Vittime in Venezuela come contraddizione dell’“applicazione della legge”

Assassinio di civili: parte delle “operazioni chirurgiche” del Pentagono

Misión Verdad

L’operazione militare eseguita dagli USA contro il Venezuela lo scorso 3 gennaio è stata presentata dall’amministrazione di Donald Trump come un’azione “precisa” e “perfettamente eseguita”. Da Washington, l’enfasi ufficiale è stata posta sul successo operativo e sul carattere presuntamente chirurgico degli attacchi.

Tuttavia, con il passare dei giorni hanno iniziato a emergere segnalazioni che mettono direttamente in discussione questa impostazione, documentando un bilancio di vittime civili e danni alle infrastrutture che non è stato spiegato né pubblicamente assunto dalle autorità USA.

Una recente inchiesta di The Intercept fornisce elementi chiave per comprendere questa dimensione dell’operazione. Sulla base di informazioni ottenute da funzionari dello stesso governo USA e da organizzazioni di monitoraggio dei conflitti, il media rivela falle strutturali nei meccanismi destinati a registrare, valutare e mitigare i danni causati alla popolazione civile durante l’operazione.

Silenzio ufficiale dopo gli attacchi

L’inchiesta mette in luce una dimensione dell’operazione USA che l’amministrazione Trump cerca di escludere dal discorso ufficiale: l’esistenza di vittime civili e l’incapacità delle stesse strutture militari USA di gestire il volume di segnalazioni derivanti dagli attacchi. Il testo descrive un fallimento strutturale nei meccanismi destinati a registrare, valutare e rispondere ai danni causati alla popolazione civile durante l’operazione eseguita il 3 gennaio.

Secondo il reportage, il Comando Sud USA (SOUTHCOM) non dispone attualmente di un meccanismo funzionante per ricevere segnalazioni di perdite civili. Airwars, un’organizzazione indipendente con sede nel Regno Unito specializzata nel documentare i danni ai civili nei conflitti armati, ha tentato di presentare documentazione sulle vittime derivanti dagli attacchi in Venezuela, ma ha riscontrato che il comando non aveva modo di processarla. Dopo diversi tentativi, l’organizzazione è stata istruita a inviare direttamente i rapporti al Pentagono.

«Alcuni giorni dopo gli attacchi, il gruppo del Centro di Eccellenza per la Protezione dei Civili del Dipartimento della Difesa ci ha contattati per sapere se stessimo documentando danni ai civili causati dalle azioni USA», ha spiegato Emily Tripp, direttrice esecutiva di Airwars.

Secondo due funzionari del governo USA citati dal media, questa situazione è dovuta a un indebolimento deliberato dei programmi di mitigazione dei danni ai civili all’interno delle forze armate. Nel caso specifico del Comando Sud, il personale dedicato a queste attività sarebbe stato ridotto da quattro dipendenti a un solo appaltatore, un numero insufficiente anche solo per elaborare un numero limitato di incidenti.

Questa riduzione si inserisce nel quadro di decisioni promosse dal segretario alla Guerra, Pete Hegseth, orientate a tagliare i programmi legati alla protezione dei civili. Il risultato è che, di fronte alle segnalazioni emerse dopo l’operazione in Venezuela, il SOUTHCOM non offre risposte chiare su come vengano valutati i danni.

Interpellato da The Intercept, il colonnello Emanuel Ortiz, capo degli affari pubblici del Comando Sud, ha evitato di precisare quante persone lavorino attualmente nella mitigazione dei danni ai civili e si è limitato ad affermare che il comando «rispetta i requisiti legali e regolamentari», rimandando il resto delle domande all’Ufficio del Segretario alla Guerra, che non ha risposto prima della pubblicazione del reportage.

Airwars ha già identificato almeno sette incidenti in cui civili sono morti o rimasti feriti, o in cui si sono verificati danni significativi alle infrastrutture civili.

«Tra questi figura un attacco aereo che, secondo quanto riportato, ha causato la morte di un’anziana e ha lasciato altre due persone ferite in Prolongación Soublette, a Catia La Mar, Caracas, il 3 gennaio. Un’altra donna è morta e sua figlia è rimasta ferita in un presunto attacco aereo USA contro un’antenna televisiva e telefonica nello stato di Miranda. Due civili sarebbero inoltre morti nei pressi dell’aeroporto Óscar Machado Zoluaga, a Charallave, in un presunto attacco aereo USA quella stessa mattina».

