Il disastro illegale degli USA sul sequestro presidenziale

Tra accuse infondate e leggi senza ordine

Un messaggio pubblicato da Donald Trump il 3 gennaio, durante l’esecuzione del bombardamento sul territorio venezuelano, ha introdotto un elemento che trascende la retorica politica e può essere iscritto direttamente nel terreno giuridico.

L’Investitura Presidenziale

In quella pubblicazione, Trump affermò che gli USA avevano condotto “con successo un attacco su larga scala contro il Venezuela e il suo dirigente, il presidente Nicolás Maduro”, aggiungendo che questi era stato “catturato” insieme a sua moglie e trasferito fuori dal paese in collaborazione con forze dell’ordine USA.

Al di là della forma e del canale utilizzati, il contenuto del messaggio proietta una pretesa di ufficialità che non può essere slegata dalla carica ricoperta da chi l’ha emesso né dal contesto operativo a cui allude.

Sebbene il sistema USA solitamente si rifugi in un’ambiguità calcolata tra dichiarazioni personali e pronunciamenti istituzionali, quel gioco burocratico di convenienza non dissolve la gravità del fatto: la pubblicazione rivela, per il suo stesso testo, un’operazione giuridicamente fragile nelle sue fondamenta e, ovviamente, del tutto, manifestamente illegale.

Nel riferirsi espressamente a Nicolás Maduro come Presidente, lo stesso messaggio riconosce la sua condizione di Capo di Stato in carica. Questa menzione ha conseguenze giuridiche dirette.

Nel diritto internazionale consuetudinario, i capi di Stato in carica godono di un’immunità personale assoluta dalla giurisdizione penale di altri Stati. Tale immunità impedisce il loro arresto, detenzione o processo da parte di tribunali stranieri.

Si tratta di un principio radicato in una prassi statale generalizzata e ripetutamente riconosciuto dallo spettro multilaterale, il cui scopo è preservare l’uguaglianza sovrana degli Stati ed evitare che l’esercizio del potere giurisdizionale di uno diventi strumento di dominio su un altro.

Da questa prospettiva, il sequestro di un presidente in carica da parte di forze militari di uno Stato estero, senza il consenso dello Stato colpito né un’autorizzazione espressa del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (ONU), costituisce una violazione diretta dell’immunità sovrana e del principio di uguaglianza sovrana sancito dall’articolo 2(1) della Carta dell’ONU.

A ciò si aggiunge l’infrazione dell’articolo 2(4), che vieta l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato. Lo stesso linguaggio usato da Trump nell’annunciare l’esecuzione di un attacco su larga scala non lascia margine a reinterpretazioni, poiché riconosce un atto di forza armata e ne assume pubblicamente il risultato politico e personale: il sequestro di un capo di Stato.

L’illegalità del caso divenne ancora più evidente quando, dopo essere stato trasferito a New York, Nicolás Maduro comparve davanti al giudice federale Alvin Hellerstein il 5 gennaio e dichiarò di essere il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Tale affermazione costituì l’invocazione esplicita di uno status giuridico protetto dal diritto internazionale. In quel momento, si attivò formalmente un argomento di difesa fondamentale, secondo il quale il tribunale statunitense manca di una giurisdizione penale valida per giudicare un capo di Stato in carica.

L’immunità personale è ampia e assoluta per tutta la durata del mandato e copre sia atti ufficiali che privati, proprio per evitare che i tribunali di uno Stato diventino arbitri del potere politico di un altro.

Il Governo USA sostiene solitamente di non riconoscere Maduro come presidente legittimo. Tuttavia, tale posizione appartiene all’ambito della politica estera del Potere Esecutivo e non costituisce, di per sé, una determinazione automatica e vincolante per l’analisi giuridica internazionale.

L’immunità di capo di Stato non dipende dal riconoscimento unilaterale di un altro paese, ma dalla realtà oggettiva dell’esercizio del potere statale e dal riconoscimento generale all’interno del sistema internazionale.

