Gli USA smantellano la loro stessa creazione: il Cartello dei Soli

Il Dipartimento di Giustizia ritira l’argomento centrale contro il presidente Nicolás Maduro

Misión Verdad

Il Dipartimento di Giustizia USA ha rimosso dall’accusa penale contro il presidente venezuelano Nicolás Maduro, detenuto a New York dal 3 gennaio, una delle sue affermazioni più ripetute e politicamente significative: che egli guidasse un’organizzazione criminale chiamata “Cartello dei Soli”.

La modifica, rivelata dal New York Times, rappresenta una svolta sostanziale in una campagna utilizzata per mesi da Washington come base per giustificare la strategia di pressione contro il Venezuela nei Caraibi.

L’imputazione originale, formulata nel 2020 e successivamente amplificata mediante designazioni del Dipartimento del Tesoro e del Dipartimento di Stato, presentava il presidente Maduro come capo di un cartello del narcotraffico, con capacità operativa transnazionale e l’esplicito scopo di danneggiare gli USA. Tale caratterizzazione fu chiave per diffondere l’idea di “narco-stato” e così legittimare azioni coercitive culminate nel sequestro del presidente venezuelano da parte di forze militari USA.

L’accusa che crolla

In un reportage pubblicato il 5 gennaio, il quotidiano newyorkese dettaglia come il Dipartimento di Giustizia abbia deciso di riformulare l’accusa contro Nicolás Maduro e abbandonare l’affermazione che il “Cartello dei Soli” sia una reale organizzazione criminale. Il giornale ricorda che quell’accusa risale all’imputazione formale presentata da un gran giurì nel 2020, che descriveva una presunta cospirazione pluriennale guidata dal presidente venezuelano per trafficare cocaina verso gli USA.

Quella narrativa fu successivamente rafforzata nel luglio 2025, quando il Dipartimento del Tesoro designò il cosiddetto “Cartello dei Soli” come organizzazione terroristica, copiando il linguaggio dell’accusa originale. Lo scorso novembre, il Segretario di Stato e Consigliere per la Sicurezza Nazionale ad interim, Marco Rubio, ordinò al Dipartimento di Stato di adottare la stessa designazione.

Tuttavia, secondo il Times, da anni esperti in criminalità organizzata e narcotraffico in America Latina (inclusa questa tribuna) hanno messo in dubbio l’esistenza reale di tale cartello come struttura coesa.

Lo stesso giornale sottolinea che, per gli specialisti, il cartello “è in realtà un termine colloquiale, coniato dai media venezuelani negli anni ’90, per riferirsi a funzionari corrotti dal denaro della droga”, più che il nome di un’organizzazione criminale paragonabile ai grandi cartelli della regione. Questa distinzione, a lungo ignorata nel discorso ufficiale USA, alla fine si è imposta sul piano giudiziario.

Dopo il sequestro del presidente Maduro, il Dipartimento di Giustizia ha pubblicato un’accusa riscritta che, secondo il giornale, “sembrava ammettere tacitamente questo punto”. Sebbene i pubblici ministeri mantengano l’imputazione generale per cospirazione finalizzata al traffico di droga, hanno abbandonato l’affermazione che il “Cartello dei Soli” fosse un’organizzazione reale, sostituendola con formulazioni molto più vaghe. La nuova accusa parla ora di un “sistema di clientelismo” e di una “cultura della corruzione” alimentata dal denaro del narcotraffico.

La differenza è anche testuale. Mentre l’accusa del 2020 menzionava il “Cartello dei Soli” 32 volte e descriveva Maduro come suo capo, la versione revisionata lo menziona appena due volte e lo presenta, insieme al comandante Hugo Chávez, come parte di un intreccio clientelare senza una struttura criminale definita. Inoltre, la stessa redazione riconosce che il termine viene utilizzato “in riferimento all’insegna del sole che portano sulle loro uniformi gli alti gradi militari venezuelani”, rafforzandone il carattere simbolico e non organizzativo.

