Il cyberspazio come campo di battaglia: lezioni dall’attacco USA al Venezuela

Osservatorio dei Media di Cubadebate

L’attacco militare USA al Venezuela del 3 gennaio 2026 non ha solo aperto un ciclo di massima tensione geopolitica in America Latina. Ha portato in primo piano una componente solitamente opaca delle operazioni moderne: il cyberspazio.

Poco si è saputo su come sia stato eseguito, ma in una dichiarazione pubblica insolita, il presidente Donald Trump e il capo dello Stato Maggiore Congiunto, il generale John Daniel Caine, hanno messo al centro il “blackout” di Caracas durante l’aggressione USA. Trump ha affermato che, prima dell’incursione, “le luci di Caracas” furono “in gran parte spente” grazie a “una certa perizia” degli aggressori; e Caine ha aggiunto che, avvicinandosi le forze alla costa venezuelana, gli USA “hanno iniziato a sovrapporre effetti diversi” forniti dall’U.S. Space Command e dall’U.S. Cyber Command per “creare un corridoio” che facilitasse l’inserimento delle forze.

Fonti militari citate da Axios hanno rafforzato questa interpretazione, sottolineando che il Cyber Command era “orgoglioso di supportare” l’operazione, senza rivelare dettagli operativi.

Ore prima e durante l’operazione, si sono registrati blackout significativi in aree di Caracas, seguiti da un crollo improvviso della connettività Internet rilevato da cittadini venezuelani e da misuratori specializzati internazionali.

Il gruppo di monitoraggio NetBlocks ha segnalato una perdita di connettività in parti della capitale, in corrispondenza dei tagli di energia durante l’offensiva.

Esperti citati da Axios hanno rimarcato che, sebbene il Venezuela abbia sofferto di blackout ricorrenti per la fragilità della sua infrastruttura, la natura dei tagli associati al 3 gennaio – improvvisi, focalizzati e sincronizzati con l’attacco – non corrisponde del tutto ai consueti modelli di guasto, il che confermerebbe il blackout “cyber-abilitato” (cyber-assistito) e l’approccio che combina azioni fisiche, guerra elettronica e uso di capacità digitali per massimizzare l’impatto sulle infrastrutture critiche.

Evidenze di attacchi cibernetici

Tra il 7 e il 12 gennaio sono emerse nuove evidenze che delimitano il tipo di attacco subito dal Venezuela.

Axios ha raccolto testimonianze di ex funzionari ed esperti che identificano “segni rivelatori” compatibili con attacchi informatici dell’Esercito USA già descritti in altri conflitti: interruzione improvvisa, selettività geografica – cioè un’impatto concentrato in aree specifiche, coerente con la zona dell’incursione e non omogeneo a livello nazionale – e un ripristino relativamente rapido nelle sottostazioni, tratti che dimostrano che non si è prodotto un “blackout di routine”.

I resoconti disponibili descrivono un degrado a cascata: il danno o la perturbazione del sistema elettrico impatta su antenne, nodi critici e servizi voce/dati, generando interruzioni intermittenti o totali. Corpoelec – secondo comunicati citati da agenzie – ha parlato di danni a sottostazioni e linee specifiche (Panamericana 69 kV e Scuola Militare 4,8 kV, tra le altre), il che ci dice che l’attacco ha colpito seriamente l’infrastruttura critica del governo venezuelano.

Questa aggressione non è iniziata il 3 gennaio. Due giorni prima dell’assalto, la rete globale di server che agisce da intermediaria tra gli utenti e i siti web, Cloudflare, ha documentato un’anomalia di routing BGP associata a CANTV, l’azienda statale di telecomunicazioni del Venezuela. Cioè, sono stati rilevati problemi nel servizio di navigazione Internet da quel paese, iniziati più di 12 ore prima degli attacchi del 3 gennaio.

Cloudflare è stata esplicita: questo tipo di incidenti, osservato ricorrentemente dall’inizio di dicembre, costituisce un indicatore tecnico verificabile di instabilità nello strato di navigazione internazionale nella fase precedente all’attacco.

