Quando la vittima è la verità

Mary Rodríguez

Si dice che in tempo di guerra, la prima vittima sia la verità. Qualunque conflitto, alla fine, vede le grandi cannoniere nemiche impegnate a manipolare la narrativa a proprio favore. E si legga bene: “a proprio favore” non significa necessariamente “con la verità”.

Assistiamo a uno scenario convulso in cui i violenti eventi contro il Venezuela degli ultimi giorni hanno generato, da tutte le angolazioni, opinioni, analisi, prese di posizione critiche e giudizi teorici; dalle basi più logiche alle più strampalate. Sarebbe ingenuo pensare che l’attacco perpetrato si sia limitato alla notte del 3 gennaio. In realtà è iniziato molto prima e lo viviamo ancora nella battaglia campale mediatica che si combatte fino ad oggi. Lo spazio virtuale presenta una realtà (adulterata, corrotta, falsata) mentre il terreno ne mostra un’altra.

Vorrei concentrarmi, chirurgicamente, su alcuni punti chiave, senza alcuna intenzione di convincere.

Il linguaggio costruisce soggettività.

Fin dal primo momento in cui sono stati pubblicati contenuti sulla “cattura” del presidente Nicolás Maduro, alcuni media hanno iniziato a fallare. Hanno utilizzato i termini maliziosi dell’avversario per convalidare un’azione senza fondamenta che viola il Diritto Internazionale.
I Delta Force, per ordine di Trump, hanno condotto una violenta operazione di sequestro. Grande è la differenza tra una parola e l’altra; entrambe portano significati che si filtrano nella mente del destinatario per tradursi in comportamenti e polarizzazione di valutazione.

Inquadrature “casuali” e bombardamento con IA.

Sono sospetti i video che immediatamente sono stati caricati sulla rete sociale X da alcuni utenti che mostravano il momento delle esplosioni. Così precisi e ben concepiti da destare preoccupazione. Era come se i proprietari di questi profili, da diversi punti, stessero aspettando con i telefoni in posizione, nelle ore più profonde della notte, il momento esatto degli eventi. Subito dopo, altre riprese adulterate e foto di dubbia provenienza sono emerse sulle piattaforme tramite IA, viralizzandosi per lo sconvolgimento nella rete di fronte alla rottura della familiarità acritica e alla contingenza della sicurezza nazionale.

Manipolazione delle emozioni.

Un brodo di sentimenti è emerso durante gli eventi, posizionando come tendenza nei media parole chiave: Venezuela, Maduro e Cuba. Perché Cuba?
Non solo perché un gruppo dei suoi valorosi figli sia stato ucciso mentre combatteva eroicamente per impedire il sequestro del presidente legittimo, in quanto facevano parte del suo cerchio di protezione insieme a venezuelani. È che al nemico interessa che il nome dell’Isola sia manipolato intenzionalmente per: intimidire, presentarsi come supereroi in un racconto di finzione, demoralizzare, generare effervescenza in gruppi controrivoluzionari all’interno del territorio nazionale e costruire la narrativa di Stato fallito. Giocano con la costernazione e promuovono il caos quando le emozioni sono a fior di pelle.
È interessante osservare come i media indipendenti che costantemente attaccano il governo abbiano accolto il minuto per minuto degli eventi incorporando la loro dose di veleno, senza mostrare fonti affidabili, tagliando la verità senza pudore, con l’intenzione di generare confusione e guadagnare follower.

La campagna per manipolare il carattere internazionalista della Rivoluzione Cubana.

In quel tragico giorno, persero la vita come titani 32 figli di questa Patria che, su richiesta del fratello governo bolivariano, stavano svolgendo missioni. Erano cubani! Orgogliosamente cubani! E questo è stato un altro punto cruciale di un evento brutale. Senza pietà né etica sono emerse valanghe di pubblicazioni che sono ben lontane dalla sensibilità e dal rispetto per le vittime e le loro famiglie. L’industria dell’odio in tutto il suo splendore, mobilitando dalle viscere le sue risorse per screditare il nobile lavoro di coloro che lì, senza esitazione, hanno affrontato un nemico che li superava in quantità e risorse (per non parlare del fattore sorpresa).

Le cortine fumogene del signor Trump.

