Cuba e Venezuela: quando l’imperialismo smette di fingere

Manuel Eduardo Jiménez Mendoza

La storia ha momenti in cui l’imperialismo smette di parlare a bassa voce e agisce senza pudore. Lo scenario attuale che affrontano Venezuela e Cuba è uno di quei momenti. Non si tratta di una semplice congiuntura, né di un’escalation retorica, ma di un’offensiva articolata, consapevole e pericolosa, che combina pressione economica, assedio energetico, asfissia finanziaria e guerra comunicativa.

Chi tenti di analizzare ciò che accade oggi con ingenuità — o comodamente affidandosi ai titoli veloci — non coglie la profondità degli eventi. Qui non siamo di fronte a errori isolati o a casualità geopolitiche. Siamo di fronte a una strategia deliberata per piegare progetti sovrani che non si sottomettono ai dittami di Washington.

Cuba affronta da oltre sei decenni un blocco che lo stesso popolo statunitense ha iniziato a riconoscere come disumano, illegale e anacronistico. Tuttavia, lungi dall’essere smantellato, l’assedio si è inasprito, sofisticato ed esteso. Oggi il blocco non è solo commerciale e finanziario, ma anche energetico, tecnologico e logistico.

In questo quadro entra il Venezuela. Un’alleanza strategica tra L’Avana e Caracas — basata su cooperazione, solidarietà e complementarità — è diventata un obiettivo prioritario dell’imperialismo. Colpire il Venezuela significa colpire Cuba; asfissiare Cuba significa inviare un messaggio a tutta l’America Latina.

Non è un caso che le sanzioni contro l’industria petrolifera venezuelana si intensifichino proprio mentre i Caraibi vivono una delle loro crisi energetiche più complesse. Non è un caso nemmeno che si perseguiti ogni nave, ogni transazione e ogni accordo che consenta a entrambi i paesi di respirare un po’.

La narrazione che cerca di cancellare il colpevole

Dai grandi centri di potere mediatico si insiste in una narrativa comoda: le crisi di Cuba e Venezuela sono solo responsabilità dei loro governi. Si parla di inefficienza, corruzione o incapacità strutturale, mentre si omette — sistematicamente — l’impatto reale delle sanzioni, del blocco e della persecuzione finanziaria.

Questa narrazione non è ingenua, è funzionale. Serve a deresponsabilizzare l’aggressore e criminalizzare l’aggressdito. Serve a presentare l’asfissia economica come un fenomeno naturale e non come ciò che è: una politica di castigo collettivo.

Cuba è stata chiara in tutti gli scenari internazionali, dall’ONU ai forum regionali: il blocco è il principale ostacolo allo sviluppo del paese. Il Venezuela ha denunciato, con prove, come gli siano stati rubati asset, congelate risorse e sabotata l’economia. Negare questo non è un’opinione, è disonestà intellettuale.

Ciò che realmente infastidisce gli USA non è il modello economico cubano o il sistema politico venezuelano in astratto. Ciò che infastidisce è la sovranità. Infastidisce che due piccoli paesi — uno insulare, l’altro caraibico — osino decidere il proprio destino senza chiedere permesso.

Per questo l’imperialismo non negozia in condizioni di parità, ma impone, minaccia e ricatta. Per questo si parla di “accordi” solo quando implicano resa. Per questo si attivano sanzioni, liste nere e campagne di discredito ogni volta che un paese dice “no”.

In questo contesto, la solidarietà tra Cuba e Venezuela non è solo un gesto politico, ma una necessità storica. È la comprensione che, isolati, siamo vulnerabili, ma uniti diventiamo scomodi per il potere egemonico.

Un avvertimento che va oltre i Caraibi

Chi creda che questa offensiva si limiti a Cuba e Venezuela si sbaglia. Ciò che è in gioco è il diritto dei popoli a scegliere il proprio cammino. Oggi è il petrolio venezuelano e il sistema elettrico cubano; domani può essere qualsiasi nazione che decida di uscire dal copione imposto.

La storia della Nostra America è stata scritta in modo molto chiaro: quando l’imperialismo avanza senza resistenza, non si ferma da solo. Si ferma con la coscienza, con l’unità e con la verità.