C’è evidenza pubblica anche riguardo impatti su infrastrutture di telecomunicazioni. Un’analisi di ABC/Good Morning America ha identificato, tra gli obiettivi colpiti, antenne di comunicazione. Resoconti giornalistici descrivono danni a torri e antenne.

È stato riferito che un’antenna di segnale nell’area del cerro El Volcán (sudest di Caracas) fosse tra gli obiettivi colpiti. L’incidente è stato accompagnato da evidenza audiovisiva sulle reti sociali e citazioni nella stampa.

Reuters ha documentato, inoltre, un caso in cui un attacco ha distrutto una torre di TV e telefonia che è crollata su abitazioni nelle periferie di Caracas (El Hatillo), con vittime civili, secondo la testimonianza raccolta dall’agenzia.

Lo scorso 7 gennaio, la ministra venezuelana della Scienza e Tecnologia, Gabriela Jiménez, ha denunciato la distruzione di installazioni associate all’Istituto Venezuelano di Investigazioni Scientifiche (IVIC), e questo ha incluso aree che “ospitavano server e equipaggiamenti essenziali” per reti computazionali. La denuncia è stata diffusa nella copertura internazionale e accompagnata da materiale audiovisivo. Cioè, non si sono prodotti attacchi alla “rete” al di là di quelli descritti, ma sono state rese inutilizzabili capacità istituzionali di calcolo e ricerca.

Un altro pezzo del puzzle è la guerra elettronica. Reuters e The Wall Street Journal hanno riportato lo spiegamento di unità specializzate per l’interferenza di segnale (“jamming”) nel contesto dell’aggressione. In operazioni di superiorità aerea, il jamming è compatibile con sforzi di “degradazione delle comunicazioni e della navigazione” e con un ambiente di “blackout” e disorganizzazione dell’informazione.

Il “jamming” appartiene agli strumenti tecnici che connettono spettro elettromagnetico, telecomunicazioni e infrastruttura digitale in qualsiasi strategia di cyber guerra.

In termini di possibilità tecniche, ci sono molte voci secondo cui gli USA, un attore statale con alte capacità, abbia tentato di compromettere i cellulari per ottenere informazioni di intelligence (contatti, ubicazioni, metadati, messaggistica). Ma fino ad oggi, i resoconti più solidi sull’operazione si concentrano nel fornire evidenza riguardo altre azioni nel cyberspazio, e non ci sono ancora indizi di un intervento remoto sui telefoni e dispositivi elettronici del Presidente Maduro e del suo entourage.

A tutto questo si aggiunge che Starlink, l’internet satellitare di SpaceX (l’azienda di Elon Musk), ha annunciato la fornitura di servizio gratuito di banda larga per il Venezuela fino al 3 febbraio 2026. Questa offerta – accessibile solo per coloro che dispongano delle terminali corrispondenti – opera simultaneamente come possibilità di accesso per determinati utenti che possono accedere a Internet in condizioni di cyber attacco e come un “gesto” dell’imprenditore amico di Trump e donatore di punta dei repubblicani, in un contesto di interruzione della connettività.

L’altra battaglia: disinformazione + IA

Se il primo strato di un cyber attacco è danneggiare l’infrastruttura critica, il secondo è saturare l’ambiente informativo del “nemico”.

L’Osservatorio dei Media di Cubadebate ha documentato ampiamente come sono circolate immagini e video falsi o decontestualizzati (deepfake, materiale antico “lavato” come se fosse attuale e riciclaggio audiovisivo). Abbiamo descritto l’inondazione di contenuti ingannevoli dopo il sequestro del Presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, Cilia Flores; come sono riapparsi video antichi e film per presentarli come “prove” di presunte azioni criminali del governo venezuelano e perfino sono stati creati personaggi falsi diffusi dai laboratori anticubani della Florida.

Il salto qualitativo negli ultimi giorni è stata la comparsa di scoperte che puntano a campagne di influenza più strutturate, non solo “caos organico” degli utenti nelle reti, come inizialmente furono presentate queste operazioni di disinformazione.

