della capitale.

Fu anche uno degli autori centrali della Strategia di Difesa Nazionale del 2018 che significò un allontanamento dalla continuità e riconobbe l’ascesa delle altre potenze come rivali strategici.

Ma nel 2021 avviene una svolta con la pubblicazione del suo libro La strategia della negazione: la difesa statunitense in un’era di conflitti tra grandi potenze.

Dopo una revisione storica dell’evoluzione delle strategie di difesa, il libro postula, in essenza, che gli USA devono dare priorità sopra ogni cosa all’ascesa di ciò che considera l’unico concorrente o rivale di peso: la Repubblica Popolare Cinese.

“La pura realtà è che la Cina è troppo potente per gli USA perché semplicemente la faccia smettere di combattere; gli USA e qualsiasi degli alleati e partner quindi hanno bisogno di persuaderla a non farlo” (p.185), propone Colby nello scenario di un conflitto militare attorno a Taiwan.

Questo è il nervo centrale della sua strategia sia nel libro che nella stessa SSN, in quest’ultima partendo dal fatto che l’isola è l’asse che divide geograficamente e difensivamente le catene di isole nel Pacifico occidentale che costituiscono una barriera naturale tra la Cina e il fianco ovest dell’impero.

E, non essendo in grado di affrontare la Repubblica Popolare direttamente ed esclusivamente, mancando delle risorse economiche, finanziarie, logistiche e tecnologiche per farlo, si ha bisogno di tre pilastri: l’investimento in tecnologia navale e aerea, una rete di alleati e negare la possibilità di vittoria in un conflitto in cui il costo sia maggiore dei benefici per Pechino.

A sua volta, ciò implica, come già si è più o meno distillato finora, abbandonare altre “priorità” corrispondenti alla visione globalista per concentrare tutti gli sforzi in questi tre punti e un solo avversario/nemico.

Ma ciò coinvolge anche uno scenario in cui soci ed alleati siano disposti non solo ad accettare parte del carico di quello sforzo, ma dei costi umani e militari che ciò potrebbe implicare per raggiungere un obiettivo superiore che, se avesse successo, assicurerebbe il controllo del Pacifico occidentale come pilastro del predominio globale.

Esiste, quindi, un’ammissione espressa che gli USA non si trovano in condizioni né in posizione di raggiungere quegli obiettivi al giorno d’oggi, minacciandoli.

Da qui la necessità di un “cessate il fuoco” (pp.25-26) in Ucraina che riduca l’attenzione sulla Russia e la conduca a un punto di “stabilità strategica” (p.27). Sebbene cessate il fuoco non sia la fine della guerra, ma una pausa momentanea.

Ma per tornare a situarsi davanti a una ipotetica avanguardia in materia di industria e tecnologia militare, si ha bisogno di guadagnare tempo; e per guadagnare tempo si rende indispensabile un sistema di alleanze diplomatiche, militari, regionali ed economiche nell’Asia orientale in particolare e nel resto del mondo, in generale.

Non in altra forma si possono creare istanze di negazione alla Repubblica Popolare nella sua proiezione globale e nei suoi propri meccanismi politici, commerciali e di cooperazione in tutto il pianeta.

E, anche così, lo scenario sviluppato in cui si combatte la battaglia per Taiwan implica un complesso gioco di percezione pubblica, azione di alleanze millimetricamente funzionali e ben oliate, insieme all’impatto che dovrebbe supporre una superiorità aeronavale accumulata.

È della preoccupazione di Colby che il pubblico statunitense, afferma nel suo libro (p.302), consideri valga “il sacrificio e il rischio che implicano” il contenere uno Stato “egemonico” a una distanza significativa dai suoi problemi.

Per cui, è da inferire, che andare contro questa idea di preminenza è equiparabile a un’eresia politica che deve essere perseguita; pertanto, deve intendersi che la dissidenza interna a questo postulato è una delle principali minacce alla sicurezza nazionale.

Colby ha detto pubblicamente che gli USA non sono preparati per una ipotetica Terza Guerra Mondiale, e l’unico modo per evitarla è prepararsi ad essa.

Visto così, e qui, forse, nei termini folli del tardo-imperialismo, risiede la visione e lucidità di Colby e dei suoi simpatizzanti: così i testi del 2018 e del 2022 assumono e lasciano intravedere questa minaccia, la sua prefigurazione operava dentro una viziosa visione massimalista, e ciò che è necessario è la sequenziazione strategica o una somma di tattiche coese per negare la continuazione espansiva della Cina.

Da qui si deve comprendere l’abbandono apparente dell’autodistruttiva Europa, la riduzione dell’Africa e del Medio Oriente a una rete di alleanze pubblico-private dove si privilegiano le imprese USA e i contratti con gli Stati mentre, centralmente, si consolida il controllo assoluto dell’Emisfero Occidentale come base di potere capace di rinnovare e rinvigorire, attraverso il controllo estrattivo, l’iniziativa privata e l’espulsione degli attori multipolari dall’America Latina e i Caraibi, negandogli la “sfera di influenza” a Pechino.

Cominciando, ovviamente, dai principali simpatizzanti della scommessa multipolare nella regione: si intenda il Venezuela. Per Washington, il continente americano non è più un vicinato ma, come detto prima, una questione di stretta politica interna.

A danno e in opposizione di buona parte degli strateghi e opinionisti tradizionali, la visione di Colby ha al centro la necessità di ridurre la sovraestensione dell’impero come via per il rilancio.

È, in quel senso, un testo transizionale e provvisorio affinché una volta “recuperato” Washington torni per i suoi forti. A questo punto della storia, l’autostrada del dominio è controproducente e si ha bisogno di una grande deviazione per quell’obiettivo superiore: gli USA hanno bisogno di sconfiggere la Cina, ma per ora dipendono dalla strada vecchia.

Realismo imperiale, e una situazione manifestamente e interiormente limite.

Corollario Trump: sovranità funzionale e riconfigurazione dell’ordine emisferico

 

La SSN 2025 propone un cambio fondamentale in ciò che conta come sovranità nell’emisfero occidentale, il cui nucleo operativo è il cosiddetto “Corollario Trump alla Dottrina Monroe” (p.5). Ma non si limita ad aggiornare la politica estera USA; non è un mero aggiustamento tattico. Consiste in una ridefinizione delle regole del gioco: quali decisioni di altri paesi sono accettabili e quali, sebbene legali e sovrane, si trattano come minacce.

In questa cornice possiamo considerare tre momenti della sovranità che si riconoscono per sviluppo storico e applicazione sistematica della ragione imperiale, in crescendo.

La Dottrina Monroe (1823) riconobbe esplicitamente la sovranità dei nuovi Stati latinoamericani e si limitò a proibire interventi europei negli affari dell’Emisfero. La sua logica era di non interferenza: “L’America per gli americani (…) e gli americani sono liberi e indipendenti”.

Il Corollario Roosevelt (1904), invece, introdusse la sovranità condizionale nel caso in cui un paese d’America non adempisse ai suoi obblighi internazionali; in detto scenario, gli USA si sarebbero visti obbligati ad esercitare, seppure temporalmente, le funzioni di “polizia internazionale”. Qui, la sovranità poteva essere delegata o revocata se lo Stato non adempiva a standard esterni: fiscali, morali, civilizzatori, ecc.

Ma il Corollario Trump non sospende la sovranità: la ridefinisce dalle sue fondamenta. Non si tratta più di se uno Stato sia sovrano o no, ma di quale tipo di sovranità conta come legittima per l’ordine emisferico USA.

La legittimità non dipende più dal regime interno né dall’adempimento di norme internazionali, ma dalla sua compatibilità con la catena del valore USA.

La SSN lo formula con chiarezza tecnica e retorica egemonica:

“Negheremo a concorrenti non emisferici la capacità di posizionare forze o altre capacità minacciose, o di possedere o controllare asset strategicamente vitali, nel nostro Emisfero” (p.15).

“I termini dei nostri accordi, specialmente con quei paesi che più dipendono da noi e su cui, pertanto, abbiamo maggiore influenza, devono essere contratti in esclusiva per le nostre imprese” (p.19).

“Dobbiamo fare tutto il possibile per espellere imprese straniere che costruiscano infrastrutture nella regione” (p.19).

Ciò implica che la sovranità degli altri si misura dalla loro capacità di non interferire —e preferibilmente, di facilitare— gli interessi vitali degli USA.

Chiama l’attenzione —e rivela una continuità strutturale più profonda delle differenze retoriche— che sia il Corollario Roosevelt (1904) che il Corollario Trump (2025) prendano il Venezuela come caso inaugurale o esemplare per giustificare la loro dottrina emisferica.