Il reportage sottolinea, inoltre, una contraddizione centrale: le designazioni come organizzazione terroristica non richiedono di essere provate davanti a un tribunale, a differenza di un’accusa penale. Elizabeth Dickinson, vicedirettrice per l’America Latina dell’International Crisis Group, afferma che la nuova accusa è “esattamente fedele alla realtà”, mentre le designazioni politiche “rimangono lontane dalla realtà (…) È chiaro che sapevano di non poterlo dimostrare in tribunale”, aggiunge.

Ciononostante, la narrativa non è stata abbandonata sul piano politico. Un giorno dopo la divulgazione dell’accusa revisionata, Marco Rubio si è riferito nuovamente al “Cartello dei Soli” come a un’organizzazione reale e ha reiterato minacce di attacchi contro imbarcazioni, insistendo sul fatto che il suo presunto leader, Nicolás Maduro, si trovi sotto custodia USA. La dissonanza tra il discorso politico e il riconoscimento giudiziario rivela fino a che punto l’accusa abbia funzionato esclusivamente come strumento di pressione politica.

Quando persino il racconto occidentale riconosce l’assurdo

Il 3 gennaio, consumato il sequestro del mandatario venezuelano e di sua moglie, Cilia Flores, lo stesso Times pubblicò un editoriale che metteva in discussione la legalità e la logica dell’operazione USA in Venezuela. Il dato è rilevante, provenendo da uno dei giornali più influenti dell’establishment politico e mediatico occidentale, solito portavoce del Dipartimento di Stato e delle incursioni imperiali extraterritoriali.

In quel testo, sottolineò che il presidente Trump non aveva offerto una spiegazione coerente né giuridicamente sostenibile sulle sue azioni in Venezuela e ricordò che, conformemente alla Costituzione USA, l’Esecutivo avrebbe dovuto rivolgersi al Congresso. Senza tale approvazione, avvertì il giornale, “le sue azioni violano la legge USA”.

Ma la contestazione più incisiva si diresse alla giustificazione centrale addotta dall’amministrazione Trump: la lotta contro presunti “narco-terroristi”. Sottolinea che tale spiegazione risulta “particolarmente ridicola” nel caso venezuelano, poiché il paese non è un produttore rilevante di fentanil né di altre droghe responsabili dell’epidemia di overdose negli USA, e che la cocaina che transita sul suo territorio ha come destinazione principale l’Europa, non il mercato USA.

Dal mito alla violenza reale

Lo smantellamento tardivo dell’accusa obbliga a tornare sull’origine del cosiddetto “Cartello dei Soli” per comprendere come un’etichetta imprecisa sia finita per diventare il fondamento di azioni militari concrete.

Il termine emerse nel 1993 a partire da due casi puntuali di corruzione all’interno dell’allora Guardia Nazionale venezuelana. Il soprannome alludeva semplicemente alle insegne a forma di sole portate dagli ufficiali coinvolti.

Come documentammo in precedenza, quell’etichetta funzionò fin dall’origine come una costruzione mediatica per riferirsi, in modo generico, a pratiche di corruzione. L’episodio acquisì rilevanza internazionale quando si rivelò la partecipazione della CIA a una fallita operazione di “contrabbando controllato”, che terminò con una tonnellata di cocaina circolante nelle strade USA senza valore di intelligence e senza rilevanti conseguenze giudiziarie in Venezuela. Lo scandalo, noto al programma 60 Minutes come “la cocaina della CIA”, espose tensioni tra agenzie USA.

Con il passare degli anni, e specialmente dopo l’arrivo del comandante Chávez al governo, quell’etichetta fu riciclata e amplificata come arma discorsiva nella confrontazione politica interna ed esterna.