Qui emerge una contraddizione centrale che indebolisce qualsiasi tentativo di giustificazione giuridica. Non è coerente negare l’immunità presidenziale mentre, allo stesso tempo, si riconosce pubblicamente lo status di Capo di Stato.

Il messaggio di Trump può acquisire valore come contesto probatorio e interpretativo, poiché evidenzia un’ammissione tacita della condizione presidenziale di Maduro ed espone l’incoerenza interna dell’azione USA. Sebbene una pubblicazione sulle reti sociali non crei di per sé obblighi giuridici, può essere utilizzata per dimostrare la contraddizione tra il discorso pubblico del potere politico e le tesi processuali sostenute davanti a un tribunale.

In sintesi, il sequestro e il successivo tentativo di processare un presidente straniero in carica non solo sfidano i principi fondamentali del diritto internazionale, ma mettono a nudo una prassi di extraterritorialità selettiva che erode l’ordine giuridico stesso che gli USA affermano di difendere.

L’attacco su larga scala e la condizione di prigioniero di guerra

L’udienza è stata un arraignment, cioè il primo atto formale del processo penale federale dopo l’arresto di un imputato. Il suo scopo è strettamente procedurale per quanto riguarda la conferma dell’identità, l’informazione delle accuse, la garanzia della conoscenza dei diritti e la registrazione della dichiarazione di colpevolezza o innocenza.

Tutto ciò che è stato detto lì è stato incorporato nel registro ufficiale del tribunale, e proprio per questo acquista una rilevanza che trascende l’apparente routine processuale. In diritto, ciò che viene verbalizzato non evapora: diventa materia prima per future mozioni, allegati e controversie strutturali.

Da questo quadro, la dichiarazione iniziale del presidente Nicolás Maduro: “Sono il presidente della Repubblica del Venezuela e sono sequestrato dal 3 gennaio. Sono stato catturato nella mia casa a Caracas. Mi considero un prigioniero di guerra”, è stata una formulazione giuridica consapevole che introduce, dal primo minuto del processo, un conflitto frontale tra il diritto penale interno USA e il diritto internazionale pubblico.

Affermando la sua investitura presidenziale, denunciando una cattura forzata nel territorio venezuelano e assumendosi come prigioniero di guerra, il presidente Maduro ha lasciato seminata una controversia che non può risolversi entro i ristretti margini di un arraignment, ma che rimane giuridicamente viva nel fascicolo.

La nozione di “attacco su larga scala”, impiegata da Trump nel suo messaggio del 3 gennaio, è centrale per comprendere tale affermazione.

Nel linguaggio del diritto internazionale, un attacco armato di tale natura costituisce l’uso della forza tra Stati. Gli USA non solo hanno riconosciuto di aver impiegato la forza militare contro il Venezuela, ma hanno collegato direttamente tale azione al sequestro del Capo di Stato venezuelano e al suo trasferimento fuori dal paese.

In tale contesto, la qualifica di “prigioniero di guerra” è una conseguenza logica dello stesso discorso statunitense, poiché vi è stato un attacco militare interstatale e una cattura associata a tale uso della forza; il Diritto Internazionale Umanitario si attiva come quadro normativo applicabile.

Il Diritto Internazionale Umanitario, codificato principalmente nelle Convenzioni di Ginevra del 1949, regola proprio le situazioni di conflitto armato. La Terza Convenzione stabilisce un regime dettagliato di protezione per i prigionieri di guerra, imponendo allo Stato cattore (USA) obblighi rigorosi di trattamento umano, rispetto della dignità, divieto di tortura, rappresaglie ed esposizione alla curiosità pubblica, nonché garanzie di alimentazione e assistenza medica.

L’articolo 13 obbliga il cattore, gli USA, a garantire la sicurezza e l’onore del prigioniero in ogni circostanza.

Dichiarandosi “prigioniero di guerra”, il presidente Maduro introduce formalmente questo corpus normativo in un processo che gli USA intendono ridurre a un fascicolo penale ordinario.

Questo scontro fa parte di un’architettura più ampia di contraddizioni.