Nel 1902-1903, il blocco navale europeo contro il Venezuela per insolvenza del debito servì a Roosevelt come casus belli per affermare che gli USA, e solo gli USA, avevano il diritto di intervenire nell’emisfero quando uno Stato “incapace” minacciava la stabilità regionale.

Oggi, l’alleanza del Venezuela con attori non emisferici —Cina, Russia, Iran— e la sua resistenza a integrarsi funzionalmente nella catena del valore USA svolgono un ruolo analogo: la sua capacità autonoma la converte nell’esempio perfetto di deviazione del nuovo ordine da imporre.

In entrambi i casi, il Venezuela è un pretesto: la sua esistenza permette di instaurare una dottrina generale —quella della sovranità condizionale nel 1904, quella della sovranità funzionale nel 2025— che poi si applica a tutto l’emisfero.

Si tratta di usare il Venezuela come modello per ridefinire cosa conta come ordine legittimo e chi decide quando quell’ordine è stato violato.

Tre spostamenti strutturali

 

1-Dalla sovranità giuridica alla sovranità funzionale

Nella tradizione westfaliana, la sovranità è uno status: il monopolio legittimo della coercizione all’interno di un territorio riconosciuto.

Nella SSN dell’amministrazione Trump, la sovranità è una capacità operativa: quella di allinearsi con l’infrastruttura, la logistica e gli standard che sostengono la riproduzione del capitale USA.

Uno Stato può essere pienamente riconosciuto dall’ONU, celebrare elezioni e avere controllo territoriale, ma se permette a un’impresa cinese di costruire un porto, una miniera o una rete 5G, la sua sovranità diventa funzionalmente illegittima nei termini del Corollario.

“Alcune influenze saranno difficili da invertire, data l’allineamento politico tra certi governi latinoamericani e certi attori stranieri” (p.17).

Qui si mette in discussione la validità strutturale dei governi all’interno della regione, concepita come uno spazio di preminenza USA.

2 – Dal controllo territoriale al controllo infrastrutturale

Il dominio classico si esercitava sul corpo dello Stato: invasione, occupazione, cambio di regime. Ora, in altro modo, il dominio funzionale si intende esercitare sui mezzi di produzione della sovranità stessa: energia, logistica, dati, minerali critici, standard tecnici.

Basterebbe, secondo il nuovo Corollario, controllare l’accesso a raffinerie e tecnologia petrolifera (Citgo, Chevron); condizionare il finanziamento all’inversione di contratti con Russia, Iran o Cina; offrire “aiuto” in cambio di “contratti in esclusiva” per imprese USA.

Il potere risiede nel controllo dei nodi che rendono possibile qualsiasi governo: energia, infrastrutture, minerali, ecc.

 3 – Dalla sovranità come diritto alla sovranità come offerta coercitiva

Nella tradizione liberale e repubblicana, la sovranità è un diritto inalienabile, fondato sull’autodeterminazione. Nella SSN 2025, la sovranità si presenta come un’offerta di servizio: gli USA “invitano” a integrarsi in un sistema dove prosperità e stabilità sono garantite; a condizione che si accettino le condizioni.

“La scelta che tutti i paesi devono affrontare è se vogliono vivere in un mondo guidato dagli USA, di paesi sovrani ed economie libere, o in uno parallelo in cui sono influenzati da paesi dall’altra parte del mondo” (p. 18).

È una scelta libera? La risposta è, senza dubbio, negativa. È strutturalmente incentivata e coercitivamente inquadrata. La sovranità è ciò che gli USA certificano come compatibile con il nuovo ordine emisferico.

Il Corollario Trump si rifiuta di negare l’esistenza della sovranità statale, ma la inquadra come capacità di allineamento funzionale. Uno Stato sovrano, in questo ordine, è quello che si rende disponibile per la catena del valore USA; per coercizione attraverso un disegno istituzionale, finanziario e tecnologico.

Eccezionalità e il caso limite venezuelano

 

Il Corollario Trump funzionerebbe, quindi, come un’architettura dell’ordine possibile, che introduce un cambiamento nel quadro del possibile nell’Emisfero: ciò che prima era una decisione sovrana —scegliere con chi commerciare, con chi allearsi— ora diventa un segnale di rischio o destabilizzazione.

La sua forza risiede nel rendere impensabile la deviazione, ma con prerogativa di punire chi lo fa.

Non si tratta più che il Venezuela non possa associarsi con la Cina: piuttosto insiste sul fatto che, se lo fa, smette di essere un interlocutore legittimo e, pertanto, qualsiasi azione contro di essa (sanzioni, isolamento, pressione militare e diplomatica) diventa ragionevole, persino necessaria.

Questo status è analogo all’homo sacer concettualizzato dal filosofo italiano Giorgio Agamben: può essere sanzionato (bloccato, isolato, pressato militarmente) senza che ciò costituisca una “violazione della sovranità” perché, nel linguaggio del Corollario, non sta esercitando sovranità legittima. Ma non può essere integrato nell’ordine, perché la sua esistenza stessa —autonoma, non funzionale— perverte la coerenza del sistema.

In questo vuoto strutturale, qualsiasi misura contro il Venezuela diventa legittima: le sanzioni, così, sono misure di contenimento; l’accerchiamento finanziario consiste in un ristabilimento delle condizioni minime di stabilità; e la pressione militare non costituisce una “aggressione” ma prevenzione di minacce.

Nel quadro dello spiegamento militare USA nei Caraibi, le misure coercitive contro il Venezuela appaiono come operazioni tecniche di gestione del rischio. L’esercito USA ha intensificato pattugliamenti navali e aerei in acque vicine al Venezuela sotto l’etichetta formale di “operazioni antidroga” con l’uso esplicito di forza letale contro imbarcazioni civili o incorporate in operazioni commerciali (petrolifere) e reti logistiche non militari, qualcosa che la SSN 2025 autorizza come sostituzione della “strategia esclusivamente di polizia degli ultimi decenni” (p.16).

In questo contesto, le sanzioni si presentano come misure di contenimento preventivo: la “vendita forzata” di Citgo, per esempio, si giustifica come impedimento a che asset strategici rimangano sotto controllo di un governo che mantiene alleanze con attori qualificati come “avversari” nella strategia (p.17).

L’accerchiamento finanziario —esclusione dal sistema Swift, divieto di transazioni in dollari, ecc.— si inquadra come ristabilimento di condizioni minime di stabilità, secondo il discorso del Dipartimento del Tesoro, che ripete punto per punto l’avvertimento della SSN sui “costi nascosti in spionaggio, cybersicurezza e trappole del debito” della cooperazione con potenze non emisferiche (p.18).

E la pressione militare si qualifica come prevenzione di minacce, in base al mandato di “negare a concorrenti non emisferici la capacità di controllare asset strategicamente vitali” (p.15).

In questa cornice, ogni azione coercitiva si sposta dal registro politico a quello tecnico, basato su un calcolo di funzionalità.

Il Venezuela incarna la sfida massima per questa dottrina: è il caso limite. Mantiene alleanze strategiche con Cina, Russia e Iran; controlla risorse critiche senza cederne la gestione a capitali allineati; e ha sviluppato meccanismi di scambio che eludono il dollaro e le catene del valore USA.

In questo senso, il Corollario Trump lo riconosce con franchezza: “Alcune influenze saranno difficili da invertire, data l’allineazione politica tra certi governi latinoamericani e certi attori stranieri” (p.17).

Il Venezuela funziona come precedente, poiché dimostra che è possibile sostenere una politica estera autonoma, anche sotto pressione coercitiva prolungata.

Lo abbiamo potuto confermare, alla luce del documento analizzato: l’accerchiamento non cerca solo un cambio di governo: soprattutto impone l’invalidazione del modello a favore dell’eccezionalità statunitense: provare che nessun paese può sostenersi fuori dall’ordine della sovranità selettiva tracciata dalla nuova dottrina. Cambio regionale dopo il cambio di regime.

Il Corollario Trump è una tecnologia di produzione dell’escludibile: introduce una nuova forma di misurare la legittimità secondo l’allineamento con la catena del valore USA.

Gli USA si riservano il diritto di decidere quali asset sono “strategicamente vitali”, quali alleanze costituiscono “rischio sistemico” e quali governi, sebbene sovrani, devono essere trattati come anomalie.

La vera novità non è che gli USA impongano la loro volontà sugli altri, già si sa. È che decide, unilateralmente, quale tipo di decisioni di altri paesi contano come legittime. E quali, sebbene siano sovrane, si trattano come minacce. Volgare dazio imperiale.