Sulla premessa di combattere il “narco-terrorismo”, l’amministrazione Trump dispiegò nell’ultimo trimestre del 2025 un’operazione di “massima pressione” nei Caraibi che combinò coercizione militare, eccezionalismo giuridico e una narrativa di minaccia esistenziale. In quel quadro, forze USA eseguirono oltre 20 attacchi aerei contro imbarcazioni presumibilmente legate al narcotraffico, senza processi di verifica, senza avvertimenti graduali e senza meccanismi effettivi di rendicontazione.

Circa un centinaio di civili morti in appena 3 mesi fu il bilancio devastante, tra cui pescatori e membri dell’equipaggio venezuelani, colombiani e trinidadiani. L’assenza di tribunali militari, valutazioni di proporzionalità o revisioni successive trasforma quelle operazioni in esecuzioni extragiudiziali, realizzate in nome di una narrativa che oggi lo stesso Dipartimento di Giustizia riconosce di non poter sostenere in tribunale.

Petrolio, emisfero e la confessione di una debolezza egemonica

Le prime dichiarazioni del presidente Trump dopo il sequestro del presidente Maduro terminarono per dissipare ogni ambiguità. Senza invocare il narcotraffico né la democrazia, Trump affermò apertamente che l’obiettivo centrale della sua azione era il petrolio, e che le corporazioni energetiche USA erano pronte a “rivitalizzare” il settore venezuelano.

In un gesto di franchezza eccezionale, Trump arrivò persino a invocare la Dottrina Monroe, una formulazione di politica estera fondata nel XIX secolo, disegnata per subordinare l’America Latina alla sfera di dominazione USA.

Questa sequenza espone una debolezza strutturale del potere USA nello scenario globale. Un egemone sicuro della sua posizione non ha bisogno di sequestrare un capo di Stato, correggere accuse dopo eseguite le operazioni né ricorrere a dottrine anacronistiche per spiegare la sua condotta. L’imposizione con la forza appare, in questo caso, come sostituto di una capacità perduta di costruire legittimità, consenso o persino credibilità narrativa.

Il ritiro del “Cartello dei Soli” conferma che l’apparato di potere USA agì sapendo che il suo racconto non avrebbe resistito allo scrutinio giudiziario. In questo riconoscimento tardivo si delinea il ritratto di un ordine che non può più sostenersi senza ricorrere apertamente alla forza.


Departamento de Justicia retira el argumento central contra el presidente Nicolás Maduro

EE.UU. deshecha su propia creación: el Cartel de los Soles

 

El Departamento de Justicia de los Estados Unidos retiró de la acusación penal contra el presidente venezolano Nicolás Maduro, retenido en Nueva York desde el 3 de enero, una de sus afirmaciones más reiteradas y políticamente significativas: que lideraba una organización criminal llamada el “Cartel de los Soles”.

La modificación, revelada por The New York Times, supone un giro sustantivo en una campaña que durante meses fue utilizada por Washington como sustento para justificar la estrategia de presión contra Venezuela en el Caribe.

La imputación original, formulada en 2020 y luego amplificada mediante designaciones del Departamento del Tesoro y del Departamento de Estado, presentó al presidente Maduro como jefe de un cartel de narcotráfico, con capacidad operativa transnacional y fines explícitos de dañar a Estados Unidos. Esa caracterización fue clave para difundir la idea de “narcoestado” y así legitimar acciones coercitivas que culminaron en el secuestro del presidente venezolano por parte de fuerzas militares estadounidenses.

La acusación que se desmorona

En un reportaje publicado el 5 de enero, el medio neoyorquino detalla cómo el Departamento de Justicia decidió reformular la acusación contra Nicolás Maduro y abandonar la afirmación de que el “Cartel de los Soles” es una organización criminal real. El diario recuerda que esa acusación se remonta a la imputación formal presentada por un gran jurado en 2020, que describía una supuesta conspiración de años liderada por el presidente venezolano para traficar cocaína hacia Estados Unidos.

