Il nuovo corollario Monroe: il piano di Trump per dominare l’America Latina

Telma Luzzani

Il governo di Donald Trump ha appena reso noto il suo piano affinché gli USA recuperino il loro posto dominante nel mondo. Sa che non può avere l’egemonia totale, ma chiarisce che non si accontenterà di meno che essere primus inter pares.

“Non possiamo permettere che nessuna nazione sia così dominante da poter minacciare i nostri interessi”, dice la Strategia di Sicurezza Nazionale 2025, un documento che fonda e annuncia le principali azioni dell’impero, per tutto il pianeta, nei prossimi anni.

Il nuovo piano si occupa ampiamente di Cina, Russia e di altri paesi, ma non c’è il minimo dubbio che l’America Latina è il suo spazio vitale e, quindi, il suo principale obiettivo strategico. A differenza dei governi precedenti (democratici e repubblicani), Trump non finge diplomazia e lo esprime in modo crudo: “Ci imporremo nella regione dove e quando ne avremo bisogno”.

Questa nuova fase continentale ha un titolo eloquente: il Corollario Trump della Dottrina Monroe. “Dopo anni di abbandono, gli USA riaffermeranno e applicheranno la Dottrina Monroe per ristabilire la preminenza USA nell’Emisfero Occidentale e proteggere il nostro territorio nazionale ma anche per avere accesso a zone geografiche chiave in tutta la regione. Negheremo ai competitori non-emisferici la capacità di posizionare forze o altre capacità minacciose, o di possedere o controllare beni strategicamente vitali, nel nostro emisfero. Questo ‘Corollario Trump’ della Dottrina Monroe è la potente e logica restaurazione del nostro potere e delle nostre priorità in funzione dei nostri interessi di sicurezza.”

Sebbene alluda alla diplomazia e al potere morbido (“soft power”) non ci sono dubbi che pensano di raggiungere l’obiettivo attraverso la pressione delle armi e per questo, la Casa Bianca sta “riconsiderando la presenza militare nell’Emisfero Occidentale” (come chiamano erroneamente l’America Latina).

Il riformattaggio militare (che il documento di ESN chiama “Preparare ed Espandere”) è già in marcia da mesi. Tutti i paesi soffrono l’accerchiamento imperiale e nella maggior parte dei casi si piegano. Argentina, Ecuador e Perù sono in testa.

Sull’Argentina, solo un paio di esempi. In ottobre, con decreto 697/2025, Javier Milei ha autorizzato l’ingresso di truppe USA per realizzare esercitazioni a Mar del Plata, Puerto Belgrano e Ushuaia, tre punti chiave del Sud America. In agosto il Corpo dei Marines e la Brigata di Fanteria di Marina Australe della Marina Argentina hanno effettuato manovre a Ushuaia, luogo dove gli USA possono accedere alla base come se fosse propria.

Lo stesso con il presidente ecuadoriano Daniel Noboa, che non solo ha dato via libera al Pentagono ma anche ai mercenari della temibile azienda Academi (ex Blackwater) per stabilirsi in territorio dell’Ecuador. Blackwater è accusata di massacrare civili in Iraq e Afghanistan. I mercenari implicati in questi crimini furono condannati alla prigione, ma poi graziati da Trump.

Il Congresso del Perù ha appena autorizzato la presenza del Pentagono nel suo territorio per tutto il 2026. E la militarizzazione dei Caraibi è fin troppo conosciuta. Oltre a un’enorme forza navale nelle acque caraibiche, a novembre, militari nordamericani si sono insediati nelle basi aeree di San Isidro e Aeroporto Internazionale della Repubblica Dominicana e a Trinidad e Tobago. Quest’ultima isola dista appena 11 chilometri dalla costa venezuelana. Lì il Pentagono ha collocato un radar. La prima ministra, Kamla Persad Bissessar, ha ammesso: “Sì, ci sono marines, ci stanno aiutando a migliorare la sorveglianza e l’intelligence per combattere il narcotraffico”.

Se si scorre il testo della Strategia di Sicurezza Nazionale 2025, si capisce con chiarezza che il combattimento al narcotraffico non è altro che una “storia” per i creduloni: gli USA hanno già deciso il loro progetto di dominazione totale per la Nostra America.

Nei capitoli dove la Casa Bianca spiega i piani sulla nostra regione non ci sono ambiguità. Parafrasando Bush figlio (quando dopo gli attentati dell’11 S minacciò: “O siete con noi o siete con i terroristi”), Trump ha avvertito: “La scelta che devono affrontare tutta la regione è se vogliono vivere in un mondo di paesi sovrani ed economie libere guidato dagli USA o in uno parallelo in cui si vedano influenzati da paesi dall’altra parte del mondo”.