The Washington Post ha informato che hacker esterni al Venezuela hanno sfruttato l’evento per “contaminare” il dibattito con narrative contraddittorie, complottiste e materiale manipolato, usando strategie di saturazione (“throw spaghetti at the wall” “gettare gli spaghetti al muro”) e meme, incluso materiale generato con IA.

Quando i pirati informatici “buttano gli spaghetti al muro” (“throw spaghetti at the wall”), significa che provano molte tecniche, strumenti o vettori di attacco diversi, spesso poco raffinati nella speranza che uno “si attacchi” e violi con successo le difese di un obiettivo, specialmente comune negli attacchi nella fase iniziale di un cyber attacco.

I media USA hanno attribuito questo tipo di contaminazione a hacker russi e cinesi, quando è ben noto che il fatto che una campagna sia distribuita da account con “origini esterne” non prova automaticamente la sua paternità. In Internet è comune mascherare l’ubicazione degli attacchi, azioni frequentemente utilizzate dall’Esercito USA, che ha strutture formali di influenza molto attive, particolarmente in operazioni all’estero.

Il Dipartimento della Difesa definisce e regola le Military Information Support Operations (MISO) come azioni per influenzare pubblici esteri, integrate in obiettivi operativi. Documenti dottrinali descrivono queste operazioni come strumenti per influenzare dimensioni politiche, sociali e informative dell’ambiente operativo. Questa non è speculazione: è architettura dottrinale pubblica.

Si potrebbero citare, tra molti, tre esempi molto conosciuti:

#Investigazioni giornalistiche del 2011 descrissero programmi e contratti legati ad ambienti militari per gestire identità online (il fenomeno conosciuto come “sock puppets”).

#Durante il golpe di Stato contro il Presidente Evo Morales, in Bolivia (2019), Facebook/Meta fu obbligato a rimuovere una rete di account falsi e asset non autentici vincolati alla ditta statunitense CLS Strategies. La rete “si originò negli USA” e si focalizzò “principalmente in Venezuela” e anche in Messico e Bolivia. Meta lo inquadra come “foreign interference / coordinated inauthentic behavior” (“interferenza straniera / comportamento non autentico coordinato”), e molti ricercatori hanno indicato le MISO.

#Nel 2022, Meta e Twitter rimossero reti di account per “comportamento non autentico coordinato” che diffondeva messaggi pro-occidentali e pro-USA; il caso fu riportato da Axios e altri media, che citarono analisi di Graphika e dello Stanford Internet Observatory.

In termini operativi, questo rafforza una lezione centrale: nei conflitti contemporanei, il controllo della narrazione si disputa con la stessa urgenza del controllo di sottostazioni, antenne o dello spettro radioelettrico.

Lezioni dall’attacco

L’attacco imperialista contro il Venezuela del 3 gennaio 2026 non fu unicamente un episodio “militare” convenzionale, ma un’azione di dominazione multidominio (terra, aria, mare, spazio, cyberspazio), dove il cyberspazio, lo spettro elettromagnetico e la manipolazione informativa operarono come armi per disorganizzare capacità statali, condizionare la percezione pubblica e ridurre i costi politici dell’aggressione.

Il “blackout” provocato a Caracas appare nel discorso pubblico di Trump e del capo dello Stato Maggiore Congiunto come un vettore operativo (“spegnere le luci” e “sovrapporre effetti diversi” dall’U.S. Space Command e dall’U.S. Cyber Command), cioè come parte del design di guerra e non come un incidente collaterale. Il danno alle infrastrutture critiche (energia e telecomunicazioni) e il degrado della connettività non sono “rumore” attorno a un’azione armata; fu un meccanismo di soffocamento tattico diretto a tagliare, segmentare e confondere la popolazione venezuelana.

In termini militari, confermato dalle fonti citate, questa operazione fu progettata per “aprire un corridoio” per l’Esercito USA, diminuire la resistenza locale e limitare la capacità di comando, controllo e comunicazione dello Stato venezuelano.

