Procure e polizie dell’ordine globale
Una delle risorse più ricorrenti di Washington per affrontare i conflitti internazionali è stata quella di presentarli in chiave giudiziaria, come se si trattasse di procedure ordinarie di sicurezza interna. Questa logica è stata esposta nel messaggio pubblicato dall’allora procuratore generale degli USA Bill Barr (NdT: l’articolo originale in spagnolo menziona erroneamente Pam Bondi, ex procuratrice generale della Florida) sulle reti sociali, in cui informava che il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie erano stati formalmente incriminati dal Tribunale Distrettuale USA per il Distretto Sud di New York.
Al di là del contenuto delle accuse, ciò che è significativo è stato il modo in cui l’annuncio è stato formulato: Barr omise deliberatamente l’investitura presidenziale di Maduro e lo descrisse come un sospetto criminale, accusato di “cospirazione narcoterroristica”, “cospirazione per importare cocaina” e reati legati al traffico d’armi, tra gli altri. Questo dettaglio sposta un presidente eletto e riconosciuto nel sistema internazionale verso la categoria di delinquente comune soggetto alla giurisdizione penale domestica USA.
Questo spostamento è il punto di partenza del professor Zheng Ge (della Facoltà di Giurisprudenza KoGuan, Università Jiao Tong di Shanghai) nel suo articolo “Quando le guerre di aggressione si convertono in ‘applicazione della legge’: la logica imperiale della legge statunitense di controinsurrezione”. A partire dal caso del mandatario venezuelano, e dalla formulazione che lo trasforma in criminale piuttosto che in autorità sovrana, Zheng esamina una trasformazione più ampia: lo sviluppo, dagli attentati dell’11 settembre 2001, di tecniche giuridiche che permettono di presentare interventi militari, operazioni di cattura transfrontaliera e politiche di pressione internazionale come procedure di polizia o giudiziarie, eludendo così le restrizioni tradizionali del diritto internazionale sull’uso della forza.
“Nel discorso giuridico statunitense, quando può il capo di Stato legittimo di uno Stato sovrano essere spogliato della sua identità politica e, invece, sottoposto alla giurisdizione dei tribunali nazionali statunitensi come un delinquente comune?”
Il linguaggio giudiziario che intende sostituire la guerra
Il primo movimento dell’articolo di Zheng Ge consiste nello spostare il focus del caso verso una domanda più ampia: quali condizioni dottrinali permettono che un’operazione di forza, concepita fin dalla sua origine come intervento transfrontaliero, possa essere narrata giuridicamente come una pratica ordinaria di “applicazione della legge”? Nella lettura, questa svolta non avviene in modo spontaneo né dipende solo dalla volontà politica contingente di un’amministrazione, ma è ancorata a un processo sostenuto di reinterpretazione legale che si consolida negli USA a partire dall’11 settembre 2001.
Il punto di svolta si situa nell’Autorizzazione all’Uso della Forza Militare contro i Terroristi (AUMF) approvata quello stesso anno, che aprì un margine di azione straordinario per il potere esecutivo e servì da base per una serie di memorandum e pareri dell’Ufficio del Consulente Legale del Dipartimento di Giustizia. In questo quadro, Washington cominciò a ridefinire sistematicamente certe operazioni militari straniere come persecuzione legale e non come guerra nel senso tradizionale.
Inquadrando l’uso della forza come se fosse polizia e non guerra, gli USA riducono o eludono i quadri normativi che normalmente si attiverebbero in uno scontro interstatale, sia in termini di diritto internazionale che di obblighi interni di controllo e rendicontazione.
“Dall’approvazione dell’Autorizzazione all’Uso della Forza Militare contro i Terroristi nel 2001, il potere esecutivo USA ha ridefinito sistematicamente certe operazioni militari transfrontaliere come ‘persecuzione della legge’ invece che guerra nel senso tradizionale, attraverso una serie di memorandum legali e pareri dell’Ufficio del Consulente Legale del Dipartimento di Giustizia”.