Esa narrativa fue posteriormente reforzada en julio de 2025, cuando el Departamento del Tesoro designó al llamado “Cartel de los Soles” como organización terrorista, copiando el lenguaje de la acusación original. En noviembre pasado, el secretario de Estado y asesor de Seguridad Nacional interino, Marco Rubio, ordenó al Departamento de Estado adoptar la misma designación.

Sin embargo, según recoge el Times, desde hace años expertos en delincuencia organizada y narcotráfico en América Latina (incluyendo esta tribuna) han cuestionado la existencia real de dicho cartel como estructura cohesionada.

El propio diario señala que, para los especialistas, el cartel “es en realidad un término coloquial, acuñado por los medios de comunicación venezolanos en la década de 1990, para referirse a funcionarios corruptos por el dinero de la droga”, más que el nombre de una organización criminal comparable a los grandes carteles de la región. Esa distinción, largamente ignorada en el discurso oficial estadounidense, terminó imponiéndose en el terreno judicial.

Tras el secuestro del presidente Maduro, el Departamento de Justicia publicó una acusación reescrita que, en palabras del periódico, “parecía admitir tácitamente este punto”. Aunque los fiscales mantienen la imputación general por conspiración para traficar drogas, abandonaron la afirmación de que el “Cartel de los Soles” fuera una organización real, reemplazándola por formulaciones mucho más vagas. La nueva acusación habla ahora de un “sistema de clientelismo” y de una “cultura de corrupción” alimentada por el dinero del narcotráfico.

La diferencia también es textual. Mientras la acusación de 2020 mencionaba al “Cartel de los Soles” en 32 ocasiones y describía a Maduro como su líder, la versión revisada apenas lo menciona dos veces y lo presenta, junto con el comandante Hugo Chávez, como partícipe de un entramado de clientelismo sin estructura criminal definida. Incluso, la propia redacción reconoce que el término se utiliza “en referencia a la insignia del sol que llevan en sus uniformes los altos mandos militares venezolanos”, reforzando su carácter simbólico y no organizativo.

El reportaje subraya, además, una contradicción central: las designaciones como organización terrorista no requieren ser probadas ante un tribunal, a diferencia de una acusación penal. Elizabeth Dickinson, subdirectora para América Latina del International Crisis Group, afirma que la nueva acusación es “exactamente fiel a la realidad”, mientras que las designaciones políticas “siguen estando lejos de la realidad (…) Está claro que sabían que no podían demostrarlo ante un tribunal”, añade.

Aún así, la narrativa no ha sido abandonada en el plano político. Un día después de hacerse pública la acusación revisada, Marco Rubio volvió a referirse al “Cartel de los Soles” como una organización real y reiteró amenazas de ataques contra embarcaciones, insistiendo en que su supuesto líder, Nicolás Maduro, se encuentra bajo custodia estadounidense. La disonancia entre el discurso político y el reconocimiento judicial revela hasta qué punto la acusación funcionó exclusivamente como instrumento de presión política.

Cuando incluso el relato occidental reconoce lo absurdo

El 3 de enero, consumado el secuestro del mandatario venezolano y su esposa, Cilia Flores, el propio Times publicó un editorial que cuestionaba la legalidad y la lógica de la operación estadounidense en Venezuela. El dato es relevante, viniendo de uno de los diarios más influyentes del establishment político y mediático occidental, vocero usual del Departamento de Estado y de las incursiones imperiales extraterritoriales.

En ese texto, subrayó que el presidente Trump no había ofrecido una explicación coherente ni jurídicamente sostenible sobre sus acciones en Venezuela y recordó que, conforme a la Constitución estadounidense, el Ejecutivo debía acudir al Congreso. Sin esa aprobación, advirtió el diario, “sus acciones violan la ley estadounidense”.