Da un lato, si esegue un uso non provocato della forza militare, senza l’autorizzazione del Congresso, in aperta tensione con la Costituzione USA, che riserva al Potere Legislativo la facoltà di dichiarare guerra; e con la Legge sui Poteri di Guerra del 1973, che limita severamente la capacità del Presidente di ordinare azioni militari senza approvazione congressuale.

Dall’altro lato, come precedentemente menzionato, si violenta la Carta delle Nazioni Unite, trattato vincolante per gli USA, che vieta la minaccia o l’uso della forza contro un altro Stato salvo che in legittima difesa o con mandato del Consiglio di Sicurezza.

Il risultato è un ritorno, che non viene più dissimulato, a una logica di “diplomazia delle cannoniere”.

Parallelamente, l’impalcatura penale presentata dalla procura rivela una precarietà strutturale. L’indictment (l’accusa) è, in essenza, uno strumento unilaterale di incriminazione (charging instrument) emesso unicamente dal procuratore, redatto senza controllo probatorio preliminare.

Tutto il suo contenuto è allegatorio, poiché non presenta prove fisiche dirette attribuibili al presidente Maduro o alla prima dama Cilia Flores, che è anche deputata, e si appoggia quasi esclusivamente su presunte testimonianze di collaboratori e affermazioni generiche.

La giurisprudenza federale richiede la dimostrazione di un nesso sostanziale e concreto, non speculativo, tra gli accusati e i fatti imputati.

Qui, quel nesso appare diluito, costruito più come un pezzo di una politica rozza sostenuta per anni che come il risultato di un’indagine penale rigorosa.

Questa politica non è nuova. Le accuse si inscrivono in una strategia di pressione prolungata, reiterata e cumulativa, che ha operato per anni senza raggiungere risultati giuridici conclusivi.

Ciò che cambia ora è il punto di ebollizione, è il momento in cui si abbandona la finzione della legalità e si ricorre apertamente alla forza.

In quell’istante, si scopre ciò che per lungo tempo si è cercato di coprire con narrative tecniche ed eufemismi legali. Non ci sono più scuse.

Quel che segue è una manovra di argomenti giuridici destinata a commettere atti illeciti dalla cosmovisione imperiale che subordina il diritto alla convenienza strategica.

La dichiarazione di innocenza del presidente venezuelano adempie, in tale quadro, una funzione processuale chiara, poiché obbliga l’apparato giudiziario a procedere verso la scoperta di prove, abilita la difesa a presentare mozioni pre-processuali, incluse quelle relative a giurisdizione, immunità e soppressione di prove, e colloca il caso nella fase ordinaria del procedimento penale federale.

USA, Paese facinoroso in emergenza

Il caso venezuelano fa parte di un intrico giuridico modellato con cura per decenni dagli USA, basato su ambiguità legali funzionali all’espansione del potere. Questo intrico consente di condizionare scenari, degradare avversari ed eseguire azioni che, sotto un’analisi classica del diritto internazionale, risulterebbero apertamente illecite.

Si tratta, infatti, della produzione deliberata di categorie giuridiche che ridefiniscono l’avversario prima di affrontarlo.

Non è casuale che questa logica appaia già formulata nella Strategia di Sicurezza Nazionale pubblicata alla fine del 2025, documento che opera come una sorta di supra-costituzione per la politica estera USA e come assioma direttore della sua proiezione globale. Lì si consolida una visione in cui determinati Stati cessano di essere trattati come interlocutori sovrani e passano a essere descritti come focolai di instabilità, minacce sistemiche o ambienti ostili all’ordine internazionale che Washington si attribuisce la responsabilità di preservare.

È in questo quadro che si prepara il terreno per il cosiddetto diritto contro-insurrezionale USA. Da questa ottica, il diritto interno cessa di essere un quadro domestico e diventa uno strumento di portata extraterritoriale.

Lo Stato precedentemente delegittimato non è più affrontato come soggetto di diritto internazionale, ma come un attore “ribelle”, “deviato” o “insurrezionale”, suscettibile di essere gestito mediante categorie proprie della sicurezza nazionale e della persecuzione penale, piuttosto che attraverso i limiti classici della sovranità.