Zheng identifica l’elemento chiave dell’operazione: cambiare la natura giuridica dell’uso della forza attraverso tecniche interpretative. Presentandosi come azione di “applicazione della legge”, l’intervento viene comunicato come una procedura normalizzata per perseguire minacce, con pretesa di giurisdizione globale. Nella pratica, questa dottrina getta un ponte tra le categorie del combattimento e quelle del diritto penale, e permette che il linguaggio giudiziario sostituisca la terminologia della guerra.
In questo contesto, la categoria che abilita l’espansione è il concetto di insurrezione, che Zheng mostra come oggetto di una trasformazione profonda. Nel diritto internazionale tradizionale, l’insurrezione è una figura interna, in cui forze armate all’interno di uno Stato sfidano il governo costituito. La retorica legale statunitense ha esteso questa nozione verso un piano transnazionale, ridefinendola come sfida all'”ordine internazionale” da parte di attori non statali, e abilitando così gli USA a posizionarsi come una forza esterna “convocata” o “invitata” ad assistere nella controinsurrezione.
L’idea di fondo si articola in un’espressione che attraversa il testo: “legge di controinsurrezione”. Zheng è attento nel precisare che si tratta di una descrizione teorica dello “stato di diritto relazionato con l’esterno” degli USA. Cioè, un insieme di norme, dottrine e pratiche giuridiche interne che si proiettano verso altri Stati, attribuendo loro categorie politiche e legali utili per la strategia USA. Secondo l’autore, queste leggi possono etichettare governi legittimi come insorti, o riconoscere forze ribelli come rappresentanti legittimi, a seconda del loro allineamento con l’ordine internazionale definito da Washington.
“Il diritto interno degli USA contiene molte leggi dirette verso altri stati sovrani e le loro regioni… ciò che rivela è che l’ordine perturbato dagli ‘insorti’ non è l’ordine interno di uno stato sovrano specifico, bensì l’ordine globale guidato dagli USA”.
Di conseguenza, il diritto funziona come un dispositivo di classificazione geopolitica, che stabilisce chi è parte del sistema “normale” e chi diventa un’anomalia perseguibile, permettendo di criminalizzare, isolare e degradare attori politici sovrani sotto un vocabolario di legalità, abilitando sanzioni, blocchi, accuse, ordini di cattura e azioni di pressione come se si trattasse di strumenti neutrali di giustizia.
La sovranità riconfigurata
L’operazione contro il governo venezuelano è iniziata molto prima che si dispiegasse l’operativo militare o venisse emesso l’ordine di cattura. È iniziata con una forma specifica di classificare il conflitto. Presentando la disputa politica internazionale come se fosse un affare penale ordinario, il diritto USA ha spostato il terreno dello scontro dal quadro del diritto internazionale, dove valgono la sovranità, l’immunità e il divieto dell’uso della forza, verso il quadro del diritto interno degli USA, dove il linguaggio dominante è quello della persecuzione criminale e della giurisdizione extraterritoriale.
La chiave è la creazione di uno status legale ibrido, una formula che combina due logiche normalmente incompatibili.
“L’astuzia di questa logica legale risiede nella creazione di uno ‘status legale ibrido’: invoca certe regole del diritto dei conflitti armati per giustificare l’uso della forza letale, applicando allo stesso tempo standard di applicazione della legge più flessibili in materia di giurisdizione, procedure di detenzione e revisione degli obiettivi”.
L’efficacia di questo ibrido risiede nel fatto che permette di muoversi tra due quadri normativi senza essere pienamente sottomessi a nessuno dei due: né alle limitazioni strette della guerra interstatale, né alle garanzie processuali proprie del diritto penale interno.
Questo spostamento abilita operazioni militari o di cattura che, se fossero nominate come guerra, richiederebbero autorizzazioni e attiverebbero obbligazioni specifiche, ma che, presentandosi come “polizia”, possono essere eseguite con un margine più ampio di discrezionalità.
Ciò che è decisivo è che questa architettura permette di sostituire un conflitto politico con una caratterizzazione penale individualizzata. Non è necessario dichiarare guerra né riconoscere la belligeranza, basta designare certi attori come membri di reti criminali internazionali attraverso processi amministrativi interni e, con ciò, trasformare la questione in una persecuzione penale.