È (ancora) l’economia, stupido

 

Sebbene la politica eccezionalista degli USA prenderebbe un nuovo slancio con la ridefinizione della sovranità e della “legittimità” nel quadro di un ordine emisferico che solo priorizza gli interessi del potere a Washington, si deve comprendere il suo procedere retorico nel quadro dell’offensiva economica che apparentemente interessa a Trump.

Così, il documento tratta l’emisfero occidentale come uno spazio di opportunità strategica: un mercato in formazione, una base industriale potenziale, una rete di catene di approvvigionamento e il più approssimativo a un paradiso fiscale con leggi lavorative lasse che, se governato da Washington, può ridurre drasticamente la dipendenza USA da Asia e Europa, dopo decenni di globalizzazione neoliberista a tutto spiano.

Per riuscirci, la strategia si divide in due movimenti complementari: reclutare i partner già allineati; ed espandere l’influenza verso quelli ancora non integrati.

Il testo lascia chiaro che la “diplomazia commerciale” è la colonna vertebrale strategica della politica estera America First:

“Gli USA daranno priorità alla diplomazia commerciale per rafforzare la nostra propria economia e industrie, usando i dazi e gli accordi commerciali reciproci come strumenti potenti” (p.16).

Così, configura gli USA come epicentro di una pretesa reindustrializzazione emisferica coordinata: cerca che i suoi partner “rafforzino le loro economie nazionali” perché un emisfero più prospero diventa “un mercato sempre più attraente per il commercio e gli investimenti statunitensi”.

Mentre i soci guadagnano accesso a tecnologia, finanziamento e mercati, gli USA guadagnano resilienza sistemica. Il beneficio reciproco non è tale ma asimmetrico:

“Il rafforzamento delle catene di approvvigionamento critiche in questo emisfero ridurrà le dipendenze e aumenterà la resilienza economica USA” (p.17).

Ciò significa che i minerali per batterie, i componenti medici, le materie prime agricole e persino i chip di bassa complessità potrebbero essere prodotti in qualsiasi paese latinoamericano —e non in Cina— sotto standard, brevetti e contratti USA. La “vicinanza geografica” diventa così un vantaggio strategico: logistico e di controllo.

E sebbene l’approccio sia economico, il Corollario non separa commercio da sicurezza: “E anche mentre diamo priorità alla diplomazia commerciale, lavoreremo per rafforzare le nostre alleanze di sicurezza, dalla vendita di armi allo scambio di intelligence e le esercitazioni congiunte” (p.17).

La vendita di aerei da combattimento, droni o sistemi di vigilanza costiera è ancoraggio funzionale sotto un disegno securitario. Ogni contratto militare crea dipendenza tecnica, standardizza protocolli e apre la porta a contratti civili —energia, telecomunicazioni, logistica— che consolidano l’allineamento.

Il secondo movimento —espandere— opera dove l’alleanza non è automatica. Lì, gli USA non competono in condizioni di parità. Pertanto, propone un’alternativa strutturalmente vantaggiosa e delegittima i suoi concorrenti per rischio sistemico:

“Gli USA hanno ridotto l’influenza esterna nell’emisfero occidentale dimostrando, con specificità, quanti costi nascosti —in spionaggio, cybersicurezza, trappole del debito e altre forme— sono impliciti nella presunta assistenza estera ‘a basso costo'” (p.18).

Gli USA denaturano le politiche degli attori multipolari: la Cina non offre cooperazione Sud-Sud; offre dipendenza mascherata. La Russia non costruisce porti; installa punti di vigilanza e accesso logistico. L’Iran non rifinanzia petrolio; introduce tecnologie non certificabili in mercati globali. La proiezione psicopolitica in questo caso è notevole, con sintomi di disturbo fattizio imposto all’altro nel campo della politica estera USA.

Davanti a ciò, gli USA si presentano come il socio della sovranità reale: “I prodotti, servizi e tecnologie USA sono un acquisto molto migliore a lungo termine, perché sono di maggiore qualità e non vengono con le stesse condizioni dell’aiuto di altri paesi” (p.18).

Ma il nuovo Corollario non si accontenta di predicare: annuncia la correzione della propria burocrazia per competere: “Riformeremo il nostro proprio sistema per snellire le approvazioni e le licenze, ancora una volta, per diventare il partner di prima scelta” (p.18).

Ciò implica decisioni concrete: ridurre i termini della International Development Finance Corporation (DFC) da 18 a 6 mesi, flessibilizzare i requisiti ambientali della Millennium Challenge Corporation (MCC) per progetti energetici o permettere alla Export-Import Bank degli USA (Ex-Im Bank) di finanziare contratti “in esclusiva” con imprese USA, come esige il documento (p.19).

Si tratta di una struttura coercitiva di incentivi: chi sceglie il “mondo multipolare” rimarrà fuori dai sistemi finanziari, tecnologici e logistici che definiscono la prosperità contemporanea.

In questo quadro, l’economia è un ambito intrinsecamente legato alla sicurezza. È la trincea principale della nuova egemonia emisferica. E il Venezuela, per la sua resistenza a integrarsi in questa logica, rappresenta un’eccezione politica che deve essere neutralizzata affinché il modello si sostenga.

Rivendicazione tardiva e retroattiva dello Stato-nazione: il deficit commerciale

 

In questo modo, il realismo imperiale finisce quando, assicurando di averle tutte con sé, per contrasto ammette una drammatica perdita di terreno che la obbliga a rinunciare a una responsabilità globale che solo per il proprio indebolimento sostenuto è un errore. Mentre afferma che la missione persiste, solo che temporalmente? delegata.

A quanto pare, “Gli USA conservano asset enormi —l’economia e l’esercito più forti del mondo, innovazione insuperabile, ‘soft power’ senza rivali, e una traiettoria storica di beneficiare i nostri soci e alleati—, che ci facilita competere con successo” (p.19), ma richiede fare un passo indietro per poter essere ciò che lungo tutte queste pagine dice che deve recuperare.

“La diplomazia America First cerca di riequilibrare le relazioni di commercio globale. Abbiamo reso chiaro ai nostri alleati che l’attuale deficit nei conti degli USA è insostenibile”, e esige ad “altre nazioni prominenti”, dopo enumerare Europa, Giappone, Corea, Canada e Messico, perché “adottino politiche commerciali che aiutino a riequilibrare l’economia cinese verso il consumo domestico” perché regioni come il sud-est asiatico, l’America Latina e l’Asia occidentale soli “non possono assorbire l’enorme capacità di eccedenze” della Repubblica Popolare (p.22).

Ma inoltre ammette, peggiorativamente: “Gli USA e i suoi alleati ancora non hanno formulato, molto meno eseguito, un piano congiunto per il cosiddetto ‘Sud Globale'” (p.22), ma anche così pretende assumere quel ruolo direttivo, nonostante le nuove definizioni di “sovranità” e “Stato-nazione” riviste finora.

Ma per Emmanuel Todd, a cui finora non ha fallito la mira, un deficit commerciale, sia quello USA o quello dell’Europa occidentale, comporta il divenire del potere di dire lapidariamente che “in Occidente, lo Stato-nazione non esiste” (La sconfitta dell’Occidente, p.15).

E alega: “Un deficit sistematico rende obsoleto il concetto di Stato-nazione, poiché l’entità territoriale in questione può sopravvivere solo attraverso la percezione di un tributo o una prebenda dall’esterno, senza contropartita” (p.16).

Si tratta di una struttura che per il suo funzionamento ha bisogno di una classe media che funzioni come “centro di gravità” e “sistema nervoso” di una nazione minimamente omogenea sotto certi parametri.

La SSN ammette la necessità, come si è visto, di ricostruire la classe media data la polverizzazione oligarchica che ha supposto il sostenuto movimento di capitale irrestretto dal basso verso l’alto, verso l’accumulazione per espropriazione che inoltre conduce a una competenza accanita verso la cima dell’élite.

Questa caratteristica, profondamente sviluppata da alcuni, è un segnale di crisi che per Todd lo è di disintegrazione nazionale. I recenti report lavorativi non sono nulla di lusinghiero, e alla pari di tutto ciò un’oligarchia della tecnologia e del cloud, dell’economia immateriale e speculativa assume le redini, in forma estensiva, in tutto l’apparato dello Stato federale.

Attraverso questo filtro, un documento che mentre rivendica la classe media fa appello a questa stessa costellazione corporativa, quella dei Tech Bros, per collaborare in compiti di vigilanza là dove sia necessario che il bastone agisca, comincia, algoritmicamente, a vigilare e controllare la propria popolazione domestica, precisamente quella classe media che questa amministrazione dice difendere (p.21).