Sotto questa logica, un governo estero obiettivo può essere degradato progressivamente, sia nel discorso che sul piano giuridico, fino a cessare di essere trattato come un’autorità sovrana e passare a occupare uno status ambiguo, vicino a quello di un’organizzazione criminale o una minaccia “insurrezionale” contro l'”ordine guidato dagli USA”.

Una volta ottenuto questo spostamento concettuale, il problema cessa di essere gestito in chiave di diritto internazionale e si riconverte in un caso penale USA, sostenuto da interpretazioni espansive e unilaterali di giurisdizione extraterritoriale.

L’operazione è tanto astuta quanto pericolosa, poiché, per prima cosa, si dissolve l’immagine dello Stato, si nega il riconoscimento al governo, si moltiplicano sanzioni illegali di carattere extraterritoriale, si installano accuse reiterate senza sostegno probatorio solido e si costruisce un racconto di illegittimità permanente.

Questo processo, cumulativo e progressivo, è stato applicato senza distinzione partitica. Democratici e repubblicani, con stili diversi ma con lo stesso obiettivo strategico, hanno contribuito per anni a erodere la posizione internazionale del Venezuela, preparando il terreno politico e giuridico affinché, giunto il momento, il ricorso alla forza apparisse come una conseguenza “necessaria” e non come una rottura dell’ordine legale.

In questo quadro, gli USA si presentano a sé stessi come un paese in emergenza costante. Si autodefiniscono, in modo deliberato e sostenuto, come un paese sotto minaccia costante. L’emergenza è una condizione strutturale che giustifica tutto.

La nozione di crisi permanente, sia per terrorismo, narcotraffico, minacce ibride o sfide all'”ordine internazionale”, funziona come carta bianca per espandere le attribuzioni e giustificare ciò che, in circostanze normali, sarebbe giuridicamente inammissibile.

Dall’approvazione dell’Autorizzazione per l’Uso della Forza Militare del 2001, il Potere Esecutivo ha ridefinito sistematicamente operazioni militari transfrontaliere come atti di “applicazione della legge”.

Questo spostamento semantico permette di eludere i limiti costituzionali interni e, allo stesso tempo, svuotare di contenuto le restrizioni del diritto internazionale.

In questo schema, la figura del “nemico” viene ridefinita continuamente. Non è più necessario un avversario statale classico né un conflitto armato dichiarato.

Basta la costruzione giuridica di una minaccia diffusa che suppostamente alteri l'”ordine globale guidato dagli USA” per attivare questo ingranaggio. Da qui deriva l’espansione deliberatamente plasmabile di categorie come Stato canaglia (introdotta dall’amministrazione di George W. Bush nei confronti del Venezuela all’inizio degli anni 2000), così come le nozioni di insurrezione, ribellione, terrorismo o narco-Stato, utilizzate in modo intercambiabile a seconda delle necessità del momento.

Così, ciò che nel diritto internazionale tradizionale allude a forze interne che sfidano il proprio governo, nella pantomima USA si trasforma in qualsiasi attore, statale o meno, che resista o disobbedisca all’architettura dei suoi interessi.

Gli USA non si presentano quindi come aggressori, ma come un attore forzato ad agire, quasi sulla difensiva, in nome della stabilità mondiale.

Il diritto interno USA contiene un insieme di norme progettate per operare al di là delle sue frontiere (come gli Ordini Esecutivi o le Dichiarazioni di Emergenza), permettendo di etichettare governi sovrani come “minacce criminali” o “strutture insurrezionali”, secondo quanto convenga allo scenario politico.

Ciò che legittima sociologicamente questa operazione non è il diritto internazionale, ma il racconto dell’urgenza: uno Stato suppostamente minacciato che agisce perché non ha alternative. L’emergenza, ancora una volta, funziona come scusa giuridica. In definitiva, l’eccezionalità viene normalizzata.