Un’altra conclusione chiave è politica: attaccare infrastrutture critiche e nodi comunicazionali, oltre ai suoi effetti militari, trasferisce il costo sulla popolazione con l’interruzione dei servizi, i rischi in ambienti urbani e l’impatto sulle abitazioni. Ci furono danni ad antenne, torri e a capacità istituzionali (server/equipaggiamenti in installazioni scientifiche), e anche l’uso di interferenza (“jamming”) riportato dalla stampa internazionale come parte dell’operazione.

Questo modello è consistente con una dottrina di “dominazione” che cerca superiorità non solo con il fuoco, ma con il blocco di servizi, il disorientamento e la paralisi temporanea dell’avversario, in un contesto dove la distinzione tra obiettivi militari ed ecosistemi civili diventa deliberatamente porosa.

D’altra parte, il controllo della narrazione si è disputato con la stessa priorità del controllo del territorio. Si può apprezzare un “secondo strato” basato su disinformazione, riciclaggio audiovisivo e contenuto sintetico o ultra-falso (“deepfake”), con evidenza di campagne più strutturate. Ci sono resoconti di “contaminazione” del dibattito con narrative contraddittorie e materiale manipolato prodotto fuori dal Venezuela.

Non ci fu solo “disinformazione”, ma impiego di tattiche per moltiplicare versioni favorevoli all’Esercito USA, erodere la fiducia, difficoltare l’attribuzione delle fonti e creare condizioni per imporre la versione dei centri di potere mediatico e governativo USA. Washington dispone di quadri dottrinali e antecedenti documentati di operazioni di influenza all’estero (MISO/PSYOP e gestione di identità), per cui è logico supporre che in un attacco di tale portata queste unità siano entrate in azione anche prima, durante e dopo il 3 gennaio in Venezuela.

Infine, l’episodio di Starlink sottolinea un aspetto frequentemente sottostimato: nei conflitti contemporanei, attori privati possono convertirsi in supporti politici di connettività, legittimazione della narrazione imperialista e dipendenza tecnologica.

L’offerta di servizio gratuito “in appoggio al popolo” che ha fatto l’impresa di Elon Musk non è neutrale. Funziona allo stesso tempo come soluzione selettiva per chi abbia le terminali e come gesto comunicazionale allineato con gli interessi USA. Rafforza le asimmetrie che si sono espresse in un attacco tanto brutale come quello vissuto dal popolo venezuelano e tenta di aprire un fianco nella sovranità delle nazioni aggredite da Washington.


El ciberespacio como campo de batalla: lecciones del ataque de EEUU a Venezuela

Por: Observatorio de Medios de Cubadebate

El ataque militar de Estados Unidos a Venezuela del 3 de enero de 2026 no solo abrió un ciclo de máxima tensión geopolítica en América Latina. Colocó en primer plano un componente habitualmente opaco de las operaciones modernas, el ciberespacio.

Poco se ha sabido de cómo lo ejecutaron, pero en una declaración pública inusual el presidente Donald Trump y el jefe del Estado Mayor Conjunto, Gen. John Daniel Caine, convirtió en una pieza central el “apagón” de Caracas durante la agresión estadounidense. Trump afirmó que, antes de la incursión, “las luces de Caracas” fueron “en gran parte apagadas” gracias a “cierta pericia” de los agresores; y Caine añadió que, al aproximarse las fuerzas a la costa venezolana, Estados Unidos “comenzó a superponer distintos efectos” provistos por el U.S. Space Command y el U.S. Cyber Command (el Comando Espacial de EE.UU. y el Comando Cibernético de EE.UU.) para “crear un corredor” que facilitara la inserción de fuerzas.

Fuentes militares citadas por Axios reforzaron esa lectura al señalar que el Comando Cibernético estaba “orgulloso de apoyar” la operación, sin revelar detalles operativos.

Horas antes y durante la operación, se registraron apagones significativos en áreas de Caracas, seguidos de una caída abrupta de la conectividad a Internet captada por ciudadanos venezolanos y medidores especializados internacionales.

El grupo de monitoreo NetBlocks reportó una pérdida de conectividad en partes de la capital, en correspondencia con los cortes de energía durante la ofensiva.