Sia nel suo aggiustamento di visione planetaria che nella sua dimensione locale, di tutte le corse che aspira a fare, l’impero dovrebbe curarsi di quale di queste due menzionate fin qui perda per prima, tanto più quando la logica meccanicista con cui delinea la sua strategia impedisce ai suoi pianificatori di calcolare le reazioni e conseguenze di questo riaggiustamento.

Egemonia come amministrazione del declino

 

L’annuncio di una gestione disciplinata del regresso prende il suo impulso dall’urgenza: la certezza che gli USA non possono più sostenere simultaneamente la globalizzazione finanziaria, l’interventismo militare e il consenso multilaterale che costruì dopo il 1945.

Davanti a questa impossibilità, il documento propone una soluzione radicale: ripiegarsi per riarmarsi. Rifiuta qualsiasi tipo di abbandono dell’egemonia e passa a rilocalizzarla. L’Emisfero Occidentale è il laboratorio di questa operazione.

Qui, non cerca restaurare le rovine imperiali delle decadi passate. Propone qualcosa strategicamente nuovo: un ordine funzionale con sintomi di reumatismo geopolitico.

Il Venezuela, in questo campo di senso, è lo specchio in cui gli USA si riconoscono: uno Stato che insiste nel decidere il suo destino, anche quando il costo sia l’isolamento, l’accerchiamento finanziario e la pressione militare permanente. La sua persistenza minaccia in modo inusuale e straordinario la sua narrativa di inevitabilità.

Per questo, l’accerchiamento e la pirateria hanno la loro ragione imperiale finché il Venezuela continui ad essere il precedente di possibilità alternativa. Ma in questa logica pulsa un paradosso letale: più gli USA esigono che gli altri siano “funzionali”, più evidente diventa la propria disfunzione.

La sua economia dipende da deficit insostenibili. La sua classe media, da cui dipende la sua stabilità interna, è polverizzata. La sua coesione politica, fratturata da un’oligarchia tecnocratica che governa dagli algoritmi e dai fondi d’investimento. E il suo discorso di America First rivela, in fondo, una profonda insicurezza: è la voce di chi teme perdere il controllo, senza rendersi conto che la voce di comando si è decentralizzata fuori dal “cortile di casa”.

Il futuro dell’Emisfero non si deciderà nel Pacifico, ma nella politica che ora si presenta mascherata da gestione tecnica e coercizione d’incentivo; là dove si sta combattendo la battaglia più decisiva del secolo per le nuove definizioni di potere.

Nell’estensione di questa arena, se si vuole civilizzatoria, finché il Venezuela continui ad esistere —non come potenza, ma come possibilità—, l’ordine funzionale dell’impero in declino non sarà completo. Perché annuncia un mondo in cui ancora tutto è da scrivere.


Análisis especial de la nueva Estrategia de Seguridad Nacional de Trump

Realismo imperial, soberanía funcional y el cerco estructural sobre Venezuela

Diego Sequera / Ernesto Cazal

La Estrategia de Seguridad Nacional 2025 de Estados Unidos, publicada la semana pasada pero fechada en noviembre, es un texto que trasciende la impronta de un manual técnico o una lista de deseos diplomáticos.

Es, más bien, un acto político en un momento de inflexión: el primer documento oficial de EE.UU. que parte, aunque de forma velada, de la consciencia algo menos velada del declive estadounidense como punto de partida.

Pero el documento intenta administrar los retazos del declive, reunirlos en torno a una doctrina para la reafirmación hemisférica, allí donde se proclama su “patio trasero” como geografía de su poderío.

Y lo hace mediante una doble operación: por un lado, una redefinición de las reglas del juego en el hemisferio occidental; por otro, una reterritorialización coercitiva del orden global, donde lo económico se vuelve inseparable de lo estratégico, y donde lo primero encubre las cotas necesarias de violencia(s) que no se pueden manifestar por escrito.

Según la letra, la nueva estrategia busca asegurar lo que considera su derecho soberano sobre las Américas para sobrevivir en ellas. Y en ese enmarcamiento redefine las reglas del juego geopolítico, aun si no tiene las cartas necesarias para ganarlo.

Las corrientes visibles

Como ha sido la marca de fábrica de los años Trump, y en especial en este segundo capítulo, la publicación de la Estrategia de Seguridad Nacional 2025 (ESN, de ahora en adelante) combina la altisonancia de otro evento que se supone un punto de inflexión, a la par de, una vez superado el revuelo, un escrutinio que ofrece sus vulnerabilidades, inconsistencias e inviabilidades.

En ese sentido, como documento de época —que lo es, incluyendo su carga contradictoria—, confluyen visiblemente tres corrientes perfectamente vinculables al desordenado y heterogéneo carácter de la élite reemplazante al mando del imperio sin que exista una uniformidad estable.

A lo largo de las 33 páginas, cuatro partes y 16 apartados conviven, cohesionados mas no del todo armonizados:

el narcisismo y ensalzamiento que tiene a Trump como centro y objeto -el “milagroso” presidente emperador- del presunto vuelco;

la simulación anti-elitista que va más allá del espíritu MAGA, que alcanza a la nueva mutación neoconservadora que le permite operar dentro de la primera corriente anotada;

y la reformulación de base de una estrategia con ribetes claramente basados en un realismo más consciente de los límites actuales de los EE.UU., pero a pesar de las modificaciones visibles con las mismas metas imperiales, sintetizables en la presencia dominante de Elbridge Colby, el Subsecretario Adjunto de Defensa para Estrategia y Desarrollo de Fuerzas, responsable de los elementos “renovadores” de la nueva mirada exterior de la administración actual.

La impresión de uniformidad retórica del documento no logra ocultar la indigestión ideológica interna.

Y, aún más importante, a pesar de su carácter inconfesable, se trata del primer documento oficial que parte de una consciencia sotto voce del declive estadounidense como punto de partida.

Una combinación de superficialidad incurable se acompasa con la ansiedad de reactualizar las líneas de acción inmediatas, incluso perentorias, para reformular el lugar en el mundo de los EE.UU. como el único y “formidable” superpoder en el planeta.

No es caprichoso que la primera premisa se centre en la deriva en la que se encuentra el país, dentro y fuera, como consecuencia del adormecimiento al que “las élites”, afirma el documento (p.1), ha hecho que se pierda el norte estratégico y que en ese movimiento disipe fuerza y efectividad.

Las “élites de la política exterior”, afirma, “se convencieron a sí mismas de que la dominación permanente de todo el mundo era en beneficio de nuestro país”.

Un error de cálculo plagó al establishment, bipartidista, de la política exterior, conduciéndolo a asumir el costo de “cargas globales eternas” acentuando y haciendo insoslayable la desconexión entre esa “responsabilidad” ante el mundo y los “intereses nacionales”.

En el camino, el correlato económico y comercial de esto, el neoliberalísimo libre mercado, socavó y desmanteló a la clase media y la base industrial “sobre la que dependía la preeminencia económica y militar de los EE.UU.”.

Por supuesto, la nueva formulación que representa este documento fue una “bienvenida y necesaria corrección”, potestad exclusiva del presidente Trump.

Esta dimensión, el aparente retorno a una urgencia nativista que se centre en la reivindicación de EE.UU. como república centrándose en “proteger este país, su pueblo, su territorio, su economía y su forma de vida” de peligros militares, actores negativos, “prácticas económicas depredadoras” sintetizables en la desregulación migratoria y la amenaza consiguiente de la invasión que infiltra al “narcoterrorismo” dentro de sus fronteras: “Ningún adversario o peligro debe ser capaz de exponer a riesgos a EE.UU.” (p.2).

Para eso es urgente tener el ejército más “poderoso, letal y tecnológicamente avanzado” para “proteger nuestros intereses” y, en caso de guerra, ganarlas rápidamente sin un costo humano significativo.

A pesar de la admisión sobre sus errores, el sueño/pesadilla excepcionalista sigue siendo la base esencial de su lugar en el mundo: pero “queremos” es la palabra operativa. Y “queremos” opera, en el fondo, en oposición a “tenemos”, aunque a veces se confundan.

“Queremos” el disuasivo nuclear más “robusto, moderno y creíble”; como fundación de su poder militar, “queremos” la economía más “fuerte, dinámica, innovadora y avanzada”; “queremos la base industrial más robusta del mundo”; “queremos” el sector energético más ídem de todo lo mencionado hasta ahora, reiterativamente; “queremos seguir siendo” la vanguardia científica y tecnológica; “queremos” que nuestro “poder blando sin rivales” con el que se ejerce la “influencia positiva” permanezca; y, finalmente, “queremos” una restauración de la “salud cultural y espiritual” que conduzca a la “nueva era dorada”.