L’amministrazione di Donald Trump spinge il sistema internazionale verso una logica di forza sprovvista di contenimento giuridico. Ma, d’altra parte, la figura del presidente Maduro appare come un Capo di Stato che, sebbene sequestrato e sottoposto a un processo viziato fin dalla sua origine, attiva il diritto internazionale ferito ed espone la fragilità dell’impalcatura imperiale.

Misión Verdad


Entres acusaciones infundadas y leyes sin orden

El desastre ilegal de EE.UU. en torno al secuestro presidencial 

Un mensaje publicado por Donald Trump el 3 de enero, en plena ejecución del bombardeo sobre territorio venezolano, introdujo un elemento que trasciende la retórica política y se puede inscribir directamente en el terreno jurídico.

La investidura presidencial

En esa publicación, Trump afirmó que los Estados Unidos habían llevado a cabo “con éxito un ataque a gran escala contra Venezuela y su líder, el presidente Nicolás Maduro”, añadiendo que este había sido “capturado” junto con su esposa y trasladado fuera del país en colaboración con fuerzas del orden estadounidenses.

Más allá de la forma y del canal utilizado, el contenido del mensaje proyecta una pretensión de oficialidad que no puede desligarse del cargo que ostenta quien lo emitía ni del contexto operativo al que alude.

Aunque el sistema estadounidense suele ampararse en una calculada ambigüedad entre declaraciones personales y pronunciamientos institucionales, ese juego burocrático de conveniencia no disuelve la gravedad del hecho, es decir, la publicación revela, por su propio texto, una operación jurídicamente frágil en sus fundamentos y, por supuesto, en absoluto, manifiestamente ilegal.

Al referirse expresamente a Nicolás Maduro como Presidente, el propio mensaje reconoce su condición de Jefe de Estado en ejercicio. Esa mención tiene consecuencias jurídicas directas.

En el derecho internacional consuetudinario, los jefes de Estado en funciones gozan de inmunidad personal absoluta frente a la jurisdicción penal de otros Estados. Dicha inmunidad impide su arresto, detención o enjuiciamiento por tribunales extranjeros.

Se trata de un principio asentado en la práctica estatal generalizada y reiteradamente reconocido por el espectro multilateral, cuyo propósito es preservar la igualdad soberana de los Estados y evitar que el ejercicio del poder jurisdiccional de uno se convierta en instrumento de dominación sobre otro.

Desde esa perspectiva, el secuestro de un presidente en funciones por fuerzas militares de un Estado extranjero, sin consentimiento del Estado afectado ni autorización expresa del Consejo de Seguridad de las Naciones Unidas (ONU), constituye una violación directa de la inmunidad soberana y del principio de igualdad soberana consagrado en el artículo 2(1) de la Carta de la ONU.

A ello se suma la infracción del artículo 2(4), que prohíbe el uso de la fuerza contra la integridad territorial o la independencia política de cualquier Estado. El propio lenguaje empleado por Trump con anunciar que se ejecutó un ataque a gran escala no deja margen para reinterpretaciones, pues se reconoce un acto de fuerza armada y se asume públicamente su resultado político y personal: el secuestro de un jefe de Estado.

La ilegalidad del caso se hizo aún más evidente cuando, tras ser trasladado a Nueva York, Nicolás Maduro compareció ante el juez federal Alvin Hellerstein el 5 de enero y declaró que era el Presidente de la República Bolivariana de Venezuela.

Esa afirmación constituyó la invocación explícita de un estatus jurídico protegido por el derecho internacional. En ese momento, se activó formalmente un argumento de defensa fundamental, según el cual el tribunal estadounidense carece de jurisdicción penal válida para juzgar a un jefe de Estado en ejercicio.

La inmunidad personal es amplia y absoluta mientras dura el mandato, y cubre tanto actos oficiales como privados, precisamente para evitar que los tribunales de un Estado se conviertan en árbitros del poder político de otro.

El Gobierno de los Estados Unidos suele sostener que no reconoce a Maduro como presidente legítimo. Sin embargo, esa posición pertenece al ámbito de la política exterior del Poder Ejecutivo y no constituye, por sí misma, una determinación automática y vinculante para el análisis jurídico internacional.