Di cosa si parlava sulle reti sociali prima della notte del 3 gennaio? Ve lo riassumo: Trump era in tendenza associato a parole come: criminale, pirata, genocida, pedofilo, America Latina ed “Epstein”, caso arcinoto che porta anche tatuata la sua firma egocentrica. A mio modesto parere, c’era un picco nel rifiuto della sua persona e un’indignazione collettiva di fronte all’impunità con cui agisce. Diciamo che questo era forse il momento perfetto per un nuovo scandalo. E cosa c’è di meglio per lui e i suoi lacchè del tema Venezuela? (Di possibili tradimenti e della mano della CIA, ora non parlerò).
Dopo molto tempo passato a preparare queste manovre, il momento sembrava il più indicato. Agli occhi del mondo, il tale Donald si è eretto come il Salvatore e l’Onnipotente che sotto il suo smoking nasconde le macchie di sangue per le tante vite strappate nei suoi scatti d’ira. Non è solo un presidente mentalmente malato, è anche un fascista. Una persona che dalla comodità del suo divano si godeva come in un reality show l’operazione da lui stesso ordinata non merita altro nome.
Una distrazione perfetta per, possibilmente, un problema ancora maggiore che forse sta per arrivare. Non dimenticate che gli USA salvano il mondo solo nei film… e questo non l’ho detto io.

La disinformazione e la propaganda.

Di supereroi e altri demoni si è tessuto il discorso di finzione sempre più sordido e straziante. Certo, bisognava preservare l’immagine dell’esercito di un paese potente che dovrebbe ancora provare vergogna nel ricordare gli eventi della Baia dei Porci. Non riesco a immaginare cosa avrebbe fatto l’ONU, per esempio, se questi eventi fossero stati portati a termine alla Casa Bianca. Un’organizzazione di facciata, che peraltro brilla ancora per la sua assenza.

Non cerco di convincere nessuno e tanto meno di fare l’analista, niente di più lontano dai miei giorni. Sono una cittadina latinoamericana e caraibica a cui non si è rotta la bussola della storia e che sa dove si trova il nemico che oggi vuole bombardare l’unità dei popoli. Se questi elementi vi hanno aiutato a muovere anche solo di un millimetro i vostri neuroni, mi do per ricompensata.


Cuando la víctima es la verdad

Mary Rodríguez

Dicen que cuando hay una guerra, la mayor víctima es la verdad. Del tipo que sea el conflicto, al final, las grandes cañoneras enemigas van a estar volcadas a manipular a su favor la narrativa. Y lea bien, «a su favor» no necesariamente significa «lo real».

Asistimos a un escenario convulso donde los violentos sucesos contra Venezuela en los últimos días han suscitado, de todas las partes, opiniones, análisis, asunción de posturas críticas y juicios teóricos; por supuesto, desde los fundamentos más lógicos hasta los más disparatados. Iluso sería suponer, que el ataque perpetrado se quedó en la madrugada del día 3 de enero. A decir verdad empezó mucho antes y todavía lo seguimos vivenciando en la campal batalla mediática que se libra hasta la fecha. El espacio virtual ilustra hoy una realidad (adulterada, corroída, fallida) y el terreno, contrapone otra.

De forma quirúrgica quiero concentrarme en algunos puntos de interés, sin ánimos de convencer.

El lenguaje «hace» subjetividad.

Desde el primer momento en que se publicaron contenidos sobre la «captura» del Presidente Nicolás Maduro, algunos medios empezaron a fallar. Empleando los términos malintencionados del adversario para validar una acción sin basamentos que viola el Derecho Internacional.

Los Delta Force por orden de Trump, hicieron una violenta operación de ‘secuestro’. Grande es la diferencia entre una palabra y otra; ellas cargan consigo un significado que se cuela en el pensamiento del receptor para traducirse en comportamientos y polarización de criterios.

Encuadres «casuales» y bombardeo con IA.

Llama la atención los videos que al instante fueron subidos a la red social X por algunos usuarios sobre el momento de las explosiones. De tan exactos y bien concebidos que hasta preocupa. Era como si los dueños de estos perfiles desde diferentes puntos estuvieran esperando con sus teléfonos en posición y a esas horas de la madrugada, la ocurrencia de aquellos hechos. Acto seguido, otras tomas adulteradas y fotos de dudosa procedencia surgieron en las plataformas a golpe de IA, viralizándose por la conmoción en la red, ante el rompimiento de la familiaridad acrítica y la contingencia de seguridad nacional.