Con esta admisión indirecta del estado de urgencia, y del imperativo de un esfuerzo resurgente, se marca el primer punto de distanciamiento de lo que han sido hasta ahora los modos que tiene el imperio de representarse a sí mismo si tomamos como referencia contrastante la ESN de 2022 de la administración Biden donde todos estos ponderados seguían siendo como reconocibles, inalterables e incuestionables.

El giro, tanto retórico como operativo, se hace más pronunciado en los “principios estratégicos” (p.5) sobre lo que EE.UU. “quiere en y del mundo”, a riesgo, se afirma, de ignorarlo: los intereses “centrales y vitales”.

Que los estándares tecnológicos en IA, biotecnología y computación cuántica sean los que “conduzcan al mundo hacia adelante”;

el fin de las “guerras eternas” sean evitadas mientras se evade que un poder antagonista domine los suministros de petróleo y gas en el “Medio Oriente” junto a los puntos de paso crítico sin tener que apelar a “las guerras eternas”, una alusión no declarada a Irán;

que se “revierta el daño en curso” que infringen “actores” extranjeros manteniendo la libertad de navegación en el “Indo-Pacífico” asegurando las cadenas de suministro que, como en lo tecnológico, son referencias a China y su mar meridional;

apoyo a los aliados mientras se revierte el estado de decadencia en Europa y su “identidad occidental”; y

el giro más importante y dramático, “queremos asegurar que el Hemisferio Occidental permanezca razonablemente estable y lo suficientemente bien gobernado para evitar y desalentar la migración masiva hacia los EE.UU.; queremos un hemisferio cuyos gobiernos cooperen con nosotros contra los narcoterroristas, carteles y otras organizaciones criminales transnacionales; queremos un hemisferio que permanezca libre de incursiones extranjeras hostiles o la propiedad de activos claves, y que apoya cadenas de suministro crítico; y queremos asegurar nuestro acceso continuo a locaciones estratégicas esenciales”; por lo que se reactualiza, según esto, la Doctrina Monroe con su “Corolario Trump” como continuación del Corolario Roosevelt, como se verá más adelante.

Pero ahora este esfuerzo debe ser producto de la distribución de cargas y responsabilidades entre “socios y aliados”, puesto que se acabaron los días en los que EE.UU. sostenía al mundo “como Atlas” (p.12).

Es oficial, entonces, que la cuenta no la paga únicamente Washington y todos tienen que poner. No obstante, esto obliga a reconocer, por lo tanto, que “la unidad política fundamental del mundo es y seguirá siendo el Estado-nación” (p.9).

En donde, asegura, los “derechos soberanos” son apoyados, donde EE.UU., partiendo de sus propios intereses, “alentará” a que otros hagan lo propio en contra de las instituciones que le restan y que deben ser reformadas, aludiendo, una vez más de forma no explícita, a las organizaciones multilaterales que deben ser “reformadas” (p.9).

Pero esta reivindicación, circunscribiéndonos exclusivamente al documento, carga contra la visión disolutiva de las fronteras del “globalismo” con su migración irrestricta para asegurar su propio paso a la reindustrialización y revigorización de la base industrial militar, el control directo de cadenas de suministro, el predominio energético y el financiero.

Una vez más en el uso de los adjetivos y el dispositivo retórico, se ven las hendijas y grietas: “Preservando y haciendo crecer nuestro dominio (financiero) entraña apalancarse en nuestro sistema dinámico de libre mercado y nuestro liderazgo en finanzas digitales e innovación para asegurar que nuestros mercados continúen siendo los más dinámicos, líquidos y seguros, toda vez que sigan siendo la envidia del mundo” (p.15).

A la declaración permanente del “gran viraje” y de una aparente relocalización de esfuerzos, un acto que de suyo debería encarnar un ejercicio de autoexamen, reconocimiento de lugar y por lo tanto de mínima humildad, se le superpone una carga narcisista que nubla su presunta reforma interna de intereses y estrategias.

La altisonancia que permea los principios postulados y los ponderados estratégicos que presuponen el “vuelco” fracasan en ocultar, precisamente, el presunto giro copernicano de su visión.

La combinación de llegada milagrosa del presidente-emperador, la admisión del fracaso del orden liberal y las urgencias de un realismo matizado no logran sintetizar esa imagen si se somete al examen correspondiente.

La nostalgia de grandeza deja inalterada la base esencial que ha sido la continuidad de aspiración hegemónica a la que se le agrega la salvedad de encontrarse en ese límite que no se admite por completo, dejando intacta la alucinación geopolítica de los neoconservadores, derivando en que el nuevo “pensamiento” estratégico es una acumulación de “tácticas” donde la meta superior no difiere de absolutamente ningún gobierno anterior que haya ocupado la Casa Blanca.

Realismo “flexible” e imperial y el presunto “gran viraje”

“La política exterior del presidente Trump es pragmática sin ser ‘pragmatista’, realista sin ser ‘realista’, de principios sin ser ‘idealista’, muscular sin ser ‘militarista’ y moderada sin ser ‘pacifista’. No se basa en ideología política tradicional. Es motivada sobre todo por lo que le sirva a EE.UU. o, en dos palabras: ‘America First’” (p.8), manifiesta la ESN.

De este modo se presume de distanciarse de lo dicho en el apartado anterior, entendiéndolas como problemas de fondo que ahora cambian y superan los errores y los modos de representarse en lo que va de siglo XXI.

En oposición tanto a la Estrategia de Seguridad Nacional de 2018 y la de 2022, deja de admitir que se encuentra en la era de la gran competición con otros poderes globales emergentes.

Por el contrario, a través de los dispositivos eufemísticos y el esfuerzo, ahí donde se pueda, se empeña enfáticamente en no mencionar a los otros competidores.

Pero, dato reconocido y público, el autor y principal fuerza del documento es, como se dijo, Elbridge Colby, un thinktanker con un cerebro bien amoblado, pero igualmente reconocido por ser un halcón anti-chino.

Y a pesar de todas las omisiones, y las aparentes admisiones de las amenazas externas y su impacto interno, el principio rector es el mismo: se afirma que el foco es nacional, America First; que no se trata de China, cuando todo se trata de China. El único competidor que realmente amenaza, según Colby, el predominio estadounidense.

“Esto es”, como afirma una pieza de The Atlantic sobre Colby, que “para permanecer siendo superpoderoso, EE.UU. tal vez necesite, temporalmente, dejar de superpoderear”.

“Consumado institucionalista” del Washington oficial, como también apunta el artículo, Colby, nieto de William Colby, el exdirector de la CIA y creador del Programa Fénix (el modelo de desaparición y exterminio que nos asola hasta estos días), es un cuadro de aparato que ha colaborado con distintas administraciones y tanques de pensamiento de la capital.

Fue, también, uno de los autores centrales de la Estrategia de Defensa Nacional de 2018 que significó un alejamiento de la continuidad y reconocía el ascenso de las otras potencias como rivales estratégicos.

Pero en 2021 se da un giro con la publicación de su libro La estrategia de la negación: la defensa estadounidense en una era de conflictos entre grandes poderes.

Tras una revisión histórica de la evolución de las estrategias de defensa, el libro postula, en esencia, que EE.UU. debe priorizar antes que nada y por sobre todas las cosas el ascenso de lo que considera el único competidor o rival de peso: la República Popular China.

“La pura realidad es que China es demasiado poderosa para los EE.UU. como para que simplemente la haga dejar de pelear; EE.UU. y cualquiera de los aliados y socios por lo tanto necesitan persuadirlo de no hacerlo” (p.185), plantea Colby dentro del escenario de un conflicto militar en torno a Taiwán.

Este es el nervio central de su estrategia tanto en el libro como en la propia ESN, en este último partiendo de que la isla es el eje que divide geográfica y defensivamente las cadenas de islas en el Pacífico occidental que constituyen una barrera natural entre China y el flanco oeste del imperio.

Y, al no ser capaz de enfrentar a la República Popular directa y exclusivamente, careciendo de los recursos económicos, financieros, logísticos y tecnológicos para hacerlo, se necesita de tres pilares: la inversión en tecnología naval y aérea, una red de aliados y denegar la posibilidad de victoria en un conflicto en el cual el costo sea mayor que los beneficios para Beijing.

A su vez, esto implica, como ya se ha ido más o menos destilando hasta ahora, abandonar otras “prioridades” correspondientes a la visión globalista para concentrar todos los esfuerzos en estos tres puntos y un solo adversario/enemigo.