Especialistas citados por Axios remarcaron que, aunque Venezuela ha sufrido apagones recurrentes por la fragilidad de su infraestructura, la naturaleza de los cortes asociados al 3 de enero —bruscos, focalizados y sincronizados con el ataque— no encaja del todo con patrones habituales de fallas, lo que confirmaría el apagón “ciber-habilitado” (ciber-asistido) y el enfoque que combina acciones físicas, guerra electrónica y empleo de capacidades digitales para maximizar el impacto sobre la infraestructura crítica.

Evidencias de ataques cibernéticos

Entre el 7 y el 12 de enero han emergido nuevas evidencias que acotan el tipo de ataque sufrido por Venezuela.

Axios recogió testimonios de exfuncionarios y expertos que identifican “telltale signs” (“señales reveladoras”) compatibles con ataques cibernéticos del Ejército de los Estados Unidos ya descritos en otras contiendas: corte brusco, selectividad geográfica —es decir, una afectación concentrada en áreas específicas, coherente con la zona de la incursión y no homogénea a escala nacional— y una restauración relativamente rápida en subestaciones, rasgos que demuestran que no se produjo un “apagón rutinario”.

Los reportes disponibles describen una degradación en cascada: el daño o la perturbación del sistema eléctrico impacta en antenas, nodos críticos y servicios de voz/datos, generando interrupciones intermitentes o totales. Corpoelec —según comunicados citados por agencias— habló de afectaciones en subestaciones y líneas concretas (Panamericana 69 kV y Escuela Militar 4,8 kV, entre otras), lo que nos dice que el ataque impactó seriamente en la infraestructura crítica del gobierno venezolano.

Esta agresión no comenzó el 3 de enero. Dos días antes del asalto, la red global de servidores que actúa como intermediaria entre los usuarios y los sitios web, Cloudflare, documentó una anomalía de enrutamiento BGP asociada a CANTV, la empresa estatal de telecomunicaciones de Venezuela. Es decir, se detectaron problemas en el servicio de navegación en Internet desde ese país, que se iniciaron más de 12 horas antes de los ataques del 3 de enero.

Cloudflare fue explícita: este tipo de incidentes, observado recurrentemente desde inicios de diciembre, constituye un indicador técnico verificable de inestabilidad en la capa de navegación internacional en la antesala del ataque.

Hay evidencia pública también sobre impactos en infraestructura de telecomunicaciones. Un análisis de ABC/Good Morning America identificó, entre objetivos alcanzados, antenas de comunicaciones. Reportes periodísticos describen daños en torres y antenas.

Se reportó que una antena de señal en el área del cerro El Volcán (sureste de Caracas) estuvo entre los objetivos alcanzados. El incidente ha estado acompañado de evidencia audiovisual en redes y menciones en prensa.

Reuters documentó, además, un caso en el que un ataque destruyó una torre de TV y telefonía que colapsó sobre viviendas en las afueras de Caracas (El Hatillo), con víctimas civiles, según el testimonio recogido por la agencia.

El pasado 7 de enero, la ministra venezolana de Ciencia y Tecnología, Gabriela Jiménez, denunció la destrucción de instalaciones asociadas al Instituto Venezolano de Investigaciones Científicas (IVIC), y esto incluyó áreas que “albergaban servidores y equipos esenciales” para redes computacionales. La denuncia fue difundida en cobertura internacional y acompañada por material audiovisual. Es decir, no se produjeron ataques a “la red” más allá de los descritos, pero quedaron inutilizadas capacidades institucionales de cómputo e investigación.

Otra pieza del rompecabezas es la guerra electrónica. Reuters y The Wall Street Journal reportaron el despliegue de unidades especializadas para la interferencia de señal (“jamming”) en el contexto de la agresión. En operaciones de superioridad aérea, el jamming es compatible con esfuerzos de “degradación de comunicaciones y navegación”, y con un entorno de “apagones” y desorganización de la información.

El “jamming” pertenece a las herramientas técnicas que conectan espectro electromagnético, telecomunicaciones e infraestructura digital en cualquier estrategia de ciberguerra.