La inmunidad de jefe de Estado no depende del reconocimiento unilateral de otro país, sino de la realidad objetiva del ejercicio del poder estatal y del reconocimiento general dentro del sistema internacional.

Aquí emerge una contradicción central que debilita cualquier intento de justificación jurídica. No es coherente negar la inmunidad presidencial mientras, al mismo tiempo, se reconoce públicamente el estatus de Jefe de Estado.

El mensaje de Trump puede adquirir valor como contexto probatorio e interpretativo, ya que evidencia una admisión tácita de la condición presidencial de Maduro y expone la inconsistencia interna de la actuación estadounidense. Aunque una publicación en redes sociales no crea por sí sola obligaciones jurídicas, sí puede ser utilizada para demostrar la contradicción entre el discurso público del poder político y las tesis procesales sostenidas ante un tribunal.

En suma, el secuestro y posterior intento de enjuiciamiento de un presidente extranjero en funciones no solo desafía principios fundamentales del derecho internacional, sino que desnuda una práctica de extraterritorialidad selectiva que erosiona el propio orden jurídico que Estados Unidos afirma defender.

El ataque a gran escala y la condición de prisionero de guerra

La audiencia fue un arraignment, es decir, el primer acto formal del proceso penal federal tras la detención de un acusado. Su finalidad es estrictamente procedimental en cuanto a confirmar identidad, informar cargos, garantizar conocimiento de derechos y registrar la declaración de culpabilidad o inocencia.

Todo lo que allí se dijo quedó incorporado al registro oficial del tribunal, y precisamente por eso adquiere una relevancia que trasciende la aparente rutina procesal. En derecho, lo que se asienta en actas no se evapora: se convierte en materia prima para futuras mociones, alegatos y controversias estructurales.

Desde ese marco, la declaración inicial del presidente Nicolás Maduro: “Soy presidente de la República de Venezuela y estoy secuestrado desde el 3 de enero. Fui capturado en mi casa en Caracas. Me considero un prisionero de guerra”, fue una formulación jurídica consciente que introduce, desde el primer minuto del proceso, un conflicto frontal entre el derecho penal interno estadounidense y el derecho internacional público.

Al afirmar su investidura presidencial, denunciar una captura forzada en territorio venezolano y asumirse como prisionero de guerra, el presidente Maduro dejó sembrada una controversia que no puede resolverse dentro de los estrechos márgenes de un arraignment, pero que queda jurídicamente viva en el expediente.

La noción de “ataque a gran escala”, empleada por Trump en su mensaje del 3 de enero, es central para comprender esa afirmación.

En el lenguaje del derecho internacional, un ataque armado de esa naturaleza constituye el uso de la fuerza entre Estados. Estados Unidos no solo reconoció haber empleado fuerza militar contra Venezuela, sino que vinculó directamente esa acción con el secuestro del Jefe de Estado venezolano y su traslado fuera del país.

En ese contexto, la calificación de “prisionero de guerra” es una consecuencia lógica del propio discurso estadounidense, debido a que hubo un ataque militar interestatal y una captura asociada a ese uso de la fuerza; el Derecho Internacional Humanitario se activa como marco normativo aplicable.

El Derecho Internacional Humanitario, codificado principalmente en los Convenios de Ginebra de 1949, regula precisamente las situaciones de conflicto armado. El Tercer Convenio establece un régimen detallado de protección para los prisioneros de guerra, imponiendo al Estado captor (Estados Unidos) obligaciones estrictas de trato humano, respeto a la dignidad, prohibición de tortura, represalias y exposición a la curiosidad pública, así como garantías de alimentación y atención médica.

El artículo 13 obliga al captor, Estados Unidos, a garantizar la seguridad y el honor del prisionero en toda circunstancia.

Al declararse “prisionero de guerra”, el presidente Maduro introduce formalmente este cuerpo normativo en un proceso que Estados Unidos pretende reducir a un expediente penal ordinario.

Este choque forma parte de una arquitectura más amplia de contradicciones.