Il rapporto colloca questi episodi all’interno di un quadro più ampio. Da settembre, l’esercito USA ha effettuato almeno 35 attacchi noti contro imbarcazioni nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico orientale, che hanno causato almeno 123 morti civili, ai quali Washington attribuisce legami con il narcotraffico senza fornire alcuna prova.

Una narrazione che si incrina

Mentre negli USA persistono silenzi ed elusioni, dal Venezuela le autorità hanno iniziato a fornire un proprio bilancio sulle conseguenze umane degli attacchi del 3 gennaio.

Le dichiarazioni del ministro del Potere Popolare per le Relazioni Interne, la Giustizia e la Pace, Diosdado Cabello, descrivono uno scenario che accentua il contrasto con il discorso di “precisione” diffuso da Washington e pone l’impatto sulla popolazione civile al centro del dibattito.

Cabello ha riferito che il numero dei morti «supera le 100 persone assassinate» a seguito dei bombardamenti eseguiti a Caracas, Miranda e La Guaira. Secondo quanto spiegato, la violenza delle esplosioni è stata tale che un numero imprecisato di vittime non potrà essere identificato.

«Le esplosioni sono state così forti che ci sono persone di cui non sappiamo dove siano, sono state frammentate in modo tale che è impossibile identificarle», ha affermato il ministro.

Secondo le informazioni ufficiali venezuelane, il Servizio Nazionale di Medicina e Scienze Forensi (Senamecf), con il supporto dell’Istituto Venezuelano di Ricerche Scientifiche (IVIC), sta effettuando studi speciali del DNA a partire dai resti umani recuperati dopo gli attacchi.

Ciò diventa ancora più significativo se messo in continuità con i precedenti attacchi contro imbarcazioni nei Caraibi e nel Pacifico orientale, che hanno causato più di un centinaio di morti civili negli ultimi mesi, configurando un modello che va oltre il caso venezuelano e si estende come una minaccia esistenziale alla regione sotto l’etichetta di “lotta al narcotraffico”.

Il contrasto tra il discorso ufficiale e i dati che emergono dal terreno erode la possibilità di sostenere l’inquadramento di “applicazione della legge” che l’amministrazione Trump ha cercato di imporre fin dall’inizio, rende più difficile la legittimazione politica dell’incursione militare e mette a nudo i limiti della narrazione USA di fronte alle conseguenze reali dell’uso della forza.


Víctimas en Venezuela como contradicción de la “aplicación de la ley”

Asesinato de civiles: parte de las “operaciones quirúrgicas” del Pentágono

La operación militar ejecutada por Estados Unidos contra Venezuela el pasado 3 de enero fue presentada por la administración de Donald Trump como una acción “precisa” y “perfectamente ejecutada”. Desde Washington, el énfasis oficial estuvo puesto en el éxito operativo y en el carácter supuestamente quirúrgico de los ataques.

Sin embargo, a medida que han transcurrido los días, han comenzado a emerger reportes que cuestionan de manera directa ese encuadre, al documentar un saldo de víctimas civiles y daños a infraestructura que no ha sido explicado ni asumido públicamente por las autoridades estadounidenses.

Una investigación reciente de The Intercept aporta elementos clave para comprender esta dimensión del operativo. A partir de información obtenida de funcionarios del propio gobierno estadounidense y de organizaciones de monitoreo de conflictos, el medio revela fallas estructurales en los mecanismos destinados a registrar, evaluar y mitigar los daños causados a la población civil durante la operación.

Silencio oficial tras los ataques

La investigación pone el foco en una dimensión de la operación estadounidense que la Administración Trump busca que quede fuera del discurso oficial: la existencia de víctimas civiles y la incapacidad de las propias estructuras militares de Estados Unidos para gestionar el volumen de reportes derivados de los ataques. El texto describe una falla estructural en los mecanismos destinados a registrar, evaluar y responder a los daños causados a la población civil durante la operación ejecutada el 3 de enero.

Según el reportaje, el Comando Sur de Estados Unidos (SOUTHCOM) no cuenta actualmente con un mecanismo funcional para recibir informes sobre bajas civiles. Airwars, una organización independiente con sede en el Reino Unido especializada en documentar daños a civiles en conflictos armados, intentó presentar documentación sobre víctimas derivadas de los ataques en Venezuela, pero se encontró con que el comando no tenía cómo procesarla. Tras varios intentos, la organización fue instruida a remitir directamente los informes al Pentágono.