Pero esto también involucra un escenario en el cual socios y aliados estén dispuestos no solo a aceptar parte de la carga de ese esfuerzo, sino de los costos humanos y militares que esto pudiera implicar para alcanzar una meta superior que, de ser exitosa, aseguraría el control del Pacífico occidental como pilar del predominio global.

Existe, entonces, una admisión expresa de que EE.UU. no se encuentra en condiciones ni en posición de lograr esos objetivos hoy en día, amenazándola.

De ahí la necesidad de un “cese de hostilidades” (pp.25-26) en Ucrania que reduzca la atención sobre Rusia y la conduzca a un punto de “estabilidad estratégica” (p.27). Aunque cese de hostilidades no es fin de la guerra, sino una pausa momentánea.

Pero para volver a situarse ante una hipotética vanguardia en materia de industria y tecnología militar, se necesita ganar tiempo; y para ganar tiempo se hace indispensable un sistema de alianzas diplomáticas, militares, regionales y económicas en Asia oriental en particular y en el resto del mundo, en general.

No de otra forma se le pueden ir creando instancias de denegación a la República Popular en su proyección global y sus propios mecanismos políticos, comerciales y de cooperación en todo el planeta.

Y, aun así, el escenario desarrollado en el que se libra la batalla por Taiwán implica un complejo juego de percepción pública, acción de alianzas milimétricamente funcionales y bien aceitadas, junto al impacto que debería suponer una superioridad aeronaval acumulada.

Es de la preocupación de Colby que el público estadounidense, afirma en su libro (p.302), considere que valga “el sacrificio y el riesgo que entrañan” el contener a un Estado “hegemónico” a una distancia significativa de sus problemas.

Por lo que, es de inferir, que ir en contra de esta idea de preeminencia es equiparable a una herejía política que debe ser perseguida; por lo tanto, debe entenderse que la disidencia interna a este postulado es una de las principales amenazas a la seguridad nacional.

Colby ha dicho públicamente que EE.UU. no está preparado para una hipotética Tercera Guerra Mundial, y la única forma de evitarla es prepararse para ella.

Visto así, y aquí, quizás, en los términos alocados del tardoimperialismo, radica la visión y lucidez de Colby y sus simpatizantes: así los textos de 2018 y 2022 asumen y asoman esta amenaza, su prefiguración operaba dentro de una viciosa visión maximalista, y lo que es necesario es la secuenciación estratégica o una suma de tácticas cohesionadas para negar la continuación expansiva de China.

De ahí es que se debe de entender el abandono aparente de la autodestructiva Europa, la reducción de África y el Medio Oriente a una red de alianzas público-privadas donde se privilegien las empresas estadounidenses y contratos con los Estados mientras que, centralmente, se afianza el control absoluto del Hemisferio Occidental como base de poder capaz de remozar y refortalecer, por la vía del control extractivo, la iniciativa privada y la expulsión de los actores multipolares de América Latina y el Caribe, negándole la “esfera de influencia” a Beijing.

Comenzando, por supuesto, por los principales simpatizantes de la apuesta multipolar en la región: entiéndase Venezuela. Para Washington, el continente americano ya no es un vecindario sino, como se ha dicho antes, un asunto de estricta política interna.

En desmedro y oposición de buena parte de los estrategas y opinadores tradicionales, la visión de Colby tiene en el centro la necesidad de reducir la sobre-extensión del imperio como vía para el reimpulso.

Es, en ese sentido, un texto transicional y provisorio para que una vez “recuperado” Washington vuelva por sus fueros. En este punto de la historia, la autopista de la dominación es contraproducente y se necesita un gran desvío para esa meta superior: EE.UU. necesita derrotar a China, pero por ahora depende de la carretera vieja.

Realismo imperial, y una situación manifiesta e interiorizadamente límite.

Corolario Trump: soberanía funcional y reconfiguración del orden hemisférico

La ESN 2025 propone un cambio fundamental en lo que cuenta como soberanía en el hemisferio occidental, cuyo núcleo operativo es el llamado “Corolario Trump a la Doctrina Monroe” (p.5). Pero no se limita a actualizar la política exterior estadounidense; no es un mero ajuste táctico. Consiste en una redefinición de las reglas del juego: qué decisiones de otros países son aceptables y cuáles, aunque legales y soberanas, se tratan como amenazas.

En este enmarcamiento podemos considerar tres momentos de la soberanía que se reconocen por desarrollo histórico y aplicación sistemática de la razón imperial, in crescendo.

La Doctrina Monroe (1823) reconoció explícitamente la soberanía de los nuevos Estados latinoamericanos y se limitó a prohibir intervenciones europeas en asuntos del Hemisferio. Su lógica era de no interferencia: “América para los americanos (…) y los americanos son libres e independientes”.

El Corolario Roosevelt (1904), en cambio, introdujo la soberanía condicional en el caso de que un país de América no cumpliera con sus obligaciones internacionales; en dicho escenario, EE.UU. se vería obligado a ejercer, siquiera temporalmente, las funciones de “policía internacional”. Aquí, la soberanía podía ser delegada o revocada si el Estado no cumplía con estándares externos: fiscales, morales, civilizatorios, etc.

Pero el Corolario Trump no suspende la soberanía: la redefine desde su fundamento. Ya no se trata de si un Estado es soberano o no, sino de qué tipo de soberanía cuenta como legítima para el orden hemisférico estadounidense.

La legitimidad ya no depende del régimen interno ni del cumplimiento de normas internacionales, sino de su compatibilidad con la cadena de valor estadounidense.

La ESN lo formula con claridad técnica y retórica hegemónica:

“Negaremos a competidores no hemisféricos la capacidad de posicionar fuerzas u otras capacidades amenazantes, o de poseer o controlar activos estratégicamente vitales, en nuestro Hemisferio” (p.15).

“Los términos de nuestros acuerdos, especialmente con aquellos países que más dependen de nosotros y sobre los que, por tanto, tenemos mayor influencia, deben ser contratos de fuente única para nuestras empresas” (p.19).

“Debemos hacer todo lo posible por expulsar a empresas extranjeras que construyan infraestructura en la región” (p.19).

Esto implica que la soberanía de otros se mide por su capacidad para no interferir —y preferiblemente, para facilitar— los intereses vitales de EE.UU.

Llama la atención —y revela una continuidad estructural más profunda que las diferencias retóricas— que tanto el Corolario Roosevelt (1904) como el Corolario Trump (2025) tomen a Venezuela como caso inaugural o ejemplar para justificar su doctrina hemisférica.

En 1902-1903, el bloqueo naval europeo contra Venezuela por impago de deudas sirvió a Roosevelt como casus belli para afirmar que EE.UU., y solo EE.UU., tenía derecho a intervenir en el hemisferio cuando un Estado “incapaz” amenazaba la estabilidad regional.

Hoy, la alianza de Venezuela con actores no hemisféricos —China, Rusia, Irán— y su resistencia a integrarse funcionalmente en la cadena de valor estadounidense cumplen un rol análogo: su capacidad autónoma la convierte en el ejemplo perfecto de desviación del nuevo orden a imponer.

En ambos casos, Venezuela es un pretexto: su existencia permite instaurar una doctrina general —la de la soberanía condicional en 1904, la de la soberanía funcional en 2025— que luego se aplica a todo el hemisferio.

Se trata de usar a Venezuela como modelo para redefinir qué cuenta como orden legítimo y quién decide cuándo ese orden ha sido violado.

Tres desplazamientos estructurales

De la soberanía jurídica a la soberanía funcional

En la tradición westfaliana, la soberanía es un estatus: el monopolio legítimo de la coerción dentro de un territorio reconocido.

En la ESN de la administración Trump, la soberanía es una capacidad operativa: la de alinearse con la infraestructura, logística y estándares que sostienen la reproducción del capital estadounidense.

Un Estado puede ser plenamente reconocido por la ONU, celebrar elecciones y tener control territorial, pero si permite que una empresa china construya un puerto, una mina o una red 5G, su soberanía se vuelve funcionalmente ilegítima en los términos del Corolario.

“Algunas influencias serán difíciles de revertir, dada la alineación política entre ciertos gobiernos latinoamericanos y ciertos actores extranjeros” (p.17).

Aquí se cuestiona la validez estructural de los gobiernos dentro de la región, concebida como un espacio de preeminencia estadounidense.

Del control territorial al control infraestructural

La dominación clásica se ejercía sobre el cuerpo del Estado: invasión, ocupación, cambio de régimen. Ahora, de otra manera, la dominación funcional se pretende sobre los medios de producción de la soberanía misma: energía, logística, datos, minerales críticos, estándares técnicos.

