Negli archivi del Dipartimento di Giustizia USA giace una verità scomoda: il “Cartello dei Soli“, presentato nel 2025 come un’organizzazione terroristica guidata da Nicolás Maduro, non è mai esistito al di fuori delle pagine di un dossier politicizzato.
Gli esperti lo sapevano da sempre: era un termine colloquiale per descrivere la corruzione militare legata al narcotraffico, non un cartello strutturato. Tuttavia, è servito da pretesto perfetto.
Mentre Maduro rimane sequestrato negli USA, il suo caso diventa uno specchio che riflette le ombre di uno schema storico. Le conseguenze di queste menzogne non sono astratte: si vedono corpi spezzati, città in rovina e generazioni segnate dal trauma. E il Venezuela, oggi nell’occhio del ciclone, potrebbe ripetere quelle tragedie se non rompiamo il ciclo.
La fabbrica di mostri
La narrazione che giustificò l’invasione militare contro il Venezuela ruotava attorno al “Cartello dei Soli”, presentato da Washington come una struttura terroristica diretta da Maduro. La prova del suo uso come pretesto emerse dopo la cattura di Maduro: l’accusa giudiziaria revisionata abbandonò la caratterizzazione di “organizzazione formale”.
Gli esperti hanno la spiegazione per il cambio. La designazione di stato terrorista che gli USA fanno unilateralmente non deve necessariamente essere giustificata in un tribunale con prove, ma in un processo contro Nicolás Maduro sì.
Non è la prima volta che gli USA creano un pretesto per attaccare un altro paese più vulnerabile. Nel 1964, un incidente navale nel Golfo del Tonchino, messo in discussione e probabilmente esagerato, scatenò una guerra in Vietnam che lasciò 3 milioni di morti e un paese in rovina.
Nel 2003 furono le “armi di distruzione di massa” dell’Iraq. Sebbene quell’armamento non sia mai esistito e gli USA abbiano ammesso la loro menzogna, ciò avvenne solo dopo averlo usato come scusa per un’invasione che uccise oltre 655000 civili e causò l’ascesa dello Stato Islamico.
Forse questi casi sembrano lontani, ma nemmeno l’America Latina è sfuggita all’essere “salvata” dallo Zio Sam. Dal colpo di stato contro Salvador Allende in Cile (1973), orchestrato con il sostegno della CIA, all’invasione di Panama (1989) per catturare Manuel Noriega (casualmente anche lui accusato di narcotraffico), la regione ha sofferto ripetutamente l’imposizione della “sicurezza nazionale” USA sulla sua sovranità.
Come creano il pretesto?
Il processo segue una logica ricorrente.
Prima scelgono un governo che sfidi la loro egemonia o che abbia risorse naturali di loro interesse per trasformarlo nello “Stato canaglia”. Poi lo accusano di essere legato a minacce globali come il terrorismo o il narcotraffico e classificano i suoi dirigenti come dittatori.
Quando hanno spostato l’opinione pubblica contro quel paese e i suoi dirigenti, è il momento di fabbricare il pretesto per un’azione immediata. Questo può essere un “attacco”, le prove di un programma illegale o la presunta repressione contro la popolazione. Infine, si crea una campagna con i grandi media e le organizzazioni internazionali seguendo la logica del “una menzogna ripetuta tante volte si converte in verità”.
Così, quando effettuano l’attacco, hanno già instaurato un intero apparato che servirà a dipingerli come i salvatori della democrazia e dei diritti umani.
Una mappa di sofferenza
Se il Venezuela segue lo stesso percorso degli altri paesi invasi dagli USA, il suo futuro si profila cupo. Il costo di questi interventi viene invariabilmente pagato dai civili. Oltre alle morti e alla distruzione materiale, si documenta uno schema atroce di violenza sessuale come strumento di guerra e terrore.
# In Iraq, dopo la caduta di Saddam Hussein, il caos permise a gruppi come lo Stato Islamico di ridurre in schiavitù sessuale donne yazide. Human Rights Watch ha documentato violenze sistematiche, matrimoni forzati e bambini strappati alle loro madri.
# In Vietnam, soldati USA commisero almeno 20 stupri, comprese aggressioni di gruppo e su minori. Le testimonianze dei veterani descrivono gli stupri come una “procedura operativa normale”.
# In Corea del Sud, durante i decenni dal 1950 al 1980, il governo sudcoreano istituì, gestì e rese operativi bordelli per le truppe USA. Nel 2025, oltre 100 di queste donne costrette a prostituirsi per i soldati hanno citato in giudizio l’esercito USA. Hanno raccontato di pestaggi, abusi sessuali quotidiani e controlli medici forzati. Inoltre, si contano almeno 11 lavoratrici del sesso uccise da truppe americane tra il 1960 e il 2004.