Manipulación de emociones.

Un caldo de afectos emergieron en el momento de los sucesos, posicionando cómo tendencia en los medios algunas palabras claves: Venezuela, Maduro y Cuba. ¿Por qué Cuba?

Pues no sólo porque un grupo de sus valientes hijos fueron ultimados al batirse como fieras para impedir el secuestro del Presidente legítimo ya que formaban parte de sus círculos de protección junto a venezolanos. Es que al enemigo, le interesa que el nombre de la Isla sea manejado intencionalmente para: intimidar, verse como superhéroes en un relato montado de ficción, desmoralizar, generar en el territorio nacional una ebullición en grupos de carácter contrarrevolucionario y montar la narrativa de estado fallido. Juegan con la consternación y promueven el caos cuando los emociones están a flor de piel.

Interesante resulta apreciar, como los medios independientes que constantemente atacan al gobierno, acogieron el minuto a minuto de los sucesos incorporando su dosis de veneno y sin mostrar fuentes confiables de sus informaciones, recortando la verdad sin miserias, con la intención de generar confusión y ganar seguidores.

La campaña para manipular el carácter internacionalista de la Revolución Cubana.

Aquel trágico día, perdieron la vida como titanes treinta y dos hijos de esta Patria que a petición del hermano gobierno bolivariano cumplían misiones. Eran cubanos ¡sí!, orgullosamente ¡cubanos! Y este ha sido otro punto de giro de un brutal acontecimiento. Sin piedad ni ética de ningún tipo han sobrevenido avalanchas de publicaciones que distan mucho de la sensibilidad y el respeto a las víctimas y sus familiares. La industria del odio en todo su esplendor, movilizando desde lo más visceral sus recursos para desacreditar la noble labor de los que allí, sin titubear, enfrentaron a un enemigo que los superaba en cantidad y recursos desplegados (sin hablar del factor sorpresa).

Las cortinas de humo del señor Trump.

¿De qué se hablaba en las redes sociales antes de la madrugada del día 3 de enero? Se lo resumo. Trump era tendencia asociado a palabras como: criminal, pirata, genocida, pedófilo, América Latina y «Epstein», archiconocido caso que lleva tatuada también su egocéntrica rúbrica. Desde mi modesta opinión, existía un pico en el rechazo a su persona y una indignación colectiva ante la impunidad con la que sigue actuando. Digamos que este posiblemente era el momento perfecto, para un nuevo escándalo. ¿Y qué mejor para él y sus lacayos que el tema Venezuela? (De posibles traiciones y de la mano de la CIA, ahora no voy a hablar).

Luego de mucho tiempo estar preparándose estas maniobras, el momento parecía ser el más indicado. A los ojos del mundo, el tal Donald, se erigió como el Salvador y Todopoderoso que bajo su smoking guarda las manchas de sangre por las tantas vidas arrebatadas en sus arranques. No sólo es un Presidente enfermo mentalmente, también es un fascista. Una persona que desde la comodidad de su sofá disfrutaba como en un reality show de la Operación indicada por él mismo, no merece llamarse de otro modo.

Una distracción perfecta, para posiblemente, un problema aún más grande, que tal vez, esté por llegar. No olviden que EEUU, sólo salva al mundo en las películas y eso… no lo dije yo.

La desinformación y la propaganda.

De superhéroes y otros demonios se hilvanó el discurso de ficción cada vez más sórdido y desgarrador. Por supuesto, había que preservar la imagen del ejército de un país poderoso que aún debe sentir vergüenza al recordar los sucesos de Girón. No me imagino yo, qué hubiera hecho la ONU, por ejemplo, si estos acontecimientos se hubieran llevado a cabo en la Casa Blanca. Una organización de fachada, que dicho sea de paso, brilla aún por su ausencia.

No intento convencer a nadie y mucho menos dármelas de analista, nada más alejado de mis días. Soy una ciudadana latinoamerina y caribeña a la que no se le rompió la brújula de la historia y sabe hacia donde está el enemigo que hoy quiere bombardear la unidad de los pueblos. Si estos elementos le han ayudado a mover aunque sea un milímetro sus neuronas, me doy por recompensada.

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