Bastaría con, según el nuevo Corolario, controlar el acceso a refinerías y tecnología petrolera (Citgo, Chevron); condicionar el financiamiento a la reversión de contratos con Rusia, Irán o China; ofrecer “ayuda” a cambio de “contratos de fuente única” para empresas estadounidenses.

El poder reside en el control de los nodos que hacen posible cualquier gobierno: energía, infraestructura, minerales, etc.

De la soberanía como derecho a la soberanía como oferta coercitiva

En la tradición liberal y republicana, la soberanía es un derecho inalienable, fundado en la autodeterminación. En la ESN 2025, la soberanía se presenta como una oferta de servicio: EE.UU. “invita” a integrarse en un sistema donde la prosperidad y la estabilidad están garantizadas; siempre y cuando se acepten las condiciones.

“La elección que todos los países deben enfrentar es si quieren vivir en un mundo liderado por EE.UU., de países soberanos y economías libres, o en uno paralelo en el que están influenciados por países al otro lado del mundo” (p. 18).

¿Es una elección libre? La respuesta es, sin duda, negativa. Es estructuralmente incentivada y coercitivamente enmarcada. La soberanía es lo que EE.UU. certifica como compatible con el nuevo orden hemisférico.

El Corolario Trump se rehúsa a negar la existencia de la soberanía estatal, pero la enmarca como capacidad de alineación funcional. Un Estado soberano, en este orden, es aquel que se hace disponible para la cadena de valor estadounidense; por coacción a través de un diseño institucional, financiero y tecnológico.

Excepcionalidad y el caso-límite venezolano

El Corolario Trump funcionaría, entonces, como una arquitectura del orden posible, que introduce un cambio en el marco de lo posible en el Hemisferio: lo que antes era una decisión soberana —elegir con quién comerciar, con quién aliarse— ahora se convierte en una señal de riesgo o desestabilización.

Su fuerza reside en hacer impensable la desviación, pero con prerrogativa para castigar a quienes lo hacen.

Ya no se trata de que Venezuela no pueda asociarse con China: más bien insiste en que, si lo hace, deja de ser un interlocutor legítimo y, por tanto, cualquier acción contra ella (sanciones, aislamiento, presión militar y diplomática) se vuelve razonable, incluso necesaria.

Este estatus es análogo al homo sacer conceptualizado por el filósofo italiano Giorgio Agamben: puede ser sancionado (bloqueado, aislado, presionado militarmente) sin que eso constituya una “violación de la soberanía” porque, en el lenguaje del Corolario, no está ejerciendo soberanía legítima. Pero tampoco puede ser integrado en el orden, porque su existencia misma —autónoma, no funcional— pervierte la coherencia del sistema.

En este vacío estructural, cualquier medida contra Venezuela se vuelve legítima: las sanciones, así, son medidas de contención; el cerco financiero consiste en un restablecimiento de las condiciones mínimas de estabilidad; y la presión militar no constituye una “agresión” sino prevención de amenazas.

En el marco del despliegue militar estadounidense en el Caribe, las medidas coercitivas contra Venezuela aparecen como operaciones técnicas de gestión del riesgo. El ejército estadounidense ha intensificado patrullajes navales y aéreos en aguas cercanas a Venezuela bajo el rótulo formal de “operaciones antidrogas” con el uso explícito de fuerza letal contra embarcaciones civiles o incorporadas a operaciones comerciales (petroleras) y redes logísticas no militares, algo que la ESN 2025 autoriza como reemplazo de la “estrategia exclusivamente policial de las últimas décadas” (p.16).

En este contexto, las sanciones se presentan como medidas de contención preventiva: la “venta forzosa” de Citgo, por ejemplo, se justifica como impedimento a que activos estratégicos permanezcan bajo control de un gobierno que mantiene alianzas con actores calificados como “adversarios” en la estrategia (p.17).

El cerco financiero —exclusión del sistema Swift, prohibición de transacciones en dólares, etc.— se enmarca como restablecimiento de condiciones mínimas de estabilidad, según el discurso del Departamento del Tesoro, que repite punto por punto la advertencia de la ESN sobre los “costos ocultos en espionaje, ciberseguridad y trampas de deuda” de la cooperación con potencias no hemisféricas (p.18).

Y la presión militar se califica como prevención de amenazas, con base en el mandato de “negar a competidores no hemisféricos la capacidad de controlar activos estratégicamente vitales” (p.15).

En este enmarcamiento, toda acción coercitiva se desplaza del registro político al técnico, basado en un cálculo sobre funcionalidad.

Venezuela encarna el desafío máximo para esta doctrina: es el caso-límite. Mantiene alianzas estratégicas con China, Rusia e Irán; controla recursos críticos sin entregar su gestión a capitales alineados; y ha desarrollado mecanismos de intercambio que eluden el dólar y las cadenas de valor estadounidenses.

En este sentido, el Corolario Trump lo reconoce con franqueza: “Algunas influencias serán difíciles de revertir, dada la alineación política entre ciertos gobiernos latinoamericanos y ciertos actores extranjeros” (p.17).

Venezuela funciona como precedente, pues demuestra que es posible sostener una política exterior autónoma, aun bajo presión coercitiva prolongada.

Lo hemos podido confirmar, a la luz del documento analizado: el cerco no busca solo un cambio de gobierno: sobre todo impone la invalidación del modelo a favor de la excepcionalidad estadounidense: probar que ningún país puede sostenerse fuera del orden de la soberanía selectiva trazada por la nueva doctrina. Cambio regional tras el cambio de régimen.

El Corolario Trump es una tecnología de producción de lo excluible: introduce una nueva forma de medir la legitimidad según la alineación con la cadena de valor estadounidense.

EE.UU. se reserva el derecho a decidir cuáles activos son “estratégicamente vitales”, cuáles alianzas constituyen “riesgo sistémico” y cuáles gobiernos, aunque soberanos, deben ser tratados como anomalías.

La verdadera novedad no es que EE.UU. imponga su voluntad sobre otros, ya se sabe. Es que decide, unilateralmente, qué tipo de decisiones de otros países cuentan como legítimas. Y cuáles, aunque sean soberanas, se tratan como amenazas. Vulgar alcabalismo imperial.

Es (otra vez) la economía, estúpido

Si bien la política excepcionalista de EE.UU. cobraría un nuevo fuelle con la redefinición de la soberanía y la “legitimidad” en el marco de un orden hemisférico que solo prioriza los intereses del poder en Washington, se debe entender su proceder retórico en el marco de la ofensiva económica que aparentemente interesa a Trump.

Así, el documento trata al hemisferio occidental como un espacio de oportunidad estratégica: un mercado en formación, una base industrial potencial, una red de cadenas de suministro y lo más aproximado a un paraíso fiscal con leyes laborales laxas que, si se gobierna desde Washington, puede reducir drásticamente la dependencia estadounidense de Asia y Europa, tras décadas de globalización neoliberal a destajo.

Para lograrlo, la estrategia se divide en dos movimientos complementarios: reclutar a los socios ya alineados; y expandir la influencia hacia los aún no integrados.

El texto deja claro que la “diplomacia comercial” es la columna vertebral estratégica de la política exterior America First:

“Estados Unidos dará prioridad a la diplomacia comercial para fortalecer nuestra propia economía e industrias, utilizando los aranceles y los acuerdos comerciales recíprocos como herramientas poderosas” (p.16).

Así, configura a EE.UU. como epicentro de una pretendida reindustrialización hemisférica coordinada: busca que sus socios “fortalezcan sus economías nacionales” porque un hemisferio más próspero se convierte en “un mercado cada vez más atractivo para el comercio y la inversión estadounidenses”.

Mientras los socios ganan acceso a tecnología, financiamiento y mercados, EE.UU. gana resiliencia sistémica. El beneficio mutuo no es tal sino asimétrico:

“El fortalecimiento de las cadenas de suministro críticas en este hemisferio reducirá las dependencias y aumentará la resiliencia económica estadounidense” (p.17).

Esto significa que los minerales para baterías, los componentes médicos, los insumos agrícolas y hasta los chips de baja complejidad podrían producirse en cualquier país latinoamericano —y no en China— bajo estándares, patentes y contratos estadounidenses. La “cercanía geográfica” se convierte así en una ventaja estratégica: logística y de control.

Y aunque el enfoque es económico, el Corolario no separa comercio de seguridad: “E incluso mientras damos prioridad a la diplomacia comercial, trabajaremos para fortalecer nuestras alianzas de seguridad, desde la venta de armas hasta el intercambio de inteligencia y los ejercicios conjuntos” (p.17).