Por un lado, se ejecuta un uso no provocado de la fuerza militar, sin autorización del Congreso, en abierta tensión con la Constitución estadounidense, que reserva al Poder Legislativo la facultad de declarar la guerra; y con la Ley de Poderes de Guerra de 1973, que limita severamente la capacidad del Presidente para ordenar acciones militares sin aprobación congresual.

Por otro lado, como se mencionó previamente, se violenta la Carta de las Naciones Unidas, tratado vinculante para Estados Unidos, que prohíbe la amenaza o el uso de la fuerza contra otro Estado salvo en defensa propia o con mandato del Consejo de Seguridad.

El resultado es un retorno, que ya no se disimula, a una lógica de “diplomacia de las cañoneras”.

En paralelo, el andamiaje penal presentado por la fiscalía revela una precariedad estructural. El indictment (la acusación) es, en esencia, un charging instrument unilateral (un instrumento de acusación penal emitido únicamente por el fiscal), redactado sin control probatorio previo.

Todo su contenido es alegacional, pues no presenta pruebas físicas directas atribuibles al presidente Maduro o a la primera dama Cilia Flores, quien además es diputada, y se apoya casi exclusivamente en supuestos testimonios de cooperantes y afirmaciones genéricas.

La jurisprudencia federal exige la demostración de un nexo sustancial y concreto, no especulativo, entre los acusados y los hechos imputados.

Aquí, ese nexo aparece diluido, construido más como pieza de una política palurda sostenida durante años que como resultado de una investigación penal rigurosa.

Esa política no es nueva. Las acusaciones en contra se inscriben en una estrategia de presión prolongada, reiterada y acumulativa, que ha operado durante años sin alcanzar resultados jurídicos concluyentes.

Lo que cambia ahora es el punto de ebullición, es el momento en que se abandona la ficción de la legalidad y se recurre abiertamente a la fuerza.

En ese instante, se destapa lo que durante mucho tiempo se intentó cubrir con narrativas técnicas y eufemismos legales. Se acabaron las excusas.

Lo que sigue es una maniobra de alegatos jurídicos destinada a cometer actos ilícitos desde la cosmovisión imperial que subordina el derecho a la conveniencia estratégica.

La declaración de inocencia del presidente venezolano cumple, en ese marco, una función procesal clara, debido a que obliga al aparato judicial a avanzar hacia el descubrimiento de pruebas, habilita a la defensa a presentar mociones previas al juicio, incluidas las relativas a jurisdicción, inmunidad y supresión de pruebas, y sitúa el caso en la fase ordinaria del procedimiento penal federal.

Estados Unidos, país facineroso en emergencia

El caso venezolano forma parte de un entramado jurídico cuidadosamente moldeado durante décadas por los Estados Unidos, basado en ambigüedades legales funcionales a la expansión del poder. Ese entramado permite condicionar escenarios, degradar adversarios y ejecutar acciones que, bajo un análisis clásico del derecho internacional, resultarían abiertamente ilícitas.

De hecho, se trata de la producción deliberada de categorías jurídicas que redefinen al adversario antes de enfrentarlo.

No es casual que esta lógica aparezca ya formulada en la Estrategia de Seguridad Nacional publicada a finales de 2025, documento que opera como una suerte de supra-constitución para la política exterior estadounidense y como axioma rector de su proyección global. Allí se consolida una visión en la que determinados Estados dejan de ser tratados como interlocutores soberanos y pasan a ser descritos como focos de inestabilidad, amenazas sistémicas o entornos hostiles al orden internacional que Washington se atribuye la responsabilidad de preservar.

Es en ese marco donde se prepara el terreno para el llamado derecho contrainsurgente estadounidense. Desde esa óptica, el derecho interno deja de ser un marco doméstico y se convierte en una herramienta de alcance extraterritorial.

El Estado previamente deslegitimado ya no es abordado como sujeto de derecho internacional, sino como un actor “rebelde”, “desviado” o “insurgente”, susceptible de ser gestionado mediante categorías propias de la seguridad nacional y la persecución penal, más que a través de los límites clásicos de la soberanía.