En términos de posibilidades técnicas, existen muchos rumores de que Estados Unidos, un actor estatal con altas capacidades, haya intentado comprometer móviles para obtener información de inteligencia (contactos, ubicaciones, metadatos, mensajería). Pero hasta el día de hoy, los reportes más robustos sobre la operación se concentran en aportar evidencia acerca de otras acciones en el ciberespacio, y no hay indicios todavía de una intervención remota de los teléfonos y dispositivos electrónicos del Presidente Maduro y su entorno.

A todo esto se suma que Starlink, el internet satelital de SpaceX (la empresa de Elon Musk), anunció la provisión de servicio gratuito de banda ancha para Venezuela hasta el 3 de febrero de 2026. Esa oferta —accesible solo para quienes dispongan de las terminales correspondientes— opera simultáneamente como posibilidad de acceso para determinados usuarios que pueden acceder a Internet en condiciones de ciberataque y como un “gesto” del empresario amigo de Trump y donante estrella de los republicanos, en un contexto de disrupción de conectividad.

La otra batalla: desinformación + IA

Si la primera capa de un ciberataque es dañar la infraestructura crítica, la segunda es saturar el entorno informativo del “enemigo”.

El Observatorio de Medios de Cubadebate documentó ampliamente cómo circularon imágenes y videos falsos o descontextualizados (deepfakes, material antiguo “lavado” como si fuera actual, y reciclaje audiovisual). Describimos la inundación de contenidos engañosos tras el secuestro del Presidente Nicolás Maduro y de su esposa, Cilia Flores; cómo reaparecieron videos antiguos y películas para presentarlos como “evidencias” de supuestas acciones criminales del gobierno venezolano y hasta se crearon personajes falsos difundidos por los laboratorios anticubanos de la Florida.

El salto cualitativo en los últimos días ha sido la aparición de hallazgos que apuntan a campañas más estructuradas de influencia, no solo “caos orgánico” de los usuarios en las redes, como se presentaron inicialmente estas operaciones de desinformación.

The Washington Post informó que hackers externos a Venezuela explotaron el evento para “contaminar” el debate con narrativas contradictorias, conspirativas y material manipulado, usando estrategias de saturación (“throw spaghetti at the wall”) y memes, incluidos insumos generados con IA.

Cuando los piratas informáticos “arrojan espaguetis a la pared” (“throw spaghetti at the wall”), significa que prueban muchas técnicas, herramientas o vectores de ataque diferentes, a menudo poco refinados con la esperanza de que uno “se pegue” y viole con éxito las defensas de un objetivo, especialmente común en ataques en la etapa inicial de un ciberataque.

Los medios estadounidenses han atribuido este tipo de contaminación a hackers rusos y chinos, cuando es harto conocido que el hecho de que una campaña se distribuya desde cuentas con “orígenes externos” no prueba automáticamente su autoría. En Internet es común enmascarar la ubicación de los ataques, acciones frecuentemente utilizadas por el Ejército de EE.UU., que tiene estructuras formales de influencia muy activas, particularmente en operaciones en el exterior.

El Departamento de Defensa define y regula las Military Information Support Operations (MISO) como acciones para influir en audiencias extranjeras, integradas en objetivos operacionales. Documentos doctrinales describen estas operaciones como herramientas para influir en dimensiones políticas, sociales e informativas del entorno operacional. Esto no es especulación: es arquitectura doctrinal pública.

Se podrían citar, entre muchos, tres ejemplos muy conocidos:

Investigaciones periodísticas de 2011 describieron programas y contratos ligados a entornos militares para gestionar identidades online (el fenómeno conocido como “sock puppets”).

Durante el golpe de Estado contra el Presidente Evo Morales, en Bolivia (2019), Facebook/Meta se vio obligado a eliminar una red de cuentas falsas y activos inauténticos vinculados a la firma estadounidense CLS Strategies. La red “se originó en Estados Unidos” y se enfocó “principalmente en Venezuela” y también en México y Bolivia. Meta lo enmarca como “foreign interference / coordinated inauthentic behavior” (“interferencia extranjera / comportamiento inauténtico coordinado”), y múltiples investigadores apuntaron a MISO.