“Una volta completata questa caratterizzazione legale, tutta l’operazione passa dal quadro del diritto internazionale alla giurisdizione del diritto penale nazionale statunitense. Maduro non è più il capo di uno Stato sovrano, ma un ‘delinquente fuggitivo’, un sospetto di un reato che può essere perseguito globalmente, estradato e giudicato nei tribunali USA”.
Zheng sostiene che non si tratta di un’innovazione recente; questa pratica si collega a una genealogia storica che rimanda alla Legge per la Soppressione della Pirateria del 1819, dove si autorizzava a catturare i pirati in alto mare. La modernizzazione di quello schema ha sostituito “pirati” con “terroristi internazionali” o “capi criminali transnazionali”, e l'”alto mare” con i cosiddetti “spazi senza governo”.
“Nel caso di al-Awlaki del 2011, il governo USA invocò con successo questa logica per realizzare un attacco con droni contro un cittadino statunitense in Yemen, argomentando che l’operazione costituiva ‘assistenza alle forze dell’ordine’ su invito del governo yemenita, applicando così la regola della ‘fuga dalla giurisdizione’. Sebbene la Corte d’Appello del Circuito di Washington D.C. abbia respinto il caso sostenendo la mancanza di legittimazione attiva dei querelanti, sostenne tacitamente il quadro legale del governo nella sua sentenza, cioè che, purché un’operazione si presenti come un’attività antiterroristica contro attori non statali, non genera necessariamente obblighi di informazione in virtù della Risoluzione sui Poteri di Guerra. Questa sentenza trasformò essenzialmente le operazioni militari all’estero in ‘applicazione della legge’ secondo il quadro giuridico interno, creando un precedente legale per successive operazioni di cattura transfrontaliere”.
Nel caso del presidente Maduro, le accuse invocate dal Dipartimento di Giustizia sono basate su reati previsti nei Titoli 18 e 21 del Codice degli USA. Ciò implica che la giurisdizione che reclama Washington non dipende da trattati internazionali né da autorizzazioni delle Nazioni Unite, ma da un’espansione unilaterale della sua giurisdizione penale fuori dal suo territorio. Per sostenere questa espansione, gli USA ricorrono a dottrine come quella degli effetti e il principio di protezione: se una condotta ha effetti sostanziali sul territorio USA, colpisce cittadini statunitensi o minaccia la sua sicurezza nazionale, i tribunali possono dichiararsi competenti senza importare la nazionalità dell’accusato né dove siano avvenuti i fatti.
Ma perché questa logica funzioni, gli USA cambiano anche il significato di sovranità. Invece di riconoscere come legittimo un governo perché controlla effettivamente il suo territorio, introduce un altro criterio che consiste nel valutare se quel governo si adegui o meno alle cosiddette norme legittime dell’ordine internazionale, definite da Washington. Con questo metro, il mondo si divide tra Stati responsabili, che si allineano con quell’ordine, e Stati ribelli, che lo sfidano.
La coercizione legale come rifugio dell’egemonia in declino
La conclusione di Zheng si articola attorno all’idea centrale che gli USA hanno costruito un modello di potere che si sostiene sull’egemonia del discorso legale e sulla capacità di proiettare il suo diritto interno verso l’esterno. Sotto questa logica, il diritto funziona come uno strumento per ordinare gerarchie nel sistema internazionale, ridefinire la sovranità come uno status condizionato e convertire dispute politiche in cause penali domestiche con pretesa globale.
L’aggressione contro il Venezuela appare così come un esempio emblematico di questa architettura. Degradando un capo di Stato alla categoria di “delinquente fuggitivo”, l’espediente penale diventa un meccanismo di riorganizzazione della legittimità internazionale. Si apre la possibilità di non riconoscere autorità sovrane, giustificare sanzioni, restringere vincoli diplomatici e presentare la coercizione come una pratica di legalità.
Questo spostamento si situa nel contesto della multipolarità emergente. Man mano che Washington affronta maggiori ostacoli nel sostenere le sue azioni attraverso meccanismi multilaterali, ricorre con maggior forza al suo stesso apparato giuridico come via per imporre obiettivi strategici senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza o altri quadri internazionali.