Il resto del mondo

L’ESN inizia -come ogni testo trumpiano- con esaltati autoelogi: “Abbiamo tirato il mondo fuori dalla catastrofe” o “Nessun paese nella Storia ha ottenuto cambi così drastici in così poco tempo” (non chiarisce se questi cambi siano stati buoni o cattivi).

Sempre in tono iperbolico, enumera ciò che considera siano i principali successi: eradicare la “follia woke” (o progressismo); combattere l’immigrazione; riuscire a “terminare 8 guerre in 8 mesi”; distruggere la capacità nucleare dell’Iran con il bombardamento “Martello di Mezzanotte” e -il più importante- cambiare gli ideali e la struttura delle Forze Armate USA.

Con la prepotenza di un imperatore condanna all’ostracismo l’idea del cambio climatico e delle “emissioni zero”. Installa, inoltre, come obiettivi da distruggere: l’influenza estera ostile, la “propaganda distruttiva e operazioni d’influenza, la sovversione culturale o qualsiasi altra minaccia per la nostra nazione”.

Trump viene a fare tabula rasa. Per questo non dubita nel ripudiare il “globalismo e il cosiddetto ‘libero commercio’ che hanno svuotato la classe media e la base industriale”, impulsata da tutti i governi statunitensi dal collasso del suo allora rivale, l’Unione Sovietica, e la fine della Guerra Fredda.

Critica anche fortemente le misure adottate dai suoi predecessori in relazione alla Cina. “Sono più di tre decenni di supposizioni erronee:

1) aprire i nostri mercati alla Cina,

2) incoraggiare le aziende USA a investire in Cina e

3) subcontrattare la nostra produzione. La Cina si è arricchita e fatta potente, e ha utilizzato la sua ricchezza e il suo potere a proprio beneficio”, dice il testo dell’ESN.

Le spacconate del magnate-presidente nascondono più insicurezze che certezze. Nel testo, Trump critica i suoi predecessori per voler abbracciare più di quanto potessero e sognare un dominio illimitato. “Bisogna sapere cosa si vuole, calcolare se si hanno gli strumenti per ottenerlo e tracciare un piano realistico”.

In questo quadro, sembrerebbe che il presidente USA pensi a una ridistribuzione delle zone d’influenza del mondo secondo gli attuali equilibri e forze. Gli USA si autoassegnano di imperare sulla nostra. Le domande sono, quindi, se Trump ha tenuto conto della storica resistenza dei popoli latinoamericani, se il caos interno che attraversa il suo paese si ordinerà dietro le parole d’ordine che lui propone e, soprattutto, se ormai non sarà troppo tardi per evitare la decadenza.

Telma Luzzani Argentina, scrittrice e giornalista


El nuevo corolario Monroe: el plan de Trump para dominar América Latina

Telma Luzzani

El gobierno de Donald Trump acaba de dar a conocer su plan para que Estados Unidos recupere su lugar dominante en el mundo. Sabe que no puede tener la hegemonía total, pero aclara que no se conformará con menos que ser primus inter pares.

“No podemos permitir que ninguna nación sea tan dominante que pueda amenazar nuestros intereses”, dice la Estrategia de Seguridad Nacional 2025, un documento que fundamenta y anuncia las principales acciones del imperio, para todo el planeta, en los próximos años.

El nuevo plan se ocupa largamente de China, de Rusia y de otros países, pero no hay la menor duda de que América latina es su espacio vital y, por lo tanto, su principal objetivo estratégico. A diferencias de los gobiernos anteriores (demócratas y republicanos), Trump no finge diplomacia y lo expresa de forma descarnada: “Vamos a imponernos en la región dónde y cuándo lo necesitemos”.

Esta nueva etapa continental tiene un título elocuente: el Corolario Trump de la Doctrina Monroe. “Tras años de abandono, Estados Unidos reafirmará y aplicará la Doctrina Monroe para restablecer la preeminencia estadounidense en el Hemisferio Occidental y proteger nuestro territorio nacional pero también para tener acceso a zonas geográficas clave en toda la región. Negaremos a los competidores no-hemisféricos la capacidad de posicionar fuerzas u otras capacidades amenazantes, o de poseer o controlar activos estratégicamente vitales, en nuestro hemisferio. Este «Corolario Trump» de la Doctrina Monroe es la potente y lógica restauración de nuestro poder y nuestras prioridades en función de nuestros intereses de seguridad.”

Si bien alude a la diplomacia y al poder blando (“soft power”) no caben dudas de que piensan alcanzar el objetivo a través de la presión de las armas y para eso, la Casa Blanca está “reconsiderando la presencia militar en el Hemisferio Occidental” (como mal llaman a América latina).

El reformateo militar (que el documento de ESN llama “Preparar y Expandir”) ya hace meses que está en marcha. Todos los países sufren el acoso imperial y en la mayoría de los casos se doblegan. Argentina, Ecuador y Perú van a la cabeza.

