Venezuela: la sovranità violata e il silenzio dell’Occidente

Migliaia di giovani venezuelani sono scesi nelle strade di Caracas e di altre città del paese per chiedere la liberazione immediata del presidente Nicolás Maduro e della prima dama Cilia Flores, dopo la loro cattura da parte delle forze militari statunitensi all’inizio di gennaio. Le manifestazioni, fortemente sostenute dal Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), rappresentano un’espressione di solidarietà verso la coppia presidenziale e un rifiuto dell’intervento straniero, considerato un’aggressione alla sovranità nazionale.

Secondo i partecipanti, la mobilitazione non è solo una richiesta di ritorno dei leader incarcerati, ma anche un segno di opposizione alle politiche e alle azioni statunitensi, che molti venezuelani interpretano come un attacco diretto contro il paese e la sua autodeterminazione. I giovani, portando in mano cartelli e slogan di sostegno, hanno ribadito il loro impegno per difendere il futuro della nazione e la memoria della rivoluzione bolivariana.

Le proteste rientrano in una serie di manifestazioni che vedono coinvolti settori diversi della popolazione, dai lavoratori ai movimenti sociali, uniti nella richiesta di rispetto del diritto internazionale e nel rifiuto dell’ingerenza esterna. Le marce sono state caratterizzate da forti richiami all’unità nazionale e all’appoggio alle istituzioni guidate dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez, che ha assunto temporaneamente la guida del paese dopo l’arresto di Maduro.

Il clima politico resta teso, con appelli alla solidarietà internazionale e una crescente attenzione globale sulla situazione interna venezuelana, mentre si intensificano le pressioni per una soluzione pacifica e il rispetto della sovranità del paese.

Ci sono momenti nella storia in cui non è più possibile rifugiarsi nelle interpretazioni, nelle opinioni contrapposte o nelle semplificazioni mediatiche. Ci sono fatti che, per la loro gravità, impongono di essere chiamati con il loro nome. Il sequestro del presidente di uno Stato sovrano, avvenuto con un’operazione militare extraterritoriale, è uno di questi fatti. Non è una questione ideologica, non è una disputa tra governi “buoni” o “cattivi”: è una violazione frontale del diritto internazionale.

Nel caso del Venezuela, tutto ciò che è seguito al rapimento del presidente e della sua consorte è stato una cortina fumogena: dittatura, elezioni truccate, narcotraffico, crisi umanitaria, popolo in festa. Narrazioni ripetute ossessivamente per coprire un punto fermo che resta incontrovertibile: la sovranità di uno Stato è stata violata e un capo di Stato è stato sequestrato da un altro Paese. Un atto che non trova precedenti nella storia recente delle relazioni internazionali.

I dati, ancora una volta, parlano con chiarezza. Il giorno successivo all’operazione, la stessa Corte Suprema degli Stati Uniti ha smentito l’impianto accusatorio su cui si era costruita la legittimazione dell’intervento, dichiarando infondata l’accusa di narcotraffico internazionale. Pochi giorni dopo, anche il Senato statunitense ha definito l’operazione illegittima e anticostituzionale, poiché priva dell’autorizzazione parlamentare necessaria per un’azione militare contro un altro Paese.

Ma anche ammesso – e non concesso – che vi fosse stata un’autorizzazione interna, resta un principio non negoziabile: nessun ordinamento giuridico consente a uno Stato di sequestrare il presidente di un altro Stato sovrano e giudicarlo davanti ai propri tribunali nazionali. Se un capo di Stato commette un reato, la competenza è dei tribunali internazionali, non di quelli di una singola potenza. Tutto il resto è arbitrio.

Quella che è stata definita una “guerra chirurgica” non è stata né una guerra né un golpe. Non c’è stata alcuna insurrezione popolare, nessuna sollevazione interna, nessuna ribellione delle forze armate. È stato un sequestro di persona condotto con la forza, costato oltre cento morti, tra cui decine di uomini della scorta, venezuelani e cubani, uccisi nel tentativo di impedire il rapimento. Altro che operazione di pochi minuti: lo scontro è durato ore, con un bilancio di sangue accuratamente minimizzato dai media occidentali.

Si dice che “il popolo venezuelano sia contento”. È una delle affermazioni più lontane dalla realtà. Dal giorno dell’operazione, il Venezuela è attraversato quotidianamente da manifestazioni di massa, con milioni di persone in strada a difesa della sovranità nazionale e contro un’azione percepita come un’aggressione. Chi vuole verificare può farlo facilmente, senza intermediari: basta guardare le immagini, leggere le cronache, uscire dalla bolla informativa occidentale.

Anche fuori dal Venezuela, le mobilitazioni sono state numerose. In Italia si sono svolte decine di manifestazioni contro questo atto, con una partecipazione larga e popolare. A fronte di migliaia di persone in piazza, i cosiddetti “dissidenti” si sono ridotti a poche presenze isolate, spesso più interessate alla provocazione e all’insulto che al confronto. Questo non è vittimismo, è semplice constatazione dei fatti.

Ma la questione più profonda va oltre l’evento in sé. Quello che disturba davvero non è un singolo governo, un singolo presidente o una specifica scelta politica. Ciò che dà fastidio alle grandi potenze è l’idea stessa che possa esistere un modello alternativo, imperfetto ma reale, in cui le risorse vengano socializzate e utilizzate per ridurre la povertà, alfabetizzare, garantire sanità pubblica, casa, istruzione.

I dati sul Venezuela, prima e dopo il 1998, sono pubblici e certificati da organismi internazionali: occupazione, riduzione dell’analfabetismo, accesso universale alla sanità, milioni di case popolari costruite, inflazione riportata sotto controllo dopo anni di sanzioni devastanti. Processi incompleti, contraddittori, pieni di errori, come ogni processo umano. Ma reali.

È questo che viene rimosso dal dibattito. E al suo posto si costruisce una narrazione che legittima il principio più pericoloso di tutti: la legge del più forte. Quando il diritto viene calpestato e sostituito dalla forza, non siamo più nella civiltà giuridica, ma nella giungla. E chi pensa che tutto questo riguardi solo Paesi lontani si illude: oggi tocca al Venezuela, domani potrebbe toccare a chiunque non si adegui agli equilibri imposti.

Papa Francesco lo ha ricordato più volte: tutto è connesso, fratelli tutti. Nessuno può sentirsi al sicuro quando il diritto internazionale viene piegato agli interessi di una potenza. Difendere la sovranità di un popolo non significa difendere un governo, ma difendere un principio universale. Ed è su questo terreno, non su quello della propaganda, che si misura la responsabilità morale e politica del nostro tempo.

Luciano Vasapollo

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