“Unos días después de los ataques, el equipo del Centro de Excelencia para la Protección Civil del Departamento de Defensa se puso en contacto con nosotros para saber si habíamos estado documentando daños a civiles causados por las acciones estadounidenses”, explicó Emily Tripp, directora ejecutiva de Airwars.

De acuerdo con dos funcionarios del gobierno estadounidense citados por el medio, esta situación responde a un debilitamiento deliberado de los programas de mitigación de daños a civiles dentro de las fuerzas armadas. En el caso específico del Comando Sur, el personal dedicado a estas tareas habría sido reducido de cuatro empleados a un solo contratista, una cifra que resulta insuficiente incluso para procesar un número limitado de incidentes.

Esta reducción ocurre en el marco de decisiones impulsadas por el secretario de Guerra, Pete Hegseth, orientadas a recortar programas vinculados a la protección de civiles. El resultado es que, ante los reportes surgidos tras la operación en Venezuela, SOUTHCOM no ofrece respuestas claras sobre cómo se están evaluando los daños.

Consultado por The Intercept, el coronel Emanuel Ortiz, jefe de asuntos públicos del Comando Sur, evitó precisar cuántas personas trabajan actualmente en la mitigación de daños civiles y se limitó a afirmar que el comando “cumple con los requisitos legales y reglamentarios”, derivando el resto de las preguntas a la Oficina del Secretario de Guerra, que no respondió antes de la publicación del reportaje.

Airwars ya ha identificado al menos siete incidentes en los que civiles murieron o resultaron heridos, o en los que se produjeron daños significativos a infraestructura civil.

“Entre ellos se incluye un ataque aéreo que, según se informa, causó la muerte de una anciana y dejó a otras dos heridas en Prolongación Soublette, en Catia La Mar, Caracas, el 3 de enero. Otra mujer murió y su hija resultó herida en un presunto ataque aéreo estadounidense contra una antena de televisión y telefonía en el estado Miranda. Dos civiles también murieron, según se informa, cerca del Aeropuerto Óscar Machado Zoluaga, en Charallave, en un presunto ataque aéreo estadounidense esa misma mañana”.

El informe sitúa estos episodios dentro de un patrón más amplio. Desde septiembre, el ejército estadounidense ha llevado a cabo al menos 35 ataques conocidos contra embarcaciones en el mar Caribe y el Pacífico oriental, que han dejado un saldo mínimo de 123 civiles muertos, a quienes Washington atribuye vínculos con el narcotráfico, sin mostrar ninguna evidencia.

Una narrativa que se resquebraja

Mientras en Estados Unidos persisten los silencios y las evasivas, desde Venezuela las autoridades comenzaron a ofrecer un balance propio sobre las consecuencias humanas de los ataques del 3 de enero.

Las declaraciones del ministro del Poder Popular para Relaciones Interiores, Justicia y Paz, Diosdado Cabello, describen un escenario que profundiza el contraste con el discurso de “precisión” difundido por Washington y pone el impacto sobre la población civil en el centro del debate.

Cabello informó que la cifra de fallecidos “sobrepasa las 100 personas asesinadas” como resultado de los bombardeos ejecutados en Caracas, Miranda y La Guaira. Según explicó, la violencia de las explosiones fue tal que un número indeterminado de víctimas no podrá ser identificado.

“Las explosiones fueron tan fuertes que hay personas de las que no sabemos dónde están, fueron fragmentadas de tal manera que es imposible identificarlas”, afirmó el ministro.

De acuerdo con la información oficial venezolana, el Servicio Nacional de Medicina y Ciencias Forenses (Senamecf), con apoyo del Instituto Venezolano de Investigaciones Científicas (IVIC), se encuentra realizando estudios especiales de ADN a partir de restos humanos recuperados tras los ataques.

Esto se vuelve aún más significativo cuando se pone en continuidad con los ataques previos contra embarcaciones en el Caribe y el Pacífico oriental, que han dejado más de un centenar de civiles muertos en los últimos meses, configurando un patrón que excede el caso venezolano y se extiende a una amenaza existencial a la región bajo el rótulo de “lucha contra el narcotráfico”.

El contraste entre el discurso oficial y los datos que emergen desde el terreno erosiona la capacidad de sostener el encuadre de “aplicación de la ley” que la administración Trump intentó imponer desde el inicio, dificulta la legitimación política de la incursión militar y deja al descubierto los límites de la narrativa estadounidense frente a las consecuencias reales de su uso de la fuerza.

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