Sobre Argentina, solo un par de ejemplos. En octubre, por decreto 697/2025, Javier Milei autorizó el ingreso de tropas estadounidenses para realizar ejercicios en Mar del Plata, Puerto Belgrano y Ushuaia, tres puntos clave de Sudamérica. En agosto el Cuerpo de Marines y la Brigada de Infantería de la Marina Austral de la Armada Argentina realizaron maniobras en Ushuaia, lugar donde Estados Unidos puede acceder a la base como si fuera propia.

Lo mismo con el presidente ecuatoriano Daniel Noboa, quien no sólo dio vía libre al Pentágono sino también a los mercenarios de la temible empresa Academi (ex Blackwater) para asentarse en territorio de Ecuador. Blackwater está acusado de masacrar civiles en Irak y Afganistán. Los mercenarios implicados en estos crímenes fueron condenados a prisión, pero luego indultados por Trump.

El Congreso de Perú acaba de autorizar la presencia del Pentágono en su territorio durante todo el 2026. Y la militarización del Caribe es por demás conocida. Además de una enorme fuerza naval en aguas caribeñas, en noviembre, militares norteamericanos se instalaron en las bases aéreas de San Isidro y Aeropuerto Internacional de República Dominicana y en Trinidad y Tobago. Esta última isla está apenas a 11 kilómetros de la costa venezolana. Allí el Pentágono colocó un radar. La primera ministra, Kamla Persad Bissessar, admitió: “Sí, hay marines, nos están ayudando a mejorar la vigilancia y la inteligencia para combatir el narcotráfico”.

Si se recorre el texto de la Estrategia de Seguridad Nacional 2025, se entiende con claridad que el combate al narcotráfico no es más que un “cuento” para los ingenuos: Estados Unidos ya tiene decidido su proyecto de dominación total para Nuestra América.

En los capítulos donde la Casa Blanca explica los planes sobre nuestra región no hay ambigüedades. Parafraseando a Bush hijo (cuando después de los atentados del 11 S amenazó: “O están con nosotros o están con los terroristas”), Trump advirtió: “La elección a la que deben enfrentarse toda la región es si quieren vivir en un mundo de países soberanos y economías libres dirigido por Estados Unidos o en uno paralelo en el que se vean influidos por países del otro lado del mundo”.

El resto del mundo

La ESN comienza –como todo texto trumpiano- con exacerbados autoelogios: “Hemos sacado al mundo de la catástrofe” o “Ningún país en la Historia logró cambios tan drásticos en tan poco tiempo” (no aclara si esos cambios fueron buenos o malos).

Siempre en tono hiperbólico, enumera lo que considera son los principales logros: erradicar la “locura woke” (o progresismo); combatir la inmigración; lograr “terminar con 8 guerras en 8 meses”; destruir la capacidad nuclear de Irán con el bombardeo “Martillo de Medianoche” y -el más importante- cambiar los ideales y la estructura de las Fuerzas Armadas estadounidenses.

Con la prepotencia de un emperador condena al ostracismo la idea del cambio climático y de las “emisiones cero”. Instala, además, como objetivos a destruir: la influencia extranjera hostil, la “propaganda destructiva y operaciones de influencia, la subversión cultural o cualquier otra amenaza para nuestra nación”.

Trump viene a hacer borrón y cuenta nueva. Por eso no duda en repudiar al “globalismo y al llamado ‘libre comercio’ que vaciaron a la clase media y a la base industrial”, impulsada por todos los gobiernos estadounidenses desde el colapso de su entonces rival, la Unión Soviética, y el fin de la Guerra Fría.

También critica fuertemente las medidas adoptadas por sus antecesores en relación a China. “Son más de tres décadas de suposiciones erróneas: 1) abrir nuestros mercados a China, 2) alentar a las empresas estadounidenses a invertir en China y 3) subcontratarle nuestra fabricación. China se enriqueció y se hizo poderosa, y utilizó su riqueza y su poder en su propio beneficio”, dice el texto de la ESN.

Las bravuconas del magnate-presidente esconden más inseguridades que certezas. En el texto, Trump critica a sus predecesores por querer abarcar más de lo que podían y soñar con un dominio ilimitado. “Hay que saber qué se quiere, calcular si se tienen las herramientas para conseguirlo y trazar un plan realista”.

En este marco, pareciera que el presidente estadounidense piensa en una redistribución de las zonas ¿de influencia? del mundo según los actuales balances y fuerzas. Estados Unidos se autoasigna imperar sobre la nuestra. Las preguntas son, entonces, si Trump tuvo en cuenta la histórica resistencia de los pueblos latinoamericanos, si el caos interno que atraviesa su país se ordenará detrás de las consignas que él propone y, sobre todo, si ya no será demasiado tarde para evitar la decadencia.

Telma Luzzani Argentina, escritora y periodista

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