# In Libia, l’intervento della NATO nel 2011 pose fine allo Stato. I mercati degli schiavi riemersero a Tripoli, dove migranti africani – molte donne – vengono venduti e violentati. L’ONU ha riferito nel 2025 che il 70% delle rifugiate subsahariane in Libia ha subito violenza sessuale.
# In America Centrale, il sostegno USA a dittature come quella del Guatemala negli anni ’80 legittimò massacri in cui i soldati violentavano donne indigene per “ripulire” le comunità ribelli. Le Madri di Plaza de Mayo in Argentina cercano ancora i figli desaparecidos dai regimi finanziati da Washington.
Queste non sono “guerre pulite” né “errori collaterali”. La violenza sessuale, in particolare, è stata un’arma deliberata: un metodo per umiliare, controllare e cancellare identità. In Vietnam, veterani USA confessarono di aver partecipato a stupri di gruppo come “punizione” per villaggi sospettati di appoggiare il Vietcong. A El Salvador, negli anni ’80, le forze sostenute dagli USA usarono lo stupro per mettere a tacere gli attivisti.
Cosa garantisce che in Venezuela non accada lo stesso? Quando un esercito straniero occupa un territorio, le donne sono sempre le prime a pagare il prezzo.
Il silenzio che ci condanna
La cosa più agghiacciante di queste storie non è solo la violenza, ma il silenzio che la avvolge. Organizzazioni internazionali, come l’Organizzazione delle Nazioni Unite, hanno chiuso un occhio su questi attacchi per decenni e le vittime sono rimaste semplici “danni collaterali”.
Il Venezuela non deve ripetere il destino dell’Iraq. Ma per evitarlo, la comunità internazionale deve, per una volta, agire con coraggio di fronte agli USA ed esigere trasparenza. Le accuse contro presidenti in carica non possono basarsi su narrazioni modellate da agende politiche e l’immunità presidenziale è uno dei principi fondamentali del diritto internazionale.
Gli USA non sono il re del mondo, Donald Trump non ha il diritto di immischiarsi negli affari interni di nessun paese.
Il Venezuela oggi è uno specchio rotto. Se non ripuliamo i frammenti, continueremo a vedere gli stessi riflessi di dolore, ancora e ancora. La storia non deve per forza ripetersi, ma solo se decidiamo di guardarla in faccia.
El espejo roto: como las mentiras de ayer pueden definir el futuro de Venezuela
En los archivos del Departamento de Justicia estadounidense yace una verdad incómoda: el «Cártel de los Soles», presentado en 2025 como una organización terrorista liderada por Nicolás Maduro, nunca existió más allá de las páginas de un expediente politizado.
Expertos lo sabían desde siempre, era un término coloquial para describir la corrupción militar vinculada al narcotráfico, no un cártel estructurado. Sin embargo, sirvió como pretexto perfecto.
Mientras Maduro permanece secuestrado en Estados Unidos, su caso se convierte en un espejo que refleja las sombras de un patrón histórico. Las consecuencias de estas mentiras no son abstractas: se ven cuerpos rotos, ciudades en ruinas y generaciones marcadas por el trauma. Y Venezuela, hoy en el ojo del huracán, podría repetir esas tragedias si no rompemos el ciclo.
La fábrica de monstruos
La narrativa que justificó la invasión militar contra Venezuela giró en torno al «Cártel de los Soles», presentado por Washington como una estructura terrorista dirigida por Maduro. La prueba de su uso como pretexto apareció tras la captura de Maduro: la acusación judicial revisada abandonó la caracterización de «organización formal».
Los expertos tienen la explicación para el cambio. La designación como estado terrorista que hace Estados Unidos de forma unilateral no tiene por qué estar justificada ante un tribunal con evidencias, pero en un juicio contra Nicolás Maduro sí.
No es la primera vez que Estados Unidos crea un pretexto para atacar a otro país más vulnerable. En 1964, un incidente naval en el Golfo de Tonkin, cuestionado y probablemente exagerado, desencadenó una guerra en Vietnam que dejó tres millones de muertos y un país en ruinas.
En 2003 fueron las «armas de destrucción masiva» de Irak. Aunque ese armamento nunca existió y Estados Unidos admitió su mentira, no fue hasta después de usarlas como excusa para una invasión que mató a más de 655.000 civiles y causó el surgimiento del Estado Islámico.
Tal vez estos casos se ven lejanos, pero Latinoamérica tampoco se ha escapado de «ser salvados» por el Tío Sam. Desde el golpe de Estado contra Salvador Allende en Chile (1973), orquestado con apoyo de la CIA, hasta la invasión de Panamá (1989) para capturar a Manuel Noriega (casualmente también acusado de narcotráfico), la región ha sufrido repetidamente la imposición de la «seguridad nacional» estadounidense sobre su soberanía.