Bajo esta lógica, un gobierno extranjero objetivo puede ser degradado progresivamente, tanto en el discurso como en el plano jurídico, hasta dejar de ser tratado como una autoridad soberana y pasar a ocupar un estatus ambiguo, cercano al de una organización criminal o una amenaza “insurgente” contra el “orden liderado por Estados Unidos”.

Una vez logrado ese desplazamiento conceptual, el problema deja de gestionarse en clave de derecho internacional y se reconvierte en un caso penal estadounidense, sustentado en interpretaciones expansivas y unilaterales de jurisdicción extraterritorial.

La operación es tan astuta como peligrosa, ya que, primero, se diluye la imagen del Estado, se niega el reconocimiento al gobierno, se multiplican sanciones ilegales de carácter extraterritorial, se instalan acusaciones reiteradas sin sustento probatorio sólido y se construye un relato de ilegitimidad permanente.

Ese proceso, acumulativo y progresivo, fue aplicado sin distinción partidista. Demócratas y republicanos, con estilos distintos pero con un mismo objetivo estratégico, contribuyeron durante años a erosionar la posición internacional de Venezuela, preparando el terreno político y jurídico para que, llegado el momento, el recurso de la fuerza apareciera como una consecuencia “necesaria” y no como una ruptura del orden legal.

En este marco, Estados Unidos se presenta a sí mismo como un país en emergencia constante. Se autodefine, de manera deliberada y sostenida, como un país bajo amenaza constante. La emergencia es una condición estructural que justifica todo.

La noción de crisis permanente, ya sea por terrorismo, narcotráfico, amenazas híbridas o desafíos al “orden internacional”, funciona como carta blanca para expandir atribuciones y justificar lo que, en circunstancias normales, sería jurídicamente inadmisible.

Desde la aprobación de la Autorización para el Uso de la Fuerza Militar de 2001, el Poder Ejecutivo ha redefinido sistemáticamente operaciones militares transfronterizas como actos de “aplicación de la ley”.

Este desplazamiento semántico permite eludir los límites constitucionales internos y, al mismo tiempo, vaciar de contenido las restricciones del derecho internacional.

En este esquema, la figura del “enemigo” se redefine continuamente. Ya no es necesario un adversario estatal clásico ni un conflicto armado declarado.

Basta la construcción jurídica de una amenaza difusa que supuestamente altere el “orden global liderado por Estados Unidos” para activar ese engranaje. De allí deriva la expansión deliberadamente moldeable de categorías como Estado forajido (introducida por la administración de George W. Bush a Venezuela a comienzos de la década del 2000), así como las nociones de insurgencia, rebeldía, terrorismo o narcoestado, utilizadas de manera intercambiable según las necesidades del momento.

Así que, lo que en el derecho internacional tradicional alude a fuerzas internas que desafían a su propio gobierno, en la pantomima estadounidense se transforma en cualquier actor, estatal o no, que resista o desobedezca la arquitectura de sus intereses.

Estados Unidos no se presenta entonces como agresor, sino como un actor forzado a actuar, casi a la defensiva, en nombre de la estabilidad mundial.

El derecho interno estadounidense contiene un conjunto de normas diseñadas para operar más allá de sus fronteras (como las Órdenes Ejecutivas o Declaraciones de Emergencia), permitiendo etiquetar a gobiernos soberanos como “amenazas criminales” o “estructuras insurgentes”, según convenga al escenario político.

Lo que legitima sociológicamente esta operación no es el derecho internacional, sino el relato de urgencia: un Estado supuestamente amenazado que actúa porque no tiene alternativa. La emergencia, una vez más, funciona como coartada jurídica. En definitiva, la excepcionalidad se normaliza.

La administración de Donald Trump empuja al sistema internacional hacia una lógica de fuerza desprovista de contención jurídica. Pero, por otro lado, la figura del presidente Maduro aparece como un Jefe de Estado que, aun secuestrado y sometido a un proceso viciado desde su origen, activa al golpeado derecho internacional y expone la fragilidad del andamiaje imperial.

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