“Il caso di Maduro (…) segna l’abbandono totale da parte degli USA dei suoi sforzi per mantenere l’ordine internazionale mediante meccanismi multilaterali, ricorrendo invece all’egemonia giuridica unilaterale per promuovere la sua strategia globale. La radice di questo cambiamento risiede nel declino del potere relativo degli USA e nella tendenza alla multipolarizzazione del sistema internazionale”.
La dimensione più grave di questa logica si esprime nelle sue conseguenze sistemiche. L’uguaglianza sovrana, l’immunità dei capi di Stato e la non ingerenza rimangono indeboliti quando uno Stato potente si arroga la potestà di definire chi è legittimo e chi deve essere trattato come obiettivo criminale. A questo punto, il diritto internazionale diventa uno strumento di dominazione politica, disponibile per riorganizzare l’ordine globale sotto criteri determinati unilateralmente.
“Le azioni degli USA stanno incoraggiando tutti i paesi capaci a seguire il loro esempio: può la Cina emettere un ordine di arresto globale contro il dirigente di Taiwan invocando la ‘Legge contro la Secessione’? Può la Russia iniziare un processo giudiziario contro il presidente dell’Ucraina invocando il principio di ‘protezione dei propri cittadini’? Se ogni grande potenza estende la sua giurisdizione nazionale a livello globale, come fanno gli USA, la società internazionale cadrà in una guerra giuridica generalizzata, il cui risultato finale sarà il ritorno della legge della giungla”.
L’utilità di questa analisi eccede il caso venezuelano. Avverte di una tendenza più ampia verso la normalizzazione della guerra giuridica e dell’amministrazione unilaterale dello “stato di eccezione” nell’ordine internazionale. Per i paesi del Sud Globale, questo implica una sfida diretta. La sovranità smette di essere una condizione garantita dal diritto internazionale e diventa uno status vulnerabile di fronte a strategie che combinano giurisdizione penale, sanzioni, propaganda e riconoscimento selettivo, in un mondo dove il diritto si disputa come parte centrale della lotta per il potere.
Fiscales y policías del orden global
Cómo EE.UU. criminaliza un Estado para intervenirlo por la fuerza
Uno de los recursos más insistentes de Washington para abordar conflictos internacionales ha sido presentarlos en clave judicial, como si se tratara de procedimientos ordinarios de seguridad interna. Esa lógica quedó expuesta en el mensaje publicado por la fiscal general estadounidense Pam Bondi en redes digitales, donde informó que el presidente venezolano Nicolás Maduro y su esposa habían sido formalmente acusados en el Tribunal de Distrito de Estados Unidos para el Distrito Sur de Nueva York.
Más allá del contenido de los cargos, lo significativo fue el modo en que el anuncio fue formulado: Bondi omitió deliberadamente la investidura presidencial de Maduro y lo describió como un sospechoso penal enfrentando acusaciones de “conspiración narcoterrorista”, “conspiración para importar cocaína” y delitos vinculados con armamento, entre otros. Ese detalle desplaza a un mandatario electo y reconocido en el sistema internacional hacia la categoría de delincuente común sujeto a la jurisdicción penal doméstica estadounidense.
Este desplazamiento es el punto de partida del profesor Zheng Ge (de la Facultad de Derecho KoGuan, Universidad Jiao Tong de Shanghái) en su artículo “Cuando las guerras de agresión se convierten en ‘aplicación de la ley’: la lógica imperial de la ley estadounidense de contrainsurgencia”. A partir del caso del mandatario venezolano, y de la formulación que lo convierte en criminal antes que en autoridad soberana, Zheng examina una transformación más amplia: el desarrollo, desde los atentados del 11 de septiembre de 2001, de técnicas jurídicas que permiten presentar intervenciones militares, operaciones de captura transfronterizas y políticas de presión internacional como procedimientos policiales o judiciales, eludiendo así las restricciones tradicionales del derecho internacional sobre el uso de la fuerza.