¿Cómo crean el pretexto?
El proceso sigue una lógica recurrente.
Primero escogen un gobierno que desafíe su hegemonía o tenga recursos naturales de su interés para transformarlo en el «Estado villano». Después lo acusan de estar vinculados a amenazas globales como el terrorismo o el narcotráfico y catalogan a sus líderes de dictadores.
Cuando han movido la opinión popular contra ese país y sus dirigentes, llega la hora de fabricar el pretexto para una acción inmediata. Este puede ser un «ataque», las pruebas de un programa ilegal o la supuesta represión contra la población. Finalmente se crea una campaña con los grandes medios de prensa y organizaciones internacionales siguiendo la lógica de «una mentira repetida muchas veces se convierte en verdad».
Así, cuando realizan el ataque, ya tienen instaurada toda una maquinaria que servirá para pintarse como los salvadores de la democracia y los derechos humanos.
Un mapa de sufrimiento
Si Venezuela sigue el mismo camino que el resto de países invadidos por Estados Unidos, su futuro se vislumbra sombrío. El costo de estas intervenciones invariablemente lo pagan los civiles. Más allá de las muertes y la destrucción material, se documenta un patrón atroz de violencia sexual como herramienta de guerra y terror.
En Irak, tras la caída de Saddam Hussein, el caos permitió que grupos como el Estado Islámico esclavizaran sexualmente a mujeres yazidíes. Human Rights Watch documentó violaciones sistemáticas, matrimonios forzados y niños arrancados de sus madres.
En Vietnam, soldados estadounidenses cometieron al menos 20 violaciones, incluyendo agresiones en grupo y a menores. Testimonios de veteranos describen las violaciones como un «procedimiento operativo normal».
En Corea del Sur, durante las décadas de 1950 a 1980, el gobierno surcoreano estableció, gestionó y operó burdeles para las tropas estadounidenses. En 2025, más de cien de estas mujeres forzadas a prostituirse para soldados, demandaron al ejército estadounidense. Relataron palizas, abusos sexuales diarios y controles médicos forzosos. Además, se contabilizan al menos 11 trabajadoras sexuales asesinadas por tropas estadounidenses, entre 1960 y 2004.
En Libia, la intervención de la OTAN en 2011 terminó con el Estado. Los mercados de esclavos resurgieron en Trípoli, donde migrantes africanos —muchos de ellos mujeres— son vendidos y violados. La ONU reportó en 2025 que el 70% de las refugiadas subsaharianas en Libia sufrieron violencia sexual. En Centroamérica, el apoyo estadounidense a dictaduras como la de Guatemala en los 80 legitimó masacres donde soldados violaron a mujeres indígenas para «limpiar» comunidades rebeldes. Las Madres de la Plaza de Mayo en Argentina aún buscan a hijos desaparecidos por regímenes financiados por Washington.
Estas no son «guerras limpias» ni «errores colaterales». La violencia sexual, en particular, ha sido un arma deliberada: un método para humillar, controlar y borrar identidades. En Vietnam, veteranos estadounidenses confesaron haber participado en violaciones colectivas como «castigo» a aldeas sospechosas de apoyar al Viet Cong. En El Salvador, en los 80, las fuerzas respaldadas por EE.UU. usaron la violación para silenciar a activistas.
¿Qué garantiza que en Venezuela no ocurra lo mismo? Cuando un ejército extranjero ocupa un territorio, las mujeres siempre son las primeras en pagar el precio.
El silencio que nos condena
Lo más escalofriante de estas historias no es solo la violencia, sino el silencio que la envuelve. Organizaciones internacionales, como la Organización de Naciones Unidas, han hecho la vista gorda a estos ataques durante décadas y las víctimas han permanecido como simples «daños colaterales».
Venezuela no tiene por qué repetir el destino de Irak. Pero para evitarlo, la comunidad internacional debe, por una vez, actuar con valentía ante Estados Unidos y exigir transparencia. Las acusaciones contra presidentes en funciones no pueden basarse en narrativas moldeadas por agendas políticas y la inmunidad presidencial es uno de los principios básicos del derecho internacional.
Estados Unidos no es el rey del mundo, Donald Trump no tiene derecho a meterse en los asuntos internos de ningún país.
Venezuela hoy es un espejo roto. Si no limpiamos los fragmentos, seguiremos viendo los mismos reflejos de dolor, una y otra vez. La historia no tiene por qué repetirse, pero solo si decidimos mirarla de frente.