Cuba e Venezuela si trovano, ancora una volta, in prima linea in quella battaglia. Non come vittime passive, ma come popoli che sanno — per esperienza — che la dignità ha dei costi, ma che la sottomissione ne ha di maggiori.


Cuba y Venezuela: Cuando el imperialismo deja de disimular

Por: Manuel Eduardo Jiménez Mendoza

La historia tiene momentos en que el imperialismo deja de hablar en voz baja y actúa sin pudor. El escenario actual que enfrentan Venezuela y Cuba es uno de esos momentos. No se trata de una coyuntura más, ni de una escalada retórica, es una ofensiva articulada, consciente y peligrosa, que combina presión económica, cerco energético, asfixia financiera y guerra comunicacional.

Quien intente analizar lo que ocurre hoy desde la ingenuidad —o desde la comodidad de los titulares rápidos— se queda corto. Aquí no estamos ante errores aislados ni casualidades geopolíticas. Estamos ante una estrategia deliberada para doblegar proyectos soberanos que no se subordinan a los dictados de Washington.

Cuba lleva más de seis décadas enfrentando un bloqueo que el propio pueblo estadounidense ha comenzado a reconocer como inhumano, ilegal y anacrónico. No obstante, lejos de desmontarse, el cerco se ha recrudecido, sofisticado y extendido. Hoy el bloqueo no solo es comercial y financiero, es también energético, tecnológico y logístico.

En ese tablero entra Venezuela. Una alianza estratégica entre La Habana y Caracas —basada en la cooperación, la solidaridad y la complementariedad— se ha convertido en un objetivo prioritario del imperialismo. Golpear a Venezuela es golpear a Cuba; asfixiar a Cuba es enviar un mensaje a toda América Latina.

No es casual que las sanciones contra la industria petrolera venezolana se intensifiquen justo cuando el Caribe vive una de sus crisis energéticas más complejas. Tampoco es casual que se persiga cada buque, cada transacción y cada acuerdo que permita a ambos países respirar un poco.

El relato que intenta borrar al culpable

Desde los grandes centros de poder mediático se insiste en una narrativa cómoda: las crisis de Cuba y Venezuela son solo responsabilidad de sus gobiernos. Se habla de ineficiencia, corrupción o incapacidad estructural, mientras se omite —de forma sistemática— el impacto real de las sanciones, el bloqueo y la persecución financiera.

Ese relato no es ingenuo, es funcional. Sirve para desresponsabilizar al agresor y criminalizar al agredido. Sirve para presentar el ahogo económico como un fenómeno natural y no como lo que es, una política de castigo colectivo.

Cuba ha sido clara en todos los escenarios internacionales, desde la ONU hasta los foros regionales; el bloqueo es el principal obstáculo para el desarrollo del país. Venezuela ha denunciado, con pruebas, cómo se le han robado activos, congelado recursos y saboteado su economía. Negar esto no es opinión, es deshonestidad intelectual.

Lo que realmente molesta a Estados Unidos no es el modelo económico cubano ni el sistema político venezolano en abstracto. Lo que molesta es la soberanía. Molesta que dos países pequeños —uno insular, otro caribeño— se atrevan a decidir su destino sin pedir permiso.

Por eso el imperialismo no negocia en igualdad de condiciones, impone, amenaza y chantajea. Por eso se habla de “acuerdos” solo cuando implican rendición. Por eso se activan sanciones, listas negras y campañas de descrédito cada vez que un país dice “no”.

En ese contexto, la solidaridad entre Cuba y Venezuela no es solo un gesto político, es una necesidad histórica. Es la comprensión de que aislados somos vulnerables, pero juntos somos incómodos para el poder hegemónico.

Una advertencia que va más allá del Caribe

Quien crea que esta ofensiva se limita a Cuba y Venezuela se equivoca. Lo que está en juego es el derecho de los pueblos a elegir su propio camino. Hoy es el petróleo venezolano y el sistema eléctrico cubano; mañana puede ser cualquier nación que decida salirse del libreto impuesto.

La historia de Nuestra América ha sido escrita muy clara, cuando el imperialismo avanza sin resistencia, no se detiene solo. Se le detiene con conciencia, con unidad y con verdad.

Cuba y Venezuela están, una vez más, en la primera línea de esa batalla. No como víctimas pasivas, sino como pueblos que saben —por experiencia— que la dignidad tiene costos, pero la sumisión los tiene mucho mayores.

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