Il caso del Venezuela nel 2026 conferma che i deepfake funzionano come armi di confusione. Non sostituiscono i missili, ma possono alterare il senso di ciò che è accaduto, dividere e contaminare il dibattito pubblico.
Mentre i militari USA attaccavano il Venezuela e sequestravano il presidente Nicolás Maduro e sua moglie, Cilia Flores, un’altra battaglia meno visibile si svolgeva su internet. Si scatenava una guerra di deepfake, contenuti audiovisivi ultrafalsi generati mediante intelligenza artificiale, che simulavano scene dell’intervento e reazioni felici della popolazione venezuelana.
Capire che cosa siano questi contenuti ultrafalsi, come vengano prodotti e quali effetti abbiano sul pubblico è fondamentale per interpretare in modo critico le informazioni circolate durante e dopo la crisi. La tecnologia può sostituire volti, voci o intere scene; se realizzata bene, può ingannare persino occhi esperti.
La parola deepfake deriva da deep learning (apprendimento profondo) e fake (falso). Sebbene l’idea di video falsi non sia nuova, l’intelligenza artificiale ne ha aumentato il realismo e la velocità di produzione, rendendo possibile la creazione di questi contenuti a chiunque abbia accesso a determinati strumenti digitali, per lo più gratuiti.
Dopo l’operazione in Venezuela, i deepfake hanno invaso le reti sociali con immagini e video presuntamente «reali». Alcuni mostravano Maduro circondato da soldati USA o sequenze di attacchi che non sono mai avvenuti come descritti. Frammenti di film o videogiochi sono stati utilizzati come «prove» di sostegno agli invasori. Molti di questi materiali sono stati condivisi migliaia di volte, competendo con le notizie verificate e hanno creato un rumore informativo che ha reso difficile distinguere il vero dal falso.
Questo fenomeno non è avvenuto per caso. Nei momenti di tensione, l’incertezza e la mancanza di informazioni chiare si combinano con la rapida diffusione di tecnologie capaci di generare contenuti. Attori con interessi diversi – dai singoli utenti ai gruppi organizzati o persino a media con orientamenti ideologici – sfruttano questi strumenti per promuovere narrazioni funzionali alle operazioni di guerra.
Esiste inoltre un effetto sociopolitico chiamato «dividendo del bugiardo»: quanto più i deepfake si diffondono, tanto più diventa facile negare l’autenticità di contenuti veri. Una volta che le persone apprendono che certi video potrebbero essere falsi, anche immagini autentiche possono essere liquidate come «manipolate», minando la fiducia nell’informazione in generale.
Nel contesto cubano, l’impatto dei deepfake può essere ancora più insidioso. Basta che un video «impressionante» circoli attraverso catene di messaggistica, schermate inoltrate o pubblicazioni replicate fuori contesto. Se a ciò si aggiunge un ecosistema di disinformazione alimentato dall’esterno – con campagne volte a instillare paura, odio o fatalismo – il risultato è una miscela pericolosa: immagini che sembrano prove, ma che in realtà sono esche della disinformazione.
Il caso del Venezuela nel 2026 conferma che i deepfake funzionano come armi di confusione. Non sostituiscono i missili, ma possono alterare il senso di ciò che è accaduto, dividere e contaminare il dibattito pubblico. Comprenderli, individuarne i segnali ed esigere fonti affidabili è un modo concreto per difendere il diritto a un’informazione veritiera in un mondo in cui l’immagine, da sola, non garantisce la verità.
Ver para dudar
El caso de Venezuela en 2026 confirma que los deepfakes funcionan como armas de confusión. No reemplazan a los misiles, pero pueden alterar el sentido de lo ocurrido, dividir y contaminar el debate público
Autor: Emilia Reed
Mientras los militares de Estados Unidos atacaban a Venezuela y secuestraban al presidente Nicolás Maduro y a su esposa, Cilia Flores, otra batalla menos visible tuvo lugar en internet. Se desata una guerra de deepfakes, contenidos audiovisuales ultrafalsos generados mediante inteligencia artificial, que simulaban escenas de la intervención y reacciones felices de la población venezolana.
Entender qué son estos contenidos ultrafalsos, cómo se producen y qué efectos tienen en nuestras audiencias es crucial para interpretar de forma crítica la información que circuló durante y después de la crisis. La tecnología puede reemplazar rostros, voces o escenas completas; bien hecha, puede engañar, incluso, a ojos entrenados.
La palabra deepfake viene de deep learning (aprendizaje profundo) y fake (falso). Aunque la idea de videos falsos no es nueva, la inteligencia artificial ha elevado su realismo y velocidad de producción, lo que le permite crear estos contenidos a cualquier persona con acceso a ciertas herramientas digitales –la mayoría gratuitas.
Tras la operación en Venezuela, los deepfakes inundaron las redes sociales con imágenes y videos supuestamente «reales». Algunos mostraban a Maduro rodeado de soldados estadounidenses o secuencias de ataques que nunca ocurrieron tal y como se describían. Fragmentos de películas o videojuegos fueron utilizados como «evidencia» de apoyo a los invasores. Muchos de estos materiales se compartieron miles de veces, compitieron con las noticias verificadas y crearon un ruido informativo que dificultó distinguir lo verdadero de lo falso.
Este fenómeno no sucedió por casualidad. En momentos de tensión, la incertidumbre y la falta de información clara se combinan con la rápida difusión de tecnología generadora de contenidos. Actores con intereses diversos –desde usuarios individuales hasta grupos organizados o incluso medios con sesgos ideológicos– aprovechan estas herramientas para promover narrativas funcionales a los operativos de guerra.
Existe, además, un efecto sociopolítico llamado el «dividendo del mentiroso»: cuanto más se popularizan los deepfakes, más fácil es negar la autenticidad de contenidos verdaderos. Una vez que las personas aprenden que ciertos videos podrían ser falsos, imágenes genuinas pueden ser descartadas como «manipuladas», lo que mina la confianza en la información en general.
En el contexto cubano, el impacto de los deepfakes puede ser aún más insidioso. Basta con que un video «impresionante» circule por cadenas de mensajería, capturas reenviadas o publicaciones replicadas fuera de contexto. Si a eso se suma un ecosistema de desinformación alimentado desde el exterior –con campañas que buscan instalar miedo, odio o fatalismo–, el resultado es una mezcla peligrosa: imágenes que parecen pruebas, pero que en realidad son señuelos de la desinformación.
El caso de Venezuela en 2026 confirma que los deepfakes funcionan como armas de confusión. No reemplazan a los misiles, pero pueden alterar el sentido de lo ocurrido, dividir y contaminar el debate público. Comprenderlos, identificar sus señales y exigir fuentes confiables es una forma concreta de defender el derecho a la información veraz en un mundo donde la imagen, por sí sola, no garantiza la verdad.