Pero el cuestionamiento más contundente se dirigió a la justificación central esgrimida por la administración Trump: la lucha contra supuestos “narcoterroristas”. Señala que esa explicación resulta “particularmente ridícula” en el caso venezolano, puesto que el país no es un productor relevante de fentanilo ni de otras drogas responsables de la epidemia de sobredosis en Estados Unidos, y que la cocaína que transita por su territorio tiene como destino principal Europa, no el mercado estadounidense.

Del mito a la violencia real

El desmontaje tardío de la acusación obliga a volver sobre el origen del llamado “Cartel de los Soles” para comprender cómo una etiqueta imprecisa terminó convertida en fundamento de acciones militares concretas.

El término surgió en 1993 a partir de dos casos puntuales de corrupción dentro de la entonces Guardia Nacional venezolana. El apodo aludía simplemente a las insignias en forma de sol que portaban los oficiales involucrados.

Como documentamos anteriormente, aquella etiqueta funcionó desde su origen como una construcción mediática para referirse, de manera genérica, a prácticas de corrupción. El episodio adquirió relevancia internacional cuando se reveló la participación de la CIA en una fallida operación de “contrabando controlado”, que terminó con una tonelada de cocaína circulando en las calles estadounidenses sin valor de inteligencia y sin consecuencias judiciales relevantes en Venezuela. El escándalo, conocido por el programa 60 Minutes como “la cocaína de la CIA”, expuso tensiones entre agencias estadounidenses.

Con el paso de los años, y especialmente tras la llegada del comandante Chávez al gobierno, esa etiqueta fue reciclada y amplificada como arma discursiva en la confrontación política interna y externa.

Bajo la premisa de combatir al “narcoterrorismo”, la administración Trump desplegó en el último trimestre de 2025 una operación de “máxima presión” en el Caribe que combinó coerción militar, excepcionalismo jurídico y una narrativa de amenaza existencial. En ese marco, fuerzas estadounidenses ejecutaron más de veinte ataques aéreos contra embarcaciones presuntamente vinculadas al narcotráfico, sin procesos de verificación, sin advertencias graduales y sin mecanismos efectivos de rendición de cuentas.

Casi un centenar de civiles muertos en apenas tres meses fue el saldo devastador, entre ellos pescadores y tripulantes venezolanos, colombianos y trinitenses. La ausencia de tribunales militares, evaluaciones de proporcionalidad o revisiones posteriores convierte esas operaciones en ejecuciones extrajudiciales, realizadas en nombre de una narrativa que hoy el propio Departamento de Justicia reconoce que no puede sostener ante un tribunal.

Petróleo, hemisferio y la confesión de una debilidad hegemónica

Las primeras declaraciones del presidente Trump tras el secuestro del presidente Maduro terminaron por despejar cualquier ambigüedad. Sin invocar el narcotráfico ni la democracia, Trump afirmó abiertamente que el objetivo central de su acción era el petróleo, y que las corporaciones energéticas estadounidenses estaban listas para “revitalizar” el sector venezolano.

En un gesto de franqueza excepcional, Trump también llegó a invocar la Doctrina Monroe, una formulación de política exterior fundada en el siglo XIX, diseñada para subordinar a América Latina a la esfera de dominación estadounidense.

Esta secuencia expone una debilidad estructural del poder estadounidense en el escenario global. Un hegemón seguro de su posición no necesita secuestrar a un jefe de Estado, corregir acusaciones después de ejecutadas las operaciones ni recurrir a doctrinas anacrónicas para explicar su conducta. La imposición por la fuerza aparece, en este caso, como sustituto de una capacidad perdida para construir legitimidad, consenso o incluso credibilidad narrativa.

La retirada del “Cartel de los Soles” confirma que el aparato de poder estadounidense actuó sabiendo que su relato no resistiría el escrutinio judicial. En ese reconocimiento tardío se dibuja el retrato de un orden que ya no puede sostenerse sin recurrir abiertamente a la fuerza.                     

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