“En el discurso jurídico estadounidense, ¿cuándo puede el jefe de Estado legítimo de un Estado soberano ser despojado de su identidad política y, en su lugar, sometido a la jurisdicción de los tribunales nacionales estadounidenses como un delincuente común?”.
el lenguaje judicial que pretende sustituir la guerra
El primer movimiento del artículo de Zheng Ge consiste en desplazar el foco del caso hacia una pregunta más amplia: ¿qué condiciones doctrinales permiten que una operación de fuerza, concebida desde su origen como intervención transfronteriza, pueda narrarse jurídicamente como una práctica ordinaria de “aplicación de la ley”? En la lectura, este giro no ocurre de manera espontánea ni depende solamente de la voluntad política circunstancial de una administración, sino que está amarrado a un proceso sostenido de reinterpretación legal que se consolida en Estados Unidos a partir del 11 de septiembre de 2001.
El punto de inflexión se ubica en la Autorización para el Uso de la Fuerza Militar contra Terroristas (AUMF) aprobada ese mismo año, que abrió un margen de acción extraordinario para el poder ejecutivo y sirvió de base para una serie de memorandos y opiniones de la Oficina de Asesoría Jurídica del Departamento de Justicia. En ese marco, Washington comenzó a redefinir sistemáticamente ciertas operaciones militares extranjeras como persecución legal y no como guerra en el sentido tradicional.
Al encuadrar el uso de la fuerza como si fuese policía y no guerra, Estados Unidos reduce o elude los marcos normativos que normalmente se activarían en una confrontación interestatal, tanto en términos de derecho internacional como de obligaciones internas de control y rendición de cuentas.
“Desde la aprobación de la Autorización para el Uso de la Fuerza Militar contra Terroristas en 2001, el poder ejecutivo estadounidense ha redefinido sistemáticamente ciertas operaciones militares transfronterizas como ‘persecución de la ley’ en lugar de guerra en el sentido tradicional, mediante una serie de memorandos legales y opiniones de la Oficina de Asesoría Jurídica del Departamento de Justicia”.
Zheng identifica el elemento clave de la operación: cambiar la naturaleza jurídica del uso de la fuerza a través de técnicas interpretativas. All presentarse como acción de “aplicación de la ley”, la intervención se comunica como un procedimiento normalizado para perseguir amenazas, con pretensión de jurisdicción global. En la práctica, esta doctrinalización tiende un puente entre las categorías del combate y las del derecho penal, y permite que el lenguaje judicial sustituya a la terminología de la guerra.
En ese contexto, la categoría que habilita la expansión es el concepto de insurgencia, que Zheng muestra como objeto de una transformación profunda. En el derecho internacional tradicional, la insurgencia es una figura interna, en las que fuerzas armadas dentro de un Estado desafían al gobierno constituido. La retórica legal estadounidense extendió esa noción hacia un plano transnacional, redefiniéndola como desafío al “orden internacional” por parte de actores no estatales, y habilitando así que Estados Unidos se posicione como una fuerza externa “convocada” o “invitada” a asistir en la contrainsurgencia.
La idea de fondo se articula en una expresión que recorre el texto: “ley de contrainsurgencia”. Zheng es cuidadoso en precisar queso trata de una descripción teórica del “estado de derecho relacionado con el exterior” de Estados Unidos. Es decir, un conjunto de normas, doctrinas y prácticas jurídicas internas que se proyectan hacia otros Estados, atribuyéndoles categorías políticas y legales útiles para la estrategia estadounidense. Según el autor, estas leyes pueden etiquetar gobiernos legítimos como insurgentes, o reconocer a fuerzas rebeldes como representantes legítimos, dependiendo de su alineación con el orden internacional definido por Washington.
“El derecho interno de Estados Unidos contiene muchas leyes dirigidas a otros estados soberanos y sus regiones… lo que revela que el orden perturbado por los ‘insurgentes’ no es el orden interno de un estado soberano específico, sino más bien el orden global liderado por Estados Unidos”.
