Il caso venezuelano rappresenta oggi uno degli esempi più evidenti di come la costruzione narrativa possa prevalere sulla realtà dei fatti, fino a oscurare principi fondamentali del diritto internazionale e della convivenza tra gli Stati.
L’operazione di vero e proprio terrorismo di Stato condotta dagli apparati militari USA, culminata nel sequestro del presidente venezuelano e della deputata, prima combattente Cilia Flores, sua consorte, costituisce un evento brutale contro ogni parvenza di diritto internazionale senza precedenti nella storia recente: non si tratta di un’azione autorizzata da organismi internazionali né dai competenti organismi costituzionali statunitensi, né di un intervento conseguente a una dichiarazione di guerra, né dell’esecuzione di un mandato di una qualsiasi corte sovranazionale, né di un eventuale, inconcepibile processo giudiziario in una sede competente. È, a tutti gli effetti, un atto unilaterale di dominio imperiale fuori da qualsiasi norma di diritto e che viola l’autodeterminazione, le leggi e l’intera sovranità di uno Stato democratico, nonché un sequestro criminale di un Presidente della Repubblica legittimo e costituzionale.
Al di là delle valutazioni politiche sul governo venezuelano, occorre ribadire un principio elementare: nessun Paese può arrogarsi il diritto di arrestare il capo di un altro Stato. Accettare questa logica significa legittimare la legge del più forte e svuotare di significato l’intero impianto del diritto internazionale.
L’accusa che non regge
A rendere ancora più problematica l’operazione è il crollo dell’impianto accusatorio che l’ha giustificata mediaticamente. Le accuse di narcotraffico, ripetute per anni come verità indiscutibili, non hanno retto al vaglio delle stesse istituzioni statunitensi. In assenza di prove, l’arresto assume i contorni di un atto politico mascherato da azione giudiziaria.
Un tribunale nazionale, per definizione, non ha giurisdizione su atti compiuti da un capo di Stato nell’esercizio delle proprie funzioni. Se questo principio viene aggirato, nessun Paese è più al riparo da interventi arbitrari.
Democrazia: una parola usata come arma
Uno degli argomenti più ricorrenti nella narrazione dominante è l’assenza di democrazia in Venezuela. Ma anche qui il discorso merita maggiore onestà intellettuale. Nel Paese si sono svolte, in poco più di venticinque anni, numerose consultazioni elettorali, con la presenza costante di osservatori internazionali. In più occasioni l’opposizione ha vinto, e i risultati sono stati riconosciuti.
Il modello venezuelano combina democrazia rappresentativa e partecipativa, attraverso strutture di base che coinvolgono direttamente le comunità locali. È un modello discutibile, come ogni modello politico, ma ridurlo a “dittatura” serve più alla propaganda che alla comprensione.
Povertà e redistribuzione: i dati contro i luoghi comuni
Il Venezuela era un Paese profondamente segnato dalla povertà ben prima della fine degli anni Novanta, nonostante l’enorme ricchezza del sottosuolo. Il nodo centrale è sempre stato chi controlla e redistribuisce quella ricchezza.
L’inversione dei flussi – con una maggiore quota delle entrate petrolifere destinata allo Stato e ai servizi pubblici – ha prodotto risultati misurabili: alfabetizzazione di massa, accesso universale alla sanità, edilizia popolare, università gratuite. Processi incompleti, certo, ostacolati anche da sanzioni economiche che hanno colpito duramente la popolazione, ma difficilmente cancellabili con uno slogan.
La disinformazione come strumento geopolitico
Il vero problema non è il legittimo dissenso politico, ma la sistematica deformazione dei fatti. La ripetizione ossessiva di accuse non dimostrate, l’assenza di contraddittorio, la criminalizzazione di chi prova a introdurre dati e contesto creano una “colonna infame” mediatica che finisce per sostituire la realtà.
In questo quadro, anche le manifestazioni di massa di sostegno al governo, documentate quotidianamente, vengono semplicemente ignorate perché non compatibili con la narrazione dominante.
Una questione che va oltre il Venezuela
Ciò che sta accadendo non riguarda solo un Paese dell’America Latina. Riguarda il modello di relazioni internazionali che si sta imponendo: un mondo in cui il diritto è subordinato alla forza e l’informazione diventa uno strumento di guerra.
Se si accetta che un capo di Stato possa essere sequestrato in nome di accuse non provate, allora nessuna sovranità è più garantita. Difendere il diritto internazionale non significa difendere un governo, ma difendere un principio che tutela tutti.