La venta de aviones de combate, de drones o de sistemas de vigilancia costera es anclaje funcional bajo un diseño securitario. Cada contrato militar crea dependencia técnica, estandariza protocolos y abre la puerta a contratos civiles —energía, telecomunicaciones, logística— que consolidan la alineación.

El segundo movimiento —expandir— opera donde la alianza no es automática. Allí, EE.UU. no compite en igualdad de condiciones. Por ende, propone una alternativa estructuralmente ventajosa y deslegitima a sus competidores por riesgo sistémico:

“Estados Unidos ha logrado reducir la influencia externa en el hemisferio occidental al demostrar, con especificidad, cuántos costos ocultos —en espionaje, ciberseguridad, trampas de deuda y otras formas— están implícitos en la supuesta ayuda extranjera ‘de bajo costo’” (p.18).

EE.UU. desnaturaliza las políticas de los actores multipolares: China no ofrece cooperación Sur-Sur; ofrece dependencia encubierta. Rusia no construye puertos; instala puntos de vigilancia y acceso logístico. Irán no refinancia petróleo; introduce tecnologías no certificables en mercados globales. La proyección psicopolítica en este caso es notable, con síntomas de trastorno facticio impuesto a otro en el campo de la política exterior estadounidense.

Frente a ello, EE.UU. se presenta como el socio de la soberanía real: “Los productos, servicios y tecnologías estadounidenses son una compra mucho mejor a largo plazo, porque son de mayor calidad y no vienen con las mismas condiciones que la ayuda de otros países” (p.18).

Pero el nuevo Corolario no se conforma con predicar: anuncia la corrección de su propia burocracia para competir: “Reformaremos nuestro propio sistema para agilizar las aprobaciones y las licencias, una vez más, para convertirnos en el socio de primera elección” (p.18).

Esto implica decisiones concretas: reducir los plazos de la Corporación Internacional de Financiamiento para el Desarrollo (DFC) de 18 a 6 meses, flexibilizar los requisitos ambientales de la Corporación del Reto del Milenio (MCC) para proyectos energéticos o permitir que el Banco de Exportación e Importación de los Estados Unidos (Ex-Im Bank) financie contratos “de fuente única” con empresas estadounidenses, como exige el documento (p.19).

Se trata de una estructura coercitiva de incentivos: quien elija el “mundo multipolar” quedará fuera de los sistemas financieros, tecnológicos y logísticos que definen la prosperidad contemporánea.

En este marco, la economía es un ámbito intrínsecamente ligado a la seguridad. Es la trinchera principal de la nueva hegemonía hemisférica. Y Venezuela, por su resistencia a integrarse en esta lógica, representa una excepción política que debe neutralizarse para que el modelo se sostenga.

Reivindicación tardía y retroactiva del Estado-nación: el déficit comercial

De esta manera, el realismo imperial se acaba cuando, al asegurar tenerlas todas consigo, por contraste admite una dramática pérdida de terreno que la obliga a renunciar a una responsabilidad global que solo por su propio socavamiento sostenido es un error. Mientras afirma que la misión persiste, solo que ¿temporalmente? delegada.

Por lo visto, “EE.UU. retiene activos enormes —la economía y el ejército más fuertes del mundo, innovación insuperable, ‘poder blando’ sin rivales, y una trayectoria histórica de beneficiar a nuestros socios y aliados—, que nos facilita competir exitosamente” (p.19), pero requiere dar un paso atrás para poder ser eso que a lo largo de todas estas páginas dice que debe recuperar.

“La diplomacia marca America First busca re-equilibrar las relaciones de comercio global. Le hemos dejado claro a nuestros aliados que el actual déficit en las cuentas de los EE.UU. es insostenible”, y le exige a “otras naciones prominentes”, tras enumerar a Europa, Japón, Corea, Canadá y México, para que “adopten políticas comerciales que ayuden a volver a equilibrar la economía china hacia el consumo doméstico” porque regiones como el sureste asiático, Latinoamérica y Asia occidental solos “no pueden absorber la enorme capacidad de excedentes” de la República Popular (p.22).

Pero además admite, peyorativamente: “EE.UU. y sus aliados todavía no han formulado, mucho menos ejecutado, un plan conjunto para el así llamado ‘Sur Global’” (p.22), pero aun así pretende asumir ese papel rector, no obstante las nuevas definiciones de “soberanía” y “Estado-nación” repasadas hasta ahora.

Pero para Emmanuel Todd, a quien hasta ahora no le ha fallado la puntería, un déficit comercial, sea el estadounidense o el de Europa occidental, conlleva el devenir de poder decirse lapidariamente que “en Occidente, el Estado-nación no existe” (La derrota de Occidente, p.15).

Y alega: “Un déficit sistemático deja obsoleto el concepto de Estado-nación, ya que la entidad territorial en cuestión sólo puede sobrevivir por la percepción de un tributo o una prebenda del exterior, sin contrapartida” (p.16).

Se trata de una estructura que para su funcionamiento necesita de una clase media que funcione como “centro de gravedad” y “sistema nervioso” de una nación mínimamente homogénea bajo ciertos parámetros.

La ESN admite la necesidad, como se vio, de reconstruir la clase media dada la pulverización oligárquica que ha supuesto el sostenido movimiento de capital irrestricto de abajo hacia arriba, a la acumulación por desposesión que además conduce a una competencia encarnizada hacia la cima de la élite.

Esta característica, profundamente desarrollada por algunos, es una señal de crisis que para Todd lo es de desintegración nacional. Los recientes reportes laborales no son nada halagüeños, y a la par de todo esto una oligarquía de la tecnología y la nube, de la economía inmaterial y especulativa asume las riendas, de forma extensiva, en todo el aparato del Estado federal.

A través de este filtro, un documento que mientras reivindica la clase media apela a esta misma constelación corporativa, la de los Tech Bros, para colaborar en tareas de vigilancia ahí donde sea necesario que el garrote actúe, comienza, algorítmicamente, por vigilar y controlar a la propia población doméstica, precisamente esa clase media que esta administración dice defender (p.21).

Sea en su ajuste de visión planetaria o en su dimensión local, de todas las carreras que aspira a echar, el imperio debería cuidarse de cuál de estas dos mencionadas hasta acá pierde primero, más aún cuando la lógica mecanicista con la que delinea su estrategia les impide a sus planificadores calcular las reacciones y consecuencias de este reajuste.

Hegemonía como administración del declive

El anuncio de una gestión disciplinada del retroceso toma su impulso de la urgencia: la certeza de que EE.UU. ya no puede sostener simultáneamente la globalización financiera, el intervencionismo militar y el consenso multilateral que construyó tras 1945.

Frente a esa imposibilidad, el documento propone una solución radical: replegarse para rearmarse. Rechaza cualquier tipo de abandono de la hegemonía y pasa a relocalizarla. El Hemisferio Occidental es el laboratorio de esa operación.

Aquí, no busca restaurar las ruinas imperiales de las décadas pasadas. Propone algo estratégicamente nuevo: un orden funcional con síntomas de reumatismo geopolítico.

Venezuela, en este campo de sentido, es el espejo en el que EE.UU. se reconoce a sí mismo: un Estado que insiste en decidir su destino, aun cuando el costo sea el aislamiento, el cerco financiero y la presión militar permanente. Su persistencia amenaza inusual y extraordinaria su narrativa de inevitabilidad.

Por eso, el cerco y la piratería tiene su razón imperial mientras Venezuela siga siendo el precedente de posibilidad alternativa. Pero en esta lógica late una paradoja letal: cuanto más exige EE.UU. que otros sean “funcionales”, más evidente se vuelve su propia disfunción.

Su economía depende de déficits insostenibles. Su clase media, de la que depende su estabilidad interna, está pulverizada. Su cohesión política, fracturada por una oligarquía tecnocrática que gobierna desde los algoritmos y los fondos de inversión. Y su discurso de America First revela, en el fondo, una profunda inseguridad: es la voz de quien teme perder el control, sin darse cuenta de que la voz de mando se haya descentralizada fuera del “patio trasero”.

El futuro del Hemisferio no se decidirá en el Pacífico, sino en la política que ahora luce disfrazada de gestión técnica y la coerción de incentivo; allí donde se está librando la batalla más decisiva del siglo por las nuevas definiciones de poder.

En la extensión de esta arena, si se quiere civilizatoria, mientras Venezuela siga existiendo —no como potencia, sino como posibilidad—, el orden funcional del imperio en declive no estará completo. Porque anuncia un mundo en el que aún todo está por escribirse.

 

 

 

 

 

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