En consecuencia, el derecho funciona como un dispositivo de clasificación geopolítica, que establece quién es parte del sistema “normal” y quién se convierte en anomalía perseguible, permitiendo criminalizar, aislar y degradar actores políticos soberanos bajo un vocabulario de legalidad, habilitando sanciones, bloqueos, acusaciones, órdenes de captura y acciones de presión como si se tratara de instrumentos neutrales de justicia.
La soberanía reconfigurada
La operación contra el gobierno venezolano comenzó mucho antes de que se desplegara el operativo militar o se emitiera la orden de captura. Empezcó con una forma específica de clasificar el conflicto. Al presentar la disputa política internacional como si fuera un asunto penal ordinario, el derecho estadounidense desplazó el terreno de la confrontación desde el marco del derecho internacional, donde rigen la soberanía, la inmunidad y la prohibición del uso de la fuerza, hacia el marco del derecho interno de Estados Unidos, donde el lenguaje dominante es el de la persecución criminal y la jurisdicción extraterritorial.
La clave es la creación de un estatus legal híbrido, una fórmula que combina dos lógicas normalmente incompatibles.
“La astucia de esta lógica legal reside en la creación de un ‘estatus legal híbrido’: invoca ciertas reglas del derecho de los conflictos armados para justificar el uso de la fuerza letal, al tiempo que aplica estándares de aplicación de la ley más flexibles en materia de jurisdicción, procedimientos de detención y revisión de objetivos”.
La eficacia de este híbrido radica en que permite moverse entre dos marcos normativos sin quedar plenamente sometido a ninguno: ni a las limitaciones estrictas de la guerra interestatal, ni a las garantías procesales propias del derecho penal interno.
Este desplazamiento habilita operaciones militares o de captura que, si se nombraran como guerra, demandarían autorizaciones y activarían obligaciones específicas, pero que, al presentarse como “policía”, pueden ejecutarse con un margen más amplio de discrecionalidad.
Lo decisivo es que esta arquitectura permite sustituir un conflicto político por una caracterización penal individualizada. No es necesario declarar guerra ni reconocer beligerancia, basta designar a ciertos actores como miembros de redes criminales internacionales mediante procesos administrativos internos y, con ello, transformar el asunto en una persecución penal.
“Una vez completada esta caracterización legal, toda la operación pasa del marco del derecho internacional a la jurisdicción del derecho penal nacional estadounidense. Maduro ya no es el jefe de un Estado soberano, sino un ‘delincuente fugitivo’, un sospechoso de un delito que puede ser perseguido globalmente, extraditado y juzgado en tribunales estadounidenses”.
Zheng sostiene que no se trata de una innovación reciente, esta práctica se enlaza con una genealogía histórica que remite a la Ley de Supresión de la Piratería de 1819, donde se autorizaba a capturar piratas en alta mar. La modernización de ese esquema sustituyó “piratas” por “terroristas internacionales” o “líderes criminales transnacionales”, y la “alta mar” por los llamados “espacios sin gobierno”.
“En el caso al-Awlaki de 2011, el gobierno estadounidense invocó con éxito esta lógica para llevar a cabo un ataque con drones contra un ciudadano estadounidense en Yemen, argumentando que la operación constituía ‘asistencia a las fuerzas del orden’ por invitación del gobierno yemení, aplicando así la regla de ‘fuga de jurisdicción’. Si bien el Tribunal de Apelaciones del Circuito de Washington D. C. desestimó el caso alegando la falta de legitimación activa de los demandantes, respaldó tácitamente el marco legal del gobierno en su dictamen, a saber, que, siempre que una operación se presente como una actividad antiterrorista contra actores no estatales, no necesariamente genera obligaciones de información en virtud de la Resolución de Poderes de Guerra. Esta sentencia transformó esencialmente las operaciones militares en el extranjero en ‘aplicación de la ley’ según el marco jurídico interno, sentando un precedente legal para posteriores operaciones de aprehensión transfronterizas”.
