Venezuela, democrazia e risorse: quelle verità rimosse dal rumore mediatico

Luciano Vasapollo

Viviamo in un tempo in cui il dibattito pubblico sembra dominato da una forma di terrore comunicazionale. Chiunque provi a sottrarsi alla narrazione dominante, a introdurre dati, contesto storico o complessità, viene immediatamente delegittimato: non come interlocutore, ma come soggetto “non affidabile”. È accaduto di recente quando un collega universitario, il prof. Dorsi di Torino, reo di aver citato dati ufficiali del Fondo Monetario Internazionale sulla ripresa economica venezuelana, è stato sommerso da sarcasmo e scomuniche mediatiche. Non si è discusso il merito: si è colpita la persona per rendere inascoltabile il messaggio.

Questo clima rende difficile parlare con serenità del Venezuela, eppure è indispensabile farlo partendo da un dato materiale: la geografia delle risorse. Il Venezuela è uno dei Paesi più ricchi al mondo per petrolio, gas naturale, oro, uranio, coltan, litio e terre rare. Un patrimonio concentrato soprattutto nell’area dell’Orinoco che lo colloca, insieme al Congo, tra i territori più ambiti del pianeta. Non è un caso che entrambi siano attraversati da conflitti e ingerenze: oggi la gran parte delle guerre moderne è legata al controllo strategico di queste materie prime.

Prima del 1998 e della vittoria di Hugo Chávez, il Venezuela era una tipica “repubblica delle banane”: formalmente indipendente, sostanzialmente colonizzata. Circa l’85% degli introiti petroliferi finiva nelle mani delle multinazionali e dell’oligarchia locale; al Paese restava appena il 15%. Era un’economia dipendente e socialmente esplosiva. Nel 1989, sotto il governo di Carlos Andrés Pérez — pienamente allineato all’egemonia statunitense — questa contraddizione esplose nel Caracazo: una rivolta popolare contro la fame repressa nel sangue con migliaia di morti.

È in questo abisso che emerge la figura di Hugo Chávez. Il giovane ufficiale che rifiutò di sparare sul proprio popolo non nacque da un’ideologia astratta, ma da una visione bolivariana: l’idea di una patria sovrana capace di restituire la ricchezza a chi la produce. Dopo il fallimento del 1992 e il carcere, Chávez compì una scelta decisiva: abbandonò la via militare per quella elettorale, studiando Gramsci e i temi dell’egemonia e della redistribuzione.

La svolta del 1998 consistette in una decisione economica senza precedenti: invertire i flussi di cassa. Da quel momento, l’85% degli introiti restò allo Stato e il 15% andò alle multinazionali (che pure hanno continuato a operare in un’economia mista). Quelle risorse vennero destinate a sanità, alfabetizzazione e welfare. Un processo lungo e contraddittorio, ma reale, che dura da oltre venticinque anni.

Contro la narrazione della “dittatura”, i numeri offrono una realtà diversa: dal 1998 a oggi si sono svolte oltre trenta elezioni, monitorate da osservatori internazionali, ONU e Unione Europea. In più occasioni l’opposizione ha vinto, e le sconfitte del governo sono state riconosciute, portando persino a un Parlamento a maggioranza avversa per cinque anni. Il nodo vero è un altro: quale idea di democrazia utilizziamo? Mentre l’Occidente vive una democrazia rappresentativa sempre più svuotata e disertata dai ceti popolari, il Venezuela ha tentato la via della democrazia partecipativa attraverso le comunas, organismi di base territoriale che coinvolgono settori storicamente esclusi.

Anche il tema dei “prigionieri politici” meriterebbe onestà. Se è prigioniero politico chi viene incarcerato per le proprie idee, non può esserlo chi viene arrestato per atti di guerriglia, omicidi o insurrezioni armate, come accaduto con settori dell’estrema destra che non hanno accettato i risultati delle urne. Questo è un fatto cronachistico, non un’opinione.

Perché, dunque, tutto questo viene rimosso? Perché il Venezuela rappresenta un “precedente” pericoloso. Dimostra che è possibile sottrarre le risorse al controllo esclusivo del capitale transnazionale per destinarle alla giustizia sociale. Dimostra che la sovranità può entrare in rotta di collisione con gli interessi globali dominanti.

Parliamo di un popolo profondamente cristiano che ha cercato un riscatto, guidato da governi che hanno sempre richiamato esplicitamente la propria fede. Chiedere verità e rispetto per questa esperienza non è propaganda: è l’atto minimo necessario per un dibattito pubblico degno di questo nome.

Luciano Vasapollo

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