En 2022, Meta y Twitter eliminaron redes de cuentas por “comportamiento inauténtico coordinado” que difundía mensajes pro-occidentales y pro-EE. UU.; el caso fue reportado por Axios y otros medios, que citaron análisis de Graphika y el Stanford Internet Observatory. En términos operativos, esto refuerza una lección central: en conflictos contemporáneos, el control del relato se disputa con la misma urgencia que el control de subestaciones, antenas o el espectro radioeléctrico.

Lecciones del ataque

El ataque imperial contra Venezuela del 3 de enero de 2026 no fue únicamente un episodio “militar” convencional, sino una acción de dominación multidominio (tierra, aire, mar, espacio, ciberespacio), donde el ciberespacio, el espectro electromagnético y la manipulación informativa operaron como armas para desorganizar capacidades estatales, condicionar la percepción pública y reducir los costos políticos de la agresión.

El “apagón” provocado en Caracas aparece en el discurso público de Trump y del jefe del Estado Mayor Conjunto como un vector operacional (“apagar las luces” y “superponer distintos efectos” desde U.S. Space Command y U.S. Cyber Command), es decir, como parte del diseño de guerra y no como un accidente colateral. El daño a la infraestructura crítica (energía y telecomunicaciones) y la degradación de la conectividad no son “ruido” alrededor de una acción armada; fue un mecanismo de asfixia táctica dirigida a cortar, segmentar y confundir a la población venezolana.

En términos militares, confirmado por las fuentes citadas, esta operación fue diseñada para “abrir un corredor” para el Ejército de Estados Unidos, disminuir resistencia local y limitar la capacidad de mando, control y comunicación del Estado venezolano.

Otra conclusión clave es política: atacar infraestructura crítica y nodos comunicacionales, además de sus efectos militares, traslada el costo a la población con la interrupción de los servicios, los riesgos en entornos urbanos y el impacto en viviendas. Hubo daños a antenas, torres y a capacidades institucionales (servidores/equipos en instalaciones científicas), y también el uso de interferencia (“jamming”) reportado por prensa internacional como parte de la operación.

Este patrón es consistente con una doctrina de “dominación” que busca superioridad no solo por fuego, sino por bloqueo de servicios, desorientación y parálisis temporal del adversario, en un contexto donde la distinción entre objetivos militares y ecosistemas civiles se vuelve deliberadamente porosa.

Por otro lado, el control del relato se disputó con la misma prioridad que el control del territorio. Se puede apreciar una “segunda capa” basada en desinformación, reciclaje audiovisual y contenido sintético o ultrafalso (“deepfake”), con evidencia de campañas más estructuradas. Hay reportes de “contaminación” del debate con narrativas contradictorias y material manipulado producido fuera de Venezuela.

No hubo solo “desinformación”, sino empleo de tácticas para multiplicar versiones favorables al Ejército de Estados Unidos, erosionar la confianza, dificultar la atribución de fuentes y crear condiciones para imponer la versión de los centros de poder mediático y gubernamental estadounidense. Washington dispone de marcos doctrinales y antecedentes documentados de operaciones de influencia en el exterior (MISO/PSYOP y gestión de identidades), por lo que es lógico suponer que en un ataque de tal envergadura estas unidades también entraron en acción antes, durante y después del 3 de enero en Venezuela.

Finalmente, el episodio de Starlink subraya un aspecto frecuentemente subestimado: en conflictos contemporáneos, actores privados pueden convertirse en soportes políticos de conectividad, legitimación de la narrativa imperial y dependencia tecnológica.

La oferta de servicio gratuito “en apoyo al pueblo” que hizo la empresa de Elon Musk no es neutral. Funciona a la vez como solución selectiva para quien tenga terminales y como gesto comunicacional alineado con los intereses de Estados Unidos. Refuerza las asimetrías que se expresaron en un ataque tan brutal como el que vivió el pueblo venezolano e intenta abrir un flanco en la soberanía de naciones agredidas por Washington.

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