En el caso del presidente Maduro, los cargos invocados por el Departamento de Justicia están basados en delitos previstos en los Títulos 18 y 21 del Código de Estados Unidos. Eso implica que la jurisdicción que reclama Washington no depende de tratados internacionales ni de autorización de Naciones Unidas, sino de una expansión unilateral de su jurisdicción penal fuera de su territorio. Para sostener esa expansión, Estados Unidos recurre a doctrinas como la de los efectos y el principio de protección: si una conducta tiene efectos sustanciales en territorio estadounidense, afecta a ciudadanos estadounidenses o amenaza su seguridad nacional, los tribunales pueden declararse competentes sin importar la nacionalidad del acusado ni dónde ocurrieron los hechos.
Pero para que esta lógica funcione, Estados Unidos también cambia el significado de soberanía. En vez de reconocer como legítimo a un gobierno porque controla efectivamente su territorio, introduce otro criterio que consiste en evaluar si ese gobierno se ajusta o no a las llamadas normas legítimas del orden internacional, definidas desde Washington. Con esa vara, el mundo se divide entre Estados responsables, que se alinean con ese orden, y Estados rebeldes, que lo desafían.
Coerción legal como refugio de la hegemonía en declive
La conclusión de Zheng se articula alrededor de la idea central de que Estados Unidos ha construido un modelo de poder que se sostiene en la hegemonía del discurso legal y en la capacidad de proyectar su derecho interno hacia el exterior. Bajo esa lógica, el derecho funciona como una herramienta para ordenar jerarquías en el sistema internacional, redefinir la soberanía como un estatus condicionado y convertir disputas políticas en causas penales domésticas con pretensión global.
La agresión contra Venezuela aparece así como un ejemplo emblemático de esta arquitectura. Al degradar a un jefe de Estado a la categoría de “delincuente fugitivo”, el expediente penal se convierte en un mecanismo de reorganización de la legitimidad internacional. Se abre la posibilidad de desconocer autoridades soberanas, justificar sanciones, restringir vínculos diplomáticos y presentar la coerción como una práctica de legalidad.
Este desplazamiento se sitúa en el contexto de la multipolaridad emergente. A medida que Washington enfrenta mayores obstáculos para sostener sus acciones a través de mecanismos multilaterales, recurre con mayor fuerza a su propio aparato jurídico como vía para imponer objetivos estratégicos sin autorización del Consejo de Seguridad u otros marcos internacionales.
“El caso de Maduro (…) marca el abandono total por parte de Estados Unidos de sus esfuerzos por mantener el orden internacional mediante mecanismos multilaterales, recurriendo en cambio a la hegemonía jurídica unilateral para impulsar su estrategia global. La raíz de este cambio reside en el declive del poder relativo de Estados Unidos y la tendencia a la multipolarización del sistema internacional”.
La dimensión más grave de esta lógica se expresa en sus consecuencias sistémicas. Igualdad soberana, inmunidad de jefes de Estado y no injerencia quedan debilitados cuando un Estado poderoso se arroga la potestad de definir quién es legítimo y quién debe ser tratado como objetivo criminal. En ese punto, el derecho internacional se convierte en un instrumento de dominación política, disponible para reorganizar el orden global bajo criterios determinados unilateralmente.
“Las acciones de Estados Unidos están animando a todos los países capaces a seguir su ejemplo: ¿puede China emitir una orden de arresto global contra el líder de Taiwán invocando la “Ley Antisecesión”? ¿Puede Rusia iniciar un proceso judicial contra el presidente de Ucrania invocando el principio de ‘protección de sus propios ciudadanos’? Si cada gran potencia extiende su jurisdicción nacional a nivel global, como Estados Unidos, la sociedad internacional caerá en una guerra jurídica generalizada, cuyo resultado final será el regreso de la ley selvática”.
La utilidad de este análisis excede el caso venezolano. Advierte sobre una tendencia más amplia hacia la normalización de la guerra jurídica y la administración unilateral del “estado de excepción” en el orden internacional. Para los países del Sur Global, esto implica un desafío directo. La soberanía deja de ser una condición garantizada por el derecho internacional y se convierte en un estatus vulnerable ante estrategias que combinan jurisdicción penal, sanciones, propaganda y reconocimiento selectivo, en un mundo donde el derecho se disputa como parte central de la